Paul Poiret:  l’inventore del kimono

Paul Poiret nasce a Parigi il 20 aprile del 1879. Paul era figlio di commerciante di tessuti e aveva manifestato, sin da bambino, la sua passione per la moda e per il disegno. Suo padre, che non credeva minimamente che l’arte avrebbe potuto dargli certezze economiche, una volta terminati gli studi, gli trovò lavoro presso la fabbrica di un suo amico che produceva ombrelli. Questo tipo di lavoro, per Paul, era molto frustrante e noioso: fuggivo con l’immaginazione progettando abiti per una bambola e disegnando Toilettes di fantasia”.

Il giovane aspirante stilista di moda voleva a tutti i costi inseguire il suo più grande sogno e decise, così, di recarsi da Madame Chéruit (che dirigeva la maison Raudnitz) per mostrarle i suoi figurini di moda. Inaspettatamente ella fu compiaciuta dei lavori di Paul e non solo li acquistò ma lo invogliò a continuare. Questa fu una piccola certezza per Poiret che gli diede la grinta necessaria per non arrendersi nel perseguire  i suoi obiettivi. Da lì a poco, infatti, iniziò a visitare le case di moda più importanti di Parigi per vendere i suoi figurini  e nel 1898 Doucet (famoso stilista di moda di quel tempo) gli propose di lavorare in esclusiva per lui. Doucet,  rimase folgorato dalle creazioni di Paul tanto da lasciargli lo spazio per i suoi esperimenti, tra cui una mantellina rossa abbottonata sulla schiena di cui si realizzarono 400 modelli. In breve tempo,  Doucet, essendo sempre più entusiasta del lavoro si Poiret, gli affidò la realizzazione di costumi di scena per alcune attrici clienti della Maison. Nel 1900 trovò lavoro da Worth (primo stilista del 1800) poiché, dopo la sua morte, il suo primogenito notò che la maggior parte della clientela non era più nel fior fior della gioventù e di conseguenza costringeva la maison a non aggiornarsi con le nuove tendenze di moda e difatti a non riusciva ad avere nuova clientela. Il figlio di Worth diede a Paul un grande incarico: rinnovare l’immagine della maison con creazioni innovative per i più giovani. Capi semplici e pratici sembravano essere molto richiesti e Paul tentò con un tailleur dalla linea molto semplice. Purtroppo, però, non ebbe gran successo poiché la clientela, al contrario di ciò che sembrava, era troppo affezionata al gusto vistoso e ai grandi ricami per accettare le novità.  Il rapporto si concluse quindi molto presto lasciando come unica testimonianza una toilette per la contessa Greffulhe.

La prima maison di Poiret

“Quando veniva l’autunno, tornavo dalla foresta di Fontsinebleau con una carrozza carica di foglie dorate, bruciate dal sole, e in vetrina le mescolavo con panni e velluti degli stessi colori. Quando nevicava, evocavo tutta la magia dell’inverno con stoffe di lana bianche, tulle e mussole combinate con rami secchi, e vestivo la realtà del momento intraprendendola in un modo che incantava i passanti”.

Paul Poiret aprì la sua prima maison nel 1903: due piccoli saloni e una vetrina sulla strada. Usufruì della vetrina per esporre le sue nuove meravigliose creazioni che ben presto attirarono tutte le donne tanto da farlo diventare uno dei luoghi canonici delle passeggiate parigine. L’intento di Paul era di andare a passo con le esigenze del momento liberando la donna dal corsetto che costringeva il corpo femminile ad assumere la linea a S, e sostituendolo con una cintura rigida e steccata alla quale era cucita la gonna. Continuò  a realizzare, appunto, abiti pratici e comodi come il mantello-kimono che divenne il prototipo di tutta una serie di creazioni successive. Lo chiamò Confucius e ogni donna ne acquistava almeno uno.

“Come tutte le grandi rivoluzioni, anche quella era stata fatta nel nome della libertà. Fu ancora nel nome della libertà che raccomandai l’abbandono del corsetto e l’adozione del reggiseno che da allora ha fatto fortuna”.
Da quel momento in poi, Poiret, cominciò a lavorare ad una nuova collezione basandosi solo sull’idea di donna moderna. Si trasferì, nel 1910, all’Hotel Partculier, in cui si divertiva ad organizzare spesso grandi feste. Poco tempo dopo creò il primo pantalone femminile (Jupe-coulotte) da indossare sotto la gonna. Due mesi dopo, accompagnato dalle sue modelle, con indosso capi firmati Poiret, iniziarono per Paul lunghi viaggi in giro per l’Europa, che furono per lui fonte di grande ispirazione per le nuove  creazioni. Al ritorno da questi meravigliosi e interessanti viaggi, Poiret aprì un nuovo atelier all’interno della quale i giovani lavoratori producevano profumi, mascara, e tanti altri cosmetici.

Nel 1914 organizzò una manifestazione per rappresentare il mercato americano e parigino con lo scopo di far collaborare la moda parigina e quella americana.  New York: proposta da parte di Paul per una nuova linea che consisteva la realizzazione di gonne corte e ampie con criolina. Finita la guerra, Paul, tornò a Parigi ma una tragica notizia lo scosse terribilmente: la morte dei suoi due figli e la decisione di sua moglie di voler la separazione. Afflitto dal forte dolore per la perdita di persone a lui care, decise di tornare a viaggiare ma questa volta verso il Marocco. Altra meta di grande ispirazione il Marocco per Paul, tornò, infatti, con un bagaglio ricco di nuove idee che diede, così, alle sue nuove collezioni un tocco di eleganza in più grazie anche all’utilizzo di nuovo materiale lussuoso come stoffe pregiate e ricamate. Sfortunatamente, nemmeno i suoi viaggi e le sue nuove collezioni gli furono d’aiuto in quel periodo di grande crisi e preso dalla disperazione decise di organizzare un’ennesima festa in cui appiccò un incendio per salvare le persone e portarle in salvo nel suo atelier. Nemmeno nei panni da supereroe riuscì a salvar la sua fama da stilista. Ma nel 1930 disse: “Sono solo, anche se mi rimangono alcuni nipoti e amici che credo mi vogliano bene. Sono tornano con passione alla pittura che ho sempre amato e praticato e nulla mi sembra più bello di esprimersi con i colori. Mi hanno proposto di rimettermi in attività, potrebbe succedere. Mi sento molti abiti sotto la pelle”.

Alessandra Federico

Scuola online: le difficoltà dei bambini a seguire lezioni attraverso lo schermo

“Non riuscivo a seguire la lezione online. Volevo tanto stare con i miei amici. Avevo tanta voglia di ridere con Luca durante la lezione di inglese perché la maestra è sorda. Volevo scambiare le figurine con i miei compagni di classe nell’ora della merenda. Finalmente siamo tornati  a scuola e spero che tutto questo duri per sempre”

Vivere questo particolare  periodo in cui il contatto umano e la vita sociale sono momentaneamente sospesi fa quasi dimenticare come ci si sentiva quando si poteva uscire liberamente di casa o abbracciare un amico. Purtroppo chi ne sta subendo maggiormente le conseguenze negative sono proprio i bambini: per i più piccoli è fondamentale stare insieme ai loro coetanei. È importante il contatto umano, anche darsi la mano durante la fila per entrare in classe o un abbraccio al proprio compagno di banco. Ancora, è importante guardare negli occhi e sentire la presenza fisica di un insegnante che ti spiega la lezione del giorno. Purtroppo, però, il contatto fisico tra i bambini era, da tempo, già ridimensionato  a causa del troppo utilizzo di videogiochi, social network e tutto ciò che possa ipnotizzare un bambino avanti ad uno schermo. Limitare loro anche l’opportunità di poter studiare insieme ai loro coetanei o praticare sport è stato veramente deleterio.

La soluzione potrebbe essere quella di far sì che una volta tornati alla normalità questi bambini possano trascorrere più tempo possibile in compagnia dei loro coetanei e il più possibile all’aria aperta senza ipnotizzarsi dinanzi ad uno schermo perché è importante che a quella età possano sentirsi liberi di dare sfogo alla loro fantasia, inventando e cambiando continuamente gioco purché sia frutto della loro inventiva, perché sviluppare la creatività nell’età infantile è fondamentale per far sì che in futuro possano riuscire a reinventarsi in ogni situazione.

Mattia è un bambino napoletano di 8 anni dotato di grande intelligenza ma che ha trovato purtroppo   difficoltà nel concentrarsi durante la lezione online. Ecco una breve intervista  a Cinzia (madre di Mattia) in cui ci racconta quale soluzione ha trovato per il suo bambino.

Cinzia, hai da subito trovato difficoltà Mattia nel seguire le lezioni online?

I bambini hanno bisogno di nuovi stimoli ogni giorno e questi li trovano soprattutto nel contatto umano. Mio figlio è un bambino molto volenteroso, andava bene a scuola e ha sempre praticato sport. Da quando ci sono state queste lezioni online non solo si è un po’ chiuso in se stesso perché non può vedere da mesi il suo migliore amico Paolo, ma ha trovato tanta difficoltà nel concentrarsi e nel seguire gli insegnanti.  Inizialmente sembrava che riuscisse a studiare ma col tempo notavo che si distraeva e ho deciso allora di cercare un aiuto, perché purtroppo con il mio lavoro posso dedicargli poco tempo per i compiti.

Che tipo di aiuto hai trovato?

Ho trovato un insegnante privato che segue Mattia tre volte la settimana per le lezioni extrascolastiche. Io credo  che Mattia abbia bisogno di qualcuno che gli parli faccia a faccia perché è un bambino che sente molto la necessità di avere un approccio fisico: gli ho sempre spiegato e dimostrato che il contatto fisico è importante quindi lui è abituato soprattutto a dare abbracci e baci, anche ai suoi maestri. È abituato a guardare negli occhi qualcuno quando gli parla, ma questo credo sia lo stesso per ogni bambino del mondo ma c’è chi ha vissuto questa situazione in modo diverso e riesce ugualmente a seguire le lezioni. Forse sono quei bambini che sono abituati a trascorrere molte ore avanti ad uno schermo.

 Crede sia dovuto a questo?

Ho sempre vietato a Mattia di trascorrere troppo tempo avanti al pc o alla play station,  al contrario, l’ho sempre invogliato ad impiegare il suo tempo libero, dopo lo studio, con amici e fare sport. Perché vedere mio figlio rimbecillirsi con un videogioco ore ed ore, ahimè, è la cosa che più mi spaventa. Ed è per questo che lui trova difficoltà a seguire lezioni online.  Parecchi suoi compagni di classe, invece, passano molto tempo alla play station o altri giochi, per cui sono loro stessi che dicono che preferiscono seguire le lezioni online anziché in presenza fisica, proprio perché affermano di essere diventata per loro un’abitudine vivere con uno schermo davanti agli occhi. Per quanto mi riguarda questo è tutto molto triste.

Come crede che farà con Mattia una volta finito questo periodo?

Quando questo periodo sarà terminato cercherò di far trascorrere a Mattia più tempo possibile con altri bambini e gli farò fare qualsiasi sport lui abbia voglia di praticare. Credo sia importante per il suo futuro sentirsi libero dalla schiavitù di uno schermo. Voglio che mio figlio sviluppi il cervello e la sua intelligenza più possibile adesso che esiste ogni mezzo per far si che i giovani di oggi abbiano più limiti, c’è bisogno che i genitori spronino  loro a capire qual è la strada giusta per il loro futuro e da cosa devono allontanarsi. Perché voglio che lui non si blocchi mai davanti ad un ostacolo e questo potrei ottenerlo se gli ripeto costantemente che studiare è fondamentale, leggere, inventare, creare, avere inventiva nei giochi senza playstation e cose virtuali che ti rubano la fantasia. Bisogna spronare i bambini ad essere creativi perché nel futuro non ci siano menti chiuse e zucche vuote ma nuove teste fantasiose e ingegnose.

Alessandra Federico

Salvatore Ferragamo: il rivoluzionario della calzatura italiana

Salvatore Ferragamo nacque a Bonito (provincia di Avellino vicino la città di Napoli) nel giugno 1898. Undicesimo di ben quattordici figli, conduceva una modesta quanto serena vita assieme ai suoi fratelli e i suoi genitori ma nonostante ciò, purtroppo, le loro condizioni economiche non diedero l’opportunità di far studiare lui e i suoi fratelli tranne che per il primogenito e, in ogni modo, in seguito a  grandi sacrifici da parte dei genitori.

Salvatore non si allontanò dal suo paese a differenza di altri emigranti di quel periodo e all’età di undici anni aveva lavorato per un anno a Torre del Greco presso un calzolaio e una volta compiuti dodici anni possedeva già una bottega di calzolaio tutta sua (acquistata grazie all’aiuto economico dei suoi fratelli maggiori), dove produceva scarpe su misura per le persone del posto. Nel 1912 all’età di quattordici anni decise di partire per gli Stati Uniti per raggiungere uno dei suoi fratelli a Boston e per perfezionare le sue capacità di designer e per trovare fortuna.

Una volta che si fu ambientato in America trovò lavoro in un negozio di scarpe a Los Angeles che forniva calzature per attori e cast dei film che si giravano ad Hollywood. Un giorno il regista protestò per la qualità di alcuni stivali  e Salvatore si offrì di confezionarli da solo. Il regista accettò e ne rimase soddisfatto ed entusiasta del risultato. Da lì a poco il numero di clienti fedeli a  Ferragamo crebbe velocemente: stelle del cinema da Anna Magnani, Sofia Loren a Marylin Monroe si rivolgevano a lui per i modelli unici e innovativi che Salvatore riusciva a realizzare. Il genio della calzatura italiana si affidava alla modernità della scarpa di quel momento e allo stesso tempo voleva unirla al concetto di qualità, ed è per questo motivo che successivamente si trasferì proprio ad Hollywood dove aprì l’Hollywood Boot Shop guadagnandosi il nome di “Calzolaio delle stelle”.

 “Ricordo di non essermi sentito ne triste ne pieno di nostalgia, un giorno sarei tornato ricco e famoso e avrei mostrato all’Italia come si dovevano fare le scarpe.”

Nel 1927 tornò in Italia dove aprì a Firenze il suo primo laboratorio dove realizzava scarpe da donna destinate, per i primi tempi, solo al mercato americano. In breve tempo diede vita alla sua prima azienda “Salvatore Ferragamo” e nel 1930 il pittore futurista Lucio Venna creò la prima etichetta e il primo manifesto pubblicitario Ferragamo. Ma la ditta dichiarò bancarotta nel 1933 a causa della inadeguata gestione amministrativa e della crisi mondiale. Ma, grazie alla sua geniale inventiva e creatività, per Salvatore ci fu ugualmente una rinascita: Palazzo Spini Feroni, negli Anni ‘50 (dove dal 1938 aveva creato la sua sede) era ormai meta di dive del cinema, delle famiglie reali e del jetset internazionale. Le giovani dive si recavano da Ferragamo per ordinare calzature che consideravano impeccabili per il designer, per la qualità e per l’inventiva.

Le calzature di Ferragamo sono state considerate vere e proprie opere d’arte: i suoi disegni spaziano da creazioni più bizzarre a linee di eleganza più tradizionale tanto da essere fonte di ispirazione anche per altri designer di calzatura del suo tempo. Una delle sue creazioni più famose fu negli Anni ‘30: la zeppa in sughero. Una vera e propria innovazione. Ferragamo realizzò la sua idea della zeppa in sughero durante il periodo del Fascismo quando la politica autarchica del regime era mirata sulla produzione interna consolidando in questo modo la moda italiana del tempo.

Salvatore Ferragamo muore nel 1960, ma la fama del suo marchio non è mai passata di moda grazie alla guida di sua moglie Wanda e dei loro sei figli Leonardo, Massimo, Giovanna, Fiamma, Ferruccio e Fulvia, che hanno portato avanti, sino ad oggi, il marchio Ferragamo.

Alessandra Federico

 

 

Omofobia e il coraggio di chi lotta: intervista a chi combatte ogni giorno per i suoi diritti

Quando si ha a che fare con le emozioni e con l’amore, nulla è sbagliato. L’omosessualità non è una malattia. È ora che le persone, tutte le persone, inizino a sentirsi libere di amare ed essere amate. A volte, però, incontrano nel corso della loro vita chi le fa sentire diverse, trovando difficoltà nell’accettarsi e nel dichiararsi apertamente gay. La vera battaglia inizia nel momento in cui decidono di raccontarlo ai propri genitori, con la speranza di essere accettati perché è lì che cercheranno rifugio. Infine, oltre le mura di casa, dove la loro vita diventa davvero difficile, dove sono costretti a lottare contro chi ancora crede che nell’amore ci siano regole da seguire, e dove c’è ancora la concezione che, se sei gay, sei diverso.

Seguire la massa

Parole razziste, provocazioni, veri e propri atti di bullismo sono costretti a subire da chi ancora vive con questi pregiudizi. Le parole delle persone omofobe sono una coltellata nel cuore di chi ama le persone dello stesso sesso. Ma cos’è che ci fa avere più paura a manifestare chi siamo davvero? Questa società ci impone di essere chi realmente non siamo, ci fa crescere con l’angoscia di non riuscire a essere come gli altri e di rimanere soli. Questo porta la maggior parte delle persone a vivere e comportarsi fingendo di essere chi non si è realmente, indossando una maschera per compiacere il prossimo. La paura di essere criticati o ancora peggio derisi, fa si che le persone, soprattutto nell’età adolescenziale, arrivino ad adeguarsi alla massa per essere stimati. Tale comportamento porta gravi conseguenze: difficoltà a relazionarsi, continua mancanza di fiducia in se stessi e nel prossimo, a volte aggressività o peggio ancora suicidio. Ma chi ha deciso che solo l’eterosessualità è naturale?

“Sono gay e non è stato facile per me farmi accettare. Ho attraversato un periodo difficile nella mia vita: oggi, però, grazie alla mia famiglia, riesco ad affrontare ogni pregiudizio”.

Queste sono le parole di Mauro, napoletano di 45 anni che racconta la sua storia e come ha lottato per sopportare la meschinità di chi ancora non accetta questa realtà.

Mauro, quanti anni avevi quando ti sei dichiarato?

Avevo 19 anni, precedentemente avevo avuto una sola fidanzata. Era molto bella: bionda con gli occhi verdi. Stavamo bene insieme ma nel momento in cui trascorrevo troppo tempo con lei, iniziavo a diventare insofferente. Credo di essere stato con lei solo per mascherare la mia vera natura, perché l’ho sempre saputo di provare attrazione verso il mio stesso sesso, ma avevo difficoltà ad accettarmi e ad accettare il fatto di essere ‘diverso’, perché è così che ti fanno sentire in questo mondo pieno di malignità e pregiudizi. Facevo dunque fatica a essere me stesso, a volte anche con chi poteva capirmi e starmi accanto. Temevo il loro giudizio, bastava uno sguardo per farmi iniziare ad avere paranoie e credere che mi stessero prendendo in giro. Avevo otto anni quando m’innamorai del mio compagno di banco, Massimiliano, ma questo l’ho sempre tenuto per me.

Qual è stata la prima persona con la quale ti sei sentito libero di parlare?

La prima persona con la quale mi sono apertamente dichiarato gay è stata proprio la mia prima e unica fidanzata, Giorgia. La sua reazione fece commuovere anche me. “Ti voglio bene, sono felice per te”, mi disse tra le lacrime. Mi ha sempre capito e per questo motivo ho sempre voluto che rimanessimo amici. La seconda persona a cui avrei voluto dirlo era mia madre, ma l’avevo persa da circa un anno. Mi accontentai di parlare alla sua foto. Io sapevo che lei c’era, mi bastava alzare lo sguardo e guardare le stelle per sentirla accanto. Era la stella che brillava di più. Decisi di confidare a mio padre questo mio piccolo segreto, gli parlai apertamente, senza peli sulla lingua. Sapevo mi avrebbe capito, così non passò molto tempo e ne parlai alle mie tre sorelle e i miei due fratelli. Il rapporto con la mia famiglia è da sempre stato speciale per me, ho sempre trovato conforto, il mio rifugio. Fuori di casa, però, la mia vita non era facile: subivo atti di bullismo, critiche e parole razziste.

Come hai affrontato queste situazioni?

La maggior parte delle volte li aggredivo per difendermi, ma si finiva sempre per scatenare una rissa. Tornavo a casa con un occhio gonfio o un labbro sanguinante almeno due volte a settimana. La mia famiglia mi ha aiutato, mi è stata vicino, mi ha fatto capire che non è importante ciò che pensano queste persone perché non è fondamentale avere il rispetto di gente come loro nella mia vita. Iniziai ad acquisire un altro metodo: l’indifferenza. Sorridevo quando mi prendevano in giro. Purtroppo in Italia c’è ancora troppa ignoranza e per evitare di soffrire ancora, decisi di andare a vivere a Londra per diversi anni. Adesso vivo in Italia da almeno dieci anni.

Adesso che sei tornato in Italia, vivi le stesse esperienze o le cose ti sembrano essere cambiate? Posso dire che sicuramente le cose oggi sono cambiate perché le persone hanno la mentalità più aperta ed è un po’ più difficile che io possa avere a che fare con un omofobo, anche se non ti nascondo che proprio ultimamente ho avuto un’esperienza poco piacevole con un mio collega che ha utilizzato parole offensive sul mio conto riguardo al mio orientamento sessuale. Posso dire che rispetto agli anni ’90, oggi riesco a rapportarmi quasi con tutti in Italia, anche se tornerei volentieri a Londra, dove sei libero da ogni pregiudizio.

E cosa ci dici sull’amore?

Sono stato fidanzato diverse volte, ora vivo una relazione a distanza con Andrea, napoletano come me, che vive a Bologna dove lavora come cuoco in una cucina di un ristorante. Stiamo insieme da circa due anni, ma non posso negare che la lontananza è dura per cui presto prenderemo la decisione di avvicinarci. Prima di stare con lui ho avuto altre storie d’amore ma spesso mi ritrovavo ad avere a che fare anche con uomini sposati con donne, quelli che hanno paura di dichiararsi omosessuali, quelli che temono il giudizio altrui, perché in questo mondo non è facile essere se stessi. Insomma, il mio di mondo non è semplice da vivere, ci sono tanti ostacoli da superare, lotte continue per avere gli stessi diritti degli etero e situazioni particolari da affrontare quasi tutti i giorni. Per quanto l’omosessualità possa essere stata accettata, viviamo ancora in un paese dove, per essere accettati, dobbiamo essere tutti uguali.

Secondo te quindi l’emancipazione è un’ipocrisia?

Non del tutto. Di certo non posso dire che dagli anni ’70 ad oggi sia tutto uguale o che sia tutta una finzione quella di accettare i cambiamenti. Ma posso dire che si respira ancora tanta ignoranza nella folla di questo Paese. La maggior parte degli uomini, oggi, sono ancora maschilisti, c’è ancora il cosiddetto ‘padre padrone’, quelli che tendono a manovrare la donna, tanto per dirne una. Inoltre, penso anche che la maggior parte delle persone fingano di accettare ‘quelli come me’.

Questa cosa come ti fa sentire?

È un qualcosa che ho imparato ad accettare nel corso degli anni e con l’esperienza, ci ho fatto l’abitudine. Ci sono persone poco sensibili e quelle le incontrerai sempre, quindi ho deciso di affrontare questa situazione con serenità, essendo sempre me stesso anche se non accettato da tutti. O meglio, non essendo accettato sul serio.

Che consiglio ti sentiresti di dare a chi ancora non si è dichiarato?

Penso che ognuno abbia i propri tempi, ma la cosa fondamentale è che non bisogna avere paura del giudizio altrui. Quindi se non ci si sente di farlo per il solo terrore di essere presi in giro, non è un buon motivo. Non c’è cosa più bella di essere se stessi. Se i diritti ottenuti dalle donne negli anni ’70 rappresentano un esempio di emancipazione della società, l’accettazione dei gay sarebbe un ulteriore passo avanti. Necessario per capire che nel mondo siamo tutti uguali.

Alessandra Federico

 

Delinquenza e povertà in Venezuela: “Si sopravvive ogni giorno”

“Ogni giorno ringraziavo il cielo per essere ancora vivo”.

Caracas, Maracay, Valencia: tre su ventidue città in Venezuela sono vere e proprie capitali della delinquenza, dove la criminalità arriva a impossessarsi del 30% della popolazione per ogni città. Dal 2001 al 2016 ci sono stati quasi 300mila omicidi. Nel 2018 è stato il Paese più violento del mondo, con una percentuale di 98 omicidi per 100mila abitanti. Oggi tre milioni di venezuelani vivono all’estero, di cui almeno due milioni sono partiti dopo il 2015. Lo stato sudamericano è devastato da una profonda crisi economica e la popolazione vive una situazione disastrosa, costretta a combattere ogni giorno contro la criminalità per sopravvivere. Senza tener conto della povertà, difficoltà a trovare cibo, mancanza di acqua corrente, di luce e gas. Il Venezuela è uno dei Paesi con le più ingenti riserve petrolifere al mondo e questa risorsa è stata fonte di grande guadagno per l’economia venezuelana fino alla diminuzione del prezzo del petrolio. La povertà in Venezuela costringe la popolazione a derubare anche i vicini di casa per un pezzo di pane, perché lavorare per uno stipendio di cinque euro al mese porta alla disperazione. La crisi sociale ed economica del paese sudamericano spinge la maggior parte delle persone ad emigrare, ma non è facile per chi non riesce a racimolare i soldi necessari per potersi permettere una vita migliore.

 

“Ho vissuto davvero anni d’inferno. Quando mettevo piede fuori casa, non sapevo se sarei ritornato. Una delle poche cose che ricordo con nostalgia è la pioggia. Perché lì la pioggia è calda e quando mancava il riscaldamento in casa, molte persone scendevano in strada muniti di bagnoschiuma e shampoo per farsi la doccia sotto il cielo. Si creava un’atmosfera calda e festosa, soprattutto per i più piccoli”.

 

Nathan ha 25 anni ed è solo uno dei tanti emigrati dal Venezuela. Da due anni vive in Italia con i suoi genitori, con sua sorella e sua figlia di soli sette anni. Nathan racconta la sua storia e di come è sopravvissuto alla silenziosa guerra che ogni giorno era costretto ad affrontare.

Quanto sono frequenti gli atti criminali nel tuo paese?

In Venezuela per ogni dieci metri che percorri, hai già incontrato almeno cinque malviventi che, armati di pistola o fucili, ti chiedono soldi, telefono o qualsiasi cosa tu possieda che per loro possa aver un qualche valore. Arrivano addirittura a rubarti le scarpe così sei costretto a camminare scalzo e se ti rifiuti o se non hai niente da dargli ti bastonano, nel migliore dei casi. Ma quando hanno voglia di sparare, ti tolgono la vita. Per loro è un gioco. Ed è questo che mi fa più rabbia: vedere queste persone aggirarsi per le strade di Maracay con un fucile tra le mani e un sorriso smagliante, perché per loro è divertimento guadagnare uccidendo le persone. Ma ciò che mi faceva più paura era dover proteggere mia nipote. Non è giusto far vivere un animo così delicato in una realtà così crudele: sguardi minacciosi e volti sanguinanti, era davvero una sofferenza per me dover dire a Laia che andava tutto bene, che saremmo arrivati a casa sani e salvi quando la verità era che nemmeno io sapevo se ce l’avremmo fatta. E questo accadeva tutti i giorni. Quasi sempre, quando andavo a lavoro, lasciavo a casa soldi e cellulare. A volte mi veniva in mente di camminare anche scalzo, tanto qualcuno mi avrebbe obbligato a dargli le scarpe. La sera, invece, andavo a bere una birra a casa della ragazza di cui mi ero innamorato: Mary, e ogni sera dovevo prima guardare dalla finestra per assicurarmi che non ci fosse nessun malvivente nei dintorni, poi fare una corsa per entrare nel palazzo dove abitava lei. Tutto questo per la paura di essere derubato o aggredito. E abitava di fronte casa mia. Ora per fortuna anche lei è andata a vivere all’estero con la sua famiglia.

Hai perso persone a te care, vittime della criminalità?

Mio fratello maggiore Marcos ha perso la vita per colpa di quei delinquenti. Aveva 16 anni. Me l’hanno portato via perché ha avuto il coraggio di affrontarli, rifiutando loro di dargli lo stipendio che aveva appena ricevuto. Due colpi dritti alla testa. Questo è tutto quello che ricordo perché avevo solo 9 anni. La figlia della mia vicina di casa è stata presa in ostaggio per sette mesi, chiedendo in cambio soldi, cibo e automobile. La polizia interviene ma solo se ne ha voglia. A volte arriva dopo due o tre giorni. Ho perso anche alcuni amici. Per questo motivo ho deciso di portare mia sorella, mia nipote e i miei genitori lontano da lì. Soprattutto per dare un futuro migliore a Laia, per salvare almeno la sua infanzia.

Hai qualche ricordo particolare della tua infanzia in Venezuela?

Il rosso. Il colore rosso del sangue che ricopriva il volto o l’intero corpo delle vittime era ormai una scena che vedevo quotidianamente. Questo non lo dimentico. È un colore che tuttora mi disturba un po’, non lo nego. Poi ricordo gli spari, soprattutto quelli oltre le sette di sera, perché dopo quell’ora c’è il coprifuoco. Ci rinchiudevamo tutti nelle nostre case e accendevamo la televisione, così per i più piccoli i rumori erano coperti dal volume alto di un film, almeno per un po’. A tarda notte, per fortuna, si sentiva solo qualche macchina passare. Questa è una cosa che ricorderò per sempre. E le urla. Urla e pianti di chi era vittima di quei delinquenti. Perché mio padre lo diceva sempre: ‘arriverà anche il turno nostro se non andiamo via da questo paese infame’. Parlava con mia madre, io lo sentivo, aveva ragione. Aveva ragione perché quei bastardi ci hanno portato via Marcos. Era un incubo, la paura di dover uscire da casa anche solo per andare a scuola non ci faceva dormire la notte. Ho anche dei ricordi piacevoli, anche perché preferisco ricordare i momenti belli anziché quelli brutti. Le giornate calde al mare o la doccia in strada sotto la pioggia. Il ricordo più bello che ho è legato a mio fratello: mio padre ci portava tutte le domeniche a pescare e una sera, al ritorno, lui mi regalò un soldatino di plastica della sua collezione. Lo porto tuttora con me, mi aiuta a sentirlo più vicino.

Che lavoro facevi in Venezuela?

Facevo il magazziniere e guadagnavo l’equivalente di 5 euro al mese. Praticamente quei soldi non erano sufficienti nemmeno per sfamare mia nipote e quindi ero costretto a fare due lavori. Era difficile anche procurarsi del cibo perché nei supermercati andava tutto a ruba. Molte volte non riuscivo ad arrivare in tempo a lavoro perché i treni non funzionavano a causa della mancanza di corrente e gli autobus spesso saltavano le corse. Avevo un motorino che hanno ovviamente cercato più volte di rubare. Mi trovavo sotto casa: ‘dammi le chiavi del tuo motorino’, disse un uomo dalla voce inquietante. ‘Io faccio parte della delinquenza quanto te. Che facciamo, io rubo a te e tu rubi a me?’, gli dissi. Ero costretto a dire così per non vedermi portare via l’unico mezzo che avevo a disposizione per portare soldi a casa.

In quale altro modo procuravi del cibo per te e la per la tua famiglia?

In Venezuela il cibo si procura ogni giorno, perché devi trovare soldi ogni giorno. Io mi inventavo lavori diversi, dal vendere oggetti vecchi che avevo a casa, all’accettare qualsiasi tipo di lavoro che mi proponevano, purché fosse onesto. Ci vogliono almeno 20 euro per fare la spesa lì, perché lo stipendio è basso ma la vita è abbastanza cara. Ad esempio, noi utilizziamo spesso la farina di mais per i cibi che prepariamo, ma arrivava una volta alla settimana per ogni supermercato di ogni provincia e quindi spesso non la riuscivo a trovare o se la trovavo dovevo rispettare una fila di 150 o 200 persone per acquistare un solo pacchetto. Inoltre,  parecchi commercianti, per paura della delinquenza, sono costretti a rimanere all’interno del magazzino e a passare la merce attraverso lo sportello. Un po’ come le farmacie notturne. Ci sono anche negozi come i supermercati dove puoi tranquillamente acquistare merce come in Italia, ma sono pochi.

Come ti trovi adesso in Italia?

Posso dire di essere nato di nuovo. La mia vita in Venezuela fa parte ormai del mio passato e ne farò sicuramente tesoro perché qualsiasi esperienza ci aiuta a crescere e ci insegna delle cose importanti. A volte ci lascia segni positivi, altre volte negativi, ma ad oggi so dire che tutto quello che ho vissuto mi ha fatto capire quanto è importante godersi ogni giorno la vita e apprezzare le piccole cose. In Italia mi trovo molto bene, vivo a Napoli da due anni e i Napoletani sono molto calorosi. Mi trovo bene qui soprattutto perché il mio lavoro mi  permette di vivere e non più di sopravvivere, facendomi togliere anche qualche sfizio come acquistare un paio di scarpe in più senza la paura di doverle dare a qualcuno. Passeggio tranquillamente per le strade della città e posso mangiare quello che voglio a qualsiasi ora del giorno,  senza preoccuparmi di trovare il market vuoto. La cosa che più mi dà gioia è che finalmente la mia famiglia può vivere serena e che mia nipote potrà avere un futuro migliore rispetto a quello che le sarebbe toccato in Venezuela.

Alessandra Federico

Un progetto per il futuro: Marinella e gli Aquiloni

Sarebbe stato un 2020 denso di iniziative, impegni ed attività in presenza per la Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2 del Comune di Napoli se non fosse subentrata la pandemia da Covid-19.

Nonostante le limitazioni e il distanziamento sociale imposti a la tutela della salute, la Consulta, presieduta dall’arch. Giovanna Farina, è riuscita a mantenere vive alcune delle principali iniziative programmate mettendo in campo azioni in rete che hanno consentito la partecipazione di molte delle Associazioni iscritte alla Consulta e di proseguire il lavoro  e le attività con l’ausilio delle moderne tecnologie. Parliamo con la presidente Farina di una di queste, il progetto “Marinella e gli Aquiloni” edizione 2020, promosso dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Napoli e proposto dalla Scuola Superiore di esecuzione penale “Piersanti Mattarella” nel 2018 nell’ambito del progetto formativo “La comunità da fare”. L’edizione dell’appena trascorso 2020 ha preso l’avvio il 24 agosto con la collaborazione del Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità – Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) per la Campania, Enti Pubblici, Enti Morali, Enti del Terzo Settore, Scuole, Municipalità 2 del Comune di Napoli e la Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2.

Grazie alla collaborazione della Municipalità 2, il percorso di formazione ha coinvolto 12 persone in esecuzione penale esterna integrando la formazione teorica con quella pratica in cantieri della zona Mercato-Pendino, territorio dalla grande tradizione storico-culturale, ma soggetto a forte degrado ambientale e sociale.

Presidente Farina molte delle Associazioni della Consulta della Municipalità 2 hanno siglato il protocollo tra gli Enti del Terzo settore per la realizzazione del progetto Marinella e gli Aquiloni, una sinergia importante tra Enti pubblici, Enti del Terzo settore, Istituzioni… Anche la Consulta nella sua funzione istituzionale ha sottoscritto il protocollo tra gli Enti pubblici, perché la scelta di partecipare anche in questa veste?

Per rafforzare i legami collaborativi intrapresi con gli Enti che hanno costituito la “Rete Marinella” ed estendere le relazioni e gli scopi costitutivi agli altri Enti che operano sul territorio e all’intera cittadinanza.

Questi propositi sono importanti per legare esperienze e azioni comuni. Fare rete vuol dire scambiare buone pratiche cioè evolvere. Sono convinta che il sistema collaborativo della partecipazione e del coinvolgimento delle associazioni in questo progetto ha sviluppato nuovi comportamenti grazie ai quali è migliorato l’ ascolto, si sono superati ostacoli, ci si è messi in discussione.

La Municipalità 2 ha visto lo sviluppo di questo progetto, nato in via sperimentale lo scorso anno e, nonostante le difficoltà generate dal Covid-19, sviluppatosi con molto impegno ed interesse da parte di tutti i partecipanti. Ritiene l’esperienza esportabile anche in altre Municipalità del Comune di Napoli?

Si. L’impegno positivo e operoso dei borsisti durante l’ intero percorso di formazione e di reinserimento lavorativo ha cancellato perplessità e titubanze e ottenuto risultati visibili.

 

L’auspicio di tutti coloro che hanno collaborato a questo progetto coordinato da Obiettivo Napoli, Ente del Terzo settore che da anni opera nella città di Napoli a favore delle categorie fragili, è che la positiva esperienza possa diventare un appuntamento annuale.

Orsola Grimaldi

 

Cherofobia: il bisogno di essere infelici

Se sto sempre male non corro il rischio di rimanere deluso”. Queste sono le parole di chi ha vissuto gran parte della propria vita nella sofferenza. Cherofobico è il termine con cui viene definito colui che ha paura di trascorrere momenti gioiosi perché è abituato a vivere nell’infelicità. Traumi infantili e maltrattamenti possono esserne la causa. Chi ha paura di essere felice non vive necessariamente in uno stato depressivo, non è apparentemente afflitto anzi, conduce una vita piena e movimentata, si circonda di amici e di affetto, ma nel momento in cui gli si presenta la possibilità di essere felice fa di tutto per far si che ciò non accada, senza nemmeno rendersene conto. Il cherofobico crede che nella sua vita non ci possano essere momenti di gioia. Per lui ogni attimo di piacere è susseguito da momenti di tristezza e amarezza.

Ogni volta che mi accadeva qualcosa di bello, facevo di tutto per essere infelice”. Serena, 28 anni, racconta la sua paura di essere felice.

Serena, quando hai preso coscienza di questa tua fobia?

Precisamente non so dire il momento esatto, ma so che fin da bambina ho vissuto con questa malattia, se cosi si può definire. Con i giocattoli, ad esempio, sentivo il bisogno di doverli rompere e di dover piangere perché così mi sentivo meglio. Mi sentivo meglio perché ero triste ed essere triste mi faceva stare bene, paradossalmente. Tra la gente, con gli amici, sentivo il bisogno di dover ricevere offese da loro ed essere sminuita, perché cosi mi sarei sentita a casa. E se qualcuno mi faceva un complimento, io gli rispondevo che non era giusto ciò che diceva di positivo di me, perché mi ritenevo una buona a nulla. Ho sempre cercato di frequentare le persone che mi facevano del male. Se fossi stata una persona in gamba significava per me essere felice, ma credevo sarebbe successo qualcosa che mi avrebbe afflitta e tanto valeva soffrire sempre senza smettere, almeno non correvo il rischio di stare ancora più male. D’altro canto, sono cresciuta nell’infelicità.

Conosci oggi il motivo per cui hai sempre cercato di essere infelice?

Sì, e ci sto continuando a lavorare. Quando ero piccola sono stata maltrattata da chi mi ha messo al mondo: mio padre ha smesso molto presto di volermi bene. In realtà non sono sicura se avesse mai avuto una buona considerazione di me, mi umiliava facendomi sentire una buona a nulla. Quindi posso dire di essere cresciuta con una visione distorta di me: quella di non valere niente e di non essere in grado di poter aspirare ad alcun obiettivo nella mia vita. Ed è per questo motivo che ogni volta che ricevevo un complimento, non mi sentivo a casa. D’altronde si sa che crediamo di essere come siamo cresciuti. Anche quando studiavo, alle scuole medie, mio padre mi ripeteva in continuazione che io ero nata scema. Mi sono improvvisamente sentita come la protagonista del film ‘Matilda sei mitica’, sminuita dal proprio padre ma consapevole di essere una persona molto intelligente. Anche se lui non mi ha trattata così male da sempre. Oggi che ho 28 anni qualcosa in me è cambiato, anche se i traumi restano. Forse sono stata debole, a quel punto avrei potuto ribellarmi e dimostrargli di essere una persona capace di raggiungere ogni obiettivo. Ma ero solo una bambina e anche molto fragile. Mi piace pensare che ci sia un motivo valido per cui tutto questo sia accaduto proprio a me, e che ci sia qualcosa di bello che mi sta aspettando. Mi sento intrappolata, ho voglia di spaccare il mondo, ma è come se io mi stessi frenando da sola. La paura di essere felice non è una cosa da sottovalutare, è un problema di cui fai fatica a prendere consapevolezza e fai fatica a risolverlo perché ci ricadi con più facilità di quanto si possa immaginare. Mi piace anche pensare che il motivo del comportamento brusco di mio padre non sia stato per cattiveria ma forse aveva solo bisogno d’aiuto. Oggi l’unica cosa in cui credo fermamente è che non tutti sono in grado di fare i genitori.

Sai il motivo per cui tuo padre ha iniziato a trattarti in quel modo?

Purtroppo ho perso mia madre quando avevo solo 11 anni e da quel momento in poi la mia vita è diventata un inferno. Mio padre non è stato più molto presente, non c’era quasi mai e la sera spesso tornava a casa ubriaco e trattava molto male me e mia sorella. Ad oggi penso che il motivo per cui beveva ogni giorno tutto quell’alcool era dovuto alla sofferenza che si portava dentro dopo la scomparsa di mia madre. Ero troppo piccola per capirlo, pensavo volesse divertirsi senza noi e che eravamo solo un peso per lui. Credevo che non mi volesse più bene e che a quel punto non me ne avesse mai voluto. Pensavo che la colpa fosse stata mia e che avessi fatto qualcosa che l’avesse fatto allontanare. Ma io avevo solo bisogno di lui.

Ricordi un momento in cui sei stata felice con lui?

Il giorno della mia comunione. Decisi di indossare un abito rosa ornato di fiori gialli. Quel giorno lo ricordo particolarmente per i fiori colorati che addobbavano il giardino in cui si tenne la mia festa. Mia madre e mia sorella indossavano un abito simile al mio: un tubino rosa ornato di fiori gialli. Fu un regalo di mio padre, ‘perché siete le mie tre principesse’, diceva. Non ho mai più vissuto un giorno più bello. Posso definirlo senza dubbio il mio giorno più bello nel mondo.

Adesso che conosci il motivo della tua fobia, credi di poter finalmente raggiungere la felicità?
Ho passato anni a voler soffrire. Ho vissuto piccoli momenti di felicità ma mi spaventavano talmente tanto che ho sempre preferito vivere nell’infelicità, e quindi trasformare tutto in tragedia, o quasi. Tanto niente avrebbe potuto farmi del male, non più di quanto non avessi già sofferto. Ma mi rendo conto solo adesso che se hai paura di essere felice rischi di passare la vita da sola. In realtà la paura di essere felici nasconde la paura di essere delusi, di conseguenza la cherofobia dovrebbe trattarsi del timore di essere infelici. Forse è la paura di vivere uno stato che non conosciamo. Adesso che sono una donna e che ho messo tutte le carte della mia vita in tavola, ho voglia di essere felice. E ho voglia di ridere, soprattutto.

Oggi come vivi il rapporto con i tuoi amici?

Il problema è stato con i ragazzi: ogni volta che mi innamoravo o che qualcuno si innamorava di me, io facevo qualcosa per farlo allontanare. Come se dovessi mettere alla prova qualcosa o qualcuno, o forse proprio me stessa. ‘È mai possibile che questa cosa cosi bella sia captata a me? Dove sta l’inganno?’, mi domandavo. Allora cerco di scoprirlo da sola così magari ci resto meno male, tanto comunque la beffa è dietro l’angolo e potrei solo rimanerci più male se aspettassi che uscisse fuori da sola senza mettermi ad indagare. Perché è così che ho sempre fatto, ho sempre rovinato tutto con la mia mania di scavare a fondo nelle cose, nelle persone, per trovarci del marcio, perché cosi potevo stare tranquilla che niente mi avrebbe mai sorpresa. Oggi ci sto provando a vivere le relazioni serenamente e spero di essere uscita fuori da questa brutta situazione anche se credo dovrò lavorarci ancora per un bel po’. Per quanto riguarda le amicizie, sono cambiata anche con loro e coloro che mi stavano stretti li ho eliminati dalla mia vita. Oggi ho deciso di tenere una cerchia stretta di amici. Quelli che si contano sulle dita di una mano. In fondo quando esci fuori da una brutta situazione ti rendi conto di chi devi avere accanto: di chi non ha fatto altro che ostacolarmi nella vita, oggi posso farne anche a meno. Oggi so chi voglio essere e chi voglio al mio fianco. Quando viviamo un lungo stato di sofferenza, crediamo di poter meritare di vivere la nostra vita avendo solo esperienze negative, credendo che la normalità sia questa e che la vita non possa offrirci di più o che non la meritiamo. Circondarsi di persone positive potrebbe aiutarci ad uscirne fuori. Perché chi ti strappa un sorriso, merita sempre il tuo tempo.

Alessandra Federico

Natale 2020: decorazioni, tendenze e colori dell’anno

Ecco come decorare casa per Natale 2020: luci, stelle filanti, palline colorate, ghirlande, stella cometa, candele rosse e decorazioni artigianali.

Tante sono le idee per le decorazioni natalizie di quest’anno per dare un tocco d’allegria a questo particolare momento storico. Natale 2020 non sarà il Natale di sempre, conviene quindi approfittare per occupare il tempo che si ha disposizione valutando accuratamente quali colori scegliere per addobbare casa, attenendosi alle tendenze del momento, per sognare e vivere un Natale da “vip”. Quali decorazioni natalizie utilizzare se si è amanti delle luci colorate, come quelle che illuminano Time Square di New York ogni anno, o quelle che avvolgono l’albero che fa brillare la città? Ancora, quali colori scegliere per ispirarsi alle luci di artista di Salerno? In ogni caso, se siete a corto di ispirazione, non mancano gli spunti in rete. Anche gli e-commerce possono essere fonte di ispirazione per i vostri acquisti online. Siti come Westwing, Maison du Monde o anche Amazon ed eBay offrono una vasta carrellata delle novità e tendenze del momento. È bene attenersi alle tendenze si ha voglia di trascorrere il Natale più fashion del secolo.

“Il classico non passa mai di moda”  le parole di Coco Chanel non sbagliavano mai. Possiamo confermare che il classico non stanca mai: il rosso accompagna da sempre il nostro periodo natalizio. Possiamo divertirci ad ornare di rosso ogni zona della casa senza il rischio che possa stancare, perché il colore che da sempre è la scenografia del Natale è il rosso, il colore dell’amore. Il colore che evidenzierà le labbra di ogni donna desiderosa di essere alla moda anche la sera di Natale. Per seguire al meglio le tendenze del momento ecco  i  colori del Natale 2020: Bianco ottico, Rosa e rose gold, Green Ritual, British Old School, Colori tropicali.

Come addobbare casa utilizzando colori trend e spendendo pochi soldi

C’è da dire, però, che preparare addobbi per le feste per la propria abitazione è sempre un momento di unione per la famiglia, diverte soprattutto quando si sceglie di realizzare addobbi artigianali, con pittura, fili colorati e glitter alla moda. I colori del momento sono un ottimo addobbo per le famiglie che festeggiano il primo Natale con il nuovo arrivato: colori caldi per decorare lacameretta del tuo bebè. Basta poco per rendere il tuo Natale magico e unico. Scopri l’entusiasmo e la facilità di creare tanti addobbi natalizi artigianali e originali. Come realizzare palline colorate e ghirlande natalizie fatta a mano? Qui troverai le informazioni che desideri per addobbare casa utilizzando materiale poco costoso.

– Acquistare in merceria anelli in polistirolo bombati e  rivestire con diversi materiali: stoffa, pittura o glitter, creando così una figura su cui applicare diversi oggetti come pallina celeste, fucsia, rosa baby, rosa antico o rossa, fiocchi o foglie. Potete utilizzare stoffa come il cotone, il raso, la lana, la passamaneria.

– Passare con un pennello la colla sull’anello e avvolgerlo dolcemente con il materiale scelto.

– Utilizzare colla a caldo per attaccare le palline, distanziandole da loro anche 3 cm.

Potete scegliere di stendere la colla  non solo sul punto in cui va incollata la pallina, ma sull’intero anello, in modo da cospargere glitter fucsia e rendere fashion la vostra ghirlanda.

Alessandra Federico

Château de Chenonceau ospita la nuova collezione Métiers d’Art di Chanel

Château de Chenonceau, conosciuto come Château des Dames, si trova nella valle della Loira in Francia e questa volta fa da sfondo alla nuova collezione Métiers d’Art 2020/2021 di Virginie Viard, direttore artistico di Chanel. D’altro canto l’idea di Coco era quella di creare collezioni che raccontano sempre una storia e che si ispirano al luogo che le ospitano. Château fa parte della storia di Chanel e pare proprio che la rivoluzionaria della moda degli Anni ‘20, poiché ammirava molto le donne del Rinascimento, si sia ispirata proprio a Caterina de Medici per la quale non a caso, quel capolavoro architettonico, era la sua residenza preferita. Non a caso, le due C  che si intrecciano del marchio di Coco Chanel, sono simili alle due C intrecciate di uno dei numerosi monogrammi della regina Caterina de’ Medici, che sono ancora visibili nel castello.

Difatti, la vita di queste due donne sembrava somigliarsi: entrambe appassionate di esoterismo, si circondavano di simboli e condividevano la passione per il colore nero. Coco era orfana ed è cresciuta tra le mura di un convento proprio come Caterina de medici.

Kristen Stewart, unica spettatrice dello show in questi tempi di emergenza sanitaria, è la protagonista della campagna della collezione negli scatti di Juergen Teller.

Per la collezione Métiers d’Art 2020/2021, la texture a scacchi bianchi e neri che appare su minigonne di paillettes, sulla gonna lunga in tweed geometrico con frange patchwork, richiama lo stesso motivo del pavimento su cui le modelle sfilano.  Il tailleur in tweed chiaro coperto da un lungo cappotto di velluto nero ricorda il periodo in cui Caterina de’ Medici, dopo la morte del re di Francia Enrico II, vestiva solo di nero. I famosi arazzi del castello spuntano nei colori caldi della mantella in tweed, mentre i ricami floreali sul risvolto della giacca ricordano i fiori dei due giardini creati da Diane de Poitiers e da Caterina de’ Medici. I leggins, in velluto blu, rosa, bianchi o grigi, ricamati, si indossano sotto le gonne a portafoglio. Da non dimenticare le creazioni degli artigiani che da sempre collaborano con Chanel, come gli stivali di Massaro, il grande cappello Michael, l’abito di pizzo nero realizzato da Lemariè.  A completare la magnifica sfilata di moda le preziose collane catene e perle.

Alessandra Federico

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