Lo scenario Ryanair sta cambiando

Ryanair ha riconosciuto i sindacati e accettato di dialogare con loro, ma in realtà non è altro che un tentativo di calmare le acque. Infatti, sono già state inventate le auto a guida autonoma e sono in fase di sperimentazione anche se non possono ancora sostituirsi a quelle a guida umana e per far volare gli aeromobili occorrono ancora piloti ed equipaggi. La verità è che per formare piloti occorre sostenere costi onerosi e impegnare molto tempo. Per questo, la domanda di piloti, in un mercato del trasporto aereo in accelerazione, risulta essere più dinamica rispetto all’entrata sul mercato del lavoro di nuovi piloti formati e va a generare scarsità e tendenza alla crescita dei loro salari.

E’ stata questa recente accelerazione del mercato che ha influenzato i cambiamenti di scenario, cogliendo Ryanair di sorpresa.

Nell’immediato futuro è evidente come le condizioni di utilizzo dei piloti di Ryanair e la loro remunerazione economica siano destinate ad avvicinarsi a quelle dei vettori tradizionali. Va quindi osservato come non sia l’aumento di stipendio ai piloti a minare la competitività di Ryanair, per questo la soluzione risulterebbe semplice: basta aumentare lievemente il costo dei biglietti e apportare una piccola riduzione dei profitti. Invece, occorre che Rayaner investa di più per affrontare lo scenario futuro di accelerazione di mercato.

Danilo Turco

La nuova via della seta verso la Cina

Oggi ci si chiede quale effetto produrrà la Belt and Road Initiative (Bri),  nuova frontiera della globalizzazione economica, quali le implicazioni possiamo attenderci sul commercio internazionale? Di certo il potenziamento delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto terrestre e marittimo ne ridurrà i tempi e i costi, ma anche nuove relazioni commerciali  potranno rivelarsi convenienti tra gli stati che oggi sono tra di loro isolati o proibitivamente distanti. A riguardo attualmente va riconosciuto come la carenza di collegamenti internazionali nell’Asia per quei paesi che non hanno accesso al mare come il Pakistan. Infatti, a riguardo vanno considerati i costi di connettività marittima e l’efficienza logistica, le due variabili che incidono sui costi di trasporto più della distanza geografica. Infatti pare che l’assenza di un collegamento marittimo diretto riduce del 55 per cento il valore dell’export di un paese.

Per questo l’effetto di Bri che è più difficile da prevedere, da considerare piuttosto dirompente, è quello che riguarda le suddette sulle modalità di trasporto del commercio internazionale, per cui solamente se ci sarà potenziamento delle rotte terrestri per il trasporto via terra, le rotte marittime potrebbero subire la concorrenza e che riguarderà i rapporti commerciali Europa-Cina.

Oggi i costi di trasporto del commercio bilaterale Cina-Europa risultano più alti della media mondiale per cui in alcuni settori, high-tech ed elettronica, stanno già spostandosi su rotaia e d’altro canto, le agenzie marittime e le autorità portuali si sono messi all’opera per riprogettare le corsie marittime, con la finalità di migliorare , riducendo i tempi di spedizione.

Danilo Turco

In mostra a Capodichino le chitarre di Pino Daniele, un’operazione in favore del Santobono

Dal 14 novembre al 4 gennaio è possibile ammirare nel salone centrale delle partenze dell’aeroporto internazionale di Capodichino quattro storiche chitarre elettriche di Pino Daniele: due esemplari realizzati dal liutaio napoletano Gianni Battelli e dallo svizzero Rulf Spuler, una Fremwork e la Paradis Blù, compagna del grande cantautore in alcuni concerti indimenticabili, come quello di apertura dell’album di grande successo Non calpestare i fiori nel deserto, fino al Sanremo e al Festivalbar del ’95, dove l’artista ottenne importanti premi.

L’iniziativa benefica si intitola “Je sto vicino a te, una chitarra per il Santobono” ed è organizzata dall’Associazione S.O.S. Sostenitori Ospedale Santobono Onlus insieme a Gesac Aeroporto Internazionale di Napoli, in collaborazione con Campania Mia, con il sito di aste online Catawiki, e con gli sponsor Kimbo e Feudi di San Gregorio. Le chitarre, di proprietà di un musicista napoletano che ha voluto rimanere nell’anonimato, rimarranno esposte fino al 4 gennaio, giorno nel quale si commemoreranno i 4 anni dalla morte di Pino Daniele, e poi verranno subito messe all’asta.

La mostra, dunque, promuove l’asta online della Paradis Blù, che si  è aperta ufficialmente il 22 dicembre ed è realizzata dal sito Catawiki.it e dall’attuale proprietario degli strumenti, che devolverà una grossa fetta dei proventi della vendita per sostenere l’ospedale pediatrico napoletano con il finanziamento del progetto “Sogni D’Oro”, che dona arredi per le camere di degenza dei piccoli pazienti.

Un segno di continuità con il passato dato che già nel 2012 lo stesso cantautore, assieme ad Eric Clapton, finanziò gli arredi del reparto di oncologia proprio del Santobono, donando una somma ingente.

Tutto ciò simboleggia il legame forte che la città continua a mantenere con uno dei suoi figli più amati ed ha particolare senso anche alla luce delle precisazioni fatte da Nello Daniele, fratello di Pino, all’indomani della presentazione dell’evento benefico, per il quale, nonostante la Paradis che il cantautore tanto amava fosse quella che ora si trova esposta nelle sale di Palazzo San Giacomo, una chitarra di Pino che fa del bene è sempre specchio della sua essenza.

Rossella Marchese

Approvata la legge che tutela gli orfani di femminicidio

Alla fine di ogni legislatura sembra che l’attività parlamentare si faccia più frenetica, quasi si volesse porre rimedio alla connaturata lentezza della nostra macchina legislativa, eppure in molti casi questa accelerata non si rivela un male. È il caso della disposizione di legge approvata dal Senato lo scorso 21 dicembre e che tutela i figli non economicamente autosufficienti della vittima di omicidio commesso dal coniuge (anche se separato o divorziato), dal partner di un’unione civile (anche se cessata), o da una persona che è o è stata legata da una relazione affettiva e stabile convivenza.

Gli orfani di crimini domestici potranno accedere al gratuito patrocinio a prescindere dai limiti di reddito. Lo Stato si farà carico delle spese sia nel processo penale sia in quello civile, compresi i procedimenti di esecuzione forzata.

Un altro tassello a completare il quadro di tutele necessarie che devono entrare in campo di fronte al problema della violenza di genere, che porta con sé devastanti effetti collaterali.

Agli orfani costituiti parte civile, in sede di condanna (anche non definitiva), spetta, ora, a titolo di provvisionale, una somma pari al 50% del presumibile danno che sarà liquidato in sede civile, e a tal fine è prevista la conversione del sequestro in pignoramento già con la condanna in primo grado.

Inoltre, nei confronti del familiare per il quale è chiesto il rinvio a giudizio per omicidio viene sospeso il diritto alla pensione di reversibilità. Durante tale periodo (e fino a quando vi siano i requisiti di legge) la pensione, senza obbligo di restituzione, sarà percepita dai figli della vittima. In caso di proscioglimento o archiviazione, la sospensione verrà meno e lo Stato, salvo vi sia stato subentro dei figli, dovrà corrispondere gli arretrati.

La condanna e il patteggiamento comporteranno, invece, l’indegnità a succedere, dichiarata direttamente dal giudice penale, senza necessità di un’azione civile da parte degli eredi.

Ed infine, dopo molte  e controverse ipotesi, è stata stabilita la natura e l’entità del fondo di solidarietà alle vittime; pertanto, quello che è già il fondo per le vittime di mafia, usura e reati intenzionali violenti viene esteso anche agli orfani di crimini domestici con una apposita dotazione aggiuntiva di 2 milioni di euro all’anno per borse di studio e reinserimento lavorativo. Ai figli delle vittime verrà pure assicurata assistenza medico-psicologica gratuita fino al pieno recupero psicologico, ed attribuita una quota di riserva prevista per l’assunzione di categorie protette.

Rossella Marchese

Fino alla fine ed oltre, la legge dello Stato sul testamento biologico

Non parliamo né di eutanasia, né tanto meno di suicidio assistito, entrambi non sono contemplati nel testo di legge approvato dal Senato lo scorso 15 dicembre con 180 voti favorevoli. Il disegno di legge 2801 sul testamento biologico, ora precetto dello Stato contiene, infatti, le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”; un compromesso legislativo che non rende certo l’Italia all’avanguardia su queste problematiche, ma che, finalmente, ci dota di strumenti legislativi necessari a farvi fronte.

Lo spirito del progetto di legge, mantenutosi intatto per tutto l’iter, è quello per cui nessun trattamento sanitario possa essere cominciato o continuato senza il consenso libero e informato della persona interessata. La legge, inoltre, prevede che nella relazione di cura tra il medico e il paziente siano coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari, o una persona di sua fiducia. Viene pure disciplinato il diritto di ogni persona a conoscere le proprie condizioni di salute ed essere informata in modo completo della diagnosi, la prognosi, i benefici e i rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari proposti, le possibili alternative e le conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento. Il consenso deve essere dato in forma scritta o videoregistrata, con mezzi che consentano anche alla persona con disabilità di comunicare.

Il paziente ha il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso dato.

Tra i punti salienti della legge vi è certamente l’inclusione della nutrizione e dell’idratazione artificiali nei trattamenti sanitari, somministrabili secondo prescrizione medica e, dunque, rifiutabili o sospendibili dal paziente. Anche la terapia del dolore entra a far parte delle disposizioni legislative, pur se in maniera poco incisiva ed alquanto interpretabile; secondo la norma, infatti: “il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati, ma deve comunque alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto del trattamento sanitario», di contro, il paziente: «non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali”.

Per quanto riguarda le così dette disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ogni persona in previsione di una sua futura incapacità a comunicare, potrà esprimere anticipatamente le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari e dovranno essere redatte in forma scritta, ma saranno rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.

Spetterà alle amministrazioni pubbliche responsabili della materia attuare la legge per quanto riguarda le risorse umane, strumentali e finanziarie. Ma, specifica il testo, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Anche questo è un punto controverso, dal quale nasceranno future polemiche.

Rossella Marchese

La “questione Rohingya”, donne utilizzate come arma di guerra

I sistematici soprusi sopportati dalla minoranza etnica Rohingya si perdono nelle nebbie polverose della storia, tant’è che forse l’inizio della spinosa questione può farsi retroagire a  quando lo Stato di Rakhine, dove i Rohingya vivono da secoli, fu conquistato e annesso al Myanmar nel 1784, diventando prima  dominio dell’impero britannico e rimanendo, poi, parte dell’allora Birmania dopo l’indipendenza del 1948. E pure le origini del popolo Rohingya  sono piuttosto incerte così che la teoria più accreditata, di paternità birmana, li vuole discendenti di un gruppo di mercanti musulmani originari dell’allora Bengala emigrati in loco durante il periodo coloniale e, pertanto, sostanzialmente, stranieri senza possibilità di integrazione.

Sulla fragile base di questa presunta estraneità della popolazione Rohingya al territorio birmano si poggia da sempre la politica del governo di Naypyidaw, oggi guidato dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi: mai riconosciuti cittadini birmani, i Rohingya sono stati confinati in Rakhine, non fanno parte dei 135 gruppi etnici che vivono all’interno del paese e sono soggetti di campagne persecutorie dal carattere di pulizia etnica, con moschee distrutte, terre confiscate, stupri etnici e omicidi di massa; tutto ciò ha costretto la popolazione ad abbandonare il paese e rifugiarsi all’estero, per lo più in Bangladesh, già dalla fine degli anni Settanta.

Ed è proprio in Bangladesh, nella inumana miseria degli sconfinati e fangosi campi profughi, che Onu ed alcune associazioni umanitarie, tra cui Amnesty International, dal 2011 raccolgono le testimonianze delle donne musulmane rohingya, vittime delle violenze sistematiche da parte dell’esercito buddista birmano. Ultimo, solo in ordine di tempo, il rapporto di novembre della Associated Press, che ha dato voce a 29 donne e ragazzine tra i 13 ed i 55 anni, tutte scampate non senza danno, alla rappresaglia posta in atto dal governo birmano dopo l’attacco ad un posto di blocco dell’esercito, lo scorso ottobre, da parte del gruppo estremista jihadista locale Arsa.

Quei racconti dell’orrore parlano di stupri di gruppo, ripetuti sistematicamente più volte tra ufficiali e soldati semplici, di percosse fino alla morte su donne incinte e di esposizione dei poveri corpi vituperati e dati alle fiamme come monito nei villaggi di Rakhine dove, ormai da mesi, è impossibile entrare sia per le organizzazioni umanitarie che per i media.

Le parole di queste sopravvissute sono tutto ciò di cui la Comunità Internazionale ha bisogno per fare pressione ed esigere spiegazioni da Naypyidaw  e, affinché la campagna di violenze contro le donne e più in generale contro la minoranza Rohingya possa condurre al riconoscimento di crimine contro l’umanità.

Rossella Marchese

Conferenza ministeriale WTO a Buenos Aires: la WTO viaggia in ripresa?

L’undicesima Conferenza ministeriale della Wto aperta a Buenos Aires non sarà come le altre. Non tanto perché è la prima in un Paese sudamericano, e nemmeno per i risultati che produrrà. Tutto questo è la cornice del vero dibattito, il faccia a faccia con l’Amministrazione americana con la sua fase di aperto riflusso della globalizzazione e di ritorno ai nazionalismi.

La Conferenza è terminata il 13 dicembre. I negoziati di preparazione svolti a Ginevra non hanno prodotto un testo condiviso di dichiarazione. E i lavori sono stati bloccati dagli Stati Uniti, reticenti a continuare gli esercizi e  intenzionati a evitare forse il sostegno al sistema multilaterale del commercio.

Gli Stati Uniti contribuiscono al bilancio della Wto per l’11%. Germania, Francia, Spagna e Italia da sole pesano quasi il doppio (20%). Se dagli Usa non si può prescindere, gli altri 163 soci della Wto non sono però disposti a subire i suoi atteggiamenti. La Ue vive con insofferenza le dichiarazioni dell’Amministrazione Trump e la Cina si è già proposta come campione del liberismo. Il Giappone e gli alleati asiatici di Washington devono ancora digerire il ritiro dalla Trans Pacific Partnership, che gli Usa avevano già siglato con 11 Stati del Pacifico.

Gli attacchi della Casa Bianca alla World Trade Organization hanno dato seguito alla retorica del candidato Donald Trump, che in campagna elettorale minacciò di portare gli Stati Uniti fuori da un’organizzazione «inutile», «disastrosa», «dannosa». A questo si è aggiunto il meccanismo di risoluzione delle dispute commerciali, che ha colpito al cuore con il boicottaggio della nomina di nuovi giudici nella “corte d’appello” (Appellate Body), ormai quasi alla paralisi. Mai nei suoi 70 anni di vita (l’accordo sul Gatt, precursore della Wto, fu siglato il 30 ottobre del 1947), l’Organizzazione ha vissuto una minaccia così pericolosa come l’aperto ripudio del Paese leader che nel dopoguerra ha progettato la struttura del sistema multilaterale.

Danilo Turco

I pericoli per la stabilità dell’UE all’interno degli stati membri: i timori  Weimar della Merkel

Nelle elezioni politiche in Germania i sondaggi corretti che erano arrivati sul tavolo della Cancelleria Merkel prima del voto vedevano Alternativa non al 9-10, ma al 13-15%, sottraendo voti sia alla Cdu sia all’Spd. Non solo per la prima volta una formazione neo-nazionalista sarebbe tornata al Parlamento tedesco, ma sarebbe diventata di colpo il terzo partito del Bundestag.

Per questo Schulz, ex presidente del Parlamento europeo, ricevette la telefonata della cancelliera, che, con toni cordiali, nonostante l’inasprimento inferto della campagna elettorale, lo informò del peggioramento all’orizzonte per entrambi i partiti, invitando a esprimere dichiarazioni concilianti alla chiusura delle urne, così da preparare tutti all’unica soluzione possibile, la Grande coalizione tra i due partiti. Schulz si sentì a disagio, aveva condotto per oltre sei mesi una campagna serrata proprio contro la Cdu e contro la Grande coalizione.  Dopo 48 ore i risultati elettorali confermarono i timori della Merkel. La Cdu era scesa al 33%, la Spd al 20,5% e Alternativa al 12,6. L’analisi evidenziò che la Cdu aveva perso rispetto al 2013, ma non rispetto alle tre elezioni precedenti e  la debolezza apparteneva al partito bavarese (Csu); l’Spd, il più antico partito politico europeo, era sotto il minimo storico; il partito liberale (Fdp) era risorto energicamente col 10,6% spostandosi però alla destra della Cdu. Infine, la frammentazione dei partiti aveva reso ancora più ingombrante la presenza di Alternativa, terzo partito al Bundestag. Merkel ricordò una frase del socialdemocratico, Helmut Schmidt: “fu il disordine e il fallimento della grande coalizione ad aprire la strada al nazismo dopo la Repiubblica di Weimar”. Allora  sì, la cancelliera  elabora una strategia per contrastare il rischio di una nuova Weimar:  prima scelta quella di consolidare il quadro politico, formando una grande coalizione e allineare l’azione politica di Berlino con quella francese del nuovo presidente Emmanuel Macron. Questo avrebbe rafforzato l’Europa prima che i populisti ne minassero le fondamenta; seconda azione sarebbe stata quella di modificare le procedure parlamentari, rafforzando la presa sull’attività legislativa e sul dibattito pubblico con la nomina del più potente uomo politico tedesco, Wolfgang Schäuble, a presidente del Bundestag, in modo da ridimensionare la visibilità di Alternativa; infine, terza azione quella di operare per porre le basi per il tradizionale bipolarismo destra-sinistra alle future elezioni, con un lavoro nascosto di alleanza tra le forze più giovani della Cdu e dei liberali. Tutto questo avrebbe riportato la stabilità al quadro politico tedesco.

Per far tutto questo occorreva superare l’ostacolo Martin Schulz, il quale, il 24 settembre sera, comunicato l’esito delle elezioni, confermato alla guida dell’Spd con il 100% dei consensi, si presentò alle telecamere alterato e attaccò frontalmente la cancelliera dichiarando: “la SPD non sarà disponibile a rinnovare la Grande coalizione”.

Il giorno dopo, la cancelliera cercò al telefono una rappresentante di vertice dell’Spd con cui aveva la giusta confidenza, la ministra del Lavoro e delle politiche sociali Andrea Nahles di cui aveva constatato un crescente realismo politico dopo le iniziali posizioni radicali. Alla Nahles, Merkel spiegò che era suo unico interesse replicare il governo di grande coalizione e Nahles concordò e chiese tempo per costruire il necessario consenso nel partito per aggirare la contrarietà del segretario. Dopo due giorni dopo, Nahles si dimise da ministro e fu eletta presidente del gruppo parlamentare dell’Spd. Merkel e Nahles si diedero appuntamento per metà novembre. Il lungo e insolito negoziato per il varo di una coalizione Giamaica, composta da Cdu-Csu, Liberali e Verdi, si rivelò in gran parte solo un escamotage per guadagnare tempo mentre l’Spd persuadeva il proprio segretario.

Il 15 novembre, dall’Spd arrivò il segnale che la cancelliera aspettava. In via riservata i tre quarti dei parlamentari socialdemocratici si erano detti favorevoli a formare una grande coalizione contro il parere di Schulz e nel timore di dover tornare alle urne e perdere il seggio parlamentare appena conquistato. L’Spd avrebbe richiesto posizioni importanti nel nuovo governo e ufficialmente rappresentava la propria scelta come un sostegno alla linea europeista del partito e all’alleanza con Macron.

Passarono solo due giorni e il leader liberale Christian Lindner rovesciò a sorpresa il tavolo della trattativa per un governo Giamaica. Non ci furono vere spiegazioni e lo stesso Lindner di fronte alle telecamere lesse una dichiarazione: “meglio non governare che governare mal”. A sua volta, Nahles, che assumeva sempre più  toni pubblici da leader dell’opposizione e perfino da antagonista della cancelliera, si stava costruendo la possibilità di lavorare direttamente al fianco di una Merkel concentrata sulla politica europea, come ministro del Kanzleramt.  Nahles, quindici anni più giovane della Merkel, inizierebbe così a lavorare per un proprio governo futuro, a capo di una coalizione tutta di sinistra. Il bipolarismo tedesco rinascerebbe.  La strada è ancora in salita, sono presenti ostacoli e molti possibili incidenti in agguato, ma i lineamenti della strategia Merkel per sconfiggere i fantasmi di Weimar sono quasi completati.

Danilo Turco

La Mothe-Chandeniers, il castello salvato da 10.0000 utenti della rete

Il castello abbandonato di epoca medievale, in Francia, nel mezzo di un bosco e circondato dalle acque, protagonista di questa favola a lieto fine è Château de La Mothe-Chandeniers. Diversi proprietari hanno tentato di salvare questo castello e riportarlo all’antico splendore, ma per quasi 80 anni nessuno è stato in grado di effettuare l’opera di recupero della struttura ormai invasa dalla natura circostante, ma ancora in buono stato di conservazione.

Dal 1 dicembre, però, il castello ha dei nuovi proprietari, sono circa 10.000 e sono tutti gli utenti che, attraverso l’associazione Adopte a castle e la piattaforma di crowdfunding Dartagnans.fr, in circa 80 giorni hanno raccolto 500.000 euro per il suo acquisto. Dunque, il castello La Mothe-Chandeniers è salvo, così ha dichiarato Romain Delaume, co-fondatore di Dartagnans.fr, sito web specializzato nel salvataggio e conservazione del patrimonio culturale. E questo è stato possibile grazie alla collaborazione di 45 nazioni: brasiliani, americani, italiani, francesi, giapponesi, australiani, tedeschi, ecc, tutti uniti per la stessa causa. Ogni utente ha contribuito con una somma minima di € 51 e adesso ognuno di loro può vantare la comproprietà di Mothe-Chandeniers.

La comunità online intende ora ripristinare l’intero castello, e infatti, la somma in eccedenza ai 500.000 euro raccolti per l’acquisto, circa 400.000 euro, servirà per la ristrutturazione e la riabilitazione totale dei luoghi.

L’iniziativa di Dartagnans.fr ha avuto un risvolto mediatico senza precedenti, dimostrando,  inoltre, la fattività di un concetto importante: non solo i grandi sponsor, le aziende, o le multinazionali possono essere artefici privilegiati del salvataggio del patrimonio artistico e culturale, ovunque esso si trovi; anche le persone comuni hanno facoltà di partecipare alla conservazione della bellezza, con la garanzia di molta più democrazia.

Rossella Marchese

L’odissea del CAM, il Contemporary Art Museum di Casoria

Il CAM (Contemporary Art Museum) di Casoria combatte le sue battaglie per rimanere in vita, nonostante la cronica assenza dei fondi culturali ministeriali, praticamente da sempre, da quando, nel 2004, il suo fondatore e direttore, Antonio Manfredi, ha aperto i battenti di un’area espositiva di 3500 mq che ha la forma di un grande anfiteatro open space e nel quale sono raccolte, in varie sezioni denominate “sale”, circa 1200 opere, in una collezione permanente, di arte contemporanea di pittura, scultura, fotografia, video, arte multimediale ed installazioni di artisti provenienti da tutto il mondo. E non solo, il CAM vanta una delle maggiori collezioni europee di arte multimediale, di arte orientale, di arte contemporanea africana e la più completa collezione di opere degli artisti napoletani contemporanei dal secondo dopoguerra ad oggi

Nonostante ciò, il pericolo di chiudere è concreto anche per il prossimo 2018, tant’è che l’ultima campagna lanciata dal coriaceo direttore Manfredi, “support o’ CAM”, prevede   rivoluzionaria proposta per sopperire alla eterna mancanza di finanziamenti istituzionali.

Saranno gli stessi artisti a finanziare il museo adottando annualmente 1 metro degli spazi del museo e al contempo, privati cittadini e aziende potranno fare lo stesso, adottando a loro volta  una delle opere in collezione permanente oppure partecipando con una piccola somma  e vedere inserito il proprio nome permanentemente sulla “Colonna delle donazioni” al centro del museo. Una delle più interessanti operazioni artistiche mai realizzate da una istituzione culturale autogestita direttamente dagli artisti, da privati cittadini amici del museo e dalle aziende.

Ancora una volta l’unicità del CAM si manifesta con tutta la sua forza dirompente; il direttore Manfredi, che non è nuovo a forme di protesta originali e clamorose ha dichiarato con una nota all’ANSA, prima di farsi fotografare incatenato al termosifone della stanza del Sindaco di Casoria, Pasquale Fuccio, a proposito del pericolo chiusura: “Non permetterò ancora di giocare con un museo che da tredici anni lotta per la sopravvivenza e realizza mostre contro ogni forma di sopruso sociale e culturale in una terra di camorra e di problematiche sociali spaventose. Siamo un bene da tutelare”.

Rossella Marchese

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