La democrazia nel XXI secolo

Il calo della democrazia degli stati nel mondo attuale  inducono a ricercare le ragioni, che sembrano essere sia economiche sia geo-politiche.

In questo ultimo decennio i diritti politici e le libertà civili garantiti dagli stati democratici sembrano essere sotto attacco e recentemente la situazione si molto acuita in tutte le regioni del mondo.

Non molto tempo addietro, dopo la seconda guerra mondiale e, soprattutto dopo la caduta dell’impero sovietico, i regimi democratici sembravano avere vinto la loro secolare battaglia.

Questo lo riporta uno studio che ogni anno Freedom House, un’organizzazione americana indipendente, pubblica attraverso un rapporto, “Freedom in the World”, che riporta le valutazioni sul grado di libertà di oltre 200 paesi. La metodologia adottata assegna ad ogni paese  un indicatore sintetico che può oscillare da 0 a 100. Questo a sua volta è composto da 25 indicatori, che oscillano tra 1 e 4 e misurano il grado di libertà in base a diversi parametri che traggono origine dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Secondo Freedom House, la percentuale di Paesi che possono considerarsi democratici (in termini di diritti politici, civili, economici, di opinione e altro), dopo essere cresciuta dal 35 al 48 per cento fra il 1987 e il 2007, si è ridotta al 45 per cento negli ultimi dieci anni e Paesi come Turchia, Venezuela, Ungheria e Polonia, che parevano essersi avviati a diventare solide democrazie, hanno riportato un duro peggioramento negli ultimi anni. Anche se esistono Paesi in cui il sistema politico e civile è migliorato, si è invece ampliata la forbice fra il numero degli stati in peggioramento e in miglioramento. I segnali più preoccupanti provengono dagli Stati Uniti, per molti decenni considerato paese leader dei valori democratici e sia Freedom House che The Economist Intelligence Unit, da qualche tempo, non assegnano più un punteggio pieno agli Usa, anche se i meccanismi presenti nel sistema statunitense risultano ancora saldi, nonostante la leadership americana nel mondo sia in calo.

Alla caduta dell’egemonia americana non ha corrisposto un maggiore intervento dell’Europa e del Giappone, cioè delle economie liberali storiche, ma si è assistito ad un aumento dell’attivismo dei due paesi tradizionalmente autocratici, Russia e Cina.

La prima ha cercato di interferire nelle ultime elezioni americane, francesi e tedesche e, forse, italiane, supportando i partiti xenofobi, e sostenendo militarmente i regimi autoritari nel Medio Oriente.

La seconda, presenta ambizioni egemoniche più globali e il potere economico è stata la migliore arma. La recente decisione di abolire il limite di eleggibilità del presidente in Cina, il rigido controllo dei social network e la forte repressione dei dissidenti residenti all’estero, sembra rendere più improbabile il passaggio del sistema verso la democrazia.

Oggi il mondo è diventato multipolare e il modello occidentale si è rivelato meno seguito da numerosi paesi emergenti sul piano economico, che considerano la democrazia un sistema non efficiente. La Cina è un esempio. Si tratta di una sfida da dover affrontare con determinazione, perché è evidente come i paesi meno democratici siano più inclini a seguire i conflitti militari.

Danilo Turco

I premi ai banchieri

La regola europea pone un limite ai premi dei banchieri, ma continua in molti casi a essere aggirata, ma l’Italia è in buona posizione nel confronto internazionale

Le norme europee definiscono un limite ai compensi dei manager bancari detti premi (in denaro, azioni o opzioni) che sono legati ai risultati aziendali. Tale quota non dovrebbe superare la cifra corrispondente allo stipendio fisso, o massimo al doppio solo con l’approvazione dell’assemblea dei soci, ma accade che la regola viere raggirata con il trucco di non farsi classificare dalla banca per cui si lavora, come “rilevante” per il rischio della banca stessa e in questo caso il limite non si applica.

Il recente rapporto della European Banking Authority evidenzia che i miglioramenti sono marginali. Il vincolo stabilito ha la finalità di limitare l’effetto perverso che questi premi introducono, cioè, ritenere che se le cose vanno bene grazie al manager va assegnato il premio e se vanno male si annulla il premio. Su questo la situazione non è la stessa in tutti i Paesi europei e in nove, tutti gli high earners sono classificati come “rilevanti” per il rischio della banca e come tali soggetti al limite dei premi ricordando la direttiva europea, che indica che siano ritenuti “non rilevanti” in casi eccezionali, motivati e approvati dalle autorità di vigilanza. Ma in alcuni Paesi la quota dei “non rilevanti” lascia intendere che non si tratta di casi isolati, infatti anche in Germania la quota arriva al 25%.

L’Italia poi, presenta 172 manager bancari che guadagnano oltre il milione di euro e 32 di essi non sono classificati come “rilevanti”, quindi non sono soggetti al limite e molti di essi lavorano nel settore dell’investment banking. Sul totale degli high earners, il rapporto medio tra variabile e fisso è del 72 per cento: assai più basso della media europea. Una volta tanto, il nostro paese si pone in buona posizione per l’Europa.

Danilo Turco

L’utilizzo dei fondi europei in Italia

In Italia non si parla mai di fondi Ue, ma se si analizzano i dati, emerge che esiste una seria difficoltà di spesa. Questo fatto impone  un ripensamento della costruzione funzionale della politica di coesione in vista del prossimo  negoziato sul bilancio dell’Unione.

In Italia manca ancora un primo documento ufficiale che certifichi il livello di spesa per il periodo 2014-2020, ma basta consultare i  dati della Commissione europea per rilevare che l’Italia, a marzo 2018, è all’8 % della spesa, risultando agli ultimi posti insieme a Malta, Croazia e Spagna. Va poi evidenziata l’alta possibilità di spesa offerta che si rifà a oltre 75 miliardi di euro, risultando il secondo stato membro beneficiario, dopo la Polonia, che invece ha speso in valore assoluto più del doppio dell’Italia.

Dai dati della Commissione emergono numerosi spazi finanziari disponibili per l’attuazione della politica di coesione in Italia. Infatti a marzo 2018 risulta allocato solo il 42 per cento del budget. Restano così 44 miliardi di euro da associare a singoli progetti che avrebbero potuto risolvere questioni e problemi emergenti riguardanti gli investimenti pubblici.

In Italia non sono bastati oltre quattro anni per programmare progetti di crescita e sviluppo, e quindi neanche per spendere. Questo accadde anche nel ciclo 2007-2013, ma alla fine si è riusciti a certificare quasi tutto, perdendo qualche decina di milioni di euro.

Non è bastata la nascita dell’Agenzia per la coesione e del dipartimento per le politiche di coesione, per invertire le sorti di questa difficile missione italiana. Anzi, proprio l’Agenzia, che negli obiettivi avrebbe dovuto accelerare i meccanismi di spesa ed entrare in surroga delle amministrazioni meno efficienti, fa registrare per i due Pon (Programma operativo nazionale) di cui è autorità di gestione, i livelli di spesa più bassi (0,3 per cento per il Pon Gov. e 0,5 per cento per il Pon Metro). Risulta difficile per le amministrazioni  svolgere il ruolo di stazioni appaltanti, sia per le difficoltà oggettive introdotte dalla riforma del codice degli appalti e sia, per le attività di progettazione, attivate in tavoli di concertazione che durano anni. Per risolvere occorrerebbe decidere di rimettere mano alla governance dei fondi strutturali e ripensare a nuovi strumenti per la politica di coesione, che nella contribuzione al bilancio dell’Unione,siano lasciate nelle casse degli stati membri più risorse vincolate all’attuazione di una politica di coesione a sfondo sia europeo e sia nazionale insieme, per meglio rispondere ai bisogni immediati di crescita,con investimenti mirati sui singoli territori.

Danilo Turco

Nuovi accordi fra USA e Cina

Anche se la guerra dei dazi tra Usa e Cina sembra rientrata, resta da chiedersi: cosa accadrà in futuro, vista la dipendenza della crescita mondiale da quella cinese?

L’accordo con Xi Jinping è stato trovato dagli Stati Uniti, ma la tensione delle relazioni economiche tra i due Stati ha sollevato una questione di ampie proporzioni sugli squilibri delle partite correnti delle due economie più grandi del mondo.

Va ricordato che la crescita mondiale dipende strutturalmente da quella cinese che nel 2017 è stata del 35 per cento (circa il doppio rispetto agli Stati Uniti). Infatti, se da una parte si assiste al fatto che la “fabbrica del mondo” la cinese, ha spiazzato investimenti e depresso il livello dei prezzi in numerosi settori e in molti paesi, accade che d’altra parte la domanda di consumatori e imprese cinesi ha sostenuto la produzione e l’export di molti altri e diversi paesi, non solo avanzati, ma anche emergenti e poveri. Per questo nessuno si augura un rallentamento dell’economia cinese causato eventualmente da una guerra commerciale minacciata tempo fa da Trump.

A Pechino il 19 maggio i negoziatori hanno fugato i timori di una guerra commerciale, ma non quelli di un forte ribilanciamento, che gli Stati Uniti vogliono accelerare in Cina. Infatti, se si va ad osservare con attenzione, il vero motore cinese per lo sviluppo è stato l’accumulazione di capitale che nel 2014 ha raggiunto un picco del 45% del Pil, per poi iniziare a rallentare con lo sviluppo dei settori delle costruzioni e delle infrastrutture, che sono andati a compensare la minor vivacità dell’export dovuta al crollo della domanda mondiale durante gli anni della crisi. Ma poi, con la diminuzione di fabbisogno di infrastrutture e di abitazioni si è avuto un ulteriore rallentamento del trend dello sviluppo,giunto al 6-7% annuo, e non più del 10%. Infine, sono venuti meno gli altri due pilastri della crescita e precisamente:

la diminuzione della popolazione attiva, registrato ininterrottamente dal 1960, per l’aumento delle generazioni anziane e una diminuzione del tasso delle nascite (per l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro urbano), per cui sembra che anche la Cina diventi“un paese di vecchi”, rispettando la tendenza occidentale, ma senza essere diventato un paese ricco;

l’andamento della crescita della produttività, che è fortemente legato alla crescita dell’export per poter competere sui mercati globali, come presentato dai dati di Conference Board analizzati da Capital Economics, si vede che dal 1960 i paesi che hanno saputo generare una crescita della produttività sono anche quelli con la maggior crescita delle esportazioni e raramente, (solo nell’1,2%dei casi) si è registrato un aumento di produttività che non fosse associato a una forte capacità di esportare. Questo ci chiarisce come sia difficile per la Cina, dal momento che l’export cinese mondiale ha raggiunto il 13 per cento e la domanda estera di beni cinesi è arrivata anch’essa al traguardo e associato a questo si rileva una diminuzione dei consumi.

E’ dunque necessario agire in favore di “un cambiamento strutturale”, come indicato dal rappresentante del Commercio Robert Lighthizer, ma senza bloccare quel meccanismo che ha da sempre contribuito alla crescita mondiale, che è fondato sul commercio estero e sugli investimenti nei settori di esportazione.

Danilo Turco

Diritto per l’impresa, la nuova pubblicazione di Antonella Batà

Il volume “Diritto per l’impresa” di Antonella Batà, ricercatore confermato presso la Scuola Politecnica e delle Scienze di Base dell’Università degli studi di Napoli Federico II pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane, oltre ad essere destinato agli studenti dei Corsi di Laurea in Ingegneria gestionale è anche un utile strumento di consultazione per coloro che studiano il settore industriale e per coloro che svolgono un’attività professionale nell’ambito imprenditoriale.

Il volume si sviluppa in otto capitoli. Aprono la pubblicazione le presentazioni di Giuseppe Bruno, ordinario di Gestione dello Sviluppo Imprenditoriale presso l’Università degli Studi Federico II e Mario Raffa, ordinario di Gestione dello Sviluppo Imprenditoriale presso l’Università degli Studi  di Napoli Federico II. L’Autrice, nello sviluppo dei capitoli, tratta: i concetti introduttivi, le obbligazioni e i contratti,  l’imprenditore e l’imprese, l’impresa collettiva: le società, le aggregazioni di imprese,  l’azienda, l’impresa ed il mercato, la contrattazione di impresa. In un unico volume Antonella Batà riesce a fornire tutti gli strumenti utili ad un ingegnere, anche se appartenenti a diverse branche del diritto. Il volume e le tematiche sono trattate con una “esposizione sintetica, ma non semplicistica” che utilizza “un linguaggio essenziale, depurato da n eccessivo ricorso ai tecnicismi giuridici che necessariamente caratterizzano la manualistica del diritto” per dirla con le parole del professor Giuseppe Bruno. E ancora “il lavoro riesce ad assolvere alla duplica funzione che è alla base della “missione” di un libro universitario. Essere, cioè, uno strumento  di supporto all’attività didattica in cui si evidenziano gli aspetti di collegamento interdisciplinare, ed essere un oggetto di consultazione per chi, non più studente, abbi ala necessità di accedere, senza particolari propedeuticità culturali, ad argomenti che sempre più frequentemente e significativamente intervengono nell’attività professionale.

Il lavoro di Antonella Batà per il professor Mario Raffa ha un grande merito “fornisce all’ingegnere una serie di conoscenze sul diritto d’impresa quasi mai familiari nelle scuole di ingegneria. Il tutto fatto con un metodo che mette insieme la tradizione umanistica con quella tecnica e tecnologica.  Si produce così una strumentazione interpretativa che aiuta a capire la complessità dell’impresa attuale, nonché il suo ruolo nelle reti nazionali ed internazionali alla luc del fenomeno della globalizzazione”.

Salvatore Adinolfi

Le guerre commerciali con i loro risultati

Usa e Cina, con la controversia innescata fra i due Paesi, con le sanzioni minacciate, darebbero vita a un gioco pericoloso sia per i due Paesi e sia, per gli scambi internazionali.
Si paventa che le mosse del presidente Trump in materia di politica commerciale potrebbero sfociare in una disputa fuori controllo (Financial Times), visto che gli Stati Uniti colpiscono i settori strategici in cui la Cina sta cercando di crescere, sia in termini di quota di mercato globale che nel livello tecnologico, seguendo la dottrina “Manufacturing 2025” voluta da Xi Jing Ping. Una strategia questa che a stretto giro potrebbe non portare bene, visto che a novembre negli Stati Uniti si vota per il rinnovo di metà Camera e Senato, per cui alcune industrie e stati americani potrebbero essere particolarmente colpiti dalla ritorsione cinese. Quindi, appare difficile trovare spazi di ottimismo per una risoluzione consensuale della suddetta controversia.
Nel momento in cui le sanzioni minacciate dovessero attivarsi, la posta in gioco appare troppo alta per entrambi i paesi per cui anche nel commercio internazionale sembra valga il detto “se vuoi la pace, prepara la guerra” e attualmente si è in attesa dell’annuncio di una nuova rappresaglia cinese, senza comprendere dove questa insensata guerra commerciale condurrà il sistema degli scambi commerciali internazionali, il principale motore della crescita economica mondiale.
Danilo Turco

Il reddito di cittadinanza: in Finlandia e… in Italia

Il governo Finlandese non proseguirà l’esperimento di un assegno mensile di circa 560 euro ai disoccupati, ritenendo i sussidi alti e non stimolanti a cercare lavoro. In Italia si discute sulla proposta del M5Stelle.
In Finlandia, già a dicembre 2017, il Parlamento aveva approvato una nuova legge che condizionava il mantenimento degli assegni a un’attività lavorativa pari ad almeno 18 ore ogni tre mesi, senza le quali i versamenti sarebbero stati ridotti, proprio per invogliare i cittadini al lavoro. Nel 2019 il governo della Finlandia avrebbe dovuto avviare la seconda fase dell’esperimento, versando il sussidio anche ad alcuni occupati, ma questa proposta del progetto non si realizzerà, considerati i risultati raggiunti da tale sperimentazione, risultati che saranno pubblicati il prossimo anno, ma il ministro delle Finanze di Helsinki, Petteri Orpo, in una sua intervista al quotidiano Hufvudstadsbladet, ha anticipato che i sussidi risultavano alti e questo fatto non incentivava il disoccupato a cercare un lavoro. D’altra parte, appaiono delusi gli esperti che avevano sostenuto l’iniziativa, osservando che due anni di osservazione sull’esperimento sono da ritenere troppo brevi per poter trarre conclusioni attendibili. Secondo loro si sarebbe dovuto concedere al progetto più tempo e più denaro per ottenere risultati affidabili, è l’opinione del professor Olli Kangasin una sua intervista all’emittente televisiva finlandese YLE.
Cosa accade oggi in Italia? La proposta del reddito di cittadinanza (Rdc) è stata presentata dal M5s e prevede un reddito di disoccupazione, ma che risulta condizionato alla partecipazione attiva al mercato del lavoro. Cioè il meccanismo funzionerebbe in tal modo: il lavoratore scoraggiato si iscrive al centro per l’impiego (Cpi). La suddetta iscrizione comporta lo sforzo attivo di ricerca di un lavoro (coadiuvato dal Cpi), remunerato dal Rdc. L’erogazione del reddito è condizionata a non rifiutare più di tre offerte di lavoro (se “consone”), pena la perdita del beneficio. In tal caso il Rdc è in realtà un reddito di disoccupazione che risulta però condizionato alla partecipazione attiva al mercato del lavoro, che richiama alcuni aspetti della teoria sul lavoro e la disoccupazione di Keynes. I critici sulla proposta ritengono che i finanziamenti al Rdc produrrebbero un forte incremento del deficit e poi, in generale, effetti minimi su occupazione e reddito.
Danilo Turco

Il Sud e l’Italia per uno sviluppo sostenibile

Anche se ancora elevato il divario di sviluppo del Sud con le regioni del Centro-Nord, oggi lo Stato sta attuando misure che pare abbiano innescato  una inversione di tendenza.

Il divario economico fra Sud e Centro-Nord dagli anni Ottanta, si è ampliato sempre più.   Una peculiarità storica che ha reso unica nel suo genere la questione meridionale in Europa, rendendo lo sviluppo del Mezzogiorno una grande questione nazionale italiana: il modello fondato sulla delega alle regioni da parte dello stato, finanziatore/arbitro, non ha generato i risultati sperati in termini di sviluppo economico, e di crescita delle capacità amministrative.

Al Sud  la struttura dimensionale delle imprese è meno adeguata a recepire il tipo di misura di Industria 4.0  con i suoi incentivi, per cui il primo obiettivo è quello di rafforzare il tessuto di imprese sane e in grado di crescere, con fondi e il credito d’imposta Sud.  Inoltre la questione dimensionale è centrale per sviluppare le capacità adeguate ad inserirsi nelle catene globali, le zone economiche speciali (Zes), aree con una struttura di governo agile, una normativa semplificata e poche incentivazioni fiscali, che possono coinvolgere aree portuali, retroportuali o industriali. Dal 2008 al 2014 il Mezzogiorno d’Italia ha perso più di 13 punti di Pil, quasi il doppio del resto del paese e negli ultimi due anni è ripartito a tassi maggiori del Centro-Nord, seppur di poco. Infatti, nel biennio 2015-2016 il Sud è cresciuto del 2,1 per cento , il Centro-Nord dell’1,5 per cento, una inversione di tendenza che fa ben sperare, ma insufficiente a riconoscere un recupero stabile del divario. Non bisogna abbassare la guardia, occorre continuare ha operare in termini innovativi con costanza e rafforzando e consolidando in contemporanea, quanto viene costruito nel tempo.

Danilo Turco

Tagliare l’irpef può realmente incentivare le nascite?

Appare essere una buona idea contrastare la bassa natalità in Italia attraverso  la riduzione della tassa IRPEF e rappresenta una misura che potrebbe favorire la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Un intervento sull’Irpef a favore del secondo figlio è un modo di ridurre la tassazione sul reddito da lavoro delle donne, incoraggiando così la loro partecipazione al mercato e quindi di favorire la scelta delle madri di continuare a lavorare dopo la nascita dei figli. Questo rappresenterebbe una condizione concreta e fattibile e consentirebbe alle coppie di decidere di avere  anche un secondo, se non un terzo figlio. Solo l’occupazione di entrambi i coniugi può infatti assicurare quelle risorse necessarie per poter crescere i bambini. Questo intervento  non ha vizi di incostituzionalità, come la tassazione differenziata per genere o la tassazione familiare, implicita nel quoziente familiare.

La relazione tra natalità e tassazione è un fatto non analizzato perché per sua natura non appare immediato, ma di certo nella società contemporanea merita una riflessione. Le politiche a sostengo della natalità richiedono oggi una corretta rappresentazione della relazione che esiste non solo tra tassazione del reddito e occupazione femminile, ma anche tra quest’ultima e la fecondità.

Infatti, se nel 1980 la relazione era negativa, oggi appare positiva e inversa rispetto ad allora. Cioè, nel 1980 il numero medio di figli per donna era più alto nei paesi dove si registravano bassi tassi di occupazione femminile, mentre negli anni Duemila la relazione risulta opposta, il numero medio di figli per donna è più alto laddove  il tasso di occupazione femminile è più alto.  A riguardo confermano gli ultimi dati Oecd (2014) mostrano che in Europa i paesi con tasso di occupazione delle madri tra il 72 e l’83 per cento, registrano tassi di fecondità tra l’1,7 e il 2 e sono  Svezia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Finlandia, Francia. All’estremo opposto si trovano paesi come Polonia, Italia, Grecia, Spagna, Malta, Cipro e Ungheria con tassi di occupazione femminile delle madri tra il 50 e il 70 per cento, che sono associati a tassi di fecondità tra l’1,3 e l’1,4.

Nel nostro Paese,  si ottiene lo stesso risultato se si osservano i dati regionali su partecipazione femminile al mercato del lavoro e fecondità: sono le regioni del Sud che registrano i valori più bassi di ambedue gli indicatori.

E’ quindi necessario oggi saper ben definire le politiche da intraprendere, con obiettivi precisi e fondati su una corretta conoscenza dei fenomeni sociali sottostanti e che fanno tutti riferimento al generale contrasto alla povertà.

Danilo Turco

Industria 4.0 e i dottorati universitari

“Imparare facendo” rappresenta lo strumento per svolgere ricerca e studi innovativi per l’industria di oggi.

I cambiamenti che stanno oggi avvenendo nel mercato del lavoro fanno tornare in auge il concetto di “disoccupazione tecnologica” di John Maynard Keynes, che presentò negli anni Trenta del secolo scorso per spiegare gran parte della crisi di Wall Street.

Ecco allora che paure e conflitti antichi tornano alla ribalta (uomo contro macchina, materiale contro immateriale) procurati dalla innovazione che è comunque inarrestabile.

Ogni epoca ha avuto le sue rivoluzioni (industriali, intellettuali, scientifiche, tecnologiche e sociali) la moneta, la macchina a vapore, l’elettricità, l’iperuranio, il Pc e Internet, lo smartphone, novità ha abolito il passato aprendo una finestra sul futuro e nel fare questo produce disagi alla vita dell’uomo.  Come può difendersi l’uomo da questo malessere?

Rispondere che in un mondo “liquido” occorre imparare a nuotare non basta, è solo una risposta teorica… Occorre ad esempio un approccio alla formazione nuovo, il learning by doing (imparare facendo), che coinvolga più soggetti e istituzioni, dove imprese e università operino assieme, a favore dell’industria 4.0, trasferendo lo studio dalle aule scolastiche e universitarie, alle imprese e in tal modo l’alternanza scuola lavoro è da ritenere solo un primo passo ad esso si aggiunge l’apprendistato scolastico da realizzare e gli istituti tecnici superiori da rinforzare.

A riguardo il presente Governo italiano ha predisposto delle misure e dei fondi indirizzati anche ai cosiddetti dottorati industriali e intersettoriali, nell’ambito della Strategia nazionale di specializzazione intelligente 2014-2020 e del piano Industria 4.0 del “Piano Calenda”.

A riguardo già nel 2011 la Commissione europea intendeva promuovere azioni formative innovative nei Principi per una formazione dottorale innovativa per un approccio europeo, con percorsi innovativi, interdisciplinari, che offrissero ai dottorandi competenze trasversali, coinvolgendo anche le imprese.

Le linee guida del MIUR richiamano questi principi comunitari e chiariscono che i corsi accreditati con la dicitura “dottorati industriali” potranno essere: i corsi in convenzione con le imprese (articolo 11, comma 1, del Dm 45/2013) con la possibilità anche di riservare un numero di posti ai dipendenti di una o più aziende (articolo 11, comma 2, del Dm 45/2013) (tipo 1); i corsi di dottorato convenzionale che hanno, al proprio interno, dei curricula realizzati in collaborazione con le imprese (tipo 2). Tra i temi di ricerca, una priorità sarà data proprio a Industria 4.0.Il Miur ha quindi predisposto il nuovo bando del Pon Ricerca e innovazione 2014-2020 per il finanziamento di dottorati innovativi a caratterizzazione industriale nelle regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) e in transizione (Abruzzo, Molise, Sardegna). Alcune università si son già attivate, ma altre ancora non rispondono all’appello. La logica da attivare deve essere di ecosistema, Stato, Università e Industrie, una logica giusta per attuare un rinnovamento creativo, con la collaborazione fra queste tre sfere istituzionali e complementari, proprio per far ripartire il motore dell’innovazione che risulta fermo da un po’ di tempo e per non arretrare come paese europeo.

Danilo Turco

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