Gioco dunque sono. Filosofia di un videogamer

Massimo Villa ci porta nel mondo dei videogames.

Videogiocare attrae milioni di persone in tutto il mondo, di ogni età, ceto sociale, background culturale. Videogiocare è un’attività da valutarsi seriamente?

Come tutti i fenomeni che investono milioni di persone da generazioni, è indubbiamente un’attività da valutarsi seriamente. Ricordiamoci che da un punto di vista economico alle spalle c’è un’industria che fattura annualmente più di quella del cinema. Per quanto riguarda invece i videogiocatori, che ormai sono di tutte le età e di entrambi i sessi, la risposta è scontata. I videogame fanno parte del nostro bagaglio culturale, possono svagare, impegnare la mente, divertire, insegnare ed educare. Ricordiamoci che sono una forma d’arte esposta in musei famosissimi in diverse parti del mondo e l’art design è a scapito di artisti internazionali le cui qualità sono universalmente riconosciute. Come se non bastasse, i videogame hanno tenuto uniti i nostri figli durante l’emergenza Covid più della didattica a distanza. Si sono infatti potuti vedere, sentire, condividere, parlare in altre lingue, frequentare e divertirsi. Cosa non da poco.

Chi videogioca non si limita ad afferrare un joypad e mettere in funzione la PlayStation. La propria passione è seguita su uno smartphone, sul treno, in strada, in vacanza o al lavoro. Quanto siffatta pratica isola o può aprire anche al consesso umano?

In realtà è un falso problema. Anche leggere, guardare un film, dipingere o scrivere può isolare oppure unire, far trovare persone con gli stessi interessi, stringere rapporti umani. A mio avviso i social, in questo caso, sono più pericolosi dei videogame. Sui social molti si sentono liberi di invadere la vita altrui anche se non ne hanno una loro.

Videogiocare consente di spalancare porte su mondi alternativi in cui foggiare il proprio alter ego, così da poter vivere un’esistenza difforme dalla reale. Il gamer fugge, scappa, intende evitare lo scontro con il banale quotidiano?

No, anzi, spesso lo replica. Prendiamo un gioco simulativo come The Sims, conosciuto da tutti, anche dai non videogiocatori. In quel caso è proprio la routine umana delle nostre vite a essere replicata. In genere avere un alter ego in un videogame di ruolo invece, è un po’ come prendere le parti dell’eroe di turno nel nostro libro fantasy preferito o nella serie tv. E’ un modo di confrontarsi più visivo e immersivo che altre forme, questo sì. Poi è chiaro che dipende dai gusti. Giocare a un prodotto sci-fi diviene spesso forzatamente disancorato dalla realtà, ma è come vedere Inception al cinema, difficilmente si dirà che chi ha visto un film intenda evitare lo scontro col quotidiano.PORT THIS AD

Sulla scorta di fenomeni sociali innescati dai videogiochi, reputa che un gamer compia scelte etiche?

Spesso sì, per la qualità che hanno raggiunto i videogame oggi. Prendiamo un The Last of Us 2, di questi giorni, davanti al quale anche i sociologi sono rimasti senza parole. Spesso i protagonisti da noi guidati devono scegliere come comportarsi, prendere decisioni che molte volte implicano scelte morali complicate. Aiutare o tradire, vivere o morire, mantenere un atteggiamento invece di un altro, stare al gioco o esporsi alla verità, sposarsi o rimanere single. Purtroppo, spesso chi è estraneo al mondo videoludico tende erroneamente a identificare i videogiochi con un prodotto solo ed esclusivamente alla Super Mario (che rimane comunque un capolavoro) o Bubble Bobble. A queste persone dico “Ci sono stati quarant’anni suonati di innovazioni tecnologiche nei videogame. Provatene magari qualcuna, prima di giudicare”

Per chi non è hardcore nerd inside può esemplificare tendenze, mode, passioni e rivoluzioni tecnologiche veicolate dai videogiochi?

L’evoluzione tecnologica è evidente. Siamo passati dall’Intellivision e da Pong fino alla prossima PlayStation 5 o al PC con le schede video in SLI e a giochi come The Witcher 3 o il succitato The Last of Us. Le mode e le tendenze che hanno attraversato la storia del genere sono state molteplici passando per i cabinati arcade che in Giappone facevano file lunghissime fuori dalle sale giochi, alla Nintendo che ha creato un genere, fino a prodotti che hanno influenzati molte altre industrie, specialmente quella cinematografica, basti ricordare le infinite citazioni di Space Invaders presenti nei film hollywoodiani e non solo, a Ready Player One (che poi è tratto da un libro), fino alla serie TV acclamatissima come Stranger Things, dove in pieni anni ’80 i protagonisti giocano agli arcade dei cabinati che dicevamo prima. E poi vestiti, gadget, cosplayer, riviste, letteratura. Difficile trovare un settore dell’arte che non abbia avuto contatti con i videogiochi dagli anni ’70 a oggi.

 

Massimo Villa lavora per un’importante catena libraria italiana come responsabile eventi. Dagli anni’90 scrive di videogame su riviste e siti del settore. Ha pubblicato diverse opere di fantascienza, tra romanzi e racconti, nonché un paio di raccolte di poesie. Tra i vari scritti ricordiamo “Il rock uccide la vostra anima” (Mondadori) e Frigo Leader (Erga).

 

Giuseppina Capone

Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina

Con Alessandro Aresu parliamo di politica ed economia.

l capitalismo politico rappresenta la chiave di lettura principale da lei proposta per accedere al presente. Può definire siffatta categoria?

Il capitalismo politico è l’accoppiamento tra economia e politica all’interno delle potenze, attraverso diversi strumenti. Questi strumenti sono l’uso politico del commercio, della finanza e della tecnologia, la partecipazione statale nelle imprese e più in generale i rapporti tra apparati burocratici e aziende, le sanzioni, le barriere agli investimenti esteri.

Nel mio lavoro, sostengo che questo sistema governi il mondo, perché praticato da Stati Uniti e Cina, seppur in varietà diverse.

Lei descrive minuziosamente l’antagonismo tra diritto ed economia in atto fra Stati Uniti e Cina. Quali sono i termini filosofici di questo scontro?

Le due potenze vedono diversamente il mondo, si pensano diversamente rispetto al mondo, nelle alleanze, nell’influenza internazionale, nell’idea di conquista, nel rapporto tra l’individuo e la comunità. La comune adesione a un sistema capitalistico non cambia queste differenze molto profonde, che pertanto è importante studiare. Ed è sempre cruciale il ruolo dei “traduttori” tra le culture, anche durante i conflitti.

Pechino e Washington vivono un infiammato conflitto di geodiritto: quanto sanzioni, istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri influiscono su una guerra ormai tecnologica e giuridica?

Influiscono molto e l’influenza avviene a più livelli. Anzitutto perché le sanzioni degli Stati Uniti non riguardano solo loro stessi, per via della centralità globale di Washington, in particolare nel sistema finanziario. Come cerco di mostrare nel libro, per esempio, l’esclusione di alcune aziende cinesi da parte degli Stati Uniti in alcuni mercati – pensiamo oggi alla discussione sulle telecomunicazioni, un tema presente sulla scena da più tempo riguarda lo spazio, per esempio i satelliti – non coinvolge solo gli Stati Uniti, ma anche gli altri Paesi che hanno rapporti con quelle aziende. Diventa quindi una questione globale.

Nelle grandi operazioni di fusioni internazionali, possono intervenire inoltre le decisioni delle autorità competenti dei vari Paesi. Non solo e non tanto il merito delle loro decisioni, ma anche le loro tempistiche possono essere influenzate da considerazioni geopolitiche. Anche questo rientra nei casi del geodiritto.

L’economia politica al suo primo vagito è stata delineata nei suoi confini da un’affermazione di Adam Smith: “La difesa è molto più importante della ricchezza”. Anche oggi il mercato ha il suo unico limite nella sicurezza nazionale?

Il limite che la sicurezza nazionale impone al mercato è importante perché il concetto di sicurezza nazionale è centrale per la comprensione e per l’articolazione della sovranità. Leggere le trasformazioni della sicurezza nazionale, a mio avviso, è più utile di parlare semplicemente del ruolo dello Stato nell’economia. La sicurezza nazionale ha un forte rilievo per mettere in luce il rapporto tra sicurezza e tecnologia, che orienta e limita il mercato.

La sua ricerca segue tre filoni: la storia dello Stato moderno e dei suoi apparati burocratici; gli ordinamenti giuridici con cui i mercati interagiscono; la storia dello spazio in cui, in passato, è germogliato il capitalismo. Tali direttrici possono convergere?

Sì, è importante evidenziare i rapporti tra queste direttrici e tra questi aspetti, per esempio nella storia e nella continuità dei vari apparati burocratici e nella considerazione storica della progressiva marginalizzazione dello spazio europeo. Chiaramente la ricostruzione che propongo sugli Stati Uniti e la Cina potrebbe essere ampliata anche facendo riferimento ad altre realtà, come per esempio il Giappone, la Russia, la Turchia, e approfondendo meglio i rapporti tra i Paesi europei.

 

Alessandro Aresu è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e consigliere del Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale. Si è laureato in filosofia del diritto con Guido Rossi all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, dove è stato anche allievo di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari. È stato consulente e consigliere di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana. Collabora, tra gli altri, con Treccani e L’Espresso. Tra le sue ultime pubblicazioni, L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia (con Luca Gori, il Mulino, 2018).

 

Giuseppina Capone

I cannibali di Mao. La nuova Cina alla conquista del mondo

Marco Lupis Macedonio Palermo, giornalista e scrittore, è autore de I cannibali di Mao.

Quali sono le ragioni per le quali la Cina, fino al recente passato produttore di mercanzia a basso costo, oggi padroneggia il mercato high-tech mondiale? Quali sono le sue radici?

Come spiego in un capitolo del mio libro, tutto è iniziato un giorno di dicembre del 2001, quando la Cina entrò nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il “Tempio del commercio internazionale”. Quella, più di altre, è la data fatidica per la nascita della nuova Cina, la Cina che oggi tutti siamo stati costretti ad imparare a conoscere. Non a caso l’ingresso della Cina avvenne dopo quasi 15 anni di estenuanti trattative. Essere ammessi nel “salotto buono” del commercio globale, infatti, non era – e non sarebbe neanche oggi – affare da poco. I governanti cinesi di allora lo sapevamo bene e per questo diedero alla cosa una rilevanza mediatica straordinaria. A quel tempo, in Cina, c’erano “solo” 400 milioni di televisori (oggi è difficile trovare qualcuno, sul quasi miliardo e mezzo di cinesi, che non ne abbia uno in casa, e, spesso, più d’uno) ed erano tutti sintonizzati sulla cerimonia che si svolgeva a Doha, per seguire minuto per minuto, l’ingresso dei cinesi nella grande famiglia del commercio mondiale. Da quel momento la potenza economica cinese iniziò a trasformarsi, da produttore di robaccia cheap – appunto – fino a diventare leader in tutti i settori della produzione hi-tech. Non a caso, dopo soltanto un anno, nel 2002 la Cina ci “sorpassò”: il suo PIL sorpassò il nostro, quello dell’Italia. E a pensarci oggi, se guardiamo al colosso odierno, ci pare persino incredibile che, soltanto una quindicina di anni fa, l’Italia facesse più PIL della Cina!

Il cannibalismo economico a cui si riferisce il titolo del libro potrebbe stimolare un’altrettanta vorace crescita economica europea in chiave democratica?

Purtroppo la mia risposta è no. Valori come la democrazia, il rispetto dei diritti dell’individuo – umani, civili e giuridici – sono un portato che si è innestato ormai in modo inseparabile nella nostra civiltà occidentale, ma lo stesso non è accaduto per quella cinese. La Cina è una grande, magnifica e millenaria civiltà, che però si è evoluta – appunto – per migliaia di anni su binari totalmente differenti dai nostri. Binari che non si sono mai intersecati per lunghissimo tempo. E ancora oggi, le nostre civiltà vivono basandosi su valori differenti. In Cina conta di più la massa, il gruppo, la comunità – che poi si esprime nella patria e nella nazione – rispetto all’individuo. Per i cinesi, il più grande “peccato” di noi occidentali è il nostro individualismo. Ma del resto, la nostra civiltà, da migliaia di anni, è basata proprio sul primato del singolo, dell’individuo. Il mito dell’eroe solitario che sconfigge ogni avversità, da Ulisse in poi. Credo che ci vorrà ancora molto, molto tempo prima che i cinesi si facciano ammaliare dal fascino della democrazia. Se mai accadrà, poi…

In qual maniera dialogano l’individualismo del milionario cinese con la comunità comunista cinese?

Proprio qui sta una delle difficoltà nel capire la Cina e i cinesi e la loro peculiarità. Non c’è individualismo nella ricchezza del miliardario cinese. Secondo la visione che io chiamo “neo-comunista” o del “Comunismo 2.0” dei governanti cinesi, tutto è funzionale alla vittoria del Partito e alla conquista del benessere, della nuova prosperità, della Cina. Il miliardario svolge il suo ruolo, è capace di accumulare denaro e glielo si lascia fare, perché crea lavoro, industria, economia e alla fine benessere diffuso. Ma anche lui sa di essere solo una piccola pedina nella mani dell’onnipotente PCC, il Partito Comunista cinese che governa con mano di ferro a Pechino. Ogni miliardario cinese sa bene che tutte le sue fortune, i suoi miliardi di dollari americani, sono appesi a un filo. Quel filo che i vertici del PCC manovrano a loro piacimento. E possono decidere di spezzare in ogni momento. Allora la sua caduta sarà tremenda: dalle più alte stelle, fino a ritrovarsi in ginocchio sul patibolo, in attesa di un colpo di pistola alla nuca… E’ già successo tante volte, di aver visto miliardari finiti in disgrazia, contro i quali sono state mosse accuse di corruzione (vere o fabbricate che fossero…) fare una triste fine. Perché, se si viene riconosciuti colpevoli di corruzione, in Cina, la punizione prevista è la pena capitale.

Quale differenza ravvede tra la concezione del denaro cinese e quella di Wall Street dal punto di vista anche etico?

Una radicale differenza. A noi hanno insegnato per duemila anni che “il ricco non andrà nel Regno dei Cieli”. Ai cinesi hanno sempre detto, invece, che “arricchirsi è glorioso”. In Cina, quando si fa un regalo, è considerata cattiva educazione togliere il cartellino del prezzo….

Lei ha asserito in merito all’area d’interesse dei suoi studi: “Una vera storia d’amore, vissuta non con un’altra persona, ma con un continente, l’Asia, e con un popolo in particolare: i cinesi.” Può indicare le opportunità ed i pericoli rappresentati dalla Cina contemporanea?

Vivere e lavorare – e scrivere – in Cina e della Cina, come ho fatto io per quasi 25 anni, è una cosa che può essere difficile e snervante. A volte la Cina sembra un pianeta alieno, una sorta di pianeta Marte dominato dal Dio denaro. Ma quando poi si riesce ad entrare nel cuore della loro civiltà, a capirla, allora la soddisfazione è immensa. E inizia una storia d’amore, che non ha più fine. I francesi lo chiamano ”Le mal jaune”, Il mal giallo, parafrasando il famoso “mal d’Africa”.

 

Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita (Roma, 1960), é un giornalista e scrittore italiano. Ha lavorato come corrispondente dall’Estremo Oriente con base ad Hong Kong per diverse testate italiane. Nel corso di un’attività più che ventennale, negli oltre 700 tra suoi reportage e articoli, ha descritto i mutamenti dello società di Fine Novecento, con particolare riferimento allo scacchiere asiatico e all’America latina. Dopo il successo de “Il Male Inutile”, Marco Lupis torna in libreria con un nuovo saggio dal Titolo “I Cannibali di Mao”, in cui spiega l’origine e le radici del nuovo potere globale cinese.

 

Giuseppina Capone

 

Il 24 agosto parte il progetto “Marinella e gli Aquiloni 2020”

Inizierà lunedì 24 agosto presso la sede dell’Associazione “Obiettivo Napoli” onlus, a Napoli in via Cosenz n. 55, l’edizione 2020 del progetto “Marinella e gli Aquiloni”, ispirato dai temi della “giustizia di comunità” che vede impegnati il Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità – Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) per la Campania, Enti Pubblici, Enti Morali, Enti del Terzo Settore, Scuole, Municipalità 2 del Comune di Napoli e la Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2, che insieme collaborano in modo informale come “Rete di Marinella”.

Un progetto che, ispirato da una comune idea di reinserimento in un’ottica riparativa, proponendosi la riqualificazione di luoghi della comunità, intende favorire, con acquisizione di competenze o rafforzamento di quelle possedute da ciascuno, il reinserimento lavorativo e in generale la risocializzazione dei soggetti in esecuzione penale esterna e promuovere l’attivazione di opportunità rieducative e risocializzanti attraverso la realizzazione di concrete pratiche di comunità.

Un’esperienza di grande valore formativo quella che è stata vissuta dagli affidati durante la prima edizione del progetto nel 2019 che quest’anno vedrà il coinvolgimento di 12 persone in esecuzione penale esterna in un percorso di formazione tradizionale e on the job che durerà fino al mese di novembre sia in aula sia in cantieri esterni nella zona Mercato – Pendino grazie all’adesione anche per l’edizione 2020 della Municipalità 2 al progetto.

“Marinella e gli Aquiloni” è un’idea progettuale promossa dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna della Campania nell’ambito del progetto formativo “La comunità da fare” proposto dalla scuola superiore di esecuzione penale “Piersanti Mattarella” nel 2018.

L’edizione 2020 si svolgerà con particolare attenzione ai protocolli di sicurezza previsti per la pandemia da Covid-19.

“Siamo una rete informale composta da amministratori del territorio, educatori, insegnanti, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici, psicologi, sacerdoti, associazioni, enti, Istituzioni – evidenziano gli organizzatori -.  Tutti noi abbiamo un comune vivo interesse perché il territorio in cui viviamo o viviamo lavorando sia un ambiente positivo, accogliente, nutriente. Un territorio sul quale ci siamo a lungo confrontati nel corso della precedente edizione, facendo tesoro di quanto già costruito e apportando al ragionamento la sua specifica valenza, la sua prospettiva, il suo sguardo. L’esperienza che abbiamo vissuto nel 2019 ci ha resi consapevoli di essere fortemente radicati ad un territorio che ha trascorsi storici, artistici ed economici di gran rilievo e della valenza della scelta per lo sviluppo delle persone che partecipano al progetto”.

La zona di riferimento delle attività teorico – pratiche è quella di Mercato-Pendino che insiste sul territorio della Municipalità 2, ricca di scambi economici, facilitati dalla rete delle comunicazioni e che gode della presenza del mare e su cui insistono le attenzioni di molteplici Istituzioni (Min.Interno, Economia, Istruzione, Salute, Giustizia), ecc.

Zona dalla grande tradizione storico-culturale, densamente popolata, nel corso del tempo, purtroppo, è andata soggetta a progressivo degrado ambientale e sociale, aggravato dalla situazione generatasi dall’emergenza Covid-19, evidenziato a più voci dai cittadini che, però, non sono riusciti ancora a diventare “attori di cambiamento”.

Il progetto si avvale della Rete di istituzioni, scuole, enti ed associazioni che hanno siglato protocolli di collaborazione o che comunque collaborano all’iniziativa: Associazione Obiettivo Napoli onlus, Associazione Volontariato Carcerario Liberi di Volare onlus, Associazione Cidis onlus, Associazione Gioventù Cattolica “Asso.Gio.Ca”, Associazione “Le Viole di Partenope”, Associazione Donne Architetto – Napoli, Associazione di Promozione Sociale “La Livella”, Associazione Centro Antiviolenza “Teresa Buonocore”, Associazione “NomoƩ Movimento Forense, Associazione Culturale “Napoli è”, Associazione “Psicologi in contatto” onlus, Associazione “Padre Elia Alleva O. Carm.” onlus, Associazione “Figli di Barabba, Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; Associazione “Goccia di Rugiada”, Associazione “Arcipicchia”, Associazione “Voce di Vento, Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) per la Campania, Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (PRAP) della Campania, Municipalità 2 del Comune di Napoli; Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2, Garante dei detenuti della Regione Campania, Garante dei detenuti del Comune di Napoli, CPIA di Napoli, Istituto Comprensivo Borsellino, Centro Servizi Volontariato (CSV), Suore del Complesso della Chiesa di Sant’Eligio Maggiore.

Un progetto al tempo stesso ambizioso e entusiasmante che mira a “contrastare lo scollegamento degli enti e delle associazioni che operano sul territorio promuovendo la reciproca conoscenza (una mappatura attiva) e l’interazione su comuni interessi (l’ambiente, il lavoro ecc.), che possa favorire una fitta rete di interconnessioni, positive e nutrienti, che possa sviluppare azioni positive a favore dei cittadini integrando i cittadini stessi anche avvalendosi di quelle persone in “area penale” che possono dare un forte senso di riscatto e di risarcimento al loro operato”.

“Una rete informale, la “Rete di Marinella”, che riunisce enti pubblici, enti morali, scuole e organismi del terzo settore che dallo scorso anno vede volare in alto i suoi aquiloni e che deve avere una sua dimensione “fisica” nel territorio, un suo luogo di cittadinanza attiva, un “luogo di comunità” dove il cittadino può essere orientato nella risoluzione delle proprie diverse istanze, ma anche dove può incontrarsi e confrontarsi, un “punto di comunità” – concludono i partecipanti al progetto.

Yves Saint Laurent: lo sguardo verso il futuro

“Yves Saint Laurent è giovane, ma ha un immenso talento. Penso sia venuto il momento di rivelarlo alla stampa. Il mio prestigio non ne soffrirà affatto”. Diceva Dior terminata la sua ultima sfilata.

Yves Saint Laurent è stato il successore di Christian Dior. Il 30 gennaio 1958, tre mesi dopo la morte di Dior, Yves ricominciò, a soli ventuno anni, carico di speranze pure avendo timore di non riuscire a mantenere lo splendore e la fama del salone di moda più famoso del secondo, ma riuscì a riscuotere ancora più ammirazione di Dior, non soltanto per la sua linea trapezoidale ma soprattutto per essere riuscito a portare leggerezza giovanile alla opulente raffinatezza della tecnica del taglio del re della moda. Ancora, per essere stato un innovatore dell’immagine femminile, grazie alla sua sensibilità spiccata che gli permetteva di guardare al passato e proiettarsi verso il futuro, creando così abiti innovativi per una donna moderna. La stampa parigina dichiarò entusiasta: “la grande tradizione di Dior continua”. Saint Laurent è tuttora considerato uno degli stilisti più stimati al mondo.

Dior avrebbe voluto portare avanti le tradizioni illustri di epoche passate nell’alta moda, creando abiti molto eleganti e raffinati per  una dama di quell’epoca, che aveva spalle arrotondate, gonna lunga e vita a vespa sostenuta da un leggero bustino. Allo stesso tempo, però, sarebbe stato un abbigliamento poco pratico per la donna moderna che Saint Laurent voleva, perché la sua intenzione era quella di metterla al centro di quegli anni ’60, anarchici e turbolenti. “Abbasso il Rizzo, viva la strada” questo era il suo motto. Così, grazie a lui, le donne si distaccarono dalla classica figura femminile di quegli anni il cui fascino consisteva in un’eleganza imposta.

La vita privata

Nacque il 1° agosto 1936 a Orano (Algeria francese). Amava, sin da piccolo, creare bambole di carta, e, infatti, ben presto, iniziò a disegnare abiti per le sue sorelle e per sua madre. Si trasferì a Parigi all’età di diciotto anni dove i suoi figurini di moda ebbero molto successo nella Chambre Syndicale de la haute couture (camera sindacale dell’alta moda).

L’editore di French Vogue presentò il giovane stilista a Christian Dior e, grazie a lui, il talento di Yves crebbe notevolmente. Dior e Saint Laurent erano accomunati da una certa affinità spirituale e venivano entrambi da famiglie borghesi. Tendevano all’intellettualismo, avevano una profonda conoscenza dell’arte. Entrambi, molto giovani, avevano mostrato un talento straordinario per la moda.

La più grande fobia per Yves Saint Laurent era quella per i volatili. Quando presentava una nuova collezione portava con sé un talismano, una corona del rosario e un piccolo peluche a forma di Bugs Bunny.

Entrambi, i due talentuosi stilisti di moda, erano omosessuali ma Yves fu fortunato in amore  a differenza di Dior. Successivamente Saint Laurent, in numerose interviste, parlava apertamente della sua dipendenza all’alcool e dagli stupefacenti. Fu ricoverato per la prima volta all’ospedale americano di Parigi per una cura per la disintossicazione.

Verso il successo

Pochi giorni dopo il trionfo della sua linea trapezoidale, conobbe Pierre Bergè, un uomo abile negli affari. Da lì a poco aprirono un atelier che superò ampiamente il successo della casa di Dior. Nel gennaio 1962 ci fu l’inaugurazione e la folla lo accolse piangendo per l’emozione.

“Ho coscienza di aver fatto progredire la moda del mio tempo e di aver permesso alle donne di entrare in un universo a loro vietato”. Affermava il creatore di moda.

E pare che, con la creazione della linea trapezoidale, abbia ottenuto ciò che desiderava: una visone della donna emancipata, nuova e libera. Alla pari di Chanel, Saint Laurent ha così creato uno stile unico, diventando il simbolo dell’eleganza raffinata e innovativa: il blazer, lo smoking, il trench, il giubbotto di pelle, il tailleur-pantalone hanno cambiato la visione della donna. Era riuscito ad estendere i confini della moda negli Anni ‘60 introducendo nuovi elementi senza i quali ormai la moda femminile sarebbe stata inconcepibile.

Anche “La sahariana”, capo cult dello stilista francese, è stato uno dei capi considerati il simbolo di innovazione per la donna in quegli anni: giacca di origine militare contraddistinta da comode tasche a soffietto. È stato il capo singolo della collezione ”Safari” presentata da Saint Laurent nel 1968. Una vera e propria rivoluzione nel mondo della moda femminile, ancora oggi considerata una delle realizzazioni che ha fatto la storia della moda.

Il grande creatore Saint Laurent morì a Parigi il 1° giugno del 2008 all’età di settantuno anni.

“Coco Chanel e Christian Dior sono dei giganti. Yves Saint Laurent è un genio!” Diana Vreeland, indimenticabile direttrice di Vogue America, aveva fatto questo pronostico.

Alessandra Federico

Psicologia della moda: l’abito che indossi racconta di te

La psicologia della moda collega corpo e psiche. Perché nella moda c’è dell’altro nel profondo, qualcosa che va oltre la superficie: il tuo vissuto racconta chi sei attraverso il tuo look.

Il tuo stile esprime la tua personalità, le tue ispirazioni, i tuoi sogni.  L’abito che indossi racconta di te non solo in base alla scelta del modello e del colore, ma anche dal make-up o dagli accessori che indossi. È necessario sentirsi bene nella propria “pelle”, è dunque fondamentale indossare abiti che facciano sentire a proprio agio. Secondo ogni situazione che si vive, si tende a sviluppare una parte diversa di sé: nei differenti ruoli sociali che ricopriamo e nelle relazioni interpersonali. Per questo motivo (inconscio) acquisiamo uno stile differente non solo per ogni occasione, ma un look che riesca a esprimere chiaramente ciò che abbiamo vissuto. L’abbigliamento può davvero essere una valvola di sfogo per tirar fuori tutto ciò che si ha dentro, per nascondere degli aspetti e per comunicarne altri.

“La moda passa, lo stile resta”

 Le parole di Coco Chanel ci insegnano che la moda non è solo nuove tendenze da seguire, ma riuscire a trarre da quest’ultime uno stile individuale.  D’altro canto, acquisire un look personale vuol dire avere una profonda conoscenza di sé, ed è interessante e affascinante scoprirne il significato. Partiamo dalle radici: rapporti sociali e modelli familiari sono esempi che sin da bambini abbiamo avanti ai nostri occhi, possono quindi aiutare a formare la personalità poiché l’indole è influenzata dall’ambiente in cui cresciamo. Andare più a fondo attraverso un’intervista ci aiuterà a capire da cosa può dipendere la scelta di un determinato look.

Lucia, diciannove anni, napoletana, racconta il suo vissuto e il motivo per cui ha scelto un tipo di abbigliamento.

Lucia, quali colori di un abito preferisci indossare?

Amo il nero, rispecchia esattamente il mio animo. I colori chiari, invece, mi ricordano la donna che mi ha reso la vita difficile: mia madre aveva un look tutto suo, tipo stile gitano con foulard colorati e gonne lunghe. Andava sempre di fretta, per quel che mi ricordo di lei. Amo invece i colori scuri, quelli che mi fanno sentire a casa e protetta, quelli lunghi che mi coprono. Quando sono costretta a indossare un capo colorato mi sento a disagio. Odio apparire chi non sono.

Credi che il tuo look sia legato alle tue esperienze di vita?

Sì, ho un carattere forte, a volte anche troppo perché sono rigida, ma sono anche molto paziente. Sono cresciuta in una famiglia un po’ particolare: padre, due fratelli e una madre molto presa dalla sua carriera lavorativa. Sin da bambina vedevo mia madre la domenica a pranzo perché quando tornava in settimana la sera da lavoro io già dormivo. Quando avevo poco più di dodici anni decise di andare fuori Italia con il suo collega. Non l’ho mai più vista. Ed è per questo che il rancore lo manifesto tuttora nel mio look scuro e coprente.

Le persone che frequenti hanno un look diverso dal tuo?
Il look dei miei amici è come il mio. Non mi piace frequentare persone che indossano abiti colorati perché questo disturba il mio modo di essere, anche se non giudico nessuno perché ognuno è libero di avere il look che più gli si addice, a parere mio. Poi la paura di essere giudicati non c’è se mi circondo di persone simili a me.

Credi che un abito possa colmare le mancanze d’affetto?
Penso che colmare mancanze con cose materiali non farà altro che farci sentire più soli, perché l’affetto mancato possiamo trovarlo solo dentro di noi, amandoci di più. Io darò ai miei figli tutto l’affetto che non ho ricevuto e sono sicura che sarò una madre migliore di quanto lo sia stata la mia, se tale si può definire. La mancanza di mia madre cerco di colmarla indossando qualche suo capo, me la fa sentire in qualche modo più vicina. Anche se dovrei eliminare ogni cosa che mi ricorda lei. Per quanto male mi ha fatto, resta pur sempre mia madre.

Le parole di Lucia sono un esempio lampante di quanto il nostro look riesca a dare vita a tutto ciò che abbiamo dentro.

Alessandra Federico

Tossicodipendenza: Cocaina, Shaboo e sindrome di astinenza neonatale

 “Poteva dirmelo chiunque che la droga distrugge e che mi stavo rovinando la vita, ma non potevo farne a meno perché era l’unico modo che avevo per sopravvivere, paradossalmente. Io stavo bene solo quando ne assumevo una grande dose, mi sentivo invincibile. La Cocaina e la Shaboo mi davano una carica fortissima per affrontare la vita“

Ogni tipo di droga è nociva per il proprio organismo, ma ce ne sono alcune in grado di far diventare una persona davvero irriconoscibile: la Shaboo.

La Shaboo è una droga sintetica il cui utilizzo costante può portare a gravi conseguenze psichiche: perdita di sonno, perdita di capelli e denti, perdita di appetito, e in alcuni casi potrebbe causare la deformazione del viso, o peggio ancora potrebbe portare alla morte. Mentre gli effetti psichici della cocaina sul sistema nervoso centrale possono variare di gravità a seconda della dose assunta e della frequenza d’uso: euforia, anoressia ed insonnia; disforia, caratterizzato da tristezza, malinconia, apatia, difficoltà di attenzione e di concentrazione; paranoia, allucinazioni; psicosi, comportamento stereotipato, perdita di controllo degli impulsi, disorientamento.

Ma quali sono i motivi per cui una persona arriva ad assumere sostanze mortali?

Le difficoltà della vita sono infinite e a volte possono dimostrarsi insormontabili. Potrebbe sembrare più facile, quindi, affrontare i problemi reali rifugiandosi in altro. Scappare dalla realtà o, semplicemente, fingere di far fronte alle difficoltà in modo inconsapevole attraverso il consumo di sostanze tossiche. Esistono storie di vita davvero incredibili. Vicende, racconti di persone che, quando non lo si vive in prima persona o attraverso l’affetto di un caro, nemmeno si immagina potessero esistere realtà del genere. Un drogato viene considerato folle, squilibrato, da evitare, da abbandonare a se stesso, ma alle volte basterebbe capire che chi arriva a farsi del male al punto di rovinarsi la vita, forse è proprio colui che va compreso e aiutato più di chiunque altro al mondo. D’altronde, basterebbe solo ascoltare la loro storia per potersi immedesimare anche per un attimo nelle loro vite, per andare a fondo senza fermarsi alle apparenze.

Ma perché rovinarsi la vita così, invece di affrontare i problemi?

Questo è il quesito che ogni persona pone quando vede qualcuno assumere queste sostanze. È anche vero che tutti hanno una storia da raccontare, tutti hanno, chi più chi meno, affrontato delle difficoltà durante il percorso della propria vita, ma ciò che si vive e come lo si affronta è una questione prettamente personale, dipesa non solo dal proprio vissuto, dalle proprie esperienze, ma anche dal proprio carattere e dalla propria indole. Fare abuso di queste sostanze può portare ad avere poca lucidità mentale, non solo, si ci può facilmente ritrovare ad avere grandi difficoltà ad interromperne l’assunzione anche quando si è in dolce attesa. La maggior parte dei bambini che nascono da madri tossicodipendenti potrebbero avere la sindrome di astinenza neonatale.

La sindrome di astinenza neonatale è un insieme di sintomi che il neonato avverte dopo la nascita a causa dell’interruzione dell’assunzione di sostanze stupefacenti da parte della madre. Ogni sostanza, attraverso la placenta, passa dal torrente circolatorio materno al feto. I sintomi dell’astinenza da droga da parte del neonato, portano il suo sistema nervoso ad uno stato di ipereccitazione. I sintomi più gravi si manifestano durante l’assunzione di queste sostanze da parte della madre. I bambini nati da madri tossicodipendenti possono avere diverse problematiche:

contrarre infezioni HIV; ritardo di crescita intrauterina; convulsioni; malformazioni congenite; nascita pretermine; difficoltà nell’alimentazione;

alterazioni del sonno; respirazione accelerata; tremori e irritabilità.

Purtroppo, quando il corpo e il cervello sono oramai distrutti e manipolati da queste sostanze tossiche, non si ha la capacità di comprendere che non si sta mettendo a rischio solo la propria vita, ma anche quella degli altri, soprattutto per le donne che sono in dolce attesa poiché rischiano di mettere al mondo una persona infelice, viste le varie problematiche fisiche e psichiche che potrebbe avere il bambino. Inoltre, è chiaro che diventa facile assumere atteggiamenti violenti e aggressivi e perdere il controllo di sé. Non è semplice, per chi lo vive, venir fuori da questo inferno, soprattutto quando si è agli inizi del periodo di interruzione di assunzione di queste sostanze, perché lo stato di astinenza può essere vissuto davvero come un incubo. È difficile risalire dopo che si ha toccato il fondo ma quando si decide di essere aiutati si ha già fatto un passo verso la guarigione.

Claudio, quando hai iniziato ad assumere sostanze stupefacenti?

Quando si è molto giovani, e non solo, soprattutto quando si è da sempre poco seguiti dai propri genitori, si intraprendono facilmente strade sbagliate e pericolose. Avevo quindici anni, un po’ per gioco, un po’ per farmi accettare dai miei coetanei, iniziai a fare uso di cocaina, inizialmente. Fino ad assumere altre sostanze pensanti come la Shaboo. Mi sentivo un drago, ma ben presto smisi di studiare. Quando i miei genitori se ne sono accorti mi hanno portato prima in terapia da uno psicanalista e poi in comunità, dove ci sono restato per ben tre anni. Avevo smesso, avevo ritrovato la voglia di vivere essendo me stesso senza il bisogno di dover assumere alcun tipo di sostanza per affrontare le difficoltà della vita. Una volta tornato a casa, dopo tre lunghi anni trascorsi in comunità, non passò molto tempo prima che tornassi di nuovo a fare uso di cocaina e di Shaboo. La mia situazione familiare diventava sempre meno sopportabile perché i miei litigavano in continuazione, hanno da sempre discusso per quel che ricordi e di conseguenza, a me e ai miei fratelli, ci hanno sempre dato poche attenzioni. Per qualche mese ripresi ad andare a scuola, evitavo le compagnie sbagliate e tutto sembrava andare nel verso giusto. I miei genitori decisero finalmente di separarsi e da li a poco mia madre decise di distruggere ulteriormente il nostro nucleo familiare invitando a vivere con noi il suo nuovo fidanzato. Giorgio è un uomo distinto, una persona per bene e da stimare, ma io mi sentivo ancora una volta, e ancora più di prima, messo da parte nella vita di mia madre. Partiva spesso con lui e mi lasciava solo con mia sorella di undici anni e mio fratello di 9. Uscivo da poco da una situazione difficile e per me reggere ancora quella stabilità da solo, mettermi sulla retta via e restarci, era troppo difficile. Avevo solo diciotto anni e avevo ancora, allora più che mai, bisogno di qualcuno che si prendesse cura di me. Anche di chi mi dicesse ogni giorno cosa dovevo o non dovevo fare, cosa era giusto che io facessi e come avrei potuto continuare a vivere senza drogarmi. Non ce la feci, ancora una volta caddi in tentazione. Mi sentivo solo e abbandonato e allora lasciai i miei fratelli a casa per incontrare le mie vecchie amicizie, quelle con cui facevo uso di cocaina. Ma io ne avevo bisogno. Sentivo la necessità di stare con chi come me aveva bisogno di compagnia, e la droga per noi era l’unico modo per scappare dalla realtà. Passò poco tempo, forse tre o quattro mesi, prima che il compagno di mia madre se ne accorgesse. Lei non se ne sarebbe mai accorta. Mi portarono di nuovo in comunità. Io non avevo bisogno di stare in quello stupido edificio a farmi inculcare nella mente che mi stavo distruggendo la vita, avevo solo bisogno della mia famiglia. Ero troppo e stupidamente orgoglioso per dirlo.

Sei riuscito a smettere quando sei tornato in comunità?

Avevo smesso. Ci ero riuscito. Ma non è passato molto tempo prima che io ne facessi ancora uso. Ancora, una terza volta. Allora mi ci hanno lasciato altri due lunghi anni in quella comunità. Smisi di studiare definitivamente. Sono praticamente cresciuto lì dentro con tante altre persone con il mio stesso problema. Ho conosciuto poi una ragazza che stava facendo il mio stesso percorso, lei aveva iniziato ad assumere la prima dose di anfetamina all’età di 13 anni. Gliel’avevano fatto provare le sue compagne di danza, quelle più grandi, naturalmente. Quelle con la quale si incrociava nello spogliatoio tre volte la settimana – mi raccontava – io e Giada ci siamo conosciuti in quel centro di recupero per tossicodipendenti e ora siamo felicemente sposati. Inizialmente eravamo felici e non sentivamo più il bisogno di assumere stupefacenti, poi abbiamo trascorso un periodo difficile,  non so cosa sia successo ma improvvisamente ci siamo ritrovati ancora una volta schiavi di quella roba. La cocaina ci faceva sentire insuperabili. Ne abbiamo fatto uso per parecchio tempo, poi Giada ha scoperto di aspettare nostro figlio. Il dottore diceva che se Giada non avesse smesso di assumere queste sostanze il bambino avrebbe potuto avere la sindrome di astinenza neonatale una volta venuto al mondo. In quel momento non sapevamo come comportarci anche perché entrambi non avevamo una famiglia accanto, allora ci siamo completamente affidati nelle mani del nostro dottore. Giada era già al quarto mese di gravidanza quando ha finalmente avuto la forza di chiudere con la cocaina ma era ormai troppo tardi. Daniel aveva già assunto troppe volte quella sostanza. Una volta nato nostro figlio, ha dovuto trascorrere diversi mesi in ospedale poiché esiste una cura specifica per questi neonati da intraprendere subito dopo la nascita. Il neonato viene posto in incubatrice, inizialmente, per il controllo della temperatura. Dopodiché, almeno per le prime sei ore di vita vanno controllati i parametri vitali. Poi, naturalmente, l’hanno seguito 24 su 24 in tutto e per tutto, stando attenti alla sua alimentazione. Ma per fortuna, per chi fa uso di sostanze come la cocaina o anfetamine, il bambino non deve essere sottoposto a nessuna terapia farmacologica. I medici hanno poi, prima delle dimissioni di Daniel, sottoposto me e Giada a varie test psicologici per assicurarsi che fossimo finalmente disintossicati e coscienti del fatto che dal quel momento in poi la nostra vita sarebbe cambiata totalmente e che avremmo avuto maggiori responsabilità. Io credo che Daniel sia stato un regalo dal cielo. Avevamo bisogno di dare e avere maggiore affetto, per tutto quello che i nostri genitori ci hanno fatto mancare. Nostro figlio è stato la nostra salvezza. Credo anche che l’amore di un genitore verso il proprio figlio vada oltre ogni cosa, prima di ogni cosa, soprattutto. Almeno questo è quanto sente il mio cuore. Per questo motivo per me il comportamento dei miei genitori è ingiustificabile. Oggi Daniel ha quasi 4 anni e non abbiamo mai smesso di andare in terapia dallo psicologo. Anche sotto consiglio del medico che ha salvato la vita di nostro figlio.

Quanto è stato difficile per te non assumere più alcuna sostanza da quando aspettavate Daniel ?

Inizialmente è stato un incubo. Volevo scappare, volevo la droga. Anche per Giada è stato così, ne avevamo bisogno altrimenti ci saremmo sentiti soffocare. Ogni volta che andavamo a dormire per noi si trasformava in una vera e propria tragedia: sudore, attacchi di panico, convulsioni. Ma l’amore verso Daniel ci ha fatto superare ogni cosa, perché al solo pensiero che avremmo potuto rovinare la vita nostro figlio, mi sentivo stringere la gola e sentivo un dolore al cuore. Ci siamo rovinati abbastanza e ora è il momento di affrontare la vita in un altro modo e poi nostro figlio ci dà la carica giusta. Ho capito che la vita, quando stai per crollare, ti da sempre un’altra opportunità per potercela fare, e, soprattutto, ti fa capire che c’è sempre un motivo per cui valga la pena essere vissuta. Vissuta a pieno, perché è imprevedibile perché quando meno te l’aspetti ci sarà qualcosa che te la rivoluzionerà completamente. Inevitabilmente, ci saranno ancora situazioni difficili da affrontare, ma ho capito che dopo si viene sempre ripagati con qualcosa di bello. Perché dopo la pioggia c’è sempre l’arcobaleno. Anche se alcune ferite me le porterò dietro per tutta la vita, ho capito che bisogna solo abituarsi a conviverci, vedere le cose da un altro punto di vista e prendere magari anche il buono da ciò che accade, cosi da attutire i colpi qualora dovesse accadere qualcosa che fa soffrire. La mia situazione familiare è un po’ cambiata da quando ho avuto Daniel, mia madre è innamorata di suo nipote e questo, forse, potrebbe anche celare ai miei occhi i suoi sbagli. Potrebbe far sbiadire pian piano i brutti ricordi che ho della sua assenza nella mia vita. Una delle cose di cui vado fiero di me è che ho imparato a perdonare. Sento che col tempo le cose andranno sempre meglio. Adesso sono felice, davvero. L’unica cosa che mi fa rende triste, è che nel quartiere in cui vivo sono considerato sempre un tossico. Purtroppo la cattiveria e l’ignoranza riempie la bocca degli stolti. Credo di andar via, di portare la mia famiglia lontano da questo posto in cui quando qualcuno ti vede a terra, fanno un ulteriore gesto per calpestarti definitivamente.

Dove vorresti portare la tua famiglia?

Ci sono delle storie davvero incredibili, che ti tolgono il fiato, che ti fanno rimanere li a pensare per ore e ore che tutto sommato la tua vita non è poi così tanto male se ogni volta riesci a trovare la via d’uscita e ci sono, inoltre, racconti di persone che possono essere grandi insegnamenti di vita, ed è questo che dovrebbero imparare certe persone, ma chi non l’ha vissuto, chi ha vissuto in ambienti sereni, non ha la minima idea di cosa possa passare certa gente e non prova nemmeno a comprendere. Allora io credo che le persone debbano smettere di parlare a vanvera, dovrebbero imparare a giudicare prima la loro vita e soprattutto iniziare ad avere un po’ più di sensibilità e mettersi nei panni degli altri.

Per questo motivo voglio andar via, non so se andremo al Nord Italia o all’estero. Magari in Olanda, o in qualsiasi altro posto dove la mentalità delle persone è aperta, e dove ognuno si fa i cavoli propri e dove ci daranno la possibilità di vivere sereni senza ripensare al passato. Il passato per me sarà solo da insegnamento per condurre una vita completamente diversa e per sapere con determinazione cosa voglio e non voglio, cosa è giusto o meno. Perché non è solo importante trovare chi ti aiuta, ma è ancora più importante – nonché fondamentale – trovare chi non ti giudica e non ti maltratta. Ho anche imparato che quando sei fragile è più facile farsi schiacciare dal prossimo, e che alcune persone sanno essere davvero perfide perché godono dell’infelicità altrui. Un consiglio che mi sento di dare a chi non riesce a smettere di assumere queste sostanze è quella di farsi aiutare, perché da soli non è facile uscirne. Quando chiediamo aiuto abbiamo già fatto un grande passo verso la guarigione. Invece, per chi come me è da poco uscito da questo incubo, il mio consiglio è quello di vivere la vita a pieno senza dare importanza al giudizio altrui. Perché a volte le parole crudeli delle persone, quando si è ancora fragili, possono ancora una volta riuscire a distruggerci. Non bisogna permetterlo, perché la vita potrebbe sempre stupirvi, perché potrebbe essere per voi, come lo è stato per me, una scoperta meravigliosa.

Alessandra Federico

 

Paura dell’abbandono: ossessione e bisogno di affetto

 Volevo che mi amasse perché mio padre non l’ha mai fatto. Ero ossessionata dal pensiero di perderlo e sapevo che il mio comportamento assillante l’avrebbe fatto allontanare, ma non riuscivo a fermarmi”.

Quando un amore ci porta a vivere uno stato di ossessione non possiamo considerarlo tale. Piuttosto, potrebbe trattarsi di mancanza d’affetto che alle volte ci portiamo dentro sin dalla tenera età, un vuoto che, una volta diventati adulti, pretendiamo di colmarlo con l’amore del proprio partner.

È facile confondere il bisogno di riempire un vuoto d’affetto con il vero amore,  quando si è cresciuti senza l’amore di un genitore, soprattutto da bambine da parte di un padre. È fondamentale, quindi, andare con cautela in queste circostanze in modo tale da essere in grado di capire quando si tratta di sentimenti veri che nutriamo nei confronti di chi abbiamo accanto, o se vogliamo la loro presenza nella nostra vita per non sentirci soli e abbandonati.

A volte è necessario fermarsi, guardarsi dentro, porsi delle domande e impegnarsi nel trovare anche delle risposte.

Un’accurata conoscenza di sé stessi potrebbe essere una buona tecnica per riconoscere i propri sentimenti e poter capire cosa si cerca e di cosa si ha bisogno per vivere una vita felice. Sarà amore solo quando realizzi che nessuno potrà mai colmare quella mancanza se non amando te stesso.

L’importanza di amare se stessi

Amare sé stessi è fondamentale per acquisire maggiore sicurezza e di conseguenza conoscere sé stessi a fondo per poter capire di cosa si ha bisogno, cosa si merita e di cosa si può fare a meno.

Amare sé stessi è il primo percorso che ognuno di noi dovrebbe fare, prima di ogni altra cosa. È il mezzo più potente che si ha a disposizione per andare avanti nella vita, per non curarsi del giudizio altrui e per  assumere comportamenti diversi da quelli che solitamente ci hanno portato a sbagliare, si assumono, inoltre, approcci differenti nei confronti del prossimo, di sé e della vita. Dunque, avere una forte sicurezza di sé è di vitale importanza per poter condurre una vita serena. L’insicurezza, invece, ci porta a vivere una stato di ansia, di frustrazione perché quando si nasce e cresce con mancanze d’affetto, si è, di conseguenza, continuamente insoddisfatti ed è proprio questo che porta poi alla frustrazione, alla rabbia, all’angoscia. Quest’ultimi, sono sentimenti negativi che possono col tempo portare alla vera infelicità. Per questo motivo è importante soffermarsi sui propri sentimenti e fare una profonda conoscenza di sé, mettendo in tavola tutte le carte della propria vita ed esaminarle una per una accuratamente. Entrare nel proprio cuore e cercare di percepire ogni suo segnale, cosa proviamo e perché lo proviamo. Prendersi cura di sé e volersi bene permette di trovare la propria identità e le proprie potenzialità. Ripetersi frasi positive continuamente, al fine di sentirla completamente nostra, potrebbe essere uno dei metodi efficaci per acquisire maggiore sicurezza di sé,  perché qualsiasi parola ripetiamo con costanza influenza la nostra mente in continuazione, ed è quindi  importante parlare a sé stessi con frasi che trasmettono apprezzamento di sé, entusiasmo, gioia, incoraggiamento, verso tutto ci che si vuole realizzare: lavoro, una relazione d’amore, relazioni di amicizia e familiari e tanto altro.

 “Aspettavo che la mia vita iniziasse. Vivevo con un buco nell’anima. Attendevo l’arrivo di qualcosa o di qualcuno che avrebbe finalmente colmato quella sensazione di solitudine che mi porto dentro da sempre. Solo col passare degli anni ho capito che posso colmarlo con l’amore verso me stessa, e che devo superare la paura dell’abbandono”.

Lorena, ventiquattro anni, napoletana, racconta la sua esperienza e come ha superato queste paure.

Lorena, quando hai scoperto di avere queste paure?

Mi porto dietro questo problema, se così si può chiamare, sin dai tempi dei miei primi fidanzati, dall’età di quindici anni, quando tutto dovrebbe essere rose e fiori, quando tutto dovrebbe essere una novità, io l’ho sempre vissuta come una cosa già vissuta. Mi spiego: come se dentro di me già sapessi come sarebbero andate le cose, come se in qualche modo io avessi già avuto una rottura, una delusione da parte di un uomo. Ad oggi, riconosco il motivo e sto cercando di superarlo anche se mi rendo conto che faccio molta fatica perché una volta scoperta la causa, ci vuole altro tempo per elaborarla e per far si che rimanga solo un ricordo assopito. Non ho mai avuto fiducia, ho sempre fatto pensieri strani e contorti e alla fine mi sono sempre ritrovata da sola. Commetto sempre lo stesso errore: inizialmente sono serena, ma col tempo inizio a diventare ossessiva e a controllarlo e a fare pensieri negativi per qualsiasi cosa. Può sembrare una cosa banale e forse è una cosa che accomuna molte persone ma per me è davvero una sofferenza.

Sei a conoscenza del motivo per cui hai queste paure?

Durante i miei primi anni di vita, mio padre è stato molto presente: mi portava in giro, sulle giostre, al mare, sulla neve, mi regalava le videocassette dei cartoni animati Disney. Cenerentola l’avrò visto almeno un centinaio di volte insieme lui. Avevo 4 anni quando i miei genitori iniziarono a litigare. Non capivo perché, non capivo nulla di tutto ciò che stava accadendo. Nel corso degli anni vedevo mio padre sempre meno, era meno presente a casa, addirittura mancava a pranzo o a cena. Solo diversi anni dopo e quando ormai ero già grande, hanno avuto il coraggio di dirmi che in realtà erano da tempo separati in casa. Adesso ognuno prosegue per la propria strada, entrambi hanno la propria vita. Ora siamo una famiglia allargata, un po’ come quelle delle fiction italiane. Io e i miei fratelli viviamo con nostra madre, il suo compagno e i suoi figli. Mio padre lo vedo poco, continua a non essere presente. Non so se la causa di tutto ciò sia dovuta solo all’abbandono da parte di mio padre, fatto sta che tutt’ora lo vivo come se mi avesse lasciato. Non sa niente di me eppure sono sua figlia, a stento ci salutiamo e scambiamo due chiacchiere quando quella volta al mese trascorriamo un pomeriggio assieme anche con i miei fratelli. L’unica cosa che mi fa provare meno rabbia nei sui confronti è pensare che anche lui, a sua volta, ha vissuto la mancanza del padre e che quindi non ha saputo svolgere il suo ruolo con me e con i miei fratelli. A suo modo manifesta l’affetto che nutre per noi, con soldi, maggiormente. Ma purtroppo le cose materiali non colmano i vuoti d’affetto. Questi sono i motivi per cui le mie relazioni d’amore vanno sempre a finire male. Forse pretendevo troppo da parte dei miei ragazzi. Volevo che colmassero la mancanza di mio padre.

Qual è stato il motivo per cui il tuo ragazzo si è allontanato da te? Ero molto gelosa. Troppo. Ogni donna per me era una sfida, un ostacolo. È anche divertente se adesso mi soffermo a pensarci perché ogni settimana la mia fissazione ricadeva su una ragazza diversa. Ma so bene che una relazione non funziona così. Con il ragazzo che frequento adesso sto cercando di avere un comportamento diverso e se devo essere sincera le cose stanno andando anche abbastanza bene. Ma è ancora l’inizio. D’altronde, le esperienze ci lasciano sempre un segno, ci danno sempre un insegnamento, anche se, ad essere sincera, ci ho impiegato diversi anni per imparare dai miei errori e non so nemmeno se effettivamente ho imparato davvero. Forse perché quest’ultima delusione da parte del ragazzo precedente mi ha segnato molto. Credo anche che io sia una di quelle persone che non riescono a stare sole, ho paura dell’abbandono e ogni volta che finisce una storia con un ragazzo, poco dopo ne sto già frequentando un altro. Con Vittorio, il ragazzo che frequento adesso, sto cercando di prendere le cose molto alla leggera perche devo capire tante cose di me, innanzitutto. E capire se è lui che voglio o voglio solo essere protetta da un uomo perché mio padre non c’è mai stato.

Come pensi di risolvere questo tuo problema?

Non lo so. So solo che ancora una volta ho fallito. Per me è una sconfitta, per me ho perso. Perché credevo che almeno questa volta sarei riuscita a sconfiggere questa paura, perché in fondo si tratta di questo: la paura di non avere quella persona tutta per sé, è la paura di un abbandono che ti porta ad essere così oppressiva e sinceramente non so nemmeno se si tratti di amore, a questo punto. Adesso credo che io debba pensare a me stessa e a risolvere questo mio problema se non voglio portarmelo dietro per tutta la vita. Anche avendo accanto Vittorio, in modo da poter capire davvero cosa sento. A volte c’è bisogno di una grande scossa per capire certe cose, c’è bisogno di toccare il fondo per risalire ed io credo di essere precipitata abbastanza. È come se io facessi di tutto per mettere alla prova la persona che ho accanto, come se nella mia testa pensassi che lui debba essere torturato per vedere fin quando è capace di restarmi accanto. Ma non è cosi che dovrebbero andare le relazioni d’amore. Sono stanca di soffrire, voglio essere felice. Credo di meritarlo.

Hai mai permesso a qualcuno di aiutarti a farti superare questa tua paura?

A volte ne parlo con amici o amiche ma non è facile farsi comprendere, spesso ti giudicano o ti danno consigli banali giusto per dire qualcosa. Non è facile trovare persone sensibili e soprattutto empatiche. Ecco, empatia è la parola che più amo al mondo. Mettersi nei panni degli altri è la cosa che mi riesce meglio, è la cosa che cerco nelle persone e forse anche per questo motivo faccio fatica ad avere relazioni durature, che si tratti di amicizia o di amore. Credo che le persone empatiche siano coloro che hanno maggiore sensibilità e profondità d’animo. In realtà sono anche andata diversi anni in terapia da un analista. Credevo di aver risolto, ma credo che se la cosa non parta da me poco risolve anche uno psicanalista con 40 anni di esperienza. Ho trascorso anni a parlare di questo mio problema e ogni volta che credevo ne stessi uscendo, tornavo punto e a capo. Anche se a dirla tutta, quest’ultima rottura mi ha insegnato tanto, e mi ha fatto guardare lontano dove il mio sguardo non era mai arrivato prima d’ora: devo amarmi, devo conoscermi e devo sapere cosa mi rende felice, sopra ogni cosa. Ora penso sia arrivato davvero il momento di superare questa paura se voglio essere felice. Ed io ora voglio esserlo. Forse mai come prima sto riuscendo a riempire il mio cuore. Credo anche che tutto questo io l’abbia fatto di proposito, inconsciamente. Avevo paura di vivere un amore così grande.

Alessandra Federico

 

La moda italiana ai tempi del corona virus:  atelier per produzione di mascherine e shooting via web 

La moda ai tempi del corona virus è stata al centro della crisi globale. Per quanto riguarda gli shooting però, non si è arresa, neanche quando il mondo intero si è fermato, continuava ad essere presente via web. Il mondo della moda è stato costretto, inoltre, a trasformare gli atelier in centri di produzione di mascherine e accessori sanitari.

Il primo servizio  di moda nell’era del lockdown

Il magazine di moda numero 1, Vogue Italia, realizza il suo primo servizio di moda nell’era del lockdown con la sua prima copertina “vuota”. Presenti nel numero, anche la top model Bella Hadid. Le sue foto sono visibili anche sui social. Aderiscono all’iniziativa oltre 40 artisti della community di Vogue Italia in tutto il mondo tra cui modelle, stylist, direttori creativi, make up artists, fotografi. Utilizzando abiti del proprio archivio e facendoli indossare ai membri della propria famiglia, organizzando cosi, shooting, sfilate e dirette live. Un metodo efficace per non perdere la creatività e per essere sempre presenti per tutti coloro che amano il mondo della moda. Per promuovere le nuove collezioni, anche i colossi del fast fashion cavalcano il trend: le modelle di Zara, sotto richiesta del direttore artistico, dopo essere stato costretto a chiudere i negozi in tutta Europa,  hanno indossato i capi della nuova collezione per postare foto sui social.

La crisi per i brand della moda italiana

In Italia, diciassettemila negozi hanno rischiato di non riaprire, compresi i fast fashion e i grandi magazzini. Nel 2020 si prevede un calo di consumi di quindici miliardi e una riduzione dei ricavi del 50 per cento rispetto all’anno scorso. D’altronde è risaputo che un gran numero della produzione europea di moda è fatto in Italia, ma a causa di questa pandemia si è rischiato di perdere pezzi di una filiera di industrie e artigiani.

I grandi brand italiani, così come accaduto per quelli di tutto il mondo, hanno vissuto momenti di grandi angosce, temendo che, a causa di  questa forte crisi, avrebbero potuto perdere la capacità di innovazione e di fare investimenti. Con la fine del lockdown, però, le industrie hanno riaperto il 4 maggio: intere collezioni vendute e quelle future in elaborazione. I capi più venduti sono i pantaloni denim. Jeans “consumati”. Purtroppo, le collezioni invernali sono state accantonate in negozio per dar sfoggio direttamente a quelle della stagione primavera-estate.

La maggior parte degli imprenditori si sono organizzati per sanificare ogni capo dopo ogni prova effettuata dal cliente. Intanto sul digitale il commercio era indietro, ma questa crisi è stata un’opportunità per rafforzare l’acquisto online. Ma chi ha rischiato il crollo, in questa situazione, sono i piccoli negozi che vendono abiti a prezzi bassi. Un vero e proprio stravolgimento anche per la catena H&M che aveva, già dal 4 maggio, annunciato la chiusura di 8 negozi in Italia. Ad oggi, il 90 per cento dei punti vendita della moda è stato riavviato senza problemi.

Come abbiamo potuto notare il mondo della moda non si è mai fermato perché la creatività e l’arte riescono a viaggiare anche restando fermi.

Alessandra Federico

Anoressia e Bulimia: la ricerca dell’equilibrio

“Avevo il terrore di ingrassare. All’età di sedici anni pesavo trentadue chili. Dall’Anoressia sono passata velocemente a soffrire di Bulimia.”

 L’Anoressia è un disturbo dell’alimentazione che colpisce maggiormente le donne durante l’età adolescenziale. Coloro che ne soffrono tendono a vedersi perennemente grasse, anche se dimagriscono a vista d’occhio. Subire maltrattamenti, critiche e offese sin dall’età infantile potrebbe essere uno dei motivi per cui una ragazza cessa di nutrirsi. Ancora, cosa che accomuna un gran numero di famiglie italiane, è il bisogno da parte dei genitori di essere iperprotettivi nei confronti della propria figlia. Questo potrebbe, di conseguenza, farle avere un morboso attaccamento nei confronti della madre e del padre anche in età adulta, e, pertanto, l’esigenza di restare eterna bambina. Ragion per cui, non vuole assumere alcun tipo di calorie, oppure, ogni pasto che ingerisce, fa in modo di poterlo eliminare il prima possibile. Quest’ultimo prende il nome di Bulimia. Il termine Bulimia deriva dal Greco e significa “fame da bue” che, al contrario dell’Anoressia, comporta disturbi dell’alimentazione differenti: riempirsi di cibo spazzatura fino a perdere il controllo sul proprio comportamento alimentare, seguito da vomito auto-indotto.  Chi che soffre di Bulimia non presenta segni evidenti del disagio, quanto appare una persona che conduce una vita regolare.

Ma quanto conta l’aspetto estetico?

L’aspetto estetico per una donna è importante. Ma per una donna che soffre di anoressia è fondamentale, poiché la sua autostima è fortemente influenzata dal suo corpo. Si può essere belli anche con tante imperfezioni, senza dover a tutti costi raggiungere quel canone di bellezza che ci impone la società. Una  società che vuole la donna perfetta e impeccabile esteticamente, ma che valuta poco il suo lato interiore. Di conseguenza, ciò che ci inculcano ogni giorno attraverso programmi televisivi e social non è altro che una concezione sbagliata di ciò che conta nella vita.

Ma non è mai tutto oro ciò che luccica.

Una Influencer ha postato sui social, pochi giorni fa, una sua vecchia foto in cui mostra il suo viso ricoperto di acne prima di sottoporsi a diverse cure e terapie per arrivare ad ottenere la pelle “perfetta” che ha oggi. Anche se, come sostiene anche lei,  le foto di coloro fanno parte di quel mondo sono spesso agevolate da filtri, luce ed effetti della fotografia stessa. Inoltre, spiega anche quanto il nostro lato esteriore viene fortemente influenzato dall’aspetto interiore. Tutto questo ha voluto spiegarci che, anche chi appare perfetto, in realtà nasconde più di un difetto. Il suo post sui social è stato un importante messaggio per ogni donna. Tuttavia, ognuno ha le proprie imperfezioni ma alle volte basterebbe lavorare sull’aspetto interiore e acquisire maggiore stima di sé per piacere e piacersi. Per questa ragione, lavorare anche sull’autostima e non solo sull’aspetto estetico, può portare a grandi giovamenti anche del corpo.

“Quando ero piccola ero grassottella. La mia sorellastra aveva undici anni in più a me e mi diceva che non poteva prestarmi i suoi abiti perché altrimenti li avrei strappati, lei era da sempre stata magra. Nel corso degli anni ho cercato di mangiare sempre meno, un po’ per sentirmi a mio agio, un po’ per compiacerla, anche se la odiavo, inconsciamente. È la figlia del compagno di mia madre. Ma mia madre non mi ha mai difesa, allo stesso tempo mi tratta ancora come una bambina. Arrivata all’età di sedici anni pesavo trentadue chili. E dall’anoressia sono passata velocemente alla bulimia, ci ho impiegato ben  9 anni per uscirne completamente.”

Benedetta, ventidue anni, napoletana, racconta la sua lotta contro la anoressia e la bulimia e come ne è venuta fuori

Benedetta, a quale età hai iniziato a rifiutare il cibo?

Avevo tredici anni, e siccome da sempre Denise (la mia sorellastra) mi ripeteva quanto fossi grassa, decisi appunto di voler perdere peso. Senza rendermene conto iniziavo a diminuire sempre più la quantità di cibo che ingerivo quotidianamente. Iniziai a eliminare la colazione, prima di tutto. A pranzo mangiavo 10 grammi di pasta e poi la verdura. Più passava tempo e più diminuivo le quantità fino a mangiare uno yogurt al giorno, eppure passeggiavo per un paio d’ore per smaltirlo. Quando sono arrivata a pesare trentadue chili, ho capito che avrei finalmente potuto mangiare un po’ in più. Ogni giorno, o quasi, ingerivo grandi quantità di cibo spazzatura per poi andare in bagno e vomitare tutto. Presi molti chili e arrivai a pesarne quarantasette. Ma riuscivo a mantenere quel peso forma solo perché eliminavo ogni pasto dopo ogni abbuffata. Mia madre ha iniziato a preoccuparsi solo allora, e da lì sono iniziate le infinite terapie dallo psicologo e il continuo via vai casa – ospedale.

Lo psicologo ti ha aiutato a scoprire la causa di tutto ciò?

Lo psicologo mi ha aiutata tanto ad acquisire un’autostima più forte. Avevo alti e bassi e spesso crollavo perché, se anche prendevo pochi grammi, per me era una sconfitta. Invece quando non mangiavo per me era una vittoria. Avevo il controllo di me e del mio corpo. Ma nutrirmi per me significava perderlo. Inoltre, mi ha aiutata tanto a superare i brutti ricordi della mia infanzia e le cattive offese che mi faceva Denise. Mi ha fatto soprattutto capire che nessuno deve essere in grado di giudicarmi. Abbiamo anche scoperto che un altro dei motivi per cui non  mangiavo era dipeso dal comportamento troppo apprensivo di mia madre, che però allo stesso tempo non mi difendeva con la mia sorellastra. A quel punto non lo concepivo il suo essere iperprotettiva, per me è sempre stata un’incoerenza.

Adesso com’è il tuo rapporto con il cibo?

Decisamente migliore. Pratico molto sport ma allo stesso tempo non rinuncio a niente, o quasi. Evito di esagerare con cibo che possa farmi ingrassare troppo o che possa far male. Faccio un’alimentazione sana ma abbondante ogni giorno. Sono finalmente una ragazza come tutte le altre. Mi piaccio. Ho scoperto il mio carattere perché fino a poco fa non ne ero a conoscenza. Non sapevo chi fossi. Adesso, ringraziando il cielo, ho una forte personalità e sono in grado di affrontare ogni cosa.

Te la senti di dare un consiglio a chi come te ha avuto disturbi dell’alimentazione?

Adesso che ne sono uscita completamente posso dire che il cibo è uno dei piaceri più grandi della vita, ma so anche che ora mi risulta facile parlare proprio perché ne sono venuta fuori. Un consiglio che posso dare, per esperienza personale, è quello di farsi aiutare perché da sole è difficile se non impossibile uscire da questa brutta situazione. Chiedete aiuto e lavorate tanto sulla vostra autostima. La vita può rivelarsi un’esperienza meravigliosa.

Alessandra Federico

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