Rosaria Famiglietti e il Tempo sospeso

Rosaria Famiglietti è docente di Italiano al Liceo di Sant’Angelo dei Lombardi, Dottore di ricerca in Italianistica, cultore della materia presso l’Università di Tor Vergata, studiosa di Pirandello, collabora con la rivista Pirandelliana e con altre riviste nazionali. Si occupa soprattutto della letteratura di genere, tanti sono i suoi interventi seminariali.

Il suo romanzo narra di madre ed una figlia legate da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Il legame familiare, indipendentemente dalla convivenza o meno, è quello che fortemente incide sulla crescita e sullo sviluppo emotivo dei bambini. È la famiglia il primo e fondamentale contesto per lo sviluppo sociale e cognitivo, ed è attraverso la famiglia che i bambini costruiscono i punti di riferimento della loro vita. L’osservazione dei comportamenti dei genitori consente al bambino di formare l’idea basilare di sé in relazione al mondo.
Non è semplice per i genitori far fronte ad una responsabilità così forte e faticosa, generalmente gli impegni pratici, dell’accudimento, assorbono le forze e tolgono il respiro, le esigenze dei figli destabilizzano l’equilibrio di coppia e generano tensioni, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con gli impegni di lavoro.
Dunque si tende a sottovalutare il ruolo principale e determinante del clima familiare sullo sviluppo emotivo del bambino.
Secondo Winnicott per poter garantire ai figli uno sviluppo sereno e armonico è necessario un ambiente vivo, aperto al confronto, pronto ad accogliere e sostenere il bambino con i suoi desideri, le sue paure, le sue esigenze fisiche, ma soprattutto emotive, cognitive, sociali, in una dimensione comunicativa.
Tanto complessa, però, risulta l’attuazione!
Ed è proprio nella complessità comunicativa che vanno ad annidarsi le incomprensioni, le insofferenze, le paure, le ansie.
All’interno del mio racconto ho cercato di percorrere le strade della comunicazione, della narrazione per trovare un punto di incontro:
“Scendere nelle sofferenze profonde, nei ricordi rimossi, nell’infanzia, ma soprattutto analizzare il rapporto con la propria madre è necessario per vivere con maggiore consapevolezza il rapporto con la propria figlia.
Prima di essere madre è importante riconnettersi con la propria madre attraverso un gesto d’amore a cui le figlie non sono preparate perché richiede il superamento di posizioni condizionanti, radicate e irrigidite dal tempo, si tratta della capacità di perdonare la madre.
Il perdono nasce dal desiderio di superare ed elaborare la parte dolorosa e scomoda, cercando di riacciuffare la parte migliore per vivere meglio il presente. Il sentimento negativo che genera il rapporto con la madre non può essere paragonato a nessun altro dolore, non basta tagliare il cordone ombelicale, la sua carne è la nostra carne, il suo corpo è un’estensione del nostro.
Non devo aver paura degli scontri, dei conflitti perché la crescita passa anche di lì, dalla capacità di rielaborarli e di vederne il lato costruttivo.
Questo viaggio interiore mi ha spinto verso un labirinto faticoso che avevo sempre rinnegato, piano piano sto riavvolgendo il filo e tu sei lì, ne tieni ancora il capo, altro da me, ma parte di me.
In questo cammino doloroso ho scoperto un qualcosa che mi manca tanto, che ho smarrito non so dove, né quando, ma che vorrei ritrovare con te, cerchiamolo insieme, ricominciamo a sorridere e ad essere leggere: inventiamoci un motivo per ridere insieme. Sempre”
Dunque, probabilmente, un ingrediente indispensabile per l’armonia familiare può essere ricercato nella leggerezza e nell’ironia, nella capacità di mettersi in gioco e di mostrarsi accoglienti.

Una comunicazione diaristica ininterrotta. E’ possibile tessere relazioni efficaci attraverso la scrittura?
Sarà per le mie esperienze lavorative e la mia formazione pedagogica, ma tendo a ricondurre le mie riflessioni alle esperienze sul campo.
Il metodo autobiografico, al di là della funzione terapeutica in senso stretto, svolge un ruolo fondamentale nella didattica: Il metodo delle storie di vita può offrire la possibilità agli insegnanti di conoscere i propri studenti. Il dialogo tra docenti e studenti, attraverso la narrazione del proprio vissuto, rappresenta una modalità educativa fortemente inclusiva che accoglie e valorizza le diversità. La relazione educativa esce sicuramente rafforzata da questa pratica del racconto autobiografico poiché mette in campo persone e non ruoli. Tale approccio consente, inoltre, di superare i divari generazionali e di incontrarsi in un luogo neutro, aperto, flessibile e privo di pregiudizi.
Incoraggiare i ragazzi a raccontarsi li aiuta a giungere ad una più approfondita conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie potenzialità, e si acquisiscono punti di vista differenti.
Attraverso l’atto del narrarsi si crea una sorta di rete, un’intelaiatura che permette di ottenere una visione meno superficiale degli avvenimenti, e delle situazioni vissute e dei sentimenti provati
Come si può comprendere, l’atto del raccontarsi risponde all’esigenza insita in ogni individuo di conferire unitarietà e senso agli eventi (personali e/o professionali) della propria esistenza in un’ottica emancipativa.
“L’autobiografia viene a poco a poco riconosciuta non tanto come scopo ma come mezzo che accompagna lo scrittore alla riscoperta della propria storia che riesce ancora a stupirlo. Inoltrandosi nel racconto autobiografico, egli accetta infatti di essere depistato dal percorso previsto per lasciarsi andare al ricordo involontario seguendo anche rievocazioni disordinate; trasportato dalla scrittura, si scopre a raccontare fatti o sentimenti che credeva di aver dimenticato e che sono invece affiorati alla memoria all’improvviso e in questo risiede lo stupore dell’autobiografia: non si scrive per dire ciò che si conosce, ma per avvicinarsi di più a ciò che non si conosce”. ( A. Bolzoni, Oltre l’oralità, in D. Demetrio [a cura di] L’educatore Auto(bio)grafo. Il metodo delle storie di vita nelle relazioni d’aiuto, Unicopli, Milano, 1999, pag. 50)
Sicuramente per un docente è più semplice costruire un dialogo, porsi in relazione positiva con gli studenti perché il distanziamento emotivo e il contesto consentono un equilibrio più solido. Per i genitori, invece, non è così semplice, le dinamiche familiari risultano più complesse e condizionate da una quotidianità spesso soffocante.
Io ho provato a portare in famiglia una tecnica didattica e pedagogica:
“La scrittura è stata da sempre una valida amica, capace di dare ordine ai pensieri, di renderli concreti per guardarli in faccia, per perdersi tra le righe, per riconoscersi o per perdersi ancora, lo è per me, ma lo è anche per te.
Forse in questo spazio neutro e vitale sarà possibile costruire un mondo accogliente, nel quale esprimersi, mettersi a nudo, senza il timore dell’altro, senza dover sopportare lo sguardo dell’altro. Questo cantuccio saprà svelare i misteri di un rapporto segnato da sofferenze ataviche”

Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine, indefinibilità paiono costituire il filo rosso della vita. Qual è la chiave per placare la febbrile ricerca del senso dell’esistenza?
Non credo sia importante placare la febbrile ricerca del senso dell’esistere, ritengo invece fondamentale orientarla e supportarla nel modo giusto.
Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine hanno da sempre accompagnato gli animi più sensibili e la scoperta della letteratura e della lettura può aiutarci a dare un senso alla nostra esistenza e al destino che ci attende, la lettura rappresenta una palestra che ci aiuta ad interagire con il mondo.
“Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere”
La lettura, come le passioni e l’arte in generale possono riempire di senso il nostro tempo, ma soprattutto possono essere balsamo nelle tormente dell’esistere.
Il periodo della pandemia ha segnato indelebilmente le nostre vite, ma ha rafforzato il mio pensiero, i ragazzi che aveva coltivato passioni, letture, musica, teatro, cinema, sono riusciti a trovare la forza per resistere e reagire al distanziamento sociale. All’interno del libro c’è un capitolo, Tempo sospeso, dedicato appunto al momento della DAD e delle vite sospese che riescono a ritrovarsi tra letture e scritture.
“Nella nostra scuola organizzare l’evento di Natale è una tradizione molto sentita che coinvolge tanti studenti. Quest’anno non è possibile riunirci a teatro, per questo vogliamo girare un video e trasmetterlo in streaming. Questa iniziativa vuole essere un invito a vedere la vita con più leggerezza, anche in un momento così delicato. In ogni situazione, anche in quelle più difficili, ci deve essere spazio per la speranza”
“Una luce nei momenti bui, un modo per non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà e per restare in contatto con noi stessi”
“Proprio la speranza deve fare da filo conduttore a tutte le scene del video-spettacolo”.
“Dunque, mentre continuiamo a sperare e a sognare un futuro migliore, possiamo far tesoro dell’attesa. Soprattutto dobbiamo imparare a prenderci del tempo per fare qualcosa che ci faccia stare bene”

Uno dei temi su cui si innesta la sua riflessione è il cambiamento fisico adolescenziale. Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
L’inquietudine e lo spaesamento sono elementi dell’essere adolescente, appartengono alla paura e al desiderio di costruire e di costruirsi. Le ansie, le crisi, ma soprattutto i contrasti con i genitori sono tasselli indispensabili per l’affermazione del sé.
Il corpo cambia, le emozioni si modificano e si fanno più intense, sentono il bisogno di prendere le distanze dalla figura infantile e in questo turbinio di eventi il primo ad essere travolto è il rapporto con i genitori. Per ristrutturare la propria personalità, spesso, sentono il bisogno di demolire quella dei genitori. È proprio in questa situazione di instabilità che i genitori devono curare l’ambiente familiare per aiutare i ragazzi a trovare la propria identità, rispettare la ricerca di spazi solitari, sopportare gli sbalzi di umore, le incertezze, essere accoglienti. È importante, però, che l’adulto mantenga la propria autorità che il suo ruolo comporta pur adoperandola nella maniera più democratica possibile, incoraggiando, al contempo, lo sviluppo del senso di autonomia e responsabilità.
C’è un capitolo che in modo forte affronta il tema dell’adolescenza, Viaggi.

“Vedi figliolo, se ti concentri troppo su quello che pensi dovrà essere, non godrai mai di quello che sta succedendo. Se porti fretta al tuo destino, non proverai il gusto più saporito, ovvero quello dello scorrere della vita.
Devi imparare a lasciare che scorra, ma ciò non vuol dire lasciarsi completamente portare dalla corrente, altrimenti rimarrai perduto: il ragazzo della storia ha comunque dovuto remare.
Metti la tua forza di volontà in ciò che fai, ma non credere che forzare le cose porterà mai a qualche bene.

Professoressa, quale idea desidera che emerga dei rapporti umani tra generazioni, anche in riferimento alla sua esperienza di docente?
La parola che ripeto spesso, sia in classe che a casa è “rispetto”; credo che se i rapporti vengono costruiti sul rispetto sarà sempre possibile sanare incomprensioni e fratture. Avere rispetto significa essere aperti all’altro, avere la capacità di praticare un ascolto attivo, necessario per poter realmente entrare in empatia con l’altro, assumersi la responsabilità di comprendere ciò che dice l’altro, sospendendo giudizi e preconcetti, imparare a mettersi nei panni dell’altro, cambiare la focalizzazione. Anche in questo caso faccio riferimento a esperienze di ricerca- azione nel campo della pedagogia. Carl Rogers ci ha insegnato che bisogna ascoltare l’altro con attenzione, e in modo non direttivo, costruendo fiducia, rispetto ed empatia con l’interlocutore in modo che quest’ultimo possa esprimersi liberamente, senza paura di un giudizio affrettato e soprattutto senza pressioni.
L’ascolto attivo deve essere accompagnato dallo sviluppo delle competenze argomentative, bisogna guidare i ragazzi a riflettere e a costruire idee e pensieri attraverso solidi principi di autorità. La società ha bisogno di riappropriarsi della cultura, dell’educazione e del rispetto.

Giuseppina Capone