Incontro alla Casa dello Scugnizzo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”

 Oggi alle ore 10.30, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”, in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, organizza un incontro di informazione e formazione dal titolo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”.

“L’incontro – evidenzia Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – si inserisce nel programma di iniziative celebrative per il centenario della nascita di Mario Borrelli, fondatore della Casa dello Scugnizzo, il quale ha speso tutta la sua vita in difesa e supporto dei diritti dei più deboli, dei bambini, delle donne, e della pace”.

Un momento di riflessione che non si esaurisce con l’incontro previsto per il 25 novembre ma che vuole essere un appuntamento costante per parlare di diritti e di concreta tutela degli stessi in un periodo di particolare complessità quale quello che stiamo vivendo.

A portare i saluti il Presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus Prof. Antonio Lanzaro e dell’Arch. Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 del Comune di Napoli.

Interverranno: Dott.ssa Bianca Desideri, Giornalista-Giurista, Direttore “Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, condirettore della nostra testata giornalistica; Avv. Gelsomina La Gatta, esperta di diritto dell’immigrazione; Dott.ssa Assunta Landri, Psicologa-Psicoterapeuta, Consulente alla Procura presso il Tribunale di Napoli, Sportello d’ascolto psicologico ”FocsAscolto”; Dott.ssa Matilde Colombrino, assistente sociale, Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus.

Storie di grandi donne: Maria Montessori

Chi non ha mai sentito parlare di Maria Montessori? Una donna che, nonostante sia vissuta in un’epoca in cui l’università non era un luogo per le donne è diventata una scienziata e un’umanista eccezionale, nota in tutto il mondo.

Una donna, una delle prime a laurearsi in medicina in Italia, ha introdotto con il suo “metodo” per l’insegnamento definito tutt’oggi “metodo Montessori”, una vera e propria rivoluzione nell’educazione prescolare e primaria dei bambini di ogni classe sociale.

Nella presentazione della biografia uscita in edicola nella collana “Grandi donne” edita da RBA ci ha colpito il punto dove parlando dei suoi molteplici interessi e impegni come medico, scienziato, antropologa, femminista, educatrice, pacifista, viaggiatrice, viene sottolineato che Maria Montessori ebbe il coraggio di incarnarli tutti senza timore in un’epoca in cui alla donna veniva riconosciuto quasi come esclusivo il ruolo di angelo del focolare. E in un tale contesto la Montessori fu capace di essere protagonista e brillare di una luce che ancora oggi illumina la storia del progresso delle donne e dell’educazione scolastica. Il suo metodo si basava e si basa “sul potenziamento della creatività, sull’autonomia didattica dell’alunno e sull’apprendimento significativo” che nulla avevano a che fare con i metodi didattici allora seguiti. Una nuova stagione per tantissimi bambini ed educatori.

Alessandra Desideri

Quietare gli dei con nastri agli alberi

Girovagando in campagna, può capitare di scorgere, legati ai rami degli alberi, nastri, cenci o brandelli di stoffa.

Qualche volta, ciò suscita fastidio, disturbo, come se la natura fosse stata violata ed offesa.

Proviamo ad osservare i lembi di stoffa da uno speciale e diverso punto di vista: trasformiamo lo straccio in un oggetto magico, dal potere prodigioso.

Appena qualche secolo fa, nella Roma pagana vigeva una ritualità propiziatoria e scaramantica: fissare ai rami degli alberi fiocchi, stracci, fili di lana, bamboline o qualsivoglia figura ritagliata in un materiale delicato che oscillasse, dondolasse, fluttuasse all’aria.

L’oscillum, sventolando, decontaminava e depurava l’aria, allontanando e spingendo via i mali. Era necessaria siffatta pratica? Ebbene, sì, oltre che frequente.

I Romani reputavano che fatti e condotte fossero in grado di scatenare eventi luttuosi e letali: epidemie, conflitti, guerre, calamità come carestie ed inondazioni.

Talvolta, supponevano di aver ingiuriato, offeso ed oltraggiato una divinità: gli dei erano, per opinione comune, rancorosi, vendicativi, astiosi, ostili ed implacabili. Talora, ci si trovava a dover fronteggiare accadimenti considerati maledetti e dannati, ad esempio un’impiccagione.

Secondo i Romani, gli spiriti degli impiccati ritornavano fra i vivi come fantasmi, enti smisuratamente temuti. L’albero era infestato ad opera dell’impiccamento.

In qual maniera correre ai ripari? Appendendo un  oscillum.

Gli dei, in tal modo, si mitigavano; le inquietudini si allontanavano; i rischi si dissipavano. Oggi, gli atteggiamenti, le riflessioni sono ben differenti.

Che importa? E’ così evocativo e suggestivo osservare l’incanto di un fiocco al vento.

Giuseppina Capone

Alla scoperta delle meraviglie della Reggia di Caserta

La collana Novanta/Venti della redazione napoletana di La Repubblica, il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, si arricchisce di una nuova pubblicazione realizzata con la collaborazione di Guida Editori, uscita in questi giorni in regalo con il giornale. Il volume “La Reggia della Meraviglia. Caserta e Vanvitelli, l’eredità del genio” è dedicato alla splendida reggia vanvitelliana di Caserta.

Numerosi i contributi che accompagnano il lettore alla scoperta di una realtà in grado di evidenziare il ruolo e l’importanza del Sud nella storia come anche emerge nella introduzione da Maurizio Molinari “Per comprendere l’identità del Sud bisogna visitare la Reggia di Caserta. Nella grandiosità dei suoi spazi si respira ancora oggi l’aria di una città capitale di un Regno che è stato protagonista del Mediterraneo”, anche le creazioni ospitate nella reggia come il primo prototipo di un ascensore in tutta la penisola aiutano a riflettere “su un periodo nel quale il Sud d’Italia era in grado di competere con ogni altra regione, capitale, casa regnante“.

A curare il volume, che anticipa di poco l’inizio delle celebrazioni vanvitelliane del 2023, Ottavio Ragone, Cobchita Sannino, Antonio Ferrara. A raccontare, fra gli altri Autori che hanno dato un contributo alla realizzazione del volume, con l’entusiasmo e l’alta professionalità di chi dirige dal 2019 La Reggia di Caserta, Tiziana Maffei, la quale, con la sua descrizione necessariamente breve, esalta la bellezza e il palazzo della “Meraviglia” che per il sovrano Carlo di Borbone, diventato Re di Napoli nel 1734, doveva essere “più palazzo” di ogni altro.

Oltre a conoscere il capolavoro vanvitelliano attraverso le pagine di questa e delle numerose altre pubblicazioni dedicate a questa opera, quale migliore riscontro alle parole e alle immagini dei libro o dei video, se non vedere e ammirare con i propri occhi questa “Meraviglia”.

Antonio Desideri

Al Maschio Angioino la mostra delle sculture africane dei Songye

A Napoli fino al prossimo 15 gennaio 2023 è visibile uno dei più affascinanti eventi dell’anno all’interno della Cappella Palatina: I Sacri spiriti. I Songye nella Cappella Palatina al Maschio Angioino. Si tratta della mostra, inaugurata il 29 ottobre scorso, sulla scultura tradizionale dei Songye, una popolazione  bantu etnico africano della Repubblica Democratica del Congo.

All’interno della Cappella sono in esposizione 130 opere radunate da ConselliArt. La produzione è di Andrea Aragosa e Black Tarantella. Bernard de Grunne e Gigi Pezzoli sono i due esperti internazionali curatori della mostra, mentre l’Ambasciata della Repubblica Democratica del Congo a Roma, il Consolato della Repubblica Democratica Del Congo a Napoli, il Comune di Napoli, la Regione Campania, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Centro Studi Archeologia Africana di Milano e l’Università degli Studi di Napoli L’orientale, hanno tutelato e supportato questo evento.

La città partenopea è orgogliosa e onorata di ospitare le meravigliose opere dei Songye, soprattutto  perché Napoli è la prima città italiana a presentare la loro arte ma anche perché, in altri posti del mondo, le esposizioni che sono state fatte delle sculture dei Songye si possono contare sulle dita di una mano. Sebbene si tratti di opere originalissime e curate in ogni singolo dettaglio, degne della vera arte sofisticata, ogni scultura è stata realizzata accuratamente da fabbri, scultori, specialisti rituali che lavoravano con l’aiuto dei canti, preghiere per realizzare questi oggetti magico-protettivi. Si è sempre saputo che ogni opera è stata scolpita per essere utilizzata durante le funzioni rituali, ragion per cui, ogni singola scultura veniva realizzata secondo regole ben precise fatte di codici e modelli da rispettare. Per questo motivo, per tanti anni, si è ritenuto che l’arte africana fosse sempre stata prodotta solo per motivi religiosi, per riti spirituali o per migliorare la prosperità delle terre, per guarire da una malattia, per proteggersi dal malocchio e dalle forze negative, per invocare buona sorte, fecondità e benessere e, per molto anni si è stati certi che alcun oggetto sia mai stato creato esclusivamente per il fattore estetico, per dare spazio alla creatività di un’artista. E, quindi, queste opere non avevano valore di mercato nelle società tradizionali africane, oltretutto non potevano essere firmate in una società che non conosceva la scrittura. Ma l’intelligenza non è cultura e, nonostante ciò, ogni artista, sul proprio lavoro, incideva un personale segno che lo avrebbe riconosciuto. “L’etnologia dell’arte, sviluppandosi, scopre la creazione individuale e abbandona l’ideologia dell’anonimato”, sostiene l’etnologo Patrick Bouju. Tuttavia, la continua ricerca nell’etnologia sta pian piano eliminando la visione un po’ retrograda dell’arte africana. In questo modo, l’artista africano, viene stimato e ammirato e viene data a lui la possibilità di imparare il suo mestiere nelle botteghe (spesso di famiglia). Nasce così il vero mestiere dello scultore in Africa e ogni artista si distingue per le proprie società: alcuni dei più acclamati maestri sono gli Yoruba della Nigeria, mentre altri quaranta artisti sono di Fân du Woleu-Ntem. Questa mostra ha permesso non solo a noi di beneficiare della bellezza e della cultura, della storia delle sculture africane, ma di restituire a questo popolo la sua dignità anche nell’arte e dare una grande lezione al mondo intero: siamo tutti uguali, tutti abbiamo il diritto di realizzare ciò che desideriamo.

Alessandra Federico

Simone Beta: La donna che sconfigge la guerra. Lisistrata racconta la sua storia

Dopo la sua prima rappresentazione ad Atene nel 411 a.C., la Lisistrata di Aristofane scompare dal mondo letterario fino alla sua prima edizione moderna: Firenze 1516. Quali sono le ragioni dell’eclissi?

Le ragioni sono diverse. Tra le commedie rimaste, i maestri bizantini (che sono stati i principali utilizzatori di questi testi per motivi didattici) ne prediligevano altre, o perché meno legate all’Atene di Aristofane, e quindi più facili da leggere (come il Pluto), o perché avevano tra i loro personaggi figure più famose (come le Nuvole, dove troviamo Socrate, o le Rane, dove troviamo Eschilo ed Euripide). È anche per questo motivo che le tre commedie cosiddette ‘femminili’ (le Donne alle Tesmoforie e le Donne all’assemblea) sono state poco copiate e studiate nella tarda antichità. E poi la Lisistrata è conservata integralmente da un solo manoscritto, il Ravennate, che non era a disposizione del curatore della prima edizione a stampa (Marco Musuro), uscita nel 1498 a Venezia dalla stamperia di Aldo Manuzio.

Nel 411 Aristofane, massimo rappresentante della commedia attica “antica”, in un clima di rinvigorita ostilità, mette in scena Lisistrata, Colei che scioglie gli eserciti. Lisistrata è una donna ateniese, arcistufa, come tutte le altre concittadine, dell’inesauribile guerra che oppone la sua patria a Sparta. Proposta smaccatamente provocatoria o acre acrobatismo speculativo?

Né l’una né l’altro, credo. Più semplicemente, un tentativo di far ridere (che in fondo è il principale dovere di un comico), ma in modo serio. Non credo che Aristofane credesse nella praticabilità di una simile ipotesi. Ma era un modo di vedere una questione molto importante da un punto di vista insolito.

Idea unica in tutto il teatro comico, si eleva al ruolo di star nientedimeno quella fetta della società attica libera ma debole ed inascoltata, tuttavia partecipe tanto quanto gli uomini dei lutti e dei dolori della guerra.

Lisistrata racconta la sua storia: con quale obiettivo?

Per chi crede nell’indipendenza ideologica e politica di Aristofane (che non è cosa da poco in un intellettuale), la risposta è che Aristofane la scrive con l’obiettivo di far riflettere i suoi concittadini sull’assurdità di una guerra così lunga e così disastrosa (nonché, come la maggior parte delle guerre, così inutile).

Per chi lo vede invece come un sostenitore del partito antidemocratico (una fazione la cui voce si stava levando sempre più forte ad Atene, per meri motivi di interessi personali), Aristofane l’avrebbe scritta con l’obiettivo di dare il suo contributo personale alla caduta del regime democratico (cosa che effettivamente avvenne).

Letteratura, cinema, musica ed arti figurative. Lisistrata traccia la progressiva riscoperta che l’ha fatta diventare la commedia più famosa di Aristofane. Cosa stuzzica la curiosità intorno a quest’opera? Forse, lo “sciopero del sesso”?

Senz’altro. È questa l’idea geniale (ancorché assurda, e nella realtà assai poco realizzabile – ma è un destino che Lisistrata condivide con altre trovate di Aristofane, come, negli Uccelli, la costruzione di una città a metà strada tra il cielo e la terra) dalla quale dipende lo straordinario successo della commedia, che cresce di pari passo con il cadere di certe prevenzioni di tipo censorio dovute al sottofondo erotico che la caratterizza.

Lisistrata è una ribelle, una dissidente rispetto alle convenzioni sociali oppure questa è una lettura semplicistica di un personaggio da millenni esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica?

Non è una ribelle (perché il suo obiettivo non è quello di cambiare la situazione delle donne nel mondo greco, ma semplicemente quello di tornare alla vita di tutti i giorni, caratterizzata dalla pace e dai suoi vantaggi), né una dissidente rispetto alle convenzioni (che comunque, tendenzialmente, rispetta). Si tratta di una lettura che ne sottolinea, a volte in modo anacronistico, alcuni aspetti. Ma le interpretazioni delle opere letterarie antiche sono sempre state influenzate dai modi di pensare moderni – e quindi a volte bisogna accettare gli anacronismi.

 

Simone Beta insegna Lingua e letteratura greca all’Università di Siena. Ha scritto sul teatro (la commedia), sulla poesia (l’epigramma), sulla retorica e sul vino. Presso Einaudi ha curato i seguenti volumi: Terenzio, La donna di Andro (2001); Lirici greci (2008); Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone (2009). Ha pubblicato, sempre presso Einaudi, Il labirinto della parola (2016).

Giuseppina Capone

Addio a Keith Levene, il musicista rock degli Anni ‘70

Keith Levene è morto all’età di 65 anni lo scorso 11 novembre, secondo quanto riportato dallo scrittore Adam Hammond attraverso un post sui social network:  “È con grande tristezza che comunico che il mio caro amico e leggendario chitarrista dei Public Image Limited Keith Levene è morto venerdì 11 novembre”.

Julian Keith Levene  nasce a Londra il 18 luglio del 1957 ed è stato un valente chitarrista e compositore britannico. Keith è ricordato soprattutto per aver dato vita a due dei più celebri gruppi musicali rock degli Anni ‘70: i Public Image e i Clash.

Il suo primo esordio nel mondo della musica è stato quello di roadie per gli Yes. Poco tempo dopo, il re del rock, riesce a prendere un accordo con Mick Jones, con il quale, da lì a poco, crea la band dei Clash. Fu proprio grazie a questo nuovo gruppo musicale che i due musicisti riuscirono a far inserire Joe Strummer nella band. Ma, malgrado la band fosse stata ideata anche da Keith, per motivi di disaccordi riguardo la direzione stilistica, fu ugualmente allontanato e, nel 1978, fondò, con l’ex Sex Pistols Johnny Rotten, i Public Image. Sembra che proprio durante la sua carriera musicale con i Public Image Keith Levene rinnovasse la funzione della chitarra; un completo cambiamento della musica rock degli Anni ‘70, la scoperta di un nuovo quanto innovativo suono che fino a quel tempo non era mai stato sperimentato.

“Tutti possono suonare la chitarra ma io non voglio farlo come nessun altro”. Le parole di Levene suonavano forti e sicure di sé proprio come la sua musica e, infatti, l’originalità del musicista britannico era proprio quella di trovare il lato positivo anche negli errori, che egli chiamava errori volontari. Trasformava ogni suo sbaglio in una nuova scoperta, in un pretesto per scoprire nuove note musicali e comporre pezzi del tutto moderni.

Alessandra Federico

Al Circolo della Stampa di Avellino

Serata ricca, colta e al femminile quella che, organizzata dall’infaticabile Giovanna Scuderi, titolare dell’omonima casa editrice, avrà luogo mercoledì 16 novembre, alle 17, presso il Circolo della Stampa di Avellino, con la partecipazione del presidente dell’associazione “Garden Club Verde Irpinia” Gabriella Barra, della scrittrice e storica Gaetana Aufiero e della psicologa Giuseppina Marzocchella. Nel corso dell’evento, intitolato “Violare il Silenzio”, anche Susanna Puopolo, autrice ed interprete del testo “Vestiti a Lutto”, le letture degli autori Amalia Leo, Antonietta Urcioli, Giuseppe Vetromile, Monia Gaita e Ilde Rampino, l’esibizione della cantautrice Patrizia Girardi e l’intervento di Angela Cutillo che “rivivrà” un dipinto di Dorotea Virtuoso con le parole di Maria Reggio.

Casa dello Scugnizzo: “Un sorriso alla salute”

Nell’ambito del programma di celebrazione del centenario della nascita di Mario Borrelli (1922 – 2022), fondatore a Napoli della Casa dello Scugnizzo, in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3 sarà possibile partecipare all’iniziativa di prevenzione dentale “Un sorriso alla salute” grazie alla collaborazione con lo Studio odontoiatrico del dott. Vincenzo Surrianelli, sito all’interno della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, presieduta dal prof. Antonio Lanzaro.

La prevenzione, anche nel caso di quella odontoiatrica, è essenziale per mantenere la salute dei denti ed evitare che patologie  anche che non manifestano immediati sintomi od evidenze possano nel tempo mettere a rischio l’integrità del sorriso e la salute stessa dell’apparato dentale e della bocca.

Presso lo Studio  Surrianelli sarà possibile sottoporsi a visita di controllo odontoiatrica a titolo gratuito nel mese di novembre 2022 nei giorni  14 – 21 – 28  dalle ore 10:00 alle ore 13:00.

Per prenotare la visita è possibile contattare la Segreteria della Fondazione allo 081-5641419 o direttamente lo Studio Surrianelli al 3803241167.

Un’iniziativa che si inserisce  nelle attività della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus che vengono realizzate non solo a supporto del territorio di Materdei in cui si trova la sua sede ma estesa a quanti vogliono conoscere una realtà che da oltre settant’anni lavora e opera in favore delle fasce più deboli della popolazione.

4 novembre: per non dimenticare

Stamani le note della leggenda del Piave, conosciuta anche come La canzone del Piave, Il Piave mormorava o semplicemente Il Piave, brano composto nel giugno 1918 dal maestro napoletano Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario) e quelle dell’inno nazionale, sono risuonate nell’aria accompagnando le celebrazioni del 4 novembre all’Altare della Patria in occasione del Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate.

Nei giorni scorsi il “Treno della Memoria” aveva percorso il nostro Paese  in ricordo del convoglio che 101 anni fa trasportò a Roma la salma del milite ignoto e che quest’anno, dopo il viaggio del centenario, ha di nuovo attraversato l’Italia, da Trieste a Palermo, transitando in 730 stazioni e sostando in 17.  Nel 1921 la salma del “Milite Ignoto” fu scelta tra 11 corpi non identificati da Maria Bergamas, una madre italiana che aveva perso un figlio nella Prima Guerra Mondiale, in rappresentanza di tutte le donne che avevano avuto figli caduti in guerra. La salma, trasportata su un convoglio speciale che partì da Aquileia per arrivare a Roma dove sarebbe stata tumulata.

La celebrazione del 4 novembre fu istituita nel 1919 per commemorare la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale. Fu scelta questa data che coincideva con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti (firmato il 3 novembre 1918) che sancì la resa dell’Impero austro-ungarico all’Italia.

Un giorno in cui ricordare non solo i caduti della Prima Guerra Mondiale ma anche del Secondo conflitto mondiale e di tutte le guerre combattute o che si stanno combattendo.

In questo giorno il mio pensiero va in particolare al giovane Francesco Altomonte, insignito di riconoscimento al valor militare, caduto a soli 23 anni a Tobruk il 12 ottobre 1942 durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era imbarcato su una torpediniera di scorta ad un convoglio. Il sacrificio e il nome di Francesco, che non ho potuto conoscere se non attraverso le fotografie e i ricordi di famiglia, è stato giustamente ricordato con altri caduti in guerra nella lapide collocata in piazza dei Martiri a Palizzi Marina in provincia di Reggio Calabria.

Bianca Desideri

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