Charles Frederick Worth: il primo couturier a diventare  designer

Charles Frederick Worth è stato il primo a trasformare la figura del sarto in quella del designer quando, nel 1800, il popolo vestiva secondo le regole che imponeva la corte e seguendo il gusto della regina. Esistevano solo couturier fino a quando Charles Frederick Worth ha dato vita a quella che oggi chiamiamo storia della moda.

La moda è stata, a partire dal medioevo, prerogativa di un piccolo gruppo che ha usato le trasformazioni dell’abito per manifestare la preminenza del proprio ruolo gerarchico all’interno di una determinata comunità. Dimostra, con il modo di apparire, la saldezza del principio originario da cui discende il patto su cui si fonda un’intera civiltà mettendo in evidenza i segni della ricchezza e del potere. Ma fra il XIII e il XIV, nell’Europa occidentale, questa fissità tradizionale, è stata sostituita dalla regola della trasformazione e della modernità. Da lì in avanti l’abito non avrebbe rappresentato più il ruolo sociale di una persona secondo regole rigide ma soggette al gusto e all’inventiva di coloro a cui veniva riconosciuta la capacità di far avverare e mettere in pratica questa nuove creazioni.

La storia del  primo creatore di moda

Charles Frederick Worth nasce in Inghilterra nel 1825. Figlio di famiglia borghese inizia, sin da bambino, a lavorare in una ditta di tessuti londinesi. Nel 1845 si reca  a Parigi dove svolge il suo primo lavoro da commesso a La ville Paris.  Da li a poco si occupa del reparto di scialli e mantelli svolgendo il ruolo di assistente alle vendite de Gagelin.

“La mia inventiva è il segreto del mio successo”. Charles mette in atto per la prima volta il suo innovativo metodo di presentazione dei capi: Marie Augustine Vertnet (commessa presso Gagelin) diventa la sua prima modella in carne e ossa e da li a poco anche sua moglie. In poco tempo, le signore dell’alta società, vengono attratte da quei meravigliosi e innovativi abiti di creolina realizzati da Worth per Marie. Non solo, questi meravigliosi abiti danno il via ad una vera e propria rivoluzione della moda. In questi anni le nouve autés confectionnes fanno la prima comparsa nei reparti del magazzino. Nel 1851 a Londra la maison Gagelin era l’unica ditta mondiale a presentare una produzione di capi pronti all’esposizione universale. Non si può di certo dire che le persone non trovassero alcuna fatica nell’accettare il cambiamento e le novità proposte da Worth poiché implicavano la rottura delle vecchie abitudini dell’abbigliamento.

La carriera di Worth era ormai rapida e in ascesa: nel 1853 entra in società con il nuovo proprietario di Gagelin, Octave – Opime – Gagelin, ma nel 1858 il sodalizio si scioglie. Nell’aprile 1858 Worth entra in società con otto Bergh e nel 1860 la Worth et Bobergh viene definita come “couturirse e nouveates confectionnes” (cucito e nuove creazioni). Questa maison vende stoffe e propone abiti creati da Worth confezionati su misura dove però le persone potevano scegliere le sue varie proposte ma non avere una propria invenzione. Nasce cosi l’haute couture. Anche coloro che vestivano secondo lo stile dell’imperatrice iniziavano a rivolgersi a Worth. Nel corso degli anni 1850 per la realizzazione dell’abito femminile erano necessari lunghi metraggi di stoffa, anche per creare abiti con la creolina raddoppiando dunque le proporzioni di stoffa. Il modello che lo porta al successo è un abito da sera la cui gonna è ricoperta da tulle di seta. Però per far sì che il nome Worth diventasse sinonimo di moda, l’ingegnoso stilista conquistò l’imperatrice e le sue dame. Nel 1860 la moglie dell’ambasciatore austriaco, la principessa Pauline Von Metternich, convoca Marie Worth (moglie del designer) per avere una dimostrazione dell’album dei modelli delle creazioni di Worth. Da quel momento, grazie alla principessa Pauline e alla sua richiesta di far confezionare per lei un abito da sera e uno da giorno, il primo geniale designer inizia ad avere maggiore successo. Da li a poco diventa anche  fornitore ufficiale degli abiti da sera e di rappresentanza dell’imperatrice. Mentre l’azienda di Worth andava a gonfie vele, il designer iniziava ad apportare modifiche all’abito femminile proponendo idee innovative:  creare un abito il cui orlo si ferma alla caviglia sostituito da una sottoveste e una sopravveste drappeggiata, mentre la creolina aumenta di dimensione per qualificare lo status delle classi alte. Worth riduce drasticamente sul davanti spostando l’ampiezza sul dietro e dando forma ad un breve strascico, aggiunge un sopragonna lunga fino al ginocchio chiamato tunica. Nel 1869 riduce ulteriormente la creolina trasformandola in un sellino di crine rigido in modo da sostenere solo la parte alta del dietro della gonna. L’obiettivo era quello di seguire la silhouette femminile. L’abito richiedeva metri e metri di tessuto, di passamanerie e di nastri e, di conseguenza, Worth riduce il busto con un effetto a vita alta. Subito dopo nasce il modello princess: abito strutturato per intero in modo tale da seguire le forme del corpo della donna e svasando la gonna verso l’orlo. Ancora, nel 1874, lancia la moda della corazza: corpetto che arriva ai fianchi allungandosi sia al davanti che al dietro. La sopragonna viene aperta la centro unendo i due lembi sul dietro per formare uno strascico. Ancora una volta cambia la silhouette femminile passando ad una struttura longilinea dall’aspetto forte e corazzato.

Alessandra Federico

L’isola di Procida Capitale italiana della Cultura 2022

La vittoria di Procida, come Capitale Italiana della Cultura 2022, è stata celebrata anche oltreoceano. A tessere le lodi della piccola isola è stata la rivista economica statunitense Forbes. “L’isola di Procida nel Golfo di Napoli festeggia la conquista del titolo di Capitale Italiana della Cultura 2022, dopo aver combattuto la concorrenza di altri nove finalisti.

La minuscola isola, ammirata per la sua architettura vivace e le case dai colori vivaci, è arrivata al primo posto grazie alla sua presentazione “La Cultura non Isola, ovvero la cultura non isola” (giocando sulla parola “isola” in italiano)”, ha scritto la giornalista Rebecca Ann Hughes.
Queste le motivazioni alla base della scelta della giuria: “Il progetto culturale presenta elementi di attrattività e qualità di livello eccellente. Il contesto di sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato, la dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria, la dimensione laboratoriale, che comprende aspetti sociali e di diffusione tecnologica è dedicata alle isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee.

Il progetto potrebbe determinare, grazie alla combinazione di questi fattori, un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del paese. Il progetto è inoltre capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura, che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al paese, nei mesi che ci attendono. La capitale italiana della cultura 2022 è Procida”.

In gara c’erano anche altre città italiane Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), L’Aquila, Pieve di Soligo (Treviso), Taranto, Trapani, Verbania, Volterra (Pisa), ma il fascino dell’isola e la sua unicità hanno sbaragliato la concorrenza.

Nicola Massaro

Antonina Nocera: Metafisica del sottosuolo

Antonina Nocera vive a Palermo dove svolge la professione di insegnante nella scuola secondaria superiore.

Ha pubblicato una monografia dal titolo Angeli sigillati. I Bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij (Franco Angeli, 2010), e il saggio Metafisica del sottosuolo – Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij (Divergenze, 2020) oltre a svariati articoli su riviste come Kaiak-A philosophical Journey, Il Maradagàl, Kainos. Un suo racconto si trova nella raccolta L’ultimo sesso al tempo della peste a cura di Filippo Tuena, (NEO edizioni, 2020) .Gestisce il blog letterario Bibliovorax (www.bibliovorax.it) dal 2016 dedicato alle recensioni di narrativa e poesia e interviste di autori contemporanei. Scrive per una rubrica dedicata alla divulgazione dei classici della letteratura russa sulla pagina Cultura Italia-Russia.

“Metafisica del sottosuolo” : titolo fortemente suggestivo ed evocativo. Può spiegare l’accostamento dei termini?

Il titolo è un omaggio a un antropologo e filosofo, forse lo studioso par excellence, del cosiddetto sottosuolo dostoevskiano, René Girard che in un suo saggio analizza le dinamiche psicologiche dei bassifondi delle anime dei personaggi più significativi di Dostoevskij. Solitamente si accosta la metafisica a idee astratte e poco terrene; senza scomodare i greci e Heidegger, metafisica del sottosuolo è un’interrogazione sul senso globale, essenziale del Male, nelle sue mille declinazioni; poi si avvicendano la Verità, il Potere, la Libertà che nel mio saggio si interfacciano con le azioni umane, il delitto, con il libero arbitrio e la coscienza: il sottosuolo dostoevskiano è propriamente il luogo dove il male, in tutte le sue forme plurime, si materializza e incarna nei personaggi: allo stesso tempo il percorso di Rogas (nel Contesto) e il suo dialogare con i vari personaggi del romanzo da Cres a Riches, sembrano essere una sorta di ‘parodia’ del sottosuolo dostoevskiano e delle sue tappe: il male come libero arbitrio rappresentato da Cres, la svolta nichilista rappresentata da Riches e la ribellione interiore di Nocio .

Nella comparazione con Sciascia, va detto, il titolo si completa con il sottotitolo: “Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij” a indicare un preciso percorso teorico.

Lei ha esaminato con accuratezza tre romanzi: Il contesto di Sciascia, I fratelli Karamazov Delitto e castigo di Dostoevskij. Qual è il metodo che ha adoperato ed il fine che ha inteso perseguire?

Sono comparatista e pertanto seguo un metodo che pone due oggetti tra loro apparentemente diversi e lontani e li mette in dialogo; il metodo qui usato richiama a grandi linee il “paradigma indiziario” di Carlo Ginzburg: come un detective il critico, lo studioso si concentra su degli indizi, – anche apparentemente marginali – per poi costruire una visione ampia e strutturata.

Oggetto di indagine pare essere l’uomo al cospetto di interrogativi etici circa il Bene ed il Male, mentre affronta temi quali delitto, punizione e giustizia. Quali sono, a tal proposito, le assonanze e le divergenze che ha ravveduto tra Sciascia e Dostoevskij?

Dostoevskij e Sciascia avevano in comune una grande dote: la capacità di scavare all’interno dell’uomo, questo mistero senza fine sul quale non si può mai pronunciare la parola definitiva. Il Contesto, Delitto e Castigo e I fratelli Karamazov sono tre romanzi, ciascuno con le proprie peculiarità, che indagano nel fondo della psiche, scandagliano le reazioni dell’uomo di fronte a questioni capitali come il delitto, atto supremo di tracotanza e ribellione all’ordine morale e alla legge. In entrambi gli autori il delitto è una “soglia” un passaggio oltre il quale si spalanca un vuoto di senso. La ricerca della verità e del colpevole nel giallo, nel poliziesco è chiaramente un tentativo di ristabilire un ordine razionale, compensativo di cui la giustizia dovrebbe farsi garante. Ma sia Sciascia che Dostoevskij hanno compreso che questo schema lineare è troppo stretto per contenere tutte le contraddizioni della società, del potere e delle ribellioni del sottosuolo umano, tendente al male e all’autoaffermazione. Così il commissario Rogas si trova di fronte a “uno stato detenuto”, una contraddizione insanabile che lo porta a contatto con il vero volto del potere, quello incistato nei gangli della società civile e delle commissioni di giustizia. Rogas, la ragione investigativa, la ricerca della verità, sono un tutt’uno. La sua morte, lungi dal rappresentare il sacrificio espiatorio, è invece una sorta di atto vuoto, senza senso e senza soluzione. Le esequie della verità, appunto. Quando Sciascia, in Appunti sul giallo parla di sostanza ontologica del delitto, sta in fondo ribadendo la formula dostoevskiana del delitto “filosofico” di Raskol’nikov: in questo frangente Dostoevskij e Sciascia parlano lo stesso linguaggio, la differenza è che Raskol’nikov fa i conti con un’altra giustizia, quella interiore e la perfeziona con l’accettazione della redenzione religiosa.

Dostoevskij e Sciascia sono soltanto apparentemente differenti per stile e contenuto. La lettura delle loro pagine, però, rivela un comune trasporto metafisico per le plurime e molteplici patine dell’animo umano. Quale idea emerge dell’Uomo rispetto alla Libertà?

La libertà è una questione originaria in Dostoevskij e ad essa si ricollega il problema del male e della verità, ma anche quella del bene. Senza libertà non vi può essere un bene autentico ma al contempo la libertà assoluta trascende in arbitrio, porta al delitto. Questa antinomia è fondamentale per capire il capitolo della leggenda del Grande Inquisitore, una digressione di straordinaria profondità che anima le pagine del romanzo dei Karamazov. Nel saggio ho ravvisato delle analogie tra un personaggio particolarmente inquietante Riches – il Presidente della Corte Suprema che Sciascia fa dialogare con Rogas- e appunto, il Grande Inquisitore di Dostoevskij. In questo dialogo emergono le questioni cruciali sul potere e la libertà: alle masse viene raccontata la bella favola della giustizia; per Riches questa non mira più alla ricerca della verità ma è una farsa necessaria. Da qui si comprende come la tanto paventata libertà sia molto complessa come orizzonte etico da perseguire. L’uomo non è libero di scegliere, anche se sia Sciascia che Dostoevskij sono promotori dell’uomo autenticamente libero socialmente e spiritualmente.

Il suo saggio è senz’altro caratterizzato da una scrittura agile. A chi si rivolge ed è possibile immergersi nella lettura nonostante non si sia un “addetto ai lavori”?

Il mio saggio inaugura una collana di saggistica breve che è stata pensata appositamente per un pubblico ampio che comprenda specialisti del settore e lettori appassionati. Mi piace l’idea che possa essere letto da uno studente di liceo e universitario, dal critico, dal ricercatore, dall’appassionato di Sciascia e di Dostoevskij. E mi piace che lo legga anche chi non conosce i romanzi che cito e che magari ne approfitta per approcciare queste letture. La cultura apre sempre nuove strade.

Giuseppina Capone

 

 

Massimo Prati: Rivoluzione inglese. Paradigma di modernità

Lei compie un’analisi di una serie di opere di storici britannici, relative alla Rivoluzione Inglese, mai tradotte nel nostro paese. Ce ne offre una sinossi?

Effettivamente, quelle a cui lei fa riferimento, nella maggioranza dei casi sono opere mai tradotte nel nostro paese. In altri casi ancora, siamo di fronte a lavori di ricerca pubblicati in italiano oltre 50 anni fa e che non sono più in commercio da moltissimo tempo; per questo motivo, si tratta di testi poco conosciuti al grande pubblico. Infine, ci sono pubblicazioni relativamente recenti di cui, per ora, non esiste un’edizione italiana. Io ho lavorato sullo studio e sulla lettura integrale di decine di questi libri. Riassumere complessivamente il contenuto di queste ricerche è praticamente impossibile. Per lo studioso o per il ricercatore interessato all’argomento, rimando alla bibliografia del mio libro. Nell’ambito di questa intervista, penso possa utile segnalare tre pubblicazioni, risalenti a periodi anche molto distanti tra loro: 1) “The Levellers and the English Revolution”, di H.N. Brailsford, del 1961. 2) “The Far Left in the English Revolution. 1640 to 1660”, di Brian Manning, uscito nel 1999. 3) “The English Civil War. 1640-1660”, di Blair Worden, pubblicato nel 2009 e, a mia conoscenza, non ancora tradotto in italiano. Henry Noel Brailsford, (25/12/1873-23/3/1958), è stato uno dei più importanti e autorevoli giornalisti britannici di orientamento progressista. Il suo libro sui Livellatori uscì a tre anni dalla sua morte, grazie al lavoro di “editing” svolto da un grande storico inglese: Christopher Hill. Si tratta, a mio parere, della più importante ricerca sull’argomento. Nelle oltre 700 pagine del libro si racchiude l’attività di questo importante movimento politico in tutte le sue sfaccettature: gruppo dirigente, iniziative dei militanti, pubblicistica di partito, contenuti programmatici e molto altro ancora. Rispetto a quello di Brailsford, il libro di Brian Manning, in termini quantitativi è un lavoro di dimensioni minori: la sua ricerca è inferiore alle 140 pagine. Ma, a mio parere, il suo lavoro è comunque prezioso. Brian Manning (21/5/1927-24/4/2004) era uno storico di orientamento marxista, allievo del sopraccitato Christopher Hill. Nel suo libro, il cui titolo potrebbe essere tradotto in “L’Estrema Sinistra e la Rivoluzione Inglese dal 1640 al 1660”, l’autore si concentra sulla storia dei movimenti politici e le lotte sociali più radicali di quel periodo. Basandosi anche sui lavori precedenti di altri ricercatori, lo storico britannico riporta alla memoria le prime lotte operaie di minatori e portuali nella metà del Seicento inglese. Blair Worden è un professore universitario britannico, nonché un eminente storico, specializzato nella storia inglese del periodo di Oliver Cromwell. Il suo pregevole libro, che ho ricordato poc’anzi, tra le altre cose è un testo fondamentale per la dettagliata ricostruzione delle vicende di guerra.

La sua ricerca è basata sul metodo comparativo. Quali sono i termini che raffronta e quali sono le ragioni che l’hanno indotta a donare ai lettori un duplice piano di lettura?

Nel mio libro, parto dal presupposto teorico che la Rivoluzione Inglese abbia anticipato fenomeni e processi sociali manifestatisi più ampiamente, e più compiutamente, in vicende storiche successive. Questo, pur rifuggendo da teorie deterministiche o basate sulla ciclicità della storia, mi ha portato ad operare una serie di comparazioni tra la Rivoluzione Inglese e altri processi rivoluzionari del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento. D’altra parte, come in tutti i miei libri, cerco di fornire al lettore un duplice piano di lettura: da un lato un lavoro di ricostruzione dei fatti che permetta, anche a chi non è addentro alla materia, di avere un inquadramento storico facilmente comprensibile; dall’altro, una serie di approfondimenti, di suggestioni e di chiavi di letture utili a chi ha già una serie di competenze sull’argomento.

Un picchetto di minatori del Derbyshire nel 1649, le lotte dei portuali di Newcastle nel 1654 o, ancora, le petizioni organizzate da migliaia di donne di Londra, militanti dei Levellers (Livellatori): eventi dimenticati ma forieri di profondo interesse. Si tratta di eventi esemplificativi di modernità nella maniera in cui si sono svolti?

Come forse si può intuire dalla mia risposta precedente, il mio lavoro di ricerca parte da un’idea piuttosto semplice. La Rivoluzione Inglese, in qualità di primo processo rivoluzionario dell’età moderna, e del nascente sistema capitalista, ha in qualche modo prefigurato scenari sviluppatisi più profondamente in epoche successive. Da questo punto di vista, gli esempi di combattività operaia e di attivismo femminile che lei richiama alla mente, confermano, a mio parere, la validità dell’ipotesi da cui sono partito. Nel libro si possono trovare innumerevoli esempi che vanno in questo senso, sia in termini di Macrostoria e grandi eventi collettivi, sia in termini di comportamenti individuali.

Qual è stata l’eredità lasciata dalla Rivoluzione Inglese? C’è un prima ed un dopo?

Io tendo ad interpretare l’eredità della Rivoluzione Inglese prendendo in esame un ampio periodo che va dal 1640 al 1689. Periodo che comprende quindi la fase delle guerre civili, la Restaurazione e la cosiddetta “Rivoluzione Gloriosa” (la seconda rivoluzione sviluppatasi tra il 1688 e il 1689). Per questo, a mio parere, sarebbe più giusto parlare di singole eredità delle due rivoluzioni, tenendole separate, nella misura del possibile, l’una dall’altra. Entrambe le rivoluzioni, pertanto, presentano tratti di straordinaria modernità e attualità. Ma, a mio parere, la prima rivoluzione (tra il 1642 e il 1658 circa) offre spunti di maggiore interesse per le sue tendenze libertarie, egualitarie, solidaristiche e alternative (perlomeno in alcune sue correnti di pensiero). Anche se, da un punto di vista ideale, la “Glorious Revolution” ha il merito di avere sancito il principio della tolleranza religiosa. È stato detto che il Toleration Act (1689) rispondeva alle esigenze di una società che puntava al business e voleva liberarsi delle vecchie diatribe. Ma credo che si tratti, piuttosto, di un riflesso -sul piano legislativo- di un bisogno profondo: la volontà di vivere in pace dopo circa 150 anni di lotte religiose, roghi, torture, persecuzioni e mutilazioni.
In generale, comunque, direi che la “Glorious Revolution” ha prodotto cambiamenti profondi -economici e istituzionali- che possono essere considerati fondamentali per il funzionamento di una moderna società capitalista e che, in parte, stabiliscono un modello ancora vigente. Mi riferisco, soprattutto, alla dialettica politica che si articola tramite lo schieramento di due o più fronti parlamentari contrapposti, e alla conseguente prassi di funzionare per maggioranze di governo. Ma mi riferisco anche alla gestione finanziaria dello stato e al suo funzionamento tramite la stesura e l’approvazione di bilanci preventivi. E, ancora, a provvedimenti legislativi tesi ad incrementare il commercio estero. Ma, personalmente, sono i tratti utopistico-libertari della prima rivoluzione quelli a cui io guardo con maggiore interesse.
Lei ha conferito alla sua ricerca un taglio divulgativo. Quali difficoltà ravvede nell’avvicinare coloro che non sono specialisti di materia allo studio della Storia?

Questa sua ultima domanda mi offre lo spunto per una precisazione. Io, pur essendo un grande appassionato di storia, non sono uno storico di formazione. I miei studi universitari sono di tipo letterario, con una specializzazione in comunicazione interculturale e corsi post-laurea in linguistica. Proprio in ragione di quanto le ho appena detto, agli inizi della mia carriera di studente, prima di stabilire a quale facoltà iscrivermi, ero stato a lungo indeciso se orientarmi verso gli studi di storia, da me coltivati per molti anni come autodidatta, o verso gli studi di lingue e letterature straniere. Alla fine fu decisivo il fatto che la Facoltà di Lingue dell’Università di Genova proponesse un corso di “Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale”. Si trattava di un orientamento di studi dal taglio fortemente interdisciplinare, con un ventaglio molto ampio di insegnamenti delle varie scienze sociali e discipline scientifiche (sociologia, psicologia, storia sociale dell’arte, semiotica, linguistica, ecc.). La specializzazione in queste scienze, e in queste discipline, mi ha dato pertanto la possibilità di misurarmi con numerosi studi sociali che, pur partendo da approcci diversi, hanno comunque un denominatore comune.
Ma la passione per la storia era, ed è, comunque rimasta. L’idea di compiere una ricerca in campo storico aveva quindi risposto alla necessità di ricomporre l’ideale frattura consumatasi all’inizio della mia carriera universitaria, e cioè al momento di scegliere un corso di studi di letteratura anziché uno di storia.
Ma la scelta dell’argomento ed il taglio del lavoro della mia tesi (che, con studi nei 20 anni successivi, è divenuto il libro di cui stiamo parlando in questo momento) erano dipesi in modo specifico da due letture: “Le Cause della Rivoluzione Inglese”, di Lawrence Stone e “The Making of the English Working Class”, di Edward P. Thompson. Nel primo libro lo studioso -pur criticando i risultati fino ad allora ottenuti- non escludeva la possibilità che attingendo dalle scienze sociali si potessero ottenere interessanti e innovative acquisizioni in campo storico: “Con tutti i loro difetti, gli scienziati sociali possono fornire un correttivo al rimestare tra i fatti, di gusto tanto antiquario, in cui gli storici cadono con tanta facilità; possono far osservare problemi d’importanza generale, lontani dalla sterile irrilevanza di tanta ricerca storica; possono porre nuove domande e proporre nuovi modi di considerare quelle vecchie; possono fornire nuove categorie e di conseguenza nuove idee”.
Inutile dire che rimasi immediatamente affascinato dalle prospettive aperte da un simile invito. Si trattava di cimentarsi in una sfida da affrontare con la modestia e la cautela che ogni ricercatore deve avere (e che, in primo luogo, passano per uno studio attento, incrociato, e approfondito delle fonti), ma anche con la positiva ambizione di mettere in campo le competenze acquisite in anni di studio nell’ambito delle scienze sociali. Ecco, le ho fatto questa lunga precisazione perché credo che si possano avvicinare nuovi lettori alla Storia proponendo, nuove idee, nuove categorie e nuove chiavi di lettura.

Massimo Prati si è laureato all’Università di Genova in Comunicazione Interculturale. Ha proseguito gli studi in Linguistica all’Università di Ginevra, nell’ambito del DEA, e in English Literature al St Claire’s College-Oxford. È formatore a Supercomm-Ginevra e insegnante nel College Aiglon. È autore di un racconto della raccolta Sotto il segno del Grifone (2004); de I racconti del Grifo (2017) e de Gli svizzeri, pionieri del football italiano (2019).

Giuseppina Capone

Massimo Birattari e la “Grammatica per cani e porci”

Massimo Birattari, laureato in storia e diplomato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, è redattore, traduttore e consulente editoriale. È autore di una grammatica pratica, Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA, 2015), di un “manuale di stile”, È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie, 2011, inserito nel 2017 nella collana del “Corriere della Sera” Biblioteca della lingua italiana), e di Come si fa il tema (Feltrinelli UE, 2019). Ha curato Io scrivo, corso di scrittura in 24 volumi del “Corriere della Sera” (2011, nuova edizione Fabbri-Centauria 2014 col titolo Scrivere). Tra i suoi libri per ragazzi, I rivoltanti romani (con Terry Deary, Salani, 1999); I barbuti barbari (Salani, 2008) e Vite avventurose di santi straordinari (Rizzoli, 2009), entrambi con Chicca Galli; Invece di fare i compiti (Rizzoli, 2018); e per Feltrinelli Kids Benvenuti a Grammaland (2011), La grammatica ti salverà la vita (2012), Scrivere bene è un gioco da ragazzi (2013), Leggere è un’avventura (2014), L’Italia in guerra (2015), Terrore a Grammaland (2018). Per Gribaudo ha realizzato la scatola gioco Le carte della grammatica (2015). Il suo ultimo libro è Grammatica per cani e porci (Ponte alle Grazie, 2020). Ha tenuto circa 400 incontri in scuole, librerie, biblioteche e festival e numerosi corsi di formazione per insegnanti. Il suo blog è http://www.grammaland.it.

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle. Ne consegue che la grammatica riguarda tutti, giustappunto “cani e porci”: come assumere posizioni sensate tra strafalcioni e regole?

Una risposta semplice sarebbe: bisogna evitare gli strafalcioni e conoscere le regole. Però le cose non sono mai così semplici. Un metodo per evitare molti strafalcioni sarebbe andare a controllare l’ortografia e il significato delle parole sul vocabolario; ma se uno è proprio convinto che l’aggettivo di “cervello” è “celebrale” con la L, non sentirà il bisogno di andare a consultare il vocabolario. Quanto alle regole, molte sono pacifiche (basta padroneggiarle), ma in qualche caso non è così immediato stabilire che cosa è una vera regola e che cosa invece è il ricordo, magari deformato, di nozioni che risalgono alle elementari. Nei miei libri, e in particolare in questa “Grammatica per cani e porci”, cerco di mettere pulci nelle orecchie dei lettori che vogliono migliorare la loro padronanza dell’italiano. Voglio metterli in contatto con alcune questioni spinose.

Quali sono i problemi più frequenti da affrontare?

Da almeno 15 anni ho sul computer un file intitolato un po’ pomposamente “Note linguistiche”, che in realtà è una raccolta di strafalcioni e improprietà trovate in internet, nei giornali, in televisione, nei libri. Da questa ricerca sul campo (anche se di solito non sono io ad andare in cerca di strafalcioni, sono gli strafalcioni ad aggredirmi) deriva la rassegna di problemi da cui ho ricavato l’indice di “Grammatica per cani e porci”: banali questioni ortografiche (“beneficenza” scritto con la i o “riscuotere” con la q), grandi classici come le “donne incinta” (come se non esistesse il plurale “incinte”), le improprietà legate all’uso e abuso di termini stranieri (in particolare inglesi), le difficoltà legate al congiuntivo (non solo alla sua scomparsa; anche all’uso fuori luogo), le complicate questioni di genere, in particolare quelle connesse al femminile dei nomi delle professioni, i ricordi distorti di ciò che si è imparato a scuola, e alla fine, in generale, il nostro rapporto con le regole della grammatica e, in fondo, con la nostra lingua.

Controllare gli strumenti linguistici vuol dire essere abili nello scegliere, in ogni circostanza, il registro linguistico più adeguato. Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservanza delle norme grammaticali da “grammarnazi”?

Alla fine della premessa del mio “Italiano. Corso di sopravvivenza”, una grammatica pratica uscita del 2000, scrivevo: “quando padroneggerete le regole dell’italiano potrete permettervi il lusso di forzarle o addirittura di violarle per piegarle ai vostri scopi espressivi. In fondo, questo libro vuole (anche) darvi la possibilità di maltrattare la grammatica. Dopo avervela insegnata, però”. Il segreto è sempre la consapevolezza linguistica: chi sa maneggiare la lingua può, letteralmente, fare quello che gli pare. Infatti le grammatiche tengono conto dell’uso degli scrittori (le scelte consapevoli di un bravo scrittore fanno testo, diventano “regola”). Ma non solo gli scrittori: tutti noi, se abbiamo letto tanto e bene, se abbiamo imparato a usare la lingua per trasmettere con precisione ed efficacia ciò che vogliamo dire, abbiamo una grande libertà espressiva, che è la libertà di usare una lingua personale. Naturalmente la consapevolezza linguistica ci permetterà di capire quali sono gli ambiti in cui esercitare nel migliore dei modi questa libertà.

Tullio De Mauro ha asserito “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?

Noi possiamo comunicare in molti modi, ma non c’è dubbio che il metodo più usuale (e di solito anche il più efficace) che abbiamo a disposizione è proprio la lingua. La lingua (parlata o scritta) ci serve per raccontare, per chiedere, per agire, per far valere i nostri diritti, per cambiare le cose che non vanno. Per questo è importante da un lato disporre di molti attrezzi linguistici (conoscere bene le parole, per esempio) e soprattutto tenerli in efficienza (per esempio con la lettura), e dall’altro usarli nel modo migliore: saper scegliere il termine giusto, saper combinare le parole grazie a una sintassi corretta ed efficace, variare i registri in base alla situazione comunicativa.

Nel suo piacevole testo lei mi pare evidenziare un atteggiamento verso l’italiano quasi di pigrizia o timore, che comporta un uso monco e parziale della lingua. Può individuarne le motivazioni?

Come ho detto, il mio libro parte dagli strafalcioni, che sono quasi tutti strafalcioni commessi da professionisti: strafalcioni pubblicati sui giornali, sui libri, in annunci pubblicitari, in rete da persone il cui principale strumento del mestiere è o dovrebbe essere proprio la lingua. Sono strafalcioni molto più gravi di quelli che tutti noi scriviamo quando mandiamo velocemente messaggi dal cellulare: per quelli può valere la scusante della fretta, o la classica frase “non sto a correggere gli errori di battitura, tanto si capisce quello che voglio dire”. È chiaro che un errore può sempre capitare, ma se sono continui, ripetuti e accompagnati da una sintassi traballante e da un lessico impreciso dimostrano una sciatteria e un’incuria che sono l’esatto opposto dell’atteggiamento che un professionista dovrebbe avere nei confronti degli strumenti del mestiere. Accontentarsi di una lingua sciatta significa non credere nelle proprie capacità espressive e ritenere che chi ci legge e ascolta non sia in grado di cogliere la differenza tra un testo ben fatto e uno pasticciato.

Giuseppina Capone

Chiusa una porta… ti sei scordato le chiavi dentro

Enzo Pacilio si è laureato in medicina e chirurgia presso l’Università di Firenze e si è specializzato in medicina legale e delle assicurazioni presso “La Sapienza” di Roma. E’ stato ufficiale medico dell’Aeronautica Militare. Musicista autodidatta, ha composto varie canzoni e suonato in una rock band chiamata Balbo Avenue, in onore della sua appartenenza all’Arma azzurra, con la quale ha inciso un CD. Da sempre interessato a componimenti brevi ed ironici annovera tra le sue letture preferite Topolino, Alan Ford, Ennio Flaiano, Leo Longanesi, Oscar Wilde, Mark Twain. Dal 2014 inizia a pubblicare i suoi aforismi nella sua pagina social riscuotendo apprezzamenti e decide quindi di raccoglierli in un libro che rappresenti il suo percorso creativo.

Ne “Chiusa una porta… ti sei scordato le chiavi dentro” lei compone una sorta di canzoniere fatto d’aforismi, battute comiche, freddure, giochi di parole; ci spiega com’è riuscito a condensare in modo rapido e fulmineo argomenti ricchi di chiaroscuri quali “Amore e sessualità”, “Arte, cultura, scienza”, passando per “Lavoro, economia e finanza”, “Salute e medicina”?

Ho una passione per la sintesi, quasi una necessità, da sempre. Ricordo le mie difficoltà, a scuola, di scrivere un compito in classe che superasse due fogli. Usavo degli stratagemmi; scrivere molto largo e piegare in due il foglio protocollo che in realtà aveva già i bordi. Raccontare in poche parole ciò che vedo lo trovo anche una forma di rispetto per salvaguardare un bene prezioso di chi legge: il tempo.

E’ a favore del riconoscimento della “bibliodiversità” della letteratura contro l’eccessiva predominanza della narrativa? Penso al fatto che se scriviamo la parola “aforisma” il correttore la segna come corretta ma se proviamo a scrivere la parola “aforista”, il correttore ortografico pone un segno rosso. Eppure alcuni nomi celebri come W.H. Auden o Roland Barthes hanno dedicato dei saggi notevoli all’aforisma!

Sono assolutamente favorevole. I componimenti brevi e gli aforismi sono forme di scrittura che hanno la stessa dignità della narrativa. Ritengo che possano bene rappresentare i tempi ed il mondo attuali e che possano raggiungere davvero tutti; un tipo di letteratura democratica. I social ne rappresentano uno straordinario mezzo di diffusione.

Le è capitato d’usare i suoi stessi aforismi?

Interessante domanda. No, per una sorta di pudore che rispecchia il mio modo, piuttosto umile, di confrontarmi con il prossimo. Lo troverei un atto di arroganza.

Dal 2014 lei inizia a pubblicare i suoi aforismi nella sua pagina social riscuotendo apprezzamenti. Qual è il suo rapporto con i lettori, le scrivono, le chiedono pareri ed opinioni?

Rapporto ottimo, costruttivo. A me piace molto “giocare” ed interloquire in modo ironico, ovviamente. Attraverso lo scambio di opinioni ho anche modo di comprendere meglio cosa e come arriva al lettore. Mi viene chiesto spesso quale sia la fonte di ispirazione ; la risposta è che non ce n’è una soltanto. Le situazioni paradossali sono però certamente quelle più ispiratrici.

Il suo scopo è divertire o informare?

Informare divertendo. In realtà il mio scopo è quello di vedere la realtà in maniera diversa, leggera, ma a volte spiazzante; usare la parola in modo non convenzionale significa per me aprire spazi inusuali di pensiero.

Giuseppina Capone

L’urban fantasy Sancta Sanctorum

Gilbert Gallo, Lei ha scritto una urban fantasy. Può definire siffatto genere e, qualora possibile, indicare il solco letterario in cui s’inserisce?

Si definisce Urban Fantasy un sottogenere del Fantasy in cui le vicende si svolgono prevalentemente in ambienti urbani. Quindi a differenza di Tolkien che ambienta le sue storie in ambienti aperti (foreste, montagne e piccoli villaggi), gli scrittori urban fantasy collocano il sovrannaturale in un ambiente urbano/metropolitano. Il setting può essere moderno (XIX secolo in poi) contemporaneo o anche futuristico.

I miei più grandi ispiratori del genere per Sancta Sanctorum sono Neil Gaiman col suo American Gods e il fumetto/serie TV “The Preacher” di Ennis/Dillon.

L’ambientazione ed il sottinteso diffuso è la mitologia a noi più familiare fornita dalla religione cattolica, con l’apparato sovrannaturale ed il manicheismo di cui è permeata. Qual è la prospettiva da cui guarda i Santi? Li ha concepiti come supereroi estranei alla tradizione altresì originali?

Ho sempre pensato che i Santi fossero i “nostri” supereroi: esempi di virtù, altruismo, sacrificio e paladini del bene. Li abbiamo “venerati” da sempre ma ultimamente li abbiamo dimenticati in favore di altri modelli. La mia opera vuole essere un tributo a queste meravigliose figure del nostro passato che non hanno nulla da invidiare ai supereroi Marvel o DC. Il potere che scorre nel sangue di San Gennaro, il potere della Rosa di Santa Rita o lo tsunami del fiume Giordano di San Giovanni Battista sono solo alcuni dei numerosi “superpoteri” che fanno dei nostri Santi della figure davvero potentissime. Ho cercato di renderli più concreti, umani e “veri” rispetto alle statue o alle pitture bidimensionali della cattedrali per cui il lettore di sicuro troverà dei Santi “diversi” da come glieli hanno raccontati, ma al contempo “veri” (per esempio, quanti di noi sanno che Sant’Antonio è Portoghese?).

Il suo romanzo ha attinenza con i giochi di ruolo?

I giochi di ruolo hanno avuto una fortissima influenza su di me, aiutandomi a creare storie, intrecci e dialoghi verosimili con naturalezza. Chi conosce quel mondo potrà trovare parecchi rimandi nell’opera, e infatti un progetto di creazione di un gioco di ruolo su Sancta Sanctorum era stato già messo in piedi anni fa con Edizioni Acchiappasogni.

“Perché siamo peccatori! Lamentosi, meschini, umani.” Qual è il confine tra Bene e Male che stabilisce nella sua narrazione? Come scioglie l’atavico dilemma morale?

Ahaha! Bella domanda! Tutta l’opera gira proprio attorno all’assioma che TUTTI pensano di essere dalla parte del giusto. Gli Oscuri pensano che sia loro diritto fare come credono. I Santi pensano che sia giusto seguire il Patriarca. I Martiri vogliono fermare Pietro II prima che scateni l’Armageddon. Ogni lettore è libero di farsi la sua idea su chi sia “il buono” e chi il cattivo. La Fede (ossia credere fermamente in ciò che si fa) è il fulcro di tutto: avere Fede non significa necessariamente essere nel giusto, ma può renderti più forte del tuo avversario. E come la Storia ha dimostrato più volte, Bene e Male vengono decisi dal vincitore.

Romanzo e fumetto: connubio efficace. Può accendere la nostra fantasia rispetto alle modalità d’interazione?

Adoro il fumetto. Dopo i videogames e il cinema è la forma più immediata di storytelling. Abbiamo in cantiere un paio di progetti per convertire il setting di Sancta Sanctorum in fumetto: spero di potervi fornire al più presto risposte concrete e precise.

 

Gilbert Gallo – Scrittore e Game Designer.

Come ogni aspirante supereroe che si rispetti, anche Gilbert ha una doppia identità. Di giorno grazie ai suoi superpoteri di guarigione riporta il sorriso sui visi che lo hanno perduto mentre di notte crea fantastici universi nei quali si muovono personaggi incredibili che vivono mirabolanti avventure.

Si dedica da svariati anni alla scrittura di manuali, settings e avventure per giochi di ruolo. Al momento collabora con numerosi editori Italiani ed Esteri come freelance e sia nell’ambito dei giochi di ruolo che in quello dei giochi da tavolo.

Nell’ambito dei giochi di ruolo è autore di più di 20 titoli pubblicati in varie lingue (Italiano, Inglese, Polacco).  E’ stato invitato più volte in conventions americane come ambasciatore del Gioco di Ruolo Italiano, fra le quali la GenghisCon41 di Denver (Colorado) del 2018, la GenghisCon42 del 2019 e la Savage Cruise del 2020 nel Mar dei Caraibi.

Collabora con Heroic Fantasy Italia (Delos Digital), Italian Sword and Sorcery ed è membro della World SF Italia.

Nell’ambito di racconti e romanzi, ha pubblicato: La Leggenda di Eracle vol I – Fuga Verso Delfi per Delos Digital; La Leggenda di Eracle vol II – Il Regno della Sfinge per Delos Digital; La Terra degli Anunnaki (antologia: racconto Fratelli di Sangue) per Italian Sword and Sorcery; Sancta Sanctorum – Le Reliquie dei Martiri per Les Flaneurs Edizioni

Giuseppina Capone

Pietro Favorito e la sua graphic novel Hot Play

Pietro Favorito è un dj e speaker radiofonico. Si occupa di spettacolo, musica e produzioni televisive. Ha diretto il mensile “Gente della Notte”, per il quale ha creato una linea di abbigliamento e presentato l’omonimo programma tv. Nel 2011 dirige il mensile SKN e a giugno 2013 dà vita al fumetto noir, a distribuzione nazionale, Lady Mafia, attirando le attenzioni della Titanus, che ne opziona i diritti cinematografici e televisivi. A luglio del 2014, in collaborazione con Radio Capital, pubblica il fumetto: Déjà Vu – Universi Paralleli. Risale invece a settembre 2014 la pubblicazione di un fumetto per bambini Se casco senza casco sono caschi miei, una collaborazione con Striscia la notizia e Unicef, con il patrocinio del MIUR. Tra il 2015 e il 2016 pubblica libri per bambini e ragazzi: Elfio e i Satanelli in collaborazione con il Foggia Calcio, Elfio e il castello di Bardi con la partecipazione straordinaria di Bruno Pizzul e Carolina Morace, e infine L’industria del male Bulli della rete. A dicembre del 2017 pubblica Parole Rubate un fumetto in collaborazione con RAI Radio 1. Nel 2018 pubblica il suo primo romanzo per adulti: Lady Mafia ed Empatia, un thriller in collaborazione con la radio nazionale m2o e il Samsara Beach.

HotPlay è una Graphic Novel: può definire il genere e le sue peculiarità?

Il romanzo a fumetti ha la peculiarità di raccontare storie auto-conclusive i cui intrecci accompagnano il lettore fino al momento in cui il personaggio principale risolve il proprio dramma o la propria crisi. Insomma, non occorrono altri volumi affinché il lettore abbia una visione esaustiva sui contenuti e il messaggio della graphic novel. Naturalmente, per HotPlay, così come accaduto alle più fortunate opere dello stesso genere, auspico possa esserci un sequel. O più di uno.

Amore, abbandono, dolore, gelosia, sangue: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

In effetti era proprio ciò che volevo fare con questa Graphic Novel: sfiorare i temi cari alla tragedia greca e svilupparli in una semplice struttura in tre atti. Quando scrivo, siano essi fumetti, graphic novel o romanzi, sono solito sperimentare e infrangere la maggior parte delle regole narrative, ma questa volta ho voluto creare qualcosa che al contrario queste “regole” le rispettasse tutte. È infatti nella semplicità che va ricercato il vero punto di forza di HotPlay. La narrazione procede a un ritmo incalzante, l’azione ora sopravanza i sentimenti, e un attimo dopo gli cede il passo. Il bene e il male si confondono, e a un certo punto non si sa più dove inizi uno, e finisca l’altro.

Giada salva l’uomo che ama, Peter, allontanandosi da lui ma le loro strade sono deputate a convenire nuovamente. Quale ruolo gioca il destino, la sorte nella globalità della sua produzione?

Il destino ha un ruolo cruciale nella mia produzione artistica. I miei personaggi però sono in perenne lotta con esso. Il loro è infatti un cammino dell’eroe che spesso avviene nell’ombra, dato che cerco di creare personalità piuttosto complesse, che appassionino anche e soprattutto per la spiccata introspezione che li caratterizza.

Lei indaga l’atavico binomio vita-morte, sovvertendone la finitezza; anzi, dalla morte rifiorisce la vita in un percorso quasi esoterico e salvifico. Sembrano tornare alla luce millenarie ritualità misteriche. Il Sud in cui è ambientata la novel ha emanato echi d’antiche civiltà?

Brindisi è senza dubbio una città che ben si presta per creare ambientazioni mistiche e capaci di rievocare i fasti delle antiche civiltà che ne ha segnato la storia. Il forte legame che ho con il Salento e la mia Puglia più in generale è poi confermato dalla massiccia presenza di questo territorio in quasi tutte le mie opere: da HotPlay per l’appunto, a Parole Rubate piuttosto che Lady Mafia, solo per citarne qualcuna.

In HotPlay dalla morte rifiorisce una vita che se pur tormentata dal dolore e condizionata dalla condanna a uccidere per la sopravvivenza, è pur sempre vita. Significa esserci. Ed è meglio rimanere in una qualsiasi forma, anche quella di un vampiro, piuttosto che sparire nel nulla.

Tutti vorremmo vivere in eterno. E ai vampiri è data questa possibilità. Che questi siano poi alleati del male, non sembra rappresentare un problema, visti i consensi che nell’immaginario collettivo riscuotono.

Lei è poliedrico e tentacolare nell’esternazione dei suoi interessi artistici: musica, scrittura, produzioni televisive, radio e tanto altro d’affascinante e sontuosamente leonardesco: quanto crede nel sincretismo culturale, nella contaminazione di mondi apparentemente da intendersi come monadi?

Seguo le mie passioni da quando ho memoria. Non posso vivere senza. Fortunatamente l’arte travalica ogni confine e non la si può circoscrivere in nessuno stereotipo. Ecco perché miscelarla in ogni sua forma è quanto di più avvincente mi sia mai capitato. Il progetto “HotPlay” con Les Flaneurs Edizioni è sotto questo punto di vista un progetto a 360 gradi. A settembre infatti uscirà un brano musicale ispirato al fumetto intorno al quale creeremo un video musicale che sarà poi a tutti gli effetti il suo book trailer!

Giuseppina Capone

In viaggio con Aristotele

Emanuele Apostolidis “Apos” è scrittore, sceneggiatore ed attore, con spettacoli da lui stesso scritti. Ha un curriculum nutrito di scritti, fumetti e poesie a partire dal 2008: “Un toro per Dandolo” per SF Edizioni e un volume di storie brevi curato da Fabio Mori; partecipa con successo al concorso per sceneggiatori con la pubblicazione “Medusa” sulla rivista “Fumo di china”. Nel 2009 collabora con la Regione Veneto al progetto a fumetti “Demotopia” e con diverse aziende ed associazioni per fumetti pubblicitari. Realizza come sceneggiatore alcune storie sulla città di Schio. Nel 2015 progetta e scrive il fumetto “De Gustibus”, disegnato da Francesco Frosi, che presenzia all’EXPO di Milano in rappresentanza dell’azienda giapponese Shimadzu. In teatro porta spettacoli da lui stesso scritti e recitati come “L’amore ai tempi del cellulare”, “Se fossi figo”, “A cena coi pirati”, “L’insostenibile leggerezza di essere un precario” e “Indovina chi viene a cena”. Nel 2016 sette sue poesie vengono pubblicate su un’antologia di poeti contemporanei dal titolo “Navigare” edito da Pagine SRL. Nel 2017 pubblica per Becco Giallo la sua Graphic Novel “7 Giorni in Grecia” e nel 2020 “In Viaggio con Aristotele”.

Aristotele e Kazantzakis la accompagnano in un viaggio di scoperta affascinante e di un percorso acquisitivo ammaliante. Perché li ha scelti come guide d’eccellenza?

Il graphic novel ha due tematiche principali: la Grecia e la paternità.

Al protagonista, in attesa di un figlio, date le sue origini greche, viene chiesto di organizzare una gita scolastica ad Atene che lo porta ad interrogarsi su cosa sia meglio trasmettere ai suoi studenti, se la Grecia antica dei miti, della filosofia o la Grecia moderna del Rebetiko, di Kavafis, Kazantzakis. Ogni volta che il protagonista prova ad organizzare la gita si addormenta e in sogno riceve la visita di Aristotele e Kazantzakis, che gli raccontano dei fatti o aneddoti storici legati alla Grecia antica (in bicromia ocra e nero) e alla Grecia moderna (in bicromia azzurro e nero), ma soprattutto legati anche al tema della paternità e delle radici.

Quindi Aristotele e Kazantzakis diventano il simbolo e i portatori di tradizioni, aneddoti e curiosità uno della Grecia classica che tutti conoscono e l’altro di una Grecia semi-sconosciuta che nell’arco del Novecento ha dovuto sopportare guerre civili e dittature ma che ha però portato alla ribalta personaggi del calibro di Ritsos, Mercouri e Angelopoulos.

L’obiettivo del volume è raccontare le fragilità e le paure di un giovane padre, ma anche i ricordi che lo legano indissolubilmente alle sue radici, in questo caso greche, siano esse più vicine o lontane temporalmente. Attraverso i racconti di Aristotele e Kazantzakis ripercorriamo la vita del protagonista, dei suoi genitori, dei suoi nonni e allo stesso tempo scopriamo una Grecia diversa e capiamo un po’ di più della mentalità e delle usanze dei suoi abitanti. Il tutto raccontato con ironia e leggerezza, anche grazie allo splendido stile di disegno di Elisa Tadiello.

Guerra di liberazione, combattuta con orgoglio, e reazione ad una devastante crisi economica. Ravvede un medesimo moto d’animo, squisitamente greco, che cavalca i decenni?

Non solo nei decenni, ma la mentalità greca ha attraversato i secoli. Gli antichi greci definivano il tempo in diversi modi: due principali erano il tempo quantitativo (Kronos) e il tempo qualitativo (Keiros). Questo ancora oggi lo si ritrova nella Grecia di oggi e nella mentalità dei suoi abitanti. Come si ritrova ancora oggi quell’orgoglio nazionale positivo che unisce gli abitanti nei momenti di maggior difficoltà.

Omero e Kavafis: Grecia antica e Grecia moderna. Può instaurare qualche relazione e qualche confronto?

La Grecia antica e moderna hanno molte analogie ma anche molte differenze. Una fra tutte la notorietà. Personaggi come Kazantzakis, Ritsos e Angelopoulos sono sconosciuti o quasi ma sono tra i personaggi più grandi che ci siano stati nel novecento, non solo greco. Mentre personaggi come Aristotele, Ulisse o Platone sono conosciuti da tutti persino dai bambini. Con questo libro voglio sperare che qualche lettore vada a leggere Ritsos o Kazantzakis e se ne innamori come è successo a me.

I suoi libri intrecciano linguaggi differenti come fumetto, appunti di viaggio, aneddoti personali e familiari, nozioni storiche. Qual è l’apporto che ha avuto in questo ultimo testo l’imminente nascita di sua figlia?

I linguaggi differenti aiutano a filtrare messaggi diversi e dare l’opportunità al libro di avere più chiavi di lettura. I diari di padre sono racconti introspettivi a fine di ogni capitolo che mi consentono maggior profondità di pensiero, mentre il fumetto mi consente una narrazione più leggera adatta a diverse fasce d’età. Mia figlia è stato il pretesto per raccontare le ansie di un giovane padre, ma anche la gita scolastica realmente avvenuta è stata molto importante perché mi ha messo davanti al problema di come trasmettere la grecità agli studenti e di conseguenza anche a mia figlia.

Può indicarci un particolare della sua Grecia, un elemento per lei inconfondibile?

Sicuramente la filotimia, ovvero la capacità dei greci di essere ospitali e generosi senza secondi fini e poi quella straordinaria capacità di affrontare tutto con sorriso e leggerezza.

 

Giuseppina Capone

Manuela Diliberto: L’oscura allegrezza

Manuela Diliberto è nata a Palermo e vive a Parigi dove si è occupata di archeologia e storia dell’arte antica fino alla pubblicazione del suo primo romanzo, “L’oscura allegrezza” (La Lepre edizioni, 2017). Lavora attualmente ad un libro di interviste e ritratti fotografici a personaggi che hanno fatto scelte difficili e ad un nuovo romanzo ambientato a Parigi durante gli attentati terroristici del 2015.

I rapporti dell’Europa con l’Islam, il dialogo interreligioso, la questione femminile e l’impatto degli stereotipi di genere sulla società occidentale, sono fra i principali temi della sua inchiesta che è, in primo luogo, esistenziale.

Il suo romanzo ha una costruzione “a specchio”. Quanto diverge dal genere codificato dalla tradizione e qual è la tecnica che ha adottato?

Ma penso che in fin dei conti diverga ben poco. Assieme alla narrazione intimista in prima persona, il cambio narrativo di prospettiva mi pare sia un tratto caratteristico della letteratura degli anni 90-2000. Non so perché mi viene subito in mente George R. R. Martin con A Song of Ice and Fire in cui la storia viene raccontata dai singoli protagonisti in capitoli che portano ognuno il nome di uno di loro. In quel caso, più che di costruzione a specchio si può parlare di costruzione a specchio frantumato. Ma gli esempi sono numerosi e non solo in letteratura: uno per tutti nel cinema è Pulp Fiction, del 1994, che rappresenta il racconto cinematografico scomposto per eccellenza.

Alla fine dell’800 i valori della società borghese hanno cominciato a svuotarsi di significato, di cifre positive, limitandosi ad esprimere i termini della crisi di una società. Nei primi decenni del ‘900 scrittori come Svevo e Pirandello o Kafka e Joyce hanno introdotto il conflitto interiore nel tessuto del romanzo. La lotta ha smesso di essere dell’individuo contro la società e ha cominciato ad essere dell’individuo contro se stesso, dando il via ad una società della crisi. Tutti imbrigliati in questa crisi interiore, molti scrittori della fine del ‘900 hanno frantumato, scomposto, sminuzzato i termini di tale conflitto inserendolo in una compagine di punti di vista individuali. Questo infittirsi dell’introspezione messa alla prova dal confronto con quella altrui e al tempo stesso con lo sguardo inevitabilmente critico del lettore (o dello spettatore), personalmente mi esalta. Dopo aver dato voce ad entrambi perché riportassero ognuno a modo proprio gli stessi fatti, mi ha entusiasmato sapere quali lettori abbiano simpatizzato con Giorgio e quali con Bianca.

A Game of Thrones, il primo tomo di A Song of Ice and Fire, è uscito nel 1996, il periodo in cui ho cominciato a formulare la struttura de L’Oscura allegezza. Nel bene o nel male siamo tutti figli del nostro tempo…

L’oscura allegrezza: quali sono le ragioni insite nella vicenda narrata sottese a tale ossimoro?

L’oscura allegrezza non era il titolo che avevo scelto io. Dovendo sceglierne un altro, in effetti, l’ossimoro mi era parso d’obbligo. E’ una delle mie figure retoriche preferite perché valorizza le infinite sfumature della realtà che se tale, è plurima. Il contrasto dell’ossimoro nel titolo esprime di certo quello legato al momento storico, vera e propria cesura a cavallo fra due epoche, ma soprattutto quello esistenziale del protagonista in conflitto con se stesso e in contrapposizione insanabile e dolorosa con la protagonista. E poi, siamo onesti, può esistere mai un’allegrezza che non sia passata prima attraverso l’oscurità?

I capitoli del testo sono intitolati in lingua latina e lingua francese. Quanto siffatta scelta è ascrivibile alla sua evoluzione esistenziale?

Moltissimo. Direi che la esprime interamente. C’è anche il tedesco fra i titoli. Il mio punto di partenza linguistico è il latino. Ho imparato la grammatica latina prima di quella italiana. Dalla scuola all’università questa lingua ha rappresentato la mia quotidianità per anni ed è stata una specie di chiave di lettura della realtà nei momenti oscuri. Catullo, Seneca e Severino Boezio mi hanno spesso stretto la mano, preservandomi. Il tedesco, l’inglese (che è anche presente nel libro) e il francese, rappresentano momenti della mia vita le cui fasi costituiscono ciò che sono oggi. Ho trascorso la mia giovinezza fra l’Italia e l’Austria, lavorato per poco meno di un anno a Londra e da tredici anni vivo qui in Francia, a Parigi. Che l’evoluzione esistenziale finisca per essere condizionata anche da quella geografica è inevitabile. A volte io stessa, nel definirmi “italiana”, non so neanche più cosa ciò voglia dire. Nel confronto con gli scrittori che vivono in Italia, mi sento a volte persa ed emarginata. Li invidio un po’ perché sono in maniera più definita. Io non sono francese, visto che non scrivo in francese, ma pur scrivendo in italiano non sono più neanche quello, visto che ormai l’Italia la conosco da lontano. Eppure ognuno sceglie in base alle proprie curiosità. Io non sono riuscita mai ad identificarmi interamente con l’Italia. La mia famiglia paterna è di origine danese. Ho sempre sentito sin da piccola un richiamo forte verso altri luoghi più lontani. Esistenzialmente non ho fatto che seguire quel richiamo.

Il libro fotografa l’epoca di transizione prima della prima guerra mondiale, prima della dichiarazione di guerra alla Turchia, prima dei grandi cambiamenti europei. In che misura quella congerie storica è paragonabile ai tempi dei social media?

Secondo me nessun periodo storico è paragonabile a quello che viviamo. Il peso dell’immagine sulla parola scritta, l’impatto dei social sulle nostre abitudini, sul modo di vedere perfino noi stessi che se non esponiamo non esistiamo, non ha assolutamente alcun precedente. Per qualche verso ricorda la corte di Luigi XIV a Versailles, un luogo in cui l’apparenza determinava un individuo e non si viveva che per la messa in mostra. Eppure rimaneva un’abitudine circoscritta ad un’élite. Oggi la maggior parte della gente se non si fa un selfie con il piatto di pasta, ha come la sensazione di non aver mangiato! La cosa positiva è che questa spirale mediatica comincia a generare anticorpi. Conosco sempre più persone che della dittatura dello smartphone non ne possono già più. Chissà, forse un giorno ce ne stancheranno tutti. A cominciare dai bambini.

Attualmente lei lavora ad un progetto letterario sul rapporto della società occidentale con l’Islam. Quali sono i cardini su cui tale proponimento si fonda?

In questo momento lavoro ad un romanzo che si svolge a Parigi che parla molto della solidità dell’amicizia fra donne e anche del rapporto della società francese con quella che è diventata la seconda religione in Francia, l’Islam. Nonostante l’islamizzazione dei movimenti terroristici favoriti e incoraggiati da istanze mosse più dalla politica che dalla religione, con i tragici fatti che ne sono seguiti, la maggior parte dei musulmani di Francia vive da decenni in pace e nel rispetto delle leggi come gli altri, atei, cattolici, protestanti o ebrei che siano. Io stessa faccio parte da ormai tre anni di un gruppo di dialogo interreligioso, un’esperienza unica. I miei vicini di casa sono musulmani, come moltissimi genitori e maestre della scuola dei miei figli. Tutta gente tranquillissima e normale. Vorrei parlare di questo Islam qui. Quello che non interessa ai media.

Giuseppina Capone

 

 

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