Stefano Scrima: Ghost Generation

Stefano Scrima, filosofo e scrittore, si è formato tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Fra i suoi libri: L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia (Arcana, 2021); L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo (Colonnese, 2020); Vani tentativi di vendere l’anima al diavolo (Ortica, 2020);per Castelvecchi: Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018); per Il Melangolo: Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017); per Stampa Alternativa: L’arte di soffrire. La vita malinconica (2018) e Nauseati (2016). “SatisPhilo” è la sua rubrica di filosofia su Satisfiction.

Quali sono le ragioni per le quali coloro che sono nati negli anni Ottanta reputa che si ritrovino afflitti da un precoce senso di fallimento esistenziale?

I nati negli anni Ottanta sono i trentenni di oggi, una generazione che – lo dicono i dati, ancor prima che le sensazioni – non ha la possibilità di vivere come ha vissuto la generazione dei suoi genitori. Le condizioni sociali sono profondamente cambiate, al contrario della mentalità e dell’educazione, le quali, sono andate invece a cristallizzare i valori assoluti del sistema capitalistico nel quale siamo cresciuti, primo fra tutti il lavoro come mezzo di identificazione identitaria attraverso la quale raggiungere la propria realizzazione esistenziale. È fisiologico che venendo a mancare la possibilità di lavorare – intendo, in particolare, assecondando la propria formazione per cui si sono spesi tempo, energia e denaro, e la propria inclinazione (chiamiamola, se vogliamo, passione) – lo spettro del fallimento non può che aleggiare sulle nostre vite. Beninteso, non è che non ci sia più lavoro (anche se la disoccupazione giovanile e nella fascia dei trentenni rimane spaventosa), è che il lavoro, per adeguarsi e rispondere alle esigenze del cosiddetto mercato, ha messo completamente da parte il benessere della persona (e figuriamoci allora la sua realizzazione) precarizzandosi, svilendosi, svuotandosi dei contenuti sociali e di dignità per cui avrebbe ancor senso “cercarlo”. Un lavoro precario, sfruttato, senza tutele, senza prospettive, oggi sempre più diffuso e spesso unico orizzonte per chi si affaccia nel mondo degli adulti, quale sentimento potrebbe suscitare in chi è sottoposto a tale condizione? Chiaramente, come scrivo nel libro, esistono delle soluzioni concrete, politiche, per tentare di cambiare rotta, ma prima di tutto è necessario aver coscienza di questo tradimento sociale e mutare la mentalità tossica che fa sì che la colpa sia addossata a chi non si adegua. Non è così e non deve essere così. La rivoluzione culturale parte dal ribaltamento dei valori assoluti e mai indagati della modernità liquefatta, più che liquida. Il lavoro, ad esempio, soprattutto nelle condizioni in cui versa (ma è ovvio che va cambiato tutto, non si può andare avanti così, e finché non sarà messa al centro la persona non andremo da nessuna parte), non può più assumere le sembianze dell’unica dimensione delle nostre esistenze. Non siamo nati per lavorare e basta, schiacciati dall’angoscia di non riuscire a trovare o mantenere un qualsiasi lavoro. Abbiamo le risorse tecnologiche per immaginare e realizzare un mondo diverso, evidentemente mancano quelle morali, o semplicemente umane.

Lei adopera l’espressione “gioventù incenerita”. Quali sono le differenze tra la gioventù che realizzò il ‘48 de “L’educazione sentimentale” di Flaubert e la “gioventù bruciata” degli anni Cinquanta?

Probabilmente ogni generazione ha le sue ragioni per sentirsi fallita, ma la differenza della mia generazione – e per questo la chiamo “gioventù incenerita”, che non sta nemmeno più bruciando – è che vive come se fossimo alla fine dei tempi, come se dopo non potesse esserci più niente, alcun cambiamento, come se l’unico orizzonte possibile fosse quello che abbiamo sotto gli occhi, nel bene e nel male. E, ancora una volta, non è così. È un atteggiamento culturale tipico dell’ideologia capitalista, che si ritiene unica in grado di garantire il solo progresso utile all’umanità. È una gioventù incenerita anche perché, al contrario della generazione di Flaubert, o quella di James Dean, o quella del ’68, del ’77, ma anche della generazione X, sente di non aver realizzato nulla e avverte vivida la propria impotenza. Vive di ricordi mai vissuti. Se esiste una colpa per tutto questo non so di chi sia, ma di certo è la prima volta nella storia moderna, diciamo dalla Rivoluzione francese, che una generazione intera viene cresciuta senza alternative, chiedendole nient’altro che adeguarsi al sistema, fare il suo gioco e cercare di vincere qualcosa a discapito degli altri.

“Chi sono io?”, “Chi siamo noi?” Ebbene, come risponde ad un quesito identitario di tal fatta chi non ha un lavoro, risultando un inetto?

Eh, bella domanda. Nella nostra società se non hai un lavoro non sei nessuno o, meglio, sei un inetto, appunto. Oppure, se un lavoro ce l’hai, diventi quel lavoro, al netto della sua natura precaria, destabilizzante, ansiogena. Insomma, se non sei riuscito a ottenere un lavoro migliore è solo colpa tua. È ovvio che non è realmente così, ma il giudizio sociale, figlio di una mentalità subdola e ipocrita (in cui più sei ignorante e ti adegui allo stato delle cose meglio è e meglio vivi), pesa come un macigno. Non potrebbe essere altrimenti. Realizzarsi nel segno del proprio essere, diventare se stessi, come direbbe Nietzsche, non passa ovviamente attraverso il lavoro per come è inteso oggi. Passa invece attraverso la scoperta delle proprie qualità, dei propri talenti, nel riuscire a esprimere il potenziale che ognuno ha dentro di sé. Che sia attraverso un’attività remunerata o meno non dovrebbe incidere sul riconoscimento collettivo della persona, creando diseguaglianze economiche e morali che spesso si basano sulla malafede di chi vive solo per interessi personali a discapito della società (atteggiamento foraggiato dal sistema). Finché non costruiremo una società che ha a cuore la “fioritura” (termine che va tanto di moda, senza però che si metta mai in dubbio il sistema che fa di tutto per farci appassire) della persona, ma solo la quadratura economica improntata alla crescita infinita, le cose non faranno che peggiorare, e riconoscerci, trovare noi stessi, sarà sempre più difficile, se non addirittura impossibile.

Il meccanismo perverso del capitalismo oggi punta sul “sogno”. Qual è il valore commerciale del “sogno” e come si reagisce alla disillusione del sogno infranto?

Donne e uomini sono fatti per sognare, sono programmati così, non possiamo farci nulla. Leopardi, fra gli altri, ci aveva messo in guardia da questo sognare, pieno di splendide illusioni che nella maggior parte dei casi verranno disattese provocando in noi sentimenti di dolore, frustrazione e noia. E quindi? Bisogna smettere di sognare? No, mai. Sognare fa parte della vita e più è difficile tramutare il sogno in realtà più saremo felici, anche se, non contenti dell’obiettivo raggiunto, inseguiremo mille altri sogni fino alla fine dei nostri giorni. Detto questo, una società che cresce i suoi figli attraverso illusioni – nel libro parlo in particolare del sogno americano del “puoi diventare ciò che vuoi” e dell’italianissimo sogno del posto fisso –, andando a stimolare e creare sempre nuovi bisogni che non servono altro che ad alimentarla, è una società malata. Il consumismo di oggi ha sempre meno a che fare con gli oggetti, la merce, e sempre di più con le esperienze, i sogni, le illusioni. Siamo costantemente spinti da ogni dove a volere, desiderare, sognare. Per poi vedere i nostri sogni sgonfiarsi nel cielo dell’indifferenza. Non c’è modo di reagire a questo circolo vizioso se non smascherandolo, smettere di sognare in funzione del sistema e farlo per noi, per quello che siamo e vogliamo veramente. Impresa erculea, quando siamo stati plasmati proprio da questa cultura.

Perché la definizione di “Ghost Generation”?

Perché la disperazione e l’angoscia quotidiana dei trentenni di oggi non è riconosciuta. Per questo è una generazione dimenticata, fantasma. Per malafede, vergogna, incapacità, impotenza di chi potrebbe fare qualcosa e non lo fa. Certo, anche gli stessi trentenni dovrebbero fare qualcosa, ma non sanno cosa e soprattutto come, schiacciati come sono a vivere alla giornata e con prospettive ridicole. Serve un’alternativa, un modello culturale antagonista nel quale riconoscersi. Non esiste nulla di tutto ciò, soltanto un’unica narrazione che vuole che questo sia il miglior mondo possibile. Io mi chiedo solo quando ci stancheremo di tutto questo e inizieremo a rivendicare un po’ di futuro anche per noi.

Giuseppina Capone

Rosaria Famiglietti e il Tempo sospeso

Rosaria Famiglietti è docente di Italiano al Liceo di Sant’Angelo dei Lombardi, Dottore di ricerca in Italianistica, cultore della materia presso l’Università di Tor Vergata, studiosa di Pirandello, collabora con la rivista Pirandelliana e con altre riviste nazionali. Si occupa soprattutto della letteratura di genere, tanti sono i suoi interventi seminariali.

Il suo romanzo narra di madre ed una figlia legate da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Il legame familiare, indipendentemente dalla convivenza o meno, è quello che fortemente incide sulla crescita e sullo sviluppo emotivo dei bambini. È la famiglia il primo e fondamentale contesto per lo sviluppo sociale e cognitivo, ed è attraverso la famiglia che i bambini costruiscono i punti di riferimento della loro vita. L’osservazione dei comportamenti dei genitori consente al bambino di formare l’idea basilare di sé in relazione al mondo.
Non è semplice per i genitori far fronte ad una responsabilità così forte e faticosa, generalmente gli impegni pratici, dell’accudimento, assorbono le forze e tolgono il respiro, le esigenze dei figli destabilizzano l’equilibrio di coppia e generano tensioni, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con gli impegni di lavoro.
Dunque si tende a sottovalutare il ruolo principale e determinante del clima familiare sullo sviluppo emotivo del bambino.
Secondo Winnicott per poter garantire ai figli uno sviluppo sereno e armonico è necessario un ambiente vivo, aperto al confronto, pronto ad accogliere e sostenere il bambino con i suoi desideri, le sue paure, le sue esigenze fisiche, ma soprattutto emotive, cognitive, sociali, in una dimensione comunicativa.
Tanto complessa, però, risulta l’attuazione!
Ed è proprio nella complessità comunicativa che vanno ad annidarsi le incomprensioni, le insofferenze, le paure, le ansie.
All’interno del mio racconto ho cercato di percorrere le strade della comunicazione, della narrazione per trovare un punto di incontro:
“Scendere nelle sofferenze profonde, nei ricordi rimossi, nell’infanzia, ma soprattutto analizzare il rapporto con la propria madre è necessario per vivere con maggiore consapevolezza il rapporto con la propria figlia.
Prima di essere madre è importante riconnettersi con la propria madre attraverso un gesto d’amore a cui le figlie non sono preparate perché richiede il superamento di posizioni condizionanti, radicate e irrigidite dal tempo, si tratta della capacità di perdonare la madre.
Il perdono nasce dal desiderio di superare ed elaborare la parte dolorosa e scomoda, cercando di riacciuffare la parte migliore per vivere meglio il presente. Il sentimento negativo che genera il rapporto con la madre non può essere paragonato a nessun altro dolore, non basta tagliare il cordone ombelicale, la sua carne è la nostra carne, il suo corpo è un’estensione del nostro.
Non devo aver paura degli scontri, dei conflitti perché la crescita passa anche di lì, dalla capacità di rielaborarli e di vederne il lato costruttivo.
Questo viaggio interiore mi ha spinto verso un labirinto faticoso che avevo sempre rinnegato, piano piano sto riavvolgendo il filo e tu sei lì, ne tieni ancora il capo, altro da me, ma parte di me.
In questo cammino doloroso ho scoperto un qualcosa che mi manca tanto, che ho smarrito non so dove, né quando, ma che vorrei ritrovare con te, cerchiamolo insieme, ricominciamo a sorridere e ad essere leggere: inventiamoci un motivo per ridere insieme. Sempre”
Dunque, probabilmente, un ingrediente indispensabile per l’armonia familiare può essere ricercato nella leggerezza e nell’ironia, nella capacità di mettersi in gioco e di mostrarsi accoglienti.

Una comunicazione diaristica ininterrotta. E’ possibile tessere relazioni efficaci attraverso la scrittura?
Sarà per le mie esperienze lavorative e la mia formazione pedagogica, ma tendo a ricondurre le mie riflessioni alle esperienze sul campo.
Il metodo autobiografico, al di là della funzione terapeutica in senso stretto, svolge un ruolo fondamentale nella didattica: Il metodo delle storie di vita può offrire la possibilità agli insegnanti di conoscere i propri studenti. Il dialogo tra docenti e studenti, attraverso la narrazione del proprio vissuto, rappresenta una modalità educativa fortemente inclusiva che accoglie e valorizza le diversità. La relazione educativa esce sicuramente rafforzata da questa pratica del racconto autobiografico poiché mette in campo persone e non ruoli. Tale approccio consente, inoltre, di superare i divari generazionali e di incontrarsi in un luogo neutro, aperto, flessibile e privo di pregiudizi.
Incoraggiare i ragazzi a raccontarsi li aiuta a giungere ad una più approfondita conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie potenzialità, e si acquisiscono punti di vista differenti.
Attraverso l’atto del narrarsi si crea una sorta di rete, un’intelaiatura che permette di ottenere una visione meno superficiale degli avvenimenti, e delle situazioni vissute e dei sentimenti provati
Come si può comprendere, l’atto del raccontarsi risponde all’esigenza insita in ogni individuo di conferire unitarietà e senso agli eventi (personali e/o professionali) della propria esistenza in un’ottica emancipativa.
“L’autobiografia viene a poco a poco riconosciuta non tanto come scopo ma come mezzo che accompagna lo scrittore alla riscoperta della propria storia che riesce ancora a stupirlo. Inoltrandosi nel racconto autobiografico, egli accetta infatti di essere depistato dal percorso previsto per lasciarsi andare al ricordo involontario seguendo anche rievocazioni disordinate; trasportato dalla scrittura, si scopre a raccontare fatti o sentimenti che credeva di aver dimenticato e che sono invece affiorati alla memoria all’improvviso e in questo risiede lo stupore dell’autobiografia: non si scrive per dire ciò che si conosce, ma per avvicinarsi di più a ciò che non si conosce”. ( A. Bolzoni, Oltre l’oralità, in D. Demetrio [a cura di] L’educatore Auto(bio)grafo. Il metodo delle storie di vita nelle relazioni d’aiuto, Unicopli, Milano, 1999, pag. 50)
Sicuramente per un docente è più semplice costruire un dialogo, porsi in relazione positiva con gli studenti perché il distanziamento emotivo e il contesto consentono un equilibrio più solido. Per i genitori, invece, non è così semplice, le dinamiche familiari risultano più complesse e condizionate da una quotidianità spesso soffocante.
Io ho provato a portare in famiglia una tecnica didattica e pedagogica:
“La scrittura è stata da sempre una valida amica, capace di dare ordine ai pensieri, di renderli concreti per guardarli in faccia, per perdersi tra le righe, per riconoscersi o per perdersi ancora, lo è per me, ma lo è anche per te.
Forse in questo spazio neutro e vitale sarà possibile costruire un mondo accogliente, nel quale esprimersi, mettersi a nudo, senza il timore dell’altro, senza dover sopportare lo sguardo dell’altro. Questo cantuccio saprà svelare i misteri di un rapporto segnato da sofferenze ataviche”

Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine, indefinibilità paiono costituire il filo rosso della vita. Qual è la chiave per placare la febbrile ricerca del senso dell’esistenza?
Non credo sia importante placare la febbrile ricerca del senso dell’esistere, ritengo invece fondamentale orientarla e supportarla nel modo giusto.
Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine hanno da sempre accompagnato gli animi più sensibili e la scoperta della letteratura e della lettura può aiutarci a dare un senso alla nostra esistenza e al destino che ci attende, la lettura rappresenta una palestra che ci aiuta ad interagire con il mondo.
“Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere”
La lettura, come le passioni e l’arte in generale possono riempire di senso il nostro tempo, ma soprattutto possono essere balsamo nelle tormente dell’esistere.
Il periodo della pandemia ha segnato indelebilmente le nostre vite, ma ha rafforzato il mio pensiero, i ragazzi che aveva coltivato passioni, letture, musica, teatro, cinema, sono riusciti a trovare la forza per resistere e reagire al distanziamento sociale. All’interno del libro c’è un capitolo, Tempo sospeso, dedicato appunto al momento della DAD e delle vite sospese che riescono a ritrovarsi tra letture e scritture.
“Nella nostra scuola organizzare l’evento di Natale è una tradizione molto sentita che coinvolge tanti studenti. Quest’anno non è possibile riunirci a teatro, per questo vogliamo girare un video e trasmetterlo in streaming. Questa iniziativa vuole essere un invito a vedere la vita con più leggerezza, anche in un momento così delicato. In ogni situazione, anche in quelle più difficili, ci deve essere spazio per la speranza”
“Una luce nei momenti bui, un modo per non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà e per restare in contatto con noi stessi”
“Proprio la speranza deve fare da filo conduttore a tutte le scene del video-spettacolo”.
“Dunque, mentre continuiamo a sperare e a sognare un futuro migliore, possiamo far tesoro dell’attesa. Soprattutto dobbiamo imparare a prenderci del tempo per fare qualcosa che ci faccia stare bene”

Uno dei temi su cui si innesta la sua riflessione è il cambiamento fisico adolescenziale. Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
L’inquietudine e lo spaesamento sono elementi dell’essere adolescente, appartengono alla paura e al desiderio di costruire e di costruirsi. Le ansie, le crisi, ma soprattutto i contrasti con i genitori sono tasselli indispensabili per l’affermazione del sé.
Il corpo cambia, le emozioni si modificano e si fanno più intense, sentono il bisogno di prendere le distanze dalla figura infantile e in questo turbinio di eventi il primo ad essere travolto è il rapporto con i genitori. Per ristrutturare la propria personalità, spesso, sentono il bisogno di demolire quella dei genitori. È proprio in questa situazione di instabilità che i genitori devono curare l’ambiente familiare per aiutare i ragazzi a trovare la propria identità, rispettare la ricerca di spazi solitari, sopportare gli sbalzi di umore, le incertezze, essere accoglienti. È importante, però, che l’adulto mantenga la propria autorità che il suo ruolo comporta pur adoperandola nella maniera più democratica possibile, incoraggiando, al contempo, lo sviluppo del senso di autonomia e responsabilità.
C’è un capitolo che in modo forte affronta il tema dell’adolescenza, Viaggi.

“Vedi figliolo, se ti concentri troppo su quello che pensi dovrà essere, non godrai mai di quello che sta succedendo. Se porti fretta al tuo destino, non proverai il gusto più saporito, ovvero quello dello scorrere della vita.
Devi imparare a lasciare che scorra, ma ciò non vuol dire lasciarsi completamente portare dalla corrente, altrimenti rimarrai perduto: il ragazzo della storia ha comunque dovuto remare.
Metti la tua forza di volontà in ciò che fai, ma non credere che forzare le cose porterà mai a qualche bene.

Professoressa, quale idea desidera che emerga dei rapporti umani tra generazioni, anche in riferimento alla sua esperienza di docente?
La parola che ripeto spesso, sia in classe che a casa è “rispetto”; credo che se i rapporti vengono costruiti sul rispetto sarà sempre possibile sanare incomprensioni e fratture. Avere rispetto significa essere aperti all’altro, avere la capacità di praticare un ascolto attivo, necessario per poter realmente entrare in empatia con l’altro, assumersi la responsabilità di comprendere ciò che dice l’altro, sospendendo giudizi e preconcetti, imparare a mettersi nei panni dell’altro, cambiare la focalizzazione. Anche in questo caso faccio riferimento a esperienze di ricerca- azione nel campo della pedagogia. Carl Rogers ci ha insegnato che bisogna ascoltare l’altro con attenzione, e in modo non direttivo, costruendo fiducia, rispetto ed empatia con l’interlocutore in modo che quest’ultimo possa esprimersi liberamente, senza paura di un giudizio affrettato e soprattutto senza pressioni.
L’ascolto attivo deve essere accompagnato dallo sviluppo delle competenze argomentative, bisogna guidare i ragazzi a riflettere e a costruire idee e pensieri attraverso solidi principi di autorità. La società ha bisogno di riappropriarsi della cultura, dell’educazione e del rispetto.

Giuseppina Capone

Pianeta Napoli 2, la nuova idea letteraria di Antonio Lanzaro

 

Abbiamo incontrato il prof. Antonio Lanzaro, Presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, autore di numerose pubblicazioni e di alcune raccolte di racconti e poesie. Con lui abbiamo parlato della sua ultima produzione letteraria.

Presidente Lanzaro, da autore di libri e pubblicazioni di diritto a narratore e poeta, come mai ha deciso di intraprendere questa strada letteraria?

In effetti non c’è stata alcuna programmazione o decisione ma “solo una”, imprevedibile “senilità” incombente che ha comportato l’esigenza di rispolverare ricordi, persone, avvenimenti che hanno caratterizzato la mia vita. Ovviamente l’unico strumento per lasciare il… segno era la scrittura e quindi …

Quando e com’è nata l’idea di scrivere questa raccolta di racconti?

Come ho detto nella premessa a “Racconti Fantastici” molti racconti sono autobiografici. Su alcuni ci ho ricamato sopra, altri sono frutto di fantasia, comunque tutti i personaggi sono napoletani, eroici, generosi, altruisti, dotati di inventiva e indiscusse capacità.

Quanto della sua esperienza personale è presente nei racconti di “Pianeta Napoli” e “Racconti Fantastici”?

Certamente l’esperienza personale è stata determinante, avendo perso mio padre a venti anni si potrà immaginare quanto … ho “vissuto”, studiato, lavorato e alla mia età quante persone ho conosciuto nel bene e nel male.

La fantascienza è il leitmotif di questo libro, i tempi che stiamo vivendo quanto hanno inciso nella scelta dei contenuti di questa pubblicazione?

Ho precisato nella premessa a “Racconti Fantastici” il mio interesse per la fantascienza e per la cinematografia in genere e da ragazzo seguivo il sogno di imitare autori come Asimov, Clarke, Dick, Ballard.

Ma nel 1970, pubblicai il mio primo articolo giuridico sulla rivista “Orizzonti Economici” della Camera di Commercio e quindi la realizzazione del sogno fu rinviata: “Maiora Premebant!!!”

A quando la prossima “fatica” letteraria?

Salute e Covid permettendo ho in mente di scrivere una commedia comica in due atti.

Diciamo questa estate. Ovviamente né darò notizia su “Lo Scugnizzo” il giornale della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus di cui sono Presidente.

Alessandra Desideri

Laureato a undici anni: Laurent Simons   viene definito bambino prodigio

“Se un giorno inventerò qualcosa, lo metterò su internet a disposizione di tutti”.

Sono le parole di Laurent Simons, il bambino prodigio belga che all’età di soli 11 anni si è laureato in fisica all’Università di Anversa con il massimo dei voti. Simons era già noto per il suo quoziente intellettivo altissimo e infatti ha completato gli studi portando a termine un percorso di tre anni in solo dodici mesi. Il piccolo genio, quando viveva in Olanda, era già a un passo dalla laurea ma a causa di un disaccordo con il direttore dell’Università (riteneva che Laurent fosse troppo giovane per potersi laureare) non completò gli studi. Il piccolo Simons ha già seguito alcuni corsi per seguire il programma di un master e non solo, ha intenzione di intraprendere un dottorato al termine del master.

“Vorrei inventare organi artificiali che sostituiscano quelli reali – ha dichiarato Laurent Simons . – Così anche i miei nonni potranno vivere più a lungo”.

L’obiettivo di Laurent è quello di riuscire, un giorno, a sostituire con la tecnologia tutte le parti del corpo, per far sì che la vita umana possa prolungarsi, mantenendo, però, un collegamento con il cervello per salvaguardare la loro coscienza.

Un bambino che a soli undici anni possiede una conoscenza approfondita di una o anche più settori, che riesca ad ottenere risultati del livello di un adulto, non può che essere definito bambino prodigio.

Il bambino prodigio

“Ci hanno detto che è come una spugna” dichiara entusiasta il padre di Laurent.

I nonni del piccolo Laurent, hanno, sin da subito, ritenuto che il bambino fosse “dotato di un dono” motivo per il quale le sue capacità di apprendimento fossero, da sempre, risultate superiori rispetto ad un bambino della sua età. Lydia e Alexander Simons (genitori di Laurent) erano titubanti al riguardo fino a quando gli insegnanti  del bambino hanno confermato la teoria dei nonni e cioè che Laurent il dono ce l’ha. Laurent è stato testato, risultato IQ oltre 145.

“Penso si concentrerà sulla ricerca e la scoperta, l’assorbimento delle informazioni non è un problema per Laurent”, afferma Alexander. Per quanto riguarda il dottorato di ricerca, invece, Alex e Lydia non hanno ancora voluto rivelare la scelta del figlio. Intanto, il piccolo fenomeno, è conteso da prestigioso atenei di tutto il mondo.

È semplicemente straordinario

“È lo studente più veloce che abbiamo mai avuto. Non solo è iper intelligente ma anche molto simpatico. Gli studenti speciali che hanno buone ragioni per farlo, possono organizzare un programma adeguato. Succede anche agli studenti con impegni sportivi” – ha dichiarato, durante un colloquio con i genitori del piccolo,  Sjoerd Hulshof, il direttore della Facoltà del TUE. L’università di ingegneria ha dato la possibilità a Laurent di completare il corso molto prima rispetto agli altri studenti. Sjoerd, ha ritenuto opportuno lasciar libero Laurent di andare avanti senza ostacolarlo, nonostante la sua tenera età. Il direttore ha ben compreso che una persona con un IQ così alto non la si può reprimere. La si può solo far crescere. Far prendere il volo.

Al contempo, però, come tutti i bambini della sua età, il piccolo Laurent ancora non sa bene cosa vuole fare da grande. Vorrebbe diventare medico chirurgo e fare l’astronauta. È  importante che ogni bambino, seppur l’eccezione di un piccolo genio, abbia il diritto di vivere la spensieratezza che quell’età richiede e che si senta libero di coltivare anche il suo lato infantile come tutti i bambini del mondo; di fatti, il piccolo Simons, ama giocare con i suoi coetanei anche se gli attende un futuro totalmente diverso.

Alessandra Federico

Generazione Pompei

Maurizio Molinari nella sua prefazione a “Generazione Pompei” riassume in poche ma significative parole il contenuto del volume, distribuito gratuitamente il 24 giugno scorso con il quotidiano la Repubblica, ricco di illustrazioni edito da Guida editori “… è un viaggio nel sito archeologico che dal 2013, grazie alla piena operatività del Grande progetto Pompei, ha cambiato volto: dai crolli ai restauri alle scoperte”.

Massimo Osanna per ben sei anni ha diretto il Parco Archeologico di Pompei ed oggi è direttore generale dei Musei del Mic è stato attore e protagonista del riscatto di uno dei siti più conosciuti e più visitati al mondo.

Nella sua introduzione Ottavio Ragone sottolinea l’importante contributo dato dalle donne le quali, con la loro competenza  e forza, hanno contribuito in maniera determinante nel Progetto Pompei.

Il nuovo direttore generale del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel nel suo contributo al volume ha evidenziato il rapporto tra la città e il territorio tra antichità e presente e l’importante opera di valorizzazione della zona e del paesaggio vesuviano.

Nelle immagini che raccontano insieme alle parole Pompei, le nuove scoperte, il riscatto e la valorizzazione di uno dei siti archeologici più affascinanti per la varietà e ricchezza di reperti che ci raccontano la storia di una fiorente città cancellata insieme ai suoi abitanti e quelli di Ercolano, Stabia e Oplontis dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Alessandra Desideri

 

 

Generazione Pompei

Scoperte e restauri: i protagonisti

Massimo Osanna

Antonio Ferrara

A cura di Ottavio Ragone

Novanta-Venti

la Repubblica

Guida editori

pp.166, 2021

Grazia Calanna: Cinque sensi per un albero

Grazia Calanna, giornalista, dal 2001 collabora con il quotidiano “La Sicilia” per il quale cura la rubrica di poesia Ridenti e Fuggitivi. Ha fondato e dirige, dal 2007, la rivista l’EstroVerso (www.lestroverso.it). È responsabile dell’Ufficio Stampa del MacS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) per il quale ha curato “PoetArte”, connubio contemporaneo tra arte e poesia. Con Fabrizio Ferreri, organizza il Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde (Pa). Tra le pubblicazioni: Crono Silente (poesia, 2011, Prova d’Autore); William Shakespeare, Sonetti 1 – 48 con AA.VV. (traduzioni in italiano, 2013, Prova d’Autore); La neve altrove di Giovanna Iorio (traduzioni in francese a cura di Grazia Calanna, 2017, Fara Editore); Poeti in Classe – 25 poesie per l’infanzia e non solo con AA.VV. (poesia, 2017, Italic Pequod); “Zafferana Etnea. Suggestioni letterarie alle pendici dell’Etna” di Grazia Calanna, in Borghi di Sicilia (saggistica, 2018, Maimone Editore), a cura di Fabrizio Ferreri; Il Gatto Figaro (letteratura per l’infanzia, 2020, Algra), con illustrazioni di Giovanna Marchese; Cinque sensi per un albero con AA.VV. a cura di Grazia Calanna (poesia, narrativa e arte, l’EstroVerso, 2020). Per le edizioni Algra, con Orazio Caruso, dirige la collana Quadernetto di Poesia contemporanea.

Qual è l’idea sottesa all’antologia Cinque sensi per un albero?
«L’idea sottesa è che la vita è indivisibile. Dal conforto ricevuto dalla natura, tanto più in un delicatissimo momento storico qual è quello che stiamo vivendo. Tra silenti passeggiate nei boschi etnei, ho pensato al significato come alle potenzialità di una riflessione corale sul nostro futuro, sulla nostra salute, non esclusivamente fisica, e, così, ho formulato un invito a scrivere (fotografare o dipingere o illustrare) per gli alberi la cui esistenza, non possiamo dimenticarlo, o, peggio, ignorarlo, è indissolubilmente legata alla nostra».
Jaques Brosse ha asserito “Fin dall’origine il destino degli uomini fu associato a quello degli alberi con legami talmente stretti e forti che è lecito chiedersi che cosa ne sarà di un’umanità che li ha brutalmente spezzati ”. Cosa insegnano gli alberi?
«Gli alberi insegnano l’ascolto. L’amore per gli alberi, dai quali, in generale, mi sento ascoltata e protetta, mi è stato trasmesso dal mio amato padre come da un fraterno amico che ha aderito al progetto narrando in versi la toccante storia di un albero che gli ha letteralmente mutato l’esistenza. Il mio albero del cuore si trova a Milo, terra di mio nonno Marcello, è un ciliegio bellissimo, privilegiato da una duplice vista sul mare e sul nostro vulcano. Il mio albero dei sogni è l’albero arcobaleno, un eucalipto beneaugurante, che mi prefiggo di piantare a Zafferana Etnea, in provincia di Catania, dove vivo, insieme a tantissimi bambini, in un luogo incantevole, “Etna Shakti – Avamposto Vegano”, un’oasi di pace e di verde con un giardino/orto sinergico con più di mille specie arboree e arbustive».
Questo è un testo corale e pluriforme: poesia, narrazione, saggio, fotografia, dipinto ed illustrazione. C’è un simbolo che funga da nodo di raccordo?
«Sì, le betulle simbolo di rinnovamento. Alberi splendenti che prosperano restituendo alla vita paesaggi nei quali, con audacia scelgono di mettere radici. Come per prodigio, non era stato concordato, le ritroviamo in copertina, grazie alle generosità di Sonia Maria Luce Possentini che ha partecipato al progetto con uno splendido pastello e acquarello su carta satinata, perfetto per rappresentarci tutti come resilienti betulle».
A pagina 31 si scorge un’impostazione differente del testo. Qual è la motivazione?
«La ringrazio per l’attenzione. Come ho precisato in una nota del libro, ho accolto un’impostazione differente del testo, come nella richiesta e nelle intenzioni del professore Dario Borso, per ricordare il poeta rumeno di origine ebraica Paul Celan».
Lei scrive “Dopo questa prima (parziale) pubblicazione (…) se, come desideriamo, concluderemo con un editore coraggioso e tenace (…), stamperemo su carta ecologica l’antologia (…). Ebbene, quali sono gli scenari possibili in merito ai prossimi sviluppi di un progetto così lirico quanto digitale?
«L’idea del libro – realizzato in sinergia con l’associazione “Mindart”, presieduta da Laura Cavallaro, e che attualmente si avvale anche della preziosa collaborazione della galleria catanese “KōArt”, diretta da Aurelia Nicolosi – è quella di sensibilizzare per il tramite dell’arte, da intendere concretamente come “forza attiva e folgorante dell’essere e dell’agire”. Ci prefiggiamo, colgo qui l’occasione per ringraziane Nino Federico che ha curato l’impianto grafico del libro, di stampare l’edizione completa e cartacea insieme ad un editore coraggioso e tenace, alla stregua di una bella betulla, l’antologia cinque sensi per un albero. Destineremo i proventi spettanti per la curatela (come per gli animatori del progetto) all’acquisto di alberi da donare ai bambini perché li piantino nelle proprie città ovvero nelle medesime città di appartenenza degli autori che hanno sposato il progetto».

Giuseppina Capone

Stefano Cazzato: Studiò diritto ma poi si piegò. Aforismi

Da anni molti si battono a favore del riconoscimento della “bibliodiversità” della letteratura contro l’eccessiva predominanza della narrativa: Stefano Cazzato ce ne spiega le ragioni, considerata la scelta dell’aforisma?
Il discorso sarebbe lungo, ma è molto stimolante. E qui possiamo solo abbozzarlo. La narrativa, soprattutto quella mainstream, ha sbaragliato ogni altro genere perché mediamente i lettori cercano storie semplici, scritte in un linguaggio standard, senza particolari sottotesti o sperimentalismi. Il messaggio deve essere edificante e rassicurante.
E’ l’industria culturale che ha creato questi lettori, o sono questi lettori che premono per questo tipo di prodotti?
Sta di fatto che oggi un romanzo di Perec o di Queneau difficilmente sarebbe vendibile. C’è un bisogno di evadere, del tutto comprensibile, che non può però rappresentare il canone del gusto e dell’offerta.
Peraltro, come afferma Todorov nel suo saggio I generi del discorso, è molto difficile trovare un criterio universale per stabilire cos’è letteratura e cosa no, perché si tratta di un fenomeno storico, situato. I casi freudiani, ad esempio, sono letteratura? E i miti? E gli aforismi lo sono?
Quale che sia la risposta, il ricorso all’aforisma è, nel mio caso, un tentativo di scardinare proprio la logica narrativa, del prima e del dopo, delle cause e degli effetti, della sequenzialità, del prevedibile, dello sviluppo necessario, del sentire comune.
Stanislaw Jerzy Lec sostenne che “non si può pettinare un aforisma”. E’ vero?
Lo ha lasciato intendere (e io ne ho tratto una morale) quando con i suoi “Pensieri spettinati” ha messo a fuoco il carattere non addomesticabile, indomito, contro-corrente, scomposto, politicamente scorretto, di un aforisma.
“Sesamo apriti – voglio uscire!”
“Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire”
“Persino nel suo silenzio c’erano errori linguistici.”
Basta leggere i suoi pensieri, per capire che l’essere spettinati si riferisce alla volontà di introdurre il disordine, e quindi il germe del dubbio, all’interno di ordini di senso programmati, consolidati, dati per scontati.
Ritiene che l’aforisma sia un genere contemporaneo, considerata la velocità del web?
Il web ha letteralmente inflazionato il genere, ma l’ha inquinato e annacquato. Tutti scrivono aforismi ma con quale consapevolezza? Non dico che si debbano rispettare delle regole, ammesso che ce ne siano, ma l’aforisma ha una storia, una tradizione, dei maestri, una grammatica, per quanto in apparenza sia il genere più spontaneo e semplice che ci sia, alla portata di tutti.
Gli aforismi non sono solo belle parole, ma cortocircuiti semantici, infrazioni linguistiche, deragliamenti della morale comune, spiazzamenti di attese. Non mi sembra che ci sia tutto questo in quello che normalmente si legge in rete, a parte eccezioni. E poi ci sarebbe da discutere di alcuni elementi stilistici, formali, estetici, espressivi che sono alla base della scrittura breve. Oltre a scrivere aforismi, ho sempre cercato di studiarne le implicazioni teoriche e storiche.
Per chi fosse interessato posso suggerire Teoria e storia dell’aforisma, un libro a più voci, pubblicato qualche anno fa, sul tema.
Soventemente, si finisce per identificare l’aforisma con La Rochefoucauld o Lichtenberg o Oscar Wilde o Karl Kraus. Può definirne le peculiarità?
Sì, è vero, si pensa a loro. Ma c’è una presenza molto forte della scrittura aforistica anche nel Novecento: Lec, appunto, ma anche Cioran, Canetti e tanti altri. E poi c’è una linea tutta italiana, da Longanesi a Flaiano, da Viviani a Fignon, da Ceronetti a Gragnani. Mi chiedi della peculiarità. Non pochi studiosi rifiutano un’assiomatica dell’aforisma, optando per la tesi della sua imprevedibilità ed estemporaneità. Posso risponderti con quanto scritto nella prefazione del mio libro: “che aforisma è quello che non ci fa dubitare di una certezza, che non smaschera una convenzione, che non coglie la noia di un’abitudine, la miseria di un gesto, di una nevrosi o di una pratica sociale? Che non fa provare un brivido, uno sbandamento, un’inquietudine, che non dà un piccolo pugno nello stomaco? Che non rappresenta uno shock per il pensiero e persino per la cattiva morale che si è pietrificata in un edificante moralismo? Che non crea un vuoto laddove c’è un troppo pieno di detto, di pensato, di indiscusso, di acclarato?”
Ecco, penso che l’aforisma faccia questo, debba fare questo.
La sua raccolta non segue un iter temporale o un ordine stabilito, non obbedisce ad un disegno ma rimescola, mediante un gioco di dadi, un materiale disarticolato che rispecchia le metamorfosi del soggetto e gli affanni della scrittura.
L’aforisma è una questione di involucro?

Sì, l’aforisma riflette una soggettività camaleontica, che cambia continuamente e che, a differenza di altri generi, è in grado di rappresentare in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più contraddittorie.
Ho usato il termine involucro, perché il guscio, l’aspetto esteriore, direi quasi sonoro, è fondamentale nella riuscita di un aforisma. Non importa tanto quello che si dice ma il modo in cui lo si dice. Personalmente faccio largo uso di contrapposizioni: “Cercava la dolce metà e trovò un’amarezza intera” oppure “Amava il prossimo ma da lontano”.
Ma mi piace anche il gioco di parole: “La lingua batte dove il Dante duole” oppure: “Sei figlio unico? No, il secondo gemito”.
Infine per deformazione professionale, visto che insegno filosofia, amo gli aforismi filosofici: “Socrate se l’è bevuta solo una volta” oppure “Nietzsche morì nel 1900. Qualche anno dopo la morte di Dio”.
Ma anche io non seguo canone, e mi lascio trascinare, come dice Umberto Eco, dalle mie pulsazioni, come si può evincere dai circa mille aforismi contenuti nel libro.

Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Zona di disagio, Il Convivio, MuMag, Roma in jazz) e ha scritto numerosi libri tra cui una trilogia dedicata a Platone: Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010; Una storia platonica. Ione la stirpe degli interpreti, Giuliano Ladolfi editore, 2017; Il racconto del Timeo. Platone e la letteratura, Giuliano Ladolfi editore, 2019. Del 2020 è La quasi logica. Si occupa da molti anni sia in chiave teorica che didattica di retorica, linguaggio, discorso e argomentazione.

Giuseppina Capone

Gianluca Barbera: Mediterraneo

Gianluca Barbera ha lavorato per anni in campo editoriale ed ha pubblicato racconti su riviste e in antologie oltre a diversi romanzi, tra cui Magellano (2018) e Marco Polo (2019), entrambi editi da Castelvecchi e vincitori di numerosi premi. Collabora con le pagine culturali de «il Giornale». Per Solferino ha pubblicato Il viaggio dei viaggi (2020).

Con Barbera parliamo del suo libro “Mediterraneo”.

Saremo anche rane che nuotano in uno stagno, ma quale stagno ha partorito così tante civiltà, così tante idee, così tanti mondi, e – perché no? – così tante guerre e tanti inganni?
Quali sono le ragioni per le quali ha scelto il Mediterraneo, spazio di inesauste lacerazioni ma anche di commistioni di culture?

È semplice. Il Mediterraneo è il cuore del mio mondo, del nostro mondo. Naturalmente il mio orizzonte non si esaurisce in esso, ho raccontato anche della prima circumnavigazione del globo di Magellano, e dei viaggi di Marco Polo.
Avventura e romanzo filosofico, echi di spy story e tragedia classica: quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta?
Nella mia vita non ho fatto che leggere. Leggere e camminare. E osservare. In questo romanzo ho riversato dentro tutto. Secoli di letterature di ogni genere, di esperienze, di traguardi, di vite vissute. Mito, pensiero filosofico, tragedia, commedia, scienza. Una specie di opera-mondo. Di summa. Il tutto inserito dentro il corpo di un mistery. Non per nulla l’incipit recita: “Io qui celebro il mistero”. Dunque, un inno a tutto ciò che di misterioso ci circonda.
Lei sembra rievocare l’Odissea nelle peregrinazioni di Giovanni. Ha voluto dialogare con Omero?
Con Omero e con Dante. In fondo quello di Belisario è un percorso, anche allegorico, dall’oscurità a una qualche forma di conoscenza assoluta. L’ultimo capitolo ha il carattere quasi di un testo sacro. Non mi sottraggo, nessuna elusione dei molti interrogativi disseminati nel corso di tutto il romanzo.
Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?
L’uomo si trova da sempre di fronte a domande capitali. Per trovare le risposte è necessario guardare alle cose da tutte le angolazioni. La domanda filosofica capitale naturalmente è: perché esiste il mondo e non il nulla? In questo romanzo tento di offrire una risposta. Anche se è bene ricordare come la natura di un romanzo sia innanzitutto quella di porre domande, prima ancora che di offrire risposte.
Quanto è mutato il gusto dei lettori negli anni, considerando la sua attività non solo di scrittore ma anche di curatore editoriale e redattore di pagine culturali?
È cambiato moltissimo. Prima si tentava di adeguare il gusto dei lettori a quello degli scrittori; ora avviene il contrario.

Giuseppina Capone

Ilaria Mainardi: Il racconto di un sogno. Ritorno a Twin Peaks

Ilaria Mainardi con Les Flâneurs Edizioni ha pubblicato il romanzo La quarta dimensione del tempo (2020). Collabora con il sito di critica cinematografica www.spietati.it.

Nel Saggio da lei redatto si legge:“Twin Peaks. Il ritorno” parla con noi ma non parla di noi, se si vuole intendere un dialogo rassicurante e ligio alla più fintamente progressista omologazione postmoderna.”

Qual è il merito di David Lynch?

Non so se si possa parlare di merito, né se l’autore desideri fregiarsene, quindi parlerei di peculiarità. Una di queste è quella di aver portato avanti un percorso internamente coerente. Credo che Lynch sia riuscito a essere l’artista che voleva. E anche nel caso di lavori “sfortunati” – in pratica disconosciuti – come “Dune”, la sua impronta stilistica è ben presente, quasi oltre lui stesso e oltre la volontà che ha indotto la produzione a rimaneggiare pesantemente il film.

David Lynch e Mark Frost: un connubio che, a suo avviso, ha realizzato “un capolavoro”.

In qual modo ciascuno ha espresso le sue potenzialità, attitudini, peculiarità in un progetto “lungo quasi trent’anni”?

Come spesso accade nella storia di Lynch, gli incontri sembrano avvenire quasi per caso e perché devono avvenire proprio in quel momento. Con Mark Frost, l’incontro avviene per un progetto che avrebbe dovuto intitolarsi “Goddess” (oppure “Venus Descending”), incentrato sulla figura di Marilyn Monroe. «Di David mi colpirono la franchezza e il grande senso dell’umorismo», dice Frost a McKenna, intervistato per la realizzazione della biografia “Lo spazio dei sogni”, edita in Italia da Mondadori.

Il lavoro comunque naufraga perché la United Artists, che avrebbe dovuto produrlo, teme ripercussioni politiche, a causa dei rapporti della famiglia Kennedy con la sfortunata diva. “Goddess” era di certo un progetto distante, da un punto di vista narrativo, dal mondo di “Twin Peaks”, al di là della supposta assonanza Laura-Marilyn. Gli intenti stilistici non lo erano invece così tanto, dato che sia Frost che Lynch concordavano sulla necessità di un approccio immaginifico, onirico, poco ancorato allo stretto realismo. Il resto è storia, come si suol dire, benché tra i due sodali non siano mancate divergenze, anche importanti, durante gli anni di lavorazione di “Twin Peaks”, specie per quanto riguarda la seconda stagione.

Lei asserisce che il regista, artista e musicista si amalgami con gli spettatori “modificando e lasciandosi modificare dagli spettatori a ogni visione, stabilendo una connessione con la coscienza più che con la materia”

Qual è la relazione che Lynch intende stabilire con coloro che guardano?

Ritengo che si tratti di un dialogo infinito, ragione per la quale l’interpretazione è allo stesso tempo un processo affascinante e frustrante. Per quanto mi riguarda, la bellezza dell’arte (e quella di Lynch lo è a pieno titolo, in quella sua inesauribile stratificazione semantica e simbolica) risiede nel suo essere imprendibile, sfuggente a ogni tentativo di chiusura dogmatica. Lo sguardo modifica, direi chimicamente, l’opera ed è modificato da lei: questo rapporto apre una molteplicità di significati, variabili con il tempo – concetto che permea il corpus lynchiano –, con il portato esperienziale di ciascuno ecc.. L’arte di Lynch (l’arte) è fenomeno, ma anche noumeno.

Il lavoro è così pulsante che qualsiasi esegesi mi parrebbe profanatoria, quasi il tentativo di dissezionare un presunto cadavere che invece è una creatura fervente di vita”.

Ebbene, può esplicitare le caratteristiche di un linguaggio tanto ibrido ed eterogeneo?

Lynch si muove per “idee” (e la capacità di averne sempre di nuove va allenata), in parte definibili come intuizioni creative, anche se la locuzione non è del tutto soddisfacente. Prendiamo per esempio “Velluto blu”. Nella biografia a quattro mani di David Lynch (con Kristine McKenna), “Lo spazio dei sogni”, si legge la modalità secondo la quale il regista dichiara di aver proceduto. È singolare, ma rende molto bene l’idea (appunto!) di un processo creativo, capace di attingere davvero a qualunque elemento, ri-semantizzato poi secondo la propria immaginazione. Si crea un caleidoscopio che contiene arte, ma anche oggetti, solo in apparenza privi di senso, in realtà denotati da sensi abissali. Parafrasando, Lynch rivela che all’inizio sono arrivate una sensazione e il titolo, “Blue Velvet”. In seguito ha come visualizzato l’immagine dell’orecchio mozzato, che determina di fatto l’avvio del plot, con il ritrovamento da parte del personaggio interpretato da Kyle MacLachlan (una sorta di Agent Cooper ante litteram e suo malgrado).

Vi sono svariati aneddoti sulla falsariga del precedente.

Meditazione trascendentale, arte figurativa, sciamanesimo, filosofia, arte visiva, psicologia: discipline differenti per compiere l’analisi di “Twin Peaks. Il ritorno”.

Cosa l’ha indotta ad allontanarsi dalle norme della narratologia?

Questo lavoro è un saggio, ma anche un racconto: è un saggio raccontato, un lavoro che si pone dunque come ibrido. L’intento principale è stato quello di lavorare per rimandi, simboli, suggestioni, lasciando che fosse l’opera stessa, il suo incessante parlare, a fare da guida. La consapevolezza di non poter – e a un certo punta quella di non voler – approdare in nessun porto sicuro è stata paradossalmente la sola, vera ancora della quale potevo disporre. Ho dunque stabilito un vero e proprio dialogo, complesso e mai rassicurante, con “Twin Peaks. Il ritorno” e ho cercato di ri-creare un percorso: mio, certo, ma anche condivisibile con gli altri. Ogni viottolo conduce a un’altra diramazione: non mi interessava inventarmi Verità, con la maiuscola, che non posseggo, ma fornire, nel mio piccolo, lo spunto per porsi ulteriori domande, per viaggiare ancora in mare aperto.

Giuseppina Capone

Il corpo, il rito, il mito

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Genova. Studia il meticciato culturale soprattutto in Brasile; l’altra sua area di ricerca è lo sport nei diversi significati antropologici. Tra le sue pubblicazioni: Un antropologo nel pallone (Meltemi 2007), Dio Negro, mondo meticcio (Seid 2013); Rio de Janeiro (Odoya 2015); Calciologia. Per un’antropologia del football (Mimesis 2016); Meticcio (Effequ 2018); 1958. L’altra volta che non andammo ai mondiali (Rogas 2018).

Con lui abbiamo parlato de “Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport”.

Il corpo potrebbe, oggidì, essere reputato un «fatto sociale totale» atto a decodificare dinamiche culturali di carattere più generale?
Certamente sì. Il corpo parla, grida, rende esplicite provenienze, caratteristiche, cambiamenti, ideologie. Stili di vita e di concezioni dell’arte e dell’estetica. Insomma dire che il corpo è natura non soltanto è riduttivo: è semplicemente errato, fuorviante.
Nel suo testo si legge “L’Antropologia studia linguaggi, miti, rituali, divinità, dinamiche identitarie”. Ebbene, quali sono le ragioni per cui tale Scienza sociale ha accantonato lo sport?
Vi sono varie ragioni, a seconda dei tempi e dei luoghi. In molte parti del mondo ha fatto breccia un’idea molto precisa e cioè, che lo sport rappresentasse qualcosa di strumentale al potere, l’oppio dei popoli, una droga per persone semplici, non in grado di discernere e che andassero semplicemente gratificate dal panem et circenses. Le scienze sociali poi, e in particolare l’Antropologia, si sono occupate per decenni di politica, struttura sociale e familiare, arte: un’attività così legata al corpo e al ludus non godeva insomma di uno status tale da raggiungere la dignità per essere studiata.
Nel 1931 Raymond Firth pubblica sulla rivista “Oceania” l’articolo “A dart match in Tikopia”. In quali direzioni si è evoluta l’Antropologia dello Sport?
In una direzione direi al passo con i tempi: si cercano i significati “densi”, le connessioni con la politica, l’economia, la religione, le dinamiche identitarie. Oggi chi potrebbe negare che su temi quali la decolonizzazione, il razzismo, la globalizzazione, il meticciato culturale, le rivendicazioni identitarie, fenomeni così caratterizzanti l’era moderna, le dinamiche dello sport non interferiscano?
Clifford Geertz elabora il concetto di “densità”. Quale definizione e spiegazione può fornire circa quello che è uno degli elementi su cui si fonda lo studio antropologico dello sport?
Dire che una partita di calcio è “semplicemente” una partita, che un match di boxe come quello del 1974 a Kinshasa tra Muhammad Alì e George Foreman nient’altro che un incontro di pugilato, e che il Super bowl è la finalissima del campionato di baseball e poco più significherebbe non aver colto il messaggio dell’antropologo americano. Geertz ci ha parlato del combattimento di galli a Bali, dimostrando, di fatto, come funzionasse quella società: noi abbiamo la chance di comprendere tantissimo della geopolitica, delle migrazioni e di tanti altri fenomeni della modernità, delle rivendicazioni identitarie, come dell’impegno a favore della comunità LGBT+ prestando attenzione a quello che avviene prima durante e dopo un incontro di qualunque sport. Basta avere la consapevolezza, appunto, della densità di questi avvenimenti, che sono solo apparentemente sportivi.
Considerati i frequenti fatti di cronaca, anche bui, quale connubio ritiene possa essere stabilito tra sport e civiltà?
Quando accadono dei fatti negativi all’interno del mondo dello sport, consciamente o meno tutti noi partecipiamo di pulsioni contraddittorie. Da un lato, è forte la tentazione di cavarsela chiamando in causa la metafora dello “specchio della società”: una comunità malata, razzista, violenta, corrotta non può che produrre uno sport di tal fatta. Dall’altro lato si ricorre spesso all’idea – utopica e comunque esageratamente ottimistica – che lo sport debba essere un’isola felice, un ambiente autoreferenziale, avulso da contatti pericolosi e popolato insomma da esseri speciali, super partes, nel quale la legge è uguale per tutti e viene premiato sempre il più meritevole. Naturalmente le due idee si intersecano, spesso vengono strumentalizzate o cavalcate in mala fede; certamente lo sport dovrebbe darci esempi fulgidi – lo ha fatto e lo continua a fare -; ma se è vero che è soprattutto un “fatto sociale totale” come può rimanere impermeabile rispetto alla cultura nella quale è immerso?

Giuseppina Capone

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