“Sapienza antica, voci moderne: seminari di cultura classica al femminile”

Un ciclo di incontri per riscoprire la classicità attraverso lo sguardo delle donne.

Un viaggio tra le radici della cultura classica e le sfide del presente: prende il via “Sapienza antica, voci moderne: seminari di cultura classica al femminile”, un ciclo di incontri ideato e promosso dalla prof.ssa Giusy Capone, con l’obiettivo di valorizzare la sapienza del mondo antico attraverso prospettive e voci femminili.

L’iniziativa, che avrà avvio il 2 ottobre, intende offrire uno spazio di riflessione e confronto in cui il patrimonio classico dialoghi con la contemporaneità, illuminando temi universali, grazie al contributo ed alla sensibilità di studiose provenienti da diversi Atenei italiani.

I seminari si propongono come occasione non solo di divulgazione, ma anche di crescita collettiva: la cultura classica, infatti, rappresenta ancora oggi una risorsa viva e attuale, capace di stimolare nuove visioni e di valorizzare il ruolo delle donne come protagoniste della trasmissione del sapere.

Il ciclo di incontri è aperto a quanti credono che la memoria storica sia uno strumento fondamentale per comprendere ed interpretare il presente.

Fosca Pizzaroni: “Partigiane”, Documenti sulle donne della Resistenza in Provincia di Caserta

Partigiane!”: perché ha ritenuto di dover dare voce ad una narrazione femminile della Resistenza?

Perché, come ebbe a dire Lidia Menapace, «se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza». Furono loro a nascondere uomini e soldati dopo l’8 settembre, a rifornirli di vestiario, viveri e medicinali, a trasportare armi, riferire informazioni logistiche: furono dei veri e propri ufficiali di collegamento, inoltre, sabotarono e parteciparono ad operazioni belliche.

In che modo il suo lavoro riesce ad intrecciare la dimensione personale e soggettiva delle protagoniste con l’orizzonte politico più ampio della Resistenza, mantenendo un equilibrio tra memoria individuale e storia collettiva?

L’orizzonte politico nelle storie delle donne casertane non emerge a tutto tondo: in primo piano è il loro contributo alla guerra contro il nazifascismo. Sono le loro azioni personali che affiorano dalla documentazione del ministero della Difesa. Solo leggendo i carteggi attentamente e ricreando la rete intessuta in quel periodo, si ha la visione del complesso di legami che le unirono ai partiti del CLN, in particolare al Partito d’Azione, Liberale, Socialista e Comunista, ma questi sono aspetti da approfondire. Di fatto esiste nelle loro storie un profondo equilibrio tra scelte individuali e politiche e storia collettiva.

Può spiegare come la metodologia adottata in “Partigiane” permette di riscoprire aspetti invisibili o marginalizzati delle esperienze femminili nella Resistenza?

Ho riportato integralmente nel volume la documentazione conservata presso l’Archivio centrale dello Stato nel fondo RICOMPART (ministero della Difesa, Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani) versato tra il 2009 e il 2012. In particolare, in quasi tutti i fascicoli è conservato il modulo di domanda predisposto dal ministero dell’Assistenza Post-Bellica, dal quale possono essere estratte informazioni preziose per ricostruire le relazioni tra formazioni partigiane, gruppi e personalità politiche aderenti ai Comitati di Liberazione locali e nazionali, ricostruendo un quadro di quello che fu, nell’area casertana, l’intervento femminile.

Qual è il ruolo della dimensione definita “di genere” nel suo racconto storico, e come reputa che questa prospettiva modifichi la comprensione dei concetti di coraggio, sacrificio e militanza nella Resistenza?

Non vado a modificare alcuno di questi concetti, piuttosto vorrei mettere in evidenza il determinante impegno femminile in ambito resistenziale. Le donne svolsero in silenzio il loro ruolo, una veste in cui da secoli del resto erano confinate. Potremmo parlare di rimozione della memoria per almeno un quarantennio. Renata Viganò fu la prima e l’unica partigiana combattente a raccontare, in modo romanzato con «L’Agnese va a morire», la sua storia nel 1949; il volume di Ada Prospero Gobetti, «Diario partigiano», è del 1956. Poi, ci volle il vento impetuoso della rivoluzione femminista per restituire voce alle resistenti, per citare i libri più conosciuti: solo sul finire degli anni ’80 abbiamo «Pane nero» della Mafai e «Portrait» di Joyce Lussu ed è del 2000 «Con cuore di donna» di Carla Capponi. La stessa storiografia femminile al riguardo prende il via solo all’inizio di questo secolo, mentre la storiografia in senso lato accenna al ruolo delle donne soltanto dal 2019, nella fattispecie mi riferisco al volume di Flores e Franzinelli «Storia della Resistenza».

Nel libro emerge una pluralità di identità femminili e di scelte etiche durante la Resistenza. In che misura queste diversità contribuiscono a problematizzare l’idea di un’unica “voce” partigiana femminile?

Ormai da oltre un decennio si parla di “Resistenza” al plurale. Le donne operarono come gli uomini: alcune combatterono, altre fiancheggiarono e aiutarono in vari modi, tante modalità differenti quante sono state le forme di Resistenza. Non un’unica voce quindi, parlerei più di un coro e di scelte diverse ma con un unico scopo: far finire il delirio della guerra nella prospettiva di un futuro di pace perenne. Questo uno dei motivi unificanti nel quale si vanno ad incarnare le diverse opzioni di lotta contro i nazifascisti che quel conflitto volevano continuare.

Come pensa che la rappresentazione delle donne partigiane in “Partigiane!” possa influenzare il dibattito contemporaneo sulle politiche di memoria e sulla costruzione dell’identità nazionale italiana?

Diciamo che mi piacerebbe vedere libri di storia diversi da quelli attualmente in circolazione, ad esempio nelle scuole, in cui uomini e donne interagiscono nel determinare gli eventi. Vede, la Storia (quella con la “esse” maiuscola) non si riscrive ma si approfondisce, va avanti grazie alla ricerca e allo studio della nuova documentazione che viene versata negli Archivi di Stato o nei tanti Istituti di cultura di cui è ricco il nostro Paese; di conseguenza non è mai detta una parola definitiva su ciò che è stato: ogni fenomeno storico va sempre approfondito e rivisto in base a ciò che emerge dagli archivi pubblici o privati che siano. Per il resto ritengo che gli italiani siano ben consci dei principi sui quali si fonda la nostra Repubblica e spero che il mio volume possa contribuire ad incrementare questo patrimonio di conoscenze: una prova di memoria collettiva onnicomprensiva dei generi.

In che modo la sua narrazione riesce a coniugare la dimensione eroica con quella quotidiana, spesso fatta di paura, dubbi e fragilità, senza perdere il rigore storico né cadere in una retorica vittimistica?

A questa domanda dovrebbero rispondere i lettori. Io, come già accennato, ho cercato di evitare connotazioni sentimentali riportando, da archivista quale sono stata e sono, i documenti. Paure, dubbi, fragilità e senso di responsabilità trapelano dalle carte d’archivio e si riflettono nelle testimonianze. Aggiungerei con le parole di Carla Capponi che: «personale e intima resta nel cuore gran parte della vita non svelata, quella delle riflessioni, quella pensata a lato delle azioni quotidiane». Essere fatte prigioniere dai tedeschi tra le montagne della linea Gustav mentre si spiano le loro postazioni e avere la freddezza di mentire sulle proprie intenzioni e notte tempo fuggire, o uscire sfidando il coprifuoco e le ronde, per recuperare feriti o portare armi e viveri adoperandosi per difendere perseguitati e persone in pericolo, fa di sicuro immaginare un miscuglio di sentimenti che dà un nuovo senso alla quotidianità. Aida Conforti, una delle mie partigiane, dice «Ci proteggeva l’incoscienza della giovinezza», mentre Ida Pontillo, nel suo ricorso per ottenere la qualifica partigiana, afferma «Le attività svolte non sono state delle più facili». Ma nessuna di loro si pone su un piano vittimistico: sono determinate a veder riconosciuta la loro collaborazione e volontà di esserci state, con orgoglio. Da rimarcare, infatti, che poi non parlarono delle loro esperienze né con i famigliari né lasciarono memoriali, tranne Aida Conforti che scrisse tre paginette per l’anniversario del 2003 e Margherita Troili che accenna al proprio vissuto di clandestinità nel volume «Una donna ricorda» (1987).

Quali sono state le principali difficoltà incontrate nel ricostruire il vissuto delle donne partigiane in una specifica area geografica?

Principalmente, proprio le difficoltà generate dal loro silenzio: queste donne non hanno lasciato testimonianze né archivi personali. Infine, ma non ultimo, il problema del riordinamento del fondo RICOMPART: versato tra il 2009 e 2012 presso l’Archivio centrale dello Stato, a causa della gran mole di documentazione, circa 7.430 buste, e della mancanza di personale ancora non è fruibile in modo organico e completo.

Come interpreta il rapporto tra la partecipazione femminile alla Resistenza e la successiva condizione sociale e politica delle donne nell’Italia del dopoguerra?

La Storia insegna che i cambi di mentalità sono lenti e faticosi, non si cambia una condizione in pochi anni, ci vogliono decenni se non secoli. Ancora oggi siamo in parte soggetti a questa mentalità retrograda che vede la donna in secondo piano o oggetto di possesso, nonostante la Costituzione affermi la parità di genere a tutti i livelli, dal privato al pubblico.

Alla luce del suo studio, quali aspetti della Resistenza e delle donne partigiane ritiene ancora oggi sottovalutati o misconosciuti dalla storiografia ufficiale e dalla cultura popolare?

Direi assolutamente tutti. Per una corretta visione del fatto storico bisogna ancora superare molti pregiudizi, in particolare quello di genere: finché la storia sarà un elenco di nomi maschili non avremo una ricostruzione effettiva dei fatti. Del resto le donne non hanno aderito solo alla Resistenza, hanno partecipato alla prima guerra mondiale, e in precedenza al Risorgimento, per fermarci alla storia recente. Ricordo, anni fa di essere stata colpita da una lettera scritta in previsione dei Plebisciti, conservata nel fondo Pepoli presso l’Archivio di Stato di Perugia: inviata «A Sua Maestà. Il Re d’Italia. Vittorio Emanuele» nel 1860 da «Angela Valentini di Matelica, dimorante in Stigliano in Sabina». Ho sempre con me la trascrizione. Le leggo qualche brano di quanto scriveva: «Maestà, non possiamo noi donne persuaderci che non abbiamo da votare come gli uomini, dunque noi siamo un nulla? Non sa vostra Maestà che ci sono donne che pensano meglio degli uomini! E che hanno coraggio quanto essi. E perché noi abbiamo da essere oppresse in tutto? Vogliamo ancor noi dare il voto, dare il sagro santo Sì al nostro redentore che ha reso la pace e l’unione a tutta Italia. Abbiamo dato prove ancor noi della causa Italiana. […] Se ci fosse bisogno di un Regimento di donne, tutte siamo pronte a imbrandire le armi ed io andrei avanti col Viva Vittorio Emanuele il nostro Re. Viva l’Italia Unita». Angela Valentini è una sconosciuta alla Storia del Risorgimento e del femminismo, e proprio per questo testimonia, oltre alla passione patriottica, l’accesa partecipazione delle donne alla vita politica da sempre. È grazie alla Resistenza che le donne italiane hanno ottenuto il diritto al voto. Il cammino è stato lungo, oggi godiamo di libertà e diritti grazie a tante sconosciute che hanno lottato per noi ma la strada da fare, dal punto di vista storiografico e non, è ancora molta.

Giuseppina Capone

Lucrezia Lombardo e L’odore delle sere / Mireasmaserilor

Nel componimento Zelkova”, il passato si staglia come tronco vago a cui aggrapparsi mentre il presente smaglia le sue trame: la sua poesia sembra operare come una radice che cerca unorigine o come uneco che trattiene il disgregarsi?

Ciò che lei afferma è vero: nei miei versi il tema della ricerca di un’origine è centrale. Quest’ultima è da intendersi in quanto luogo interiore a cui aggrapparsi nel dilagare delle peripezie a cui la vita ci costringe. Tale luogo originario e caldo, come l’utero materno, è un posto a cui tornare, un sentimento di casa, che, tuttavia, con l’età adulta, non può essere cercato al di fuori di noi, ma dentro noi stessi. Tornare al calore dell’interiorità, in quanto rifugio sicuro in cui il tempo non è più quello della frenesia, a cui il mondo ci costringe, bensì quello lento del pensiero, della riflessione. Tale motivo si lega – come giustamente notava – alla ricerca di qualcosa che trattenga il disgregarsi insito nella natura delle cose. Ecco che la poesia si fa linguaggio in cerca di un piano sovra-sensibile, di un orizzonte nel quale non s’imponga la legge della temporalità e dell’entropia. Tale orizzonte conduce inevitabilmente alla scoperta di un sentimento di compassione, che, assieme alla meraviglia, è ciò da cui la poesia originariamente nasce, dando voce all’istanza di bellezza che è nell’uomo. Un bisogno che è – appunto –  necessità di una dimensione di eternità e di consolazione. Credo che oggi più che mai – nel mondo attuale, dominato da una violenza incessante e disumanizzante – vi sia bisogno di una poesia “spirituale”. Una poesia che, al di là delle religioni e dei formalismi, spalanchi la porta a un luogo in cui il linguaggio ci ricongiunga con la nostra parte più vera – oltre le maschere quotidiane – e ci ponga nuovamente in ascolto degli altri, del mondo, delle forme viventi, specie dei più innocenti e del loro richiamo.

Il verso Si attraversa il mare / con un tocco di pane” pare condensare unintera fenomenologia della parola poetica: è per Lei la poesia un gesto salvifico, un atto sacrale o una mitezza che consente lattraversamento dellindicibile?

La poesia è una compagna di viaggio. Qualcuno – e non qualcosa – con cui attraversare le stagioni della vita, soprattutto quando la sofferenza e la delusione ci sorprendono. L’espressione “attraversamento dell’indicibile” mi piace molto, poiché mette in luce un altro aspetto della poesia -che è, appunto, compagna e sguardo sulle cose del mondo bisogno di bellezza -, vale a dire la natura paradossale del linguaggio, di cui il poetare è espressione. Voglio dire che la parola, per quanto svolga una funzione sacra – in quanto, denominando, essa dà al caos un ordine e crea – resta pur sempre parziale e prigioniera di un’incompletezza di fondo: la vita, infatti, eccede in ogni istante il linguaggio, anche laddove questo pare spiegare perfettamente i fenomeni. Da ciò deriva che la poesia cerca di dare un nome a qualcosa che, comunque, resta indicibile. Questo “qualcosa” è la vita stessa, con le sue esperienze esteriori e interiori. Pertanto, la vera poesia, oltre che nel linguaggio, si radica nella vita, o meglio, nell’autenticità di vita di chi, quella poesia, non soltanto la scrive, ma la sente, la agisce, la porta nel mondo e nella quotidianità. Ecco che la poesia si appropria, così, di una tavola dove ci si riunisce in amicizia, di un pianto, di una carezza ricevuta, o della contemplazione della maestà di un bosco… Poesia, allora, è anzitutto uno sguardo sul mondo e sugli eventi del mondo, capace di non rinunciare alla compassione, alla partecipazione e in grado di non farsi assorbire dal cinismo e dal nichilismo dilaganti.

Nei testi si percepisce una tensione tra listinto tellurico della natura e la malinconia di una civiltà in disfacimento. Potremmo parlare, nel suo caso, di una scrittura aurorale”, capace cioè di vedere linizio anche nella rovina?

Ogni aurora sorge sempre alla fine della notte… Mi viene in mente Nietzsche, la cui filosofia del mattino si dà proprio nel momento in cui crolla la vecchia metafisica e, con essa, i valori un tempo posti a fondamento dell’uomo e della sua civiltà. L’istinto tellurico – espressione davvero potente – è una componente innegabile della vita, che ha di per sé una natura ciclica, nella quale costruzione e distruzione si susseguono incessantemente, pensiamo al bosco e al suo ecosistema o, ancora, al mare, ma anche alle stagioni dell’uomo. Questo andamento duale si riflette nelle costruzioni sociali, politiche e culturali a cui l’umanità dà, via via, forma. Ogni grande impero, apparentemente eterno, è poi crollato. Allo stesso modo, correnti di pensiero che sembravano dominanti si sono rivelate insoddisfacenti, e persino certe teorie scientifiche, apparentemente inconfutabili, sono state abbandonate in un’epoca successiva.

Tuttavia, nel caso della rovina a cui Lei allude, le cose sono un po’ diverse. Difatti viviamo oggi in una realtà dominata dal progresso scientifico e tecnologico, in cui lo sviluppo di nuove tecnologie digitali, militari, biologiche ha raggiunto livelli senza precedenti, probabilmente questa tendenza si massimizzerà ulteriormente negli anni a venire, ma il problema sorge proprio qui: ci sarà un avvenire?

Oggi domina, sulla scena politica e sociale internazionale, una violenza devastante e dilagante e un atteggiamento diffuso di freddezza, quasi come se il cuore dell’uomo avesse cessato di battere e di provare pietà, accostandosi a quello delle macchine e realizzando così il sogno postumanista del cyborg perfetto. Una tale assenza di compassione – torno ad impiegare questo termine – costituisce, a mio parere, un punto di non ritorno, che ci espone concretamente al rischio che vengano impiegate armi micidiali di distruzione di massa. Armi nucleari, batteriologiche, chimiche, che un tempo non esistevano.

Il rischio è, dunque, concreto e la cura a una simile bestialità – che in nome dell’orgoglio sarebbe persino disposta a sacrificare interi popoli, la specie e il pianeta – si trova soltanto nel recupero della compassione e del legame autentico con l’alterità. Finché non si ripartirà da qui – dal riconoscere l’altro come persona e dal custodire la vita in quanto dono sacro – ciò che si lascia presagire è, appunto, l’alba della rovina. Tuttavia, il rischio concreto di una distruzione apocalittica, di cui tutti oggi facciamo esperienza, potrebbe costituire l’occasione per pensare ad un nuovo inizio, dando vita a legami sociali che non possono più basarsi sull’egoismo e sull’uso strumentale dell’altro. Proprio la gravità della situazione attuale richiede un’interrogazione collettiva e individuale, che conduca ad un cambiamento radicale di valori.

Le immagini femminili, madri, sorelle, amanti, contadine, abitano la raccolta come presenze arcaiche e silenziose: in che misura la sua poesia restituisce voce a un femminile sepolto sotto i detriti della storia e della modernità?

Il femminile, e la necessità di restituire ad esso una dignità piena, mi è assai caro. Nella mia ricerca letteraria, più volte, ho cercato di riflettere sulla condizione della donna e sulle cause all’origine della “sudditanza” a cui tutte le culture – prima o dopo, in modo esplicito o subdolo – hanno ridotto il femminile. Alla domanda relativa a come sia stato possibile edificare, in modo diffuso e trasversale, un’immagine che riduce il femminile ad “oggetto”, mi sono data la risposta che occorra parlare, anzitutto, dei punti di forza delle donne. La valorizzazione di tali punti di forza, in primis da parte delle donne stesse, è ciò che manca.

Troppo spesso, difatti, seppure a ragione, la donna è stata descritta come vittima, come debole, come mancante, come fragile e inferiore. Eppure – sebbene sia vero che la forza fisica di una donna è minore, in media, rispetto a quello di un uomo – ciò che non è vero, è il passaggio logico che, partendo da questa evidenza, vorrebbe legittimare l’inferiorità tout court delle donne. Ecco, tale manipolazione culturale e collettiva ha abituato le donne stesse a non focalizzarsi sui loro punti di forza, proprio per questo, la mia ricerca letteraria ha voluto, di contro, insistere sulle risorse di cui solo il femminile dispone. Prima tra tutte, la comunione istintiva che lega la donna alla natura e che la rende capace di costruire con essa e con l’alterità un legame di rispetto e non di dominio. Non è un caso che, nelle culture contadine e pre-industriali, proprio le donne fossero guaritrici, cultrici delle erbe, taumaturghe e così via. Il loro era quindi un sapere antico e profondo, seppure praticato in modo silenzioso. Questo femminile attivo, sapiente, quasi invisibile eppure forte, capace di rialzarsi dalle cadute e di fronteggiare le fatiche, lungi dall’essere identificabile con l’istinto o con l’animalità – come certe correnti maschiliste vorrebbero – è portatore di un sguardo di attenzione verso il vivente e sa integrare la natura e l’umano.

La donna è, inoltre, colei che dà la vita e che ospita in sé “l’altro da sé” (il figlio) nel momento della gravidanza. Questo dono della vita – a cui ovviamente concorre anche l’uomo – e, soprattutto, questo miracolo dell’accoglienza in sé della vita, non va inteso unicamente in senso biologico, ma anche spirituale: difatti, il femminile è qualcosa che trascende la maternità classica e fisiologica e include piuttosto una maternità universale, articolata essenzialmente in un pensiero antitetico rispetto a quello del potere e del dominio che ha fondato la civiltà odierna, la tecnica, la scienza e i loro effetti.

Il femminile, dunque, è l’acqua che genera la vita e che purifica, è la Madonna che è, al contempo, madre di Dio e dell’umanità, simbolo misterioso di un amore che si fa universale e che ricongiunge il finito e l’infinito. Tale amore insegna a rapportarsi alla vita secondo una logica dell’ascolto, del perdono, dell’accoglienza, piuttosto che secondo una logica strumentale, dello sfruttamento e dell’ottimizzazione, tipica delle società a stampo maschile o delle società in cui il femminile si omologa al maschile e, per questo, fallisce nel proprio progetto di emancipazione.

Negli anni ho pertanto voluto restituire al femminile – femminino sacro – la sua pienezza, emancipando, attraverso la scrittura, la figura della donna dall’ipersessualizzazione che subisce oggi, sia in Occidente, che nella maggior parte del mondo. Penso, a titolo di esempio, ai paesi islamici radicali, in cui vige la poligamia e le donne non possono studiare, né scegliere con chi sposarsi. Simili abusi, che riducono la donna ad oggetto e a proprietà di un maschile-padrone e perverso, che di dispone costei a piacimento, sono frutto di una concezione che vede il femminile come una minaccia e, per questo, lo rinchiude entro gabbie materiali, culturali, sociali e religiose. Nella mia scrittura ho voluto, da sempre, contrastare tale impostazione di pensiero, che relega la donna ad oggetto sessuale, a merce sessuale, a possesso, privandola così di un intelletto, della coscienza e della libertà vera. La libertà di scelta e che permette a ciascuna di costruirsi una propria personalità autonoma.

Molti versi evocano gesti minimi, raccogliere capperi, accudire con pane e olio, riconoscere gli odori, come forme alte di sacralità quotidiana. C’è in Lei unintenzionalità etica, quasi una difesa dellessere attraverso il dettaglio?

Simili dettagli mi affascinano, perché sono gesti che compongono una melodia sacra, una poesia immanente che si radica nel quotidiano. Ad esso, infatti, ho voluto volgermi, scorgendo un’inimmaginabile pienezza.

Ciò che cerchiamo disperatamente, spesso, si trova al nostro fianco e lo abbiamo già qui, occorre solo imparare ad accorger-si: questo è l’intento della mia poesia minimale, contadina, concreta e carnale. Volevo tornare a toccare la terra, ad annusare gli odori e, per farlo, ho dovuto trasformare il linguaggio, svuotarlo degli orpelli accademici e tipici dei sapienti, per restituirlo al presente, all’ordinario, tra le cui pieghe lo straordinario si dà.

Il mistero è tutto intorno a noi e, con esso, le risposte che cerchiamo, basta imparare a guardare e ad ascoltare. E poi, anche per le domande che non hanno una risposta, ciò che conta è imparare ad accettare che non tutto può essere compreso per via razionale, ma che spesso occorre, piuttosto, capire con il cuore e sentire con la mente.

La presenza ricorrente degli animali, sparvieri, corvi, tartarughe, pesci, pare inscrivere la sua poesia in un cosmo animistico: quanto della sua scrittura è debitrice a una visione premoderna e sacrale della natura?

La mia scrittura è spesso un esercizio che pratico per purificare la mente dai condizionamenti che ci circondano: rumori continui, chiacchiere, televisioni accese, stati di ansia e di angoscia, scene di prepotenza, d’indifferenza… Dinnanzi a tale spettacolo, in cui domina la legge del più forte, ho sentito la necessità di distanziarmi e l’ho fatto lasciando intenzionalmente la città, per rifugiarmi in campagna, in luoghi semi-nudi e semi-vuoti, in cui s’incrociava raramente qualcuno.

Questo ritiro fisico era, anzitutto, un ritiro mentale, che mi ha condotto nel cuore della natura, sviluppando in me una vena zoologica. Gli animali, con le loro leggi, i lori modi di fare, i loro richiami, sono divenuti i miei amici, non nel senso di una sostituzione della relazione umana – per me necessaria -, bensì nel senso di un momentaneo esercizio di decentramento. Ho voluto, cioè, osservare il mondo naturale che mi si è spalancato davanti lasciando la città, e i ragni, i rospi, le cicale, i corvi sono divenuti oggetto di osservazione e di contemplazione. Ciò che ho scoperto, è che vi è un’insita nobiltà anche nella bestialità animale: ogni azione, anche quella più feroce, si basa sempre sul non arrecare sofferenza inutile. Al contempo, nello sguardo di certi animali ho scorto quell’innocenza primordiale, che è anche negli occhi dei bambini: costoro non sanno cosa sia la cattiveria gratuita, non sanno cosa sia il male inflitto per piacere, e sono pertanto esseri pienamente vulnerabili. In questa innocenza, che non sa cosa sia il male ma segue unicamente la natura, ho trovato pace e speranza. Da questi sguardi puri, forse, il mondo ripartirà.

Ne Erranza” si coglie una dolente figura di poeta-angelo che vaga tra i resti della civiltà: Lei intende la poesia come possibilità di sopravvivenza nel tempo dellestinzione dei sensi, o come estrema forma di fedeltà allumano?

La poesia è una forma estrema di fedeltà all’umano ed è una provocazione che vuole infrangere la logica materialistica e utilitaristica che domina il mondo. Essa è una forma di resistenza dinnanzi al dilagare di una vita basata unicamente sul profitto, sull’apparire, sul predominio, sul successo, sulle cose. Eppure, oggi è particolarmente difficile fare poesia vera. E solo della poesia vera voglio parlare. E’ difficile – dicevo – fare poesia vera, perché essa risponde a specifici requisiti: non si vende al migliore acquirente e non si adegua ai parametri imposti dal mercato in nome del successo; non si fa portatrice dell’autoreferenzialità dell’autore, ma prova piuttosto a farsi sguardo critico sul mondo e sulla realtà; non si basa sul vittimismo come strumento di captazione di consensi; non si adegua allo spirito del tempo né promuove i suoi pseudo-valori, ma si fa visione che sfora nel futuro, in modo preveggente. La poesia vera è dunque una scelta di vita, che quasi certamente condurrà alla miseria economica e alla marginalità – quasi nessuno, infatti, vuole una poesia che non si adegua e che si fa strumento critico, interrogando le coscienze e mettendole in discussione… Ecco perché il poeta è una sorta di angelo terrestre, che vaga tra le rovine del mondo. Un mondo che, nella misura in cui condanna e uccide i suoi veri poeti, sta in realtà uccidendo se stesso e consegnandosi alla disperazione.

La lingua che usa, tersa, sensoriale, quasi medianica, sembra tendere a una rarefazione mistica del dire. Quanto è importante per Lei la dimensione musicale e sacrale della parola poetica?

La poesia è musica e, spesso, quando scrivo, sento delle melodie nella mia testa. La poesia è però anche preghiera: penso agli autori di icone, che prima di dipingere si svuotano e praticano una lunga penitenza, così da farsi anfore che vengono investite da una forza spirituale. Lungi dal praticare simili esercizi, e lungi dal ritenere che il poeta sia un vate, alla maniera di D’Annunzio, credo piuttosto che il poetare nasca dall’ascolto e che quindi implichi un decentramento dal proprio io. Se si è interamente presi da se stessi, la parola che nasce non ha nulla da dire. Preghiera, infatti, significa, in questo caso, riconoscenza verso il mondo, ovvero riconoscere il mondo, accorgendosi di esso.

Il Sud, il Mediterraneo, lagave, il glicine, i muri a secco: la sua poesia sembra avvolta da un paesaggio preciso ma trasfigurato. È un Sud reale, autobiografico, o mitopoietico, simbolico?

È entrambe le cose. Difatti il mio rapporto con il sud e con il Mediterraneo si radica nell’infanzia, avendo io origini siciliane. Questo sud è ricerca di un legame con il mio passato, è sosta nella memoria di un tempo di calore, affetto e gioia che è svaporato. Tuttavia, oltre a questo aspetto autobiografico e istintivo, vi è quello simbolico. Inconsciamente – credo – il sud dev’essere diventato, per me, un desiderio impossibile: quello di ridare vita a ciò che è ormai perduto. L’impulso a ricreare quella dimensione di pace e armonia che ho avuto la fortuna di sperimentare nella mia infanzia e giovinezza, mi perseguita con immagini mediterranee… Tra questi paesaggi, fatti di pini, di mare, di muri a secco, del resto, sento che io stessa potrei trasformarmi in una pianta, o che potrei tranquillamente vivere di pane e acqua, dimenticandomi tutto il resto.

Lultima poesia della raccolta, “Un mondo prima di te”, parla di unesplosione dellio nella vastità della notte. È in questo annientamento del sé che Lei intravede la possibilità di una rigenerazione poetica e ontologica?

Credo che per trovare il nostro vero sé, occorra prima liberarsi dell’io. Imparare, come ho già sostenuto, a non essere l’unico punto di riferimento, attorno a cui tutto il resto ruta in subordine. Da questa perdita dell’io – che è poi una liberazione dai condizionamenti, da ciò che gli altri e la società vogliono, dalle maschere, dalle preoccupazioni materiali che c’impediscono di dare la giusta priorità alle cose e così via – deriva la riscoperta del sé, la parte più vera di noi, che sa gioire anche del poco, che sa meravigliarsi, che sa non temere il giudizio e che, in parte, ci lega alla nostra infanzia. Inoltre, la rigenerazione poetica e ontologica di cui parla e che passa da questa spoliazione dell’io, richiede la verità. Ed è proprio a questo concetto, ostacolato e temuto, che voglio ricorrere: imparare ad essere veri con se stessi -ammettendo i propri limiti, i propri errori, la propria ignoranza- e con gli altri, per approdare alla gioia di vivere.

Nel pubblicare questa raccolta in edizione bilingue, con il romeno a fronte, quale urgenza ha avvertito: la volontà di aprire un dialogo intimo con unaltra geografia linguistica, o il desiderio di affidare alla lingua romena una risonanza altra, capace di rifrangere nuovi sensi del testo originario?

Senz’altro, la scelta di pubblicare la racconta in edizione bilingue, risponde all’urgenza di aprire un dialogo con un nuovo contesto, con una nuova letteratura. A tal proposito, leggere i miei componimenti in romeno mi ha fatto uno strano effetto. La musicalità dell’italiano, infatti, cede il posto a una sonorità più dura e decisa, che rende la poesia più penetrante. Al contempo, questa pubblicazione costituisce  per me una sfida, che mi ha spinto a osare e a sottopormi al giudizio di un pubblico nuovo e di una critica non abituale. Sono certa che tutto questo mi farà crescere e che mi consentirà di evolvermi sia umanamente, che letterariamente, ed è ciò che più conta.

Giuseppina Capone

Mostre, incontri, festival e tanta fotografia

Roberto Puato ha firmato l’editoriale del numero di giugno di FOTOIT della FIAF incentrandolo sulla seconda edizione del Festival della Fotografia  che si chiuderà il 21 settembre.

Anche in questo numero ampio spazio alle mostre, alla presentazione di libri, agli incontri, al regolamento del concorso “Presidenti Talent Scout”, ai concorsi, e spazio ai Circoli FIAF.

Isabella Tholozan ha presentato due fotografi sportivi Fabio Ottonelli e Domenico Pescosolido che hanno evidenziato come il fattor comune che porta a questo interesse è l’amore per lo sport.

Per “Visti per Voi” appuntamento con Joel Meyerowitz e la mostra “A sense of wonder. Fotografie 1962 – 12022” visitabile al Museo Santa Giulia  a Brescia fino al 24 agosto. A Reggio Emilia la fotografia europea 2025 che mette in mostra i primi 20 anni della fotografia europea. Fino al 7 settembre presso Gallerie d’Italia a Torino in mostra “Oliviero Barbieri. Spazi altri”.

“Storia di una fotografia” presenta “Io continuo a scattare perché ho paura” di Dario Coletti.

“Autori” con Mario Iaquinta che presenta Vincenzo Fazio fotografo della memoria di Caccuri. Enzo Gaiotto parla di Pasquale Mariani e della fotografia come pensiero.

Il portfolio “Un rapimento mistico e sensuale” di Enzo Ferrari è l’opera seconda classificata al “21° FotoArte Portfolio” Martina Franca, il portfolio “Liturgia di un dolore” di Carmela Mansi Difrancesco è l’opera seconda classificata al “15° Portfolio dello Strega” Sassoferrato.

Il Progetto Nazionale 2025-2026 Agrosfera presenta “Bianchetta Genovese” di Francesco Zoppi.

“Le Donne e la Resistenza” a cura di Pippo Pappalardo propone significative immagini delle donne che parteciparono attivamente alla Resistenza.

“Diamoci del Noi”: Susanna Bertoni a colloquio con Simone Sabatini direttore dipartimento esteri Consigliere nazionale FIAF.

Antonio Desideri

Capri imperiale. Augusto e Tiberio la storia in un museo

La Capri imperiale di Augusto e Tiberio è la protagonista della pubblicazione a cura di Massimo Osanna e Luana Toniolo per la collana Novanta Venti di “la Repubblica”.

L’introduzione dei curatori del progetto editoriale Ottavio Ragone e Antonio Ferrara illustra il perché della pubblicazione “il libro… è dedicato ad un’impresa culturale. Prova a raccontare vicende e luoghi in modo diverso, piantando un seme da cui già stanno germogliando buoni frutti, a pochi mesi dall’istituzione del Museo negli spazi della Certosa di San Giacomo”.

Un volume riccamente illustrato che attraverso le parole degli autori e di tutti coloro che hanno fornito un loro contributo accompagna il lettore alla scoperta o alla riscoperta di Cari e dei suoi tesori.

Un’operazione di valorizzazione dei reperti museali che vengono portati alla fruizione da parte dei visitatori dell’isola nota a livello internazionale per le sue bellezze e la sua storia millenaria. Un ulteriore importante passo in avanti per valorizzare l’immenso patrimonio culturale e museale della nostra regione.

Antonio Desideri

Livia Di Vona: Ladro di stelle, Hölderlin e il poeta come titano

Per Hölderlin il simbolo è un’esperienza che precede la lingua. Qual è, a suo avviso, la natura di questa esperienza prelinguistica? Si tratta di un’intuizione mitica, di una risonanza ontologica o di una reminiscenza platonica?
È un’esperienza religiosa. La Tradizione della poesia occidentale, che nasce nella Grecia del mito, origina da un patto di reciproca fedeltà tra il dio e il poeta. Per Hölderlin la poesia nasce come sacerdozio della verità: questo significa che il linguaggio – da lui definito “il più pericoloso dei beni” – è in grado di fondare la realtà, di farsi mondo ad una sola condizione, che nasca sempre dentro un colloquio con l’Altro, con il dio stesso che è proprio colui che lo dona. Tanto più il poeta è in grado di testimoniare la verità, quanto più riesce a conservare la sua radice creaturale.
L’equilibrio tra aorgico e organico evocato da Hölderlin rimanda a una tensione irrisolta tra natura e intelletto. Come interpreta questa dualità nel contesto della crisi della modernità e della frattura tra logos e physis?
Hölderlin non parla mai esplicitamente di unità simbolica, eppure l’equilibrio tra aorgico (Dèi/natura) e organico (intelletto) che definisce più propriamente Armonia, richiama esattamente questa unità. È un perfetto equilibrio perché nessuna delle due forze in gioco prende il sopravvento sull’altra. Nessuna forza agisce da tiranna. In Hölderlin si ricava, seppur implicitamente, che soltanto in un’epoca della Storia l’unità simbolica si è perfettamente compiuta: proprio nella Grecia del mito. Tuttavia, l’idillio non poteva/doveva durare troppo a lungo. La tragedia La morte di Empedocle ci conduce nel punto esatto in cui il Poeta – in senso archetipico, perché lo svevo ripercorre ciò che è accaduto nella Tradizione della poesia occidentale, e quindi nella Storia, nell’avvicendamento tra paganesimo e Cristianesimo – rompe, pronunciando una parola sfacciata, il patto di fedeltà, costringendo gli dèì ad abbandonarlo. Empedocle, che è generalmente riconosciuto come figura di frontiera tra Mythos e Lògos, per Hölderlin ha l’altissima responsabilità di condurre al tramonto la civiltà del mito, inaugurando una lunghissima notte di abbandono. Quando Cristo farà irruzione nella Storia, l’antico equilibrio non sarà ripristinato. Il flutto, la fiamma, etc… col naufragio del simbolo, con l’interruzione del colloquio, resteranno disabitati. Poiché anche la parola fa parte della physis proprio come il flutto e la fiamma, il poeta abiterà da solo il linguaggio. Per andare al cuore della crisi della modernità, forse si può ricordare, proprio con Hölderlin, che gli dèi ci hanno abbandonati perché l’uomo stesso ha inteso farsi dio.
In un passaggio pare cogliersi la “tentazione titanica” del poeta; esso sembra alludere ad una hybris prometeica. In che modo Hölderlin incarna questa tensione tra fedeltà al divino e desiderio di fondare un nuovo mondo attraverso la parola?
Personalmente, ritengo che Hölderlin si trattenga, nella lacerazione che gli deriva dal naufragio dell’unità simbolica, dal voler fondare un nuovo linguaggio. La ragione è questa: la poesia è sacerdozio della verità e se il simbolo è un’esperienza (religiosa) che precede la lingua, il poeta sa che non è possibile ricrearla autonomamente. Una delle lezioni più importanti di Hölderlin è che la verità non è un prodotto del linguaggio. Dunque, se il simbolo, ovvero l’incontro col dio, non c’è nell’esperienza, l’io creativo del poeta non può sostituirlo, non può inventarselo con gli artifici della lingua, perché altrimenti dice il falso. Un esempio evidentissimo è proprio nell’inno  Come quando il giorno di festa, che costituisce un punto di svolta nella tradizione della poesia occidentale. Il poeta, alla fine, interrompe bruscamente l’inno con un pianto, definendosi come “falso prete”: sembrava andare tutto bene, eppure l’affresco greco dell’inno, ormai relegato ad un passato non più ripetibile, è interrotto – quasi distrutto – dal pianto del poeta che non può descrivere l’equilibrio tra aorgico e organico, perché nel suo qui ed ora non c’è più.
Lei scrive che “il vivente è un’ombra”. È un eco dell’orfismo, del pensiero tragico o un riferimento all’inabitabilità del mondo contemporaneo?
Hölderlin stesso ci dice che il Cristo (detto anche il Conciliatore, colui che sanerà lo strappo con il dio che il titanismo dell’uomo/poeta ha causato) viene al crepuscolo per annunciarci la notte del nascondimento. In una versione tarda di Patmos, il poeta scrive “Nulla di immortale si vedeva”. Se il poeta non “vede”, non può efficacemente “dire” e ciò dentro uno dei paradossi che costellano la poesia hölderliniana, secondo cui la poesia sorge intorno alla maestà dell’invisibile. Cristo irrompe nella Storia con altre insegne rispetto agli antichi dèi greci, che non sono quelle della potenza ed è per questo che flutto, fiamma (e parola) rimangono disabitati.
Cristo come segno di un nascondimento ulteriore. In che misura Hölderlin anticipa la teologia del silenzio di Dio, così cara al pensiero novecentesco?
Credo che sia necessaria una premessa. La condizione spirituale dello svevo è talmente complessa e stratificata per cui la rigida categorizzazione della sua fede (o è greco nello spirito, o è protestante-pietista, o è ateo) non aiuta affatto ad inquadrarla. Certamente Hölderlin è protestante (basti guardare l’inno L’Unico/ Der Einzige), ma è pur vero che filtra il cristianesimo alla luce non della grazia, ma dell’antica legge della necessità nell’ansia di conciliarlo con gli antichi dèi: Cristo “doveva” chiudere la cerchia celeste, perché “doveva” portare a compimento quanto gli altri dèi, tramontando, avevano lasciato in sospeso. E riscontriamo una forma di ateismo, perché per il poeta, nel suo qui ed ora, non c’è il vivente, né nel senso del Dio vivente cristiano (scrive infatti che Cristo è venuto per morire e non per vivere), né nel senso greco, come dicevo prima a proposito di physis disabitata. La chiave del silenzio di Dio continua ad essere la tentazione titanica di rinunciare alla radice creaturale, di fare di sé stessi dio. E questo molto prima di dover agitare lo spauracchio terribile del dominio della tecnica.Il titanismo comincia sempre a partire dal linguaggio.
Si ravvede uno “strappo” non sanato: è la perdita del mito, il silenzio degli dèi, o la crisi della parola poetica? O, forse, sono tutte queste dimensioni a coincidere nella poesia hölderliniana?
Tutte queste dimensioni entrano in gioco. Hölderlin parla di una parola in crisi a causa del naufragio del simbolo. Quando si interpreta lo svevo, si insiste sempre sull’abbandono degli dèi, ma questo è solo un aspetto della faccenda. Ciò non si è compiuto per capriccio, per così dire, ma proprio perché non riusciamo (come non c’è riuscito l’uomo ai tempi del mito) a rinunciare al desiderio, per dirla con le sue parole e ancora una volta, di farci uguali al dio. Ma Hölderlin è fatalista: la libertà di tradire il patto è instillata dallo stesso dio.
Che funzione ha, secondo lei, la nostalgia nel sistema poetico di Hölderlin? È solo un sentimento elegiaco o diventa una categoria conoscitiva, una via d’accesso all’invisibile e al possibile?
In qualche modo, la lacerazione dovuta alla nostalgia del simbolo, traducendosi in poesia nel dire “ciò che non è”, diventa via conoscitiva.
Hölderlin, dall’esilio sulla torre, annuncia il ritorno dei Celesti. Come intende questo “ritorno”: come speranza messianica, come attesa metafisica o come potenziale risveglio dell’umano alla dimensione sacrale del mondo?
Hölderlin si aggrappa con tutto sé stesso a questo annuncio, che lascia ai posteri per i motivi che ho spiegato prima, a proposito del suo qui ed ora senza il vivente. Il poeta non sa, chiaramente, né quando, né come torneranno i Celesti; tuttavia, secondo me il sacrificio del suo ritiro nella torre sul Neckar (a mio avviso da leggere anche in funzione pietista), è un dono fatto alla stirpe (nel senso greco di ghénos) affinché torni, un domani, la consapevolezza della propria radice creaturale. È la speranza di tornare di nuovo colloquio, quindi poeticamente di nuovo canto.
Lei parla della poesia come parola forgiata dalla fame di azzurre lontananze. È un’immagine potentemente romantica, ma anche metafisica. È per Hölderlin la poesia una forma di ascesi o di naufragio?
Archetipicamente, nel ricostruire questa Tradizione della poesia, il poeta è precipitato da quelle lontananze. Perdendo il simbolo, non le ha recuperate più. Hölderlin, che rimane sempre un greco antico autentico nello spirito, è come se avesse vissuto personalmente questa perdita. La sente sua, come se fosse stato con Empedocle nel momento fatale, come se fosse stato Empedocle lui stesso. L’istante poetico hölderliniano ci dischiude i momenti più alti e più bassi della parola poetica: quando la parola si fa mondo, e quando mondo stesso e dio diventano gli “stolidi schiavi” del poeta titano, che ha preteso di versare da sé la fiala della vita, rendendo la parola incapace di fondare la realtà, la quale si dà sempre dentro una “compagnia”.
Nel ribaltamento della Tradizione operato da Hölderlin, la parola poetica smette di dire ciò che è e si rivolge a ciò che non è. Potremmo parlare di una vera e propria apofasi lirica? E quale relazione vede tra questa postura e le poetiche moderne del silenzio e dell’assenza?
Credo proprio di sì. La via apofatica è l’unica percorribile in assenza del vivente. Torno sul medesimo punto: se il vivente non c’è, cosa può dire il poeta? Se dice che c’è, perché se lo inventa, dice il falso. Solo a questa condizione il poeta resta credibile nel sacerdozio della verità, dentro una parola che si predispone all’attesa, all’inseguimento della realtà, di una pienezza di senso per come l’ho poc’anzi definita e che Hölderlin rimanda all’indeterminatezza del domani. Nel libro approfondisco un confronto non nuovo nell’interpretazione di Hölderlin, tra la figura di Empedocle e quella del Chandos di Hofmannsthal, molto simili e molto diversi. Chandos vive la crisi della parola, il naufragio della pretesa di ridurre il mondo ad un parto del suo io creativo. Ma non c’è mai il senso di colpa che invece attanaglia Empedocle. Ma potremmo richiamare benissimo anche Paul Celan, che ha vissuto la lacerazione della lingua (il tedesco come lingua degli affetti e, al contempo, come lingua dei carnefici) fino all’estremo. Hölderlin ci dà una traccia fondamentale circa l’assenza e/o il silenzio di Dio; per arrivare al fondo, bisognerà fare i conti con il desiderio di titanismo che si annida nel cuore dell’uomo.
Livia Di Vona è giornalista pubblicista e saggista. Collabora con diverse riviste, cartacee e online, di critica letteraria.
Giuseppina Capone

Simonetta Tassinari: Il bello tra le crepe. Manuale di riparazione della vita quotidiana

Nel suo libro, la crepa si fa cifra e metafora. Pensa alla nozione giapponese di kintsugi, in cui la frattura viene nobilitata con l’oro. Lei però sembra spingersi oltre: non è solo una riparazione estetica, ma ontologica. Che cosa resta, secondo lei, del concetto stesso di “interezza” nella vita umana?

Sì, nel mio libro la crepa è una metafora centrale. Il kintsugi giapponese ci insegna che la frattura non va nascosta ma evidenziata, persino nobilitata. Tuttavia, a me interessa soprattutto quel che cambia nell’identità di ciò che è stato rotto. La riparazione non restituisce un “prima”, non è un restauro mimetico: è un altro stato dell’essere, spesso più autentico. Per questo, nel libro sottintendo una“riparazione ontologica”: ciò che siamo dopo una crepa non è meno intero, ma è un’interezza diversa. Meno compatta, forse, ma più vera.

Lei parla di “riparazione della vita quotidiana”. In un’epoca segnata dall’effimero, dal consumo e dalla sostituibilità, la riparazione sembra un atto controcorrente. È possibile pensare alla cura del quotidiano come forma di resistenza simbolica?

Certamente! In un tempo che tende a scartare ciò che è rotto – oggetti, relazioni, anche emozioni – scegliere di riparare è un gesto di resistenza, persino di disobbedienza creativa. È come dire: “Questo vale ancora, anche se non è perfetto”. Ma proprio qui vale la pena fermarsi: che cosa intendiamo oggi per “perfetto”? Spesso, il perfetto coincide con l’efficiente, il nuovo, il performante, ciò che non ci fa perdere del tempo. È una perfezione di superficie, senza storia. Una perfezione che non conosce l’attesa, né l’errore. Ma è davvero questo ciò che ci fa stare bene? La cura del quotidiano, al contrario, riconosce valore a ciò che è segnato dal tempo. Riparare non significa riportare all’origine, ma accompagnare una trasformazione, anche visibile, anche imperfetta. È un modo per sottrarsi alla logica della velocità, della prestazione, dell’indifferenza. È un atto controcorrente che restituisce profondità e pienezza al vivere.

E, soprattutto, è un atto che restituisce dignità anche all’incompiuto, al provvisorio, a ciò che non corrisponde ai canoni del “tutto e subito”. Una piccola forma di resistenza simbolica e concreta, insieme.

Nel testo si coglie una sensibilità quasi bachelardiana per gli oggetti, le stanze, i luoghi abitati. Crede che la riparazione interiore possa iniziare da una diversa relazione con le cose, secondo la logica dell’”intimità abitata” e non del possesso?

Credo fermamente che la riparazione interiore inizi anche dal nostro modo di abitare gli spazi. La filosofia dell’”intimità abitata” ci insegna che le cose non sono solo strumenti: possono diventare compagne di senso. Quando aggiustiamo una sedia o scegliamo di non buttare una tazza sbreccata, stiamo anche educando lo sguardo. Stiamo dicendo a noi stessi: “Nulla è solo da usare”. E questa è una forma di riconoscimento che può trasfigurare anche l’interno.

Spesso i manuali si rivolgono alla mente operativa, al “fare”. Ma il suo sembra un “anti-manuale”, un breviario esistenziale. Si sente più vicina alla tradizione dei moralisti francesi, dei pensatori dell’esperienza?

Sì, il mio libro è volutamente un “anti-manuale”. Non offre soluzioni pronte, ma inviti alla riflessione. In questo senso mi sento vicina a quei pensatori -Montaigne, Pascal, Joubert – che interrogavano la vita da dentro, senza schemi rigidi. Non esiste una tecnica precisa per riparare l’anima, ma esistono gesti, parole, silenzi che ci avvicinano a qualcosa di più umano.

C’è una componente quasi liturgica nei suoi gesti descritti: rifare il letto, aggiustare una sedia, preparare una tavola. È possibile leggere questi atti minimi come una forma di sacramento laico, alla maniera di Simone Weil?

Quei gesti quotidiani sono troppo spesso relegati sul fondo della coscienza, come “doveri minori”. Eppure, proprio lì, nel ripetuto e nel trascurato, si nasconde qualcosa di profondo: una forma di presenza. Non presenza spettacolare, ma silenziosa. Un atto che riconnette corpo, spazio, tempo e intenzione. Simone Weil ci ha insegnato che anche il gesto più umile, se compiuto con attenzione, può diventare offerta. E non solo offerta verso qualcosa o qualcuno, ma anche da parte nostra: un modo per dire “ci sono”, “mi prendo cura”,“questo conta”. In questo senso,   quei gesti possono diventare senz’altro sacramenti laici, piccole liturgie incarnate nella materia, in cui ogni piega, ogni ordine dato alle cose, diventa linguaggio.

In Il bello tra le crepe si percepisce una tensione tra fragilità e forza, vulnerabilità e splendore. Le sue pagine sembrano dialogare con pensatori come Adriana Cavarero o Judith Butler, dove la cura dell’altro nasce dall’esposizione, non dal dominio. Qual è, per lei, il volto della forza oggi?

Per me, oggi, la forza ha il volto della vulnerabilità consapevole, non della durezza. Non si tratta di debolezza passiva, né di cedere alla fragilità come resa, ma di scegliere diesporsi senza corazze, senza cinismi di difesa, senza il bisogno costante di apparire invulnerabili. Le pensatrici come Adriana Cavarero o Judith Butler ci hanno insegnato qualcosa di rivoluzionario: che la cura dell’altro non nasce dalla superiorità, ma dall’incontro tra debolezze che si riconoscono. Non si cura da una posizione di forza, ma da una postura di apertura. La relazione autentica non ha bisogno di gerarchie: ha bisogno di presenza, ascolto, reciprocità.

Il titolo evoca la categoria del “bello”, ma di un bello ferito, incrinato. Le chiedo: è ancora possibile oggi pensare il bello senza cadere nell’edonismo, o nel suo opposto, l’estetica della rottura sterile?

Il bellonon è un ideale astratto, né un piacere narcisistico. È ciò che ci fa sostare, anche solo un attimo, di fronte a qualcosa che risuona. La crepa, l’imperfezione, ci costringono a uno sguardo diverso, più attento. Evito l’estetica della rottura fine a se stessa, ma credo nel bello ferito: quello che contiene in sé la memoria del dolore e insieme la possibilità di luce.

Lei sembra proporre una nuova etica dell’attenzione. Non quella spasmodica e iperconnessa del nostro tempo, ma un’attenzione silenziosa, lenta, selettiva. È d’accordo con Iris Murdoch quando diceva che “la moralità comincia con l’attenzione”?

Concordo profondamente con Iris Murdoch. La sua frase  “la moralità comincia con l’attenzione”  andrebbe incisa su ogni agenda, su ogni schermo. Nel nostro tempo, in cui tutto ci invita alla distrazione, all’accumulo di stimoli e informazioni, l’attenzione èdiventata un atto etico, non solo cognitivo. Non si tratta più di “guardare”, bensì di scegliere di vedere. Di fermarci. Di fare spazio. Ma non ogni tipo di attenzione ci “salva”. Non parlo dell’attenzione ansiosa, spasmodica, iperproduttiva, quella che tutto registra e nulla custodisce. Piuttosto di un’attenzione lenta, selettiva, affettuosa. Un’attenzione che accoglie, non che scannerizza.

La sua scrittura ricorda certi toni della saggistica poetica: non illustra, evoca. Si sente più artigiana della parola o seminatrice di immagini interiori? E come si è posta, nella stesura, rispetto al rischio del didascalico?

Mi sento artigiana, perché scrivere, per me, è un lavoro di mani pazienti e di orecchio attento. Ogni parola va scelta, limata, ascoltata nel suo peso e nella sua risonanza. Ma mi sento anche seminatrice, se penso alle immagini interiori che desidererei  lasciare al lettore: non concetti da trattenere, ma visioni che germogliano altrove, nel tempo di chi legge. Non pretendo, né cerco, di  spiegare tutto. Non cerco l’esaustività, ma l’apertura. Preferisco evocare anziché illustrare, suggerire piuttosto che definire. Credo che il pensiero non debba imporsi, ma invitare. Ho cercato di evitare con cura il tono didascalico. Se il libro parla di lentezza, di attenzione, di fragilità, anche lo stile deve respirare quel ritmo. Nella speranza di esserci riuscita!

Nel mondo che si frantuma – tra guerre, alienazione, solitudini – lei propone la riparazione come via concreta, non utopica. Ma anche discreta. Quanto conta, oggi, l’umiltà come gesto culturale e come pratica di trasformazione?

L’umiltà, oggi più che mai, è un gesto necessario, culturale e insieme profondamente umano. In un mondo in cui tutto sembra competere per visibilità, dove il valore si misura spesso a suon di esposizione, numeri, clamore, scegliere di non occupare tutto lo spazio è un atto radicale.

L’umiltà permette di fare silenzio per ascoltare, di mettersi da parte per far emergere l’altro, di rinunciare a “dire la propria” per comprendere davvero ciò che accade.

E ascoltare è già una forma di riparazione.

 

Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.

Molto apprezzata dai lettori per la sua capacità di rendere la filosofia alla portata di tutti, è autrice per Feltrinelli del fortunatissimo Il filosofo che c’è in te (2019), cui ha fatto seguito Il filosofo influencer (2020), Contro-filosofia dell’amicizia (2022) e Il bello tra le crepe. Manuale di riparazione della vita quotidiana (2025). Per Gribaudo ha pubblicato diversi manuali, tra cui Instant filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia (2024). È stata candidata al premio Strega 2023 con il romanzo storico Donna Fortuna e i suoi amori (Corbaccio).

Giuseppina Capone

Maria Vittoria Backhaus su FOTOIT

Il numero di aprile di FOTOIT la rivista della Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche presenta come ogni mese una vasta rassegna di incontri, mostre, rassegne, presentazioni di libri e di autori.

In apertura dedica ampio spazio alla fotografa italiana Maria Vittoria Backhaus alla quale il Comitato Scientifico del Centro Italiano della Fotografia d’Autore ha deciso di dedicare la monografia da dare in omaggio a tutti coloro che si iscrivono entro la data stabilita alla FIAF.

Al Progetto nazionale 2025-2026 dal titolo “Agrosfera”  è riservato l’intervento la titolo “Nemo’s Garden. Agricoltura 4.0” di Emilio Mancuso.

Protagonista dell’intervista di Isabella Tholozan è Roberta Ciuccio.

Visti per Voi di Giuliana Mariniello si occupa di “Franco Fontana. Retrospective” la mostra al Museo dell’Ara Pacis aperta fino al 31 agosto a Roma.

Eletta Massimino per Portfolio Italia 2024 parla di Elisa Mariotti e del suo portfolio “Yes, we do” opera seconda classificata al 25° FotoConfronti a Bibbiena. Alessandra Capodacqua presenta Ermes Signorile con il portfolio “Identità” opera prima classificata.
La Storia di una Fotografia curata da Luisa Bondoni è dedicata a Uno scatto per la pace di Gianbattista Pruzzo.

Per la Saggistica Isabella Tholozan si interessa di “Private”, il titolo che la Biennale della Fotografia Femminile ha scelto per il 2024.

In Talent Scout Piera Cavalieri presenta Irene Sabatini  e Cristiana Paglionico presenta Enrico Caleffi.

Diamoci del Noi di Giovanni Ruggiero analizza il lavoro di Roberto Rognoni.

La rubrica Singolarmente Fotogrfia analizza alcune opere fot orfiche.

Antonio Desideri

Civitavecchia: FORTE! Festival 2025

Sulle piazze di Civitavecchia, venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 maggio è ritornato l’evento musicale gratuito che fa vivere di musica la città. Bande, cori, collettivi di ragazzi e ragazze, jazzisti, cantautori e… ciliegina sulla torta, direttamente da Sanremo, Riccardo Sinigallia!

Sfida a colpi di chitarra il prog di Marco Mattei e Duilio Galioto, il raggamuffin di Quajaman e l’indie dei Manifesto; l’agrodolce sapore di swing e rockabilly di The Karin Hellies e l’ironia sul 2 e sul 4 di Le Swingeresse, il female power corale di Le Coeur, l’incanto classico di Mimì Biaggi e Riccardo Schioppa e il tango del Quartetto Italiano di Clarinetti di Davide Pellegri, il folk celtico della Groot Band e la canzone d’autore di Von Datty, il pop lirico del Trio Prestige e il jazz classico di Felice Tazzini e Marco Guidolotti…

FORTE! Festival 2025 si svolgerà tra piazza Saffi, piazza Calamatta e l’Arena Pincio nei giorni 16, 17 e 18 maggio: l’apertura dell’evento sarà invece effettuata con una proiezione cinematografica al CineTeatro Buonarroti, in collaborazione col CineCircolo XXI, dedicata al film “La città proibita”, presentato da una delle attrici protagoniste, Elisa Wong.

FORTE! Festival 2025 è un evento organizzato dall’Associazione culturale FORTE! Festival insieme a Comune di Civitavecchia (Assessorato al Turismo e Assessorato alla Cultura), Fondazione Cassa di Risparmio di Civitavecchia.

L’evento vede il supporto dei partner A Casa Tua, PENTA SM, Graphis Studio e Compagnia Portuale Civitavecchia, e il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, e viene realizzato insieme ai media partner Radio Stella Città e Radio Alma Bruxelles, e in collaborazione con tante associazioni musicali e artistiche del comprensorio: Baita Crew, Casa delle Arti (Allumiere), CineCircolo XXI APS, Ensemble InCantus, EMRO Video, Ercolani Bros. / Dokc Lab, Festival Kafarock (Cecina), Filarmonica di Civitavecchia, Granari Spazio Off, ass. culturale Ponchielli, Skelter, Stazione Musica, Unione Musicale Civitavecchiese, WoW Records, Zillion Watt Records.

Imma Pezzullo: Madri oltre il destino

Pedagogista, dal 2014 è vicepresidente dell’Istituto di Studi Atellani e dal 2011 redattrice della rassegna storica dei Comuni.

Nel 2012 pubblica “Ritratto di nonno” edizioni ISA, dedicato alla memoria del nonno membro della F.I.G.C. Nel 2019 scrive “Con il sen(N)no di poi – Diario di uno 048”,  Ed. Diogene

 

Nel suo libro, la maternità si emancipa dai confini biologici per diventare atto simbolico e tragico insieme. In che misura ritiene che la figura della madre, nel nostro tempo, conservi ancora una dimensione archetipica?

Per quanto la società moderna provi a diffondere una immagine del materno come “prodotto”, dal mio punto di vista, la maternità conserva un humus divino che è forma e sostanza allo stesso tempo. Il problema è che in alcuni contesti, soprattutto lavorativi, sta passando un messaggio fuorviante e cioè che essere madri può rappresentare una diminutio. La verità è che la società fatica a riconoscere le persone preferendo i ruoli, ma il ruolo è sovente l’anticamera dello stereotipo.

In Madri oltre il destino, la genealogia femminile si impone come forza narrativa e ontologica. Quanto pesa, secondo lei, l’eredità delle madri sulle scelte delle figlie nel nostro presente ipermoderno?

E’ una eredità che oggi pesa molto di meno. Le ragazze di oggi sentono meno il confronto con la propria genitrice, in loro è vivo il bisogno di trovare una identità che le distingua da chi le ha messe al mondo. Io penso che oggi nel rapporto madre – figlia pesi di più il desiderio delle figlie di far meglio della madre in una ottica performante che abita ogni aspetto del vivere moderno.

La sua scrittura, densa e intima, sembra riflettere un costante dialogo tra memoria individuale e destino collettivo. Può parlarci del rapporto tra autobiografia e finzione nella sua opera?

Come ho scritto nel libro ogni protagonista mi ha donato un po’ di sé stessa ed io ho fatto altrettanto con loro. Con molta onestà potrei dirle che mi sono rifugiata in alcune delle mie donne chiedendo loro di farsi carico di alcuni dei miei conflitti e delle mie difficoltà che la scrittura mi ha aiutato ad elaborare.

Tra le sue pagine aleggia una tensione quasi sacrale tra amore e sacrificio. Ritiene che la maternità contemporanea abbia smarrito il senso del “sacrificio” o ne stia reinventando le forme?

Sacrificio in latino significa rendere sacro, forse le madri di oggi non sono consapevoli di questa sacralità. Non a caso Erri De Luca definisce la Madre di Gesù operaia della divinità. Oggi la maternità è vissuta soprattutto come una scelta, le donne sentono di essere in grado di “dettare i tempi” della propria vita, e non sono più disposte ad accettare che qualcun altro decida per loro quando e se diventare madri.

Nel dare voce a madri che sembrano uscite da una tragedia antica, ha sentito più forte la spinta della pietas o quella del giudizio morale?

Ho sentito un forte senso di sorellanza con le mie protagoniste, in alcun modo ho avvertito l’esigenza di dare un giudizio sul loro vissuto e sulle loro scelte perché sono partita dall’assunto che ogni vita sia “unica” e come tale non giudicabile.

Molte sue protagoniste sembrano lottare contro una genealogia di silenzi. Scrivere questo libro è stato, per lei, un atto di restituzione, di rottura o di riconciliazione?

Io ho scritto questo libro per dare dignità a queste eroine del quotidiano, come le ho definite, perché ho letto nei loro occhi una mutua rassegnazione di fronte ad una società che le ha dimenticate, semplicemente perché ritenute portatrici di storie disgraziate, ma banali ,e pertanto non degne di attenzione.

Il titolo Madri oltre il destino evoca un superamento, forse anche una ribellione. Può approfondire cosa intende per “destino” in chiave femminile? È un dato, un fardello o una possibilità trasfigurata?
Tutte e tre le immagini che mi suggerisce sono calzanti con la mia definizione di destino. E’ innegabile che nella vita accadano fatti che non è possibile prevedere, questo può rappresentare un fardello, ma  non deve e non può concretizzarsi in passiva accettazione di ciò che accade, e le mie protagoniste hanno dimostrato che è possibile andare oltre il destino.

Lei dà corpo a donne “difficili”, mai sottomesse allo stereotipo. Come si rapporta, nel suo lavoro, con la narrazione dominante della maternità come esperienza salvifica e risolutiva?

Mi limito a raccontare il materno come fatto umano, e ogni fatto umano è ricco di luci ed ombre. Non esiste la maternità. Esistono le maternità, esistono i vissuti, esistono le persone.

Se dovesse indicare un filo invisibile che unisce tutte le madri del libro, sarebbe più la colpa o la cura, il desiderio o il rimorso?

Io penso che sia la cura, intesa come attitudine al sostegno e alla comprensione. Non dovremmo mai dimenticare che ogni donna che incontriamo ha una sua storia che va rispettata, qualunque essa sia. Possiamo non condividerla, ma nulla ci autorizza a giudicare la vita di un altro essere umano. Il giudizio è meschino, alimenta il nostro ego e null’altro.

Nel panorama culturale italiano, la figura materna è spesso ingessata tra mitologia e cliché. Madri oltre il destino sembra voler forzare queste gabbie. Qual è, secondo lei, la responsabilità della letteratura nella liberazione degli immaginari femminili?

In generale, la letteratura deve stimolare la riflessione, deve animare il conflitto e deve fornire alternative di pensiero. Spesso gli autori, e ancor più spesso le autrici, consegnano ai lettori delle madri, o più in generale donne, lontane dal mondo reale, animando un mito della sofferenza come medaglia da apporsi che contrasta con la realtà della vita. abbiamo bisogno di figure in cui poterci riconoscere e non di modelli stereotipate che alimentano il nostro senso di inadeguatezza.

Giuseppina Capone

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