Addio a Diego Armando Maradona leggenda indiscussa del calcio

E’ morto Diego Armando Maradona. Ha subito un arresto cardiocircolatorio nella sua casa di Tigre, in Argentina, dove stava trascorrendo la convalescenza dopo l’intervento chirurgico alla testa di qualche settimana fa. Aveva appena compiuto 60 anni. Inutili i tentativi di rianimazione effettuati dal personale medico che lo assisteva 24 ore su 24. È successo in una data maledetta per i ribelli: erano morti il 25 novembre anche Best e Castro. Il Governo argentino ha ufficializzato l’istituzione di tre giorni di lutto nazionale per commemorare Diego Armando Maradona. Una vera e propria leggenda del calcio mondiale e soprattutto l’argentino più famoso del mondo. Anche la UEFA, per le gare di Champions ed Europa League in programma tra mercoledì e giovedì, ha predisposto il lutto al braccio e un minuto di silenzio su tutti i campi in memoria di Maradona. Anche in Serie A, ci sarà un minuto di silenzio per ricordare l’argentino nel prossimo weekend di campionato. E proprio il campo del Napoli, il San Paolo, può essere intitolato a Maradona come annunciato dal Sindaco De Magistris. L’esame autoptico è stato eseguito tra le 19.30 e le 22 di mercoledì, pochissime ore dopo la morte, nell’ospedale di San Fernando, ed è stato stabilito che l’insufficienza cardiaca ha provocato “un edema polmonare acuto”. La notizia è stata riferita dai quotidiani argentini il “Clarin” e “La Nacion”. Sei medici hanno preso parte e tra questi c’era anche un perito nominato dalla famiglia. Per avere il risultato definitivo bisognerà attendere l’esito degli esami tossicologici, che servono per far capire se Maradona aveva assunto farmaci, sostanze stupefacenti o alcol. Mentre il procuratore generale di San Isidro John Broyard aveva detto ufficialmente che gli esami preliminari avevano escluso “ogni segno di attività criminale e di violenza”. I familiari di Diego hanno chiesto ai medici che hanno effettuato l’autopsia in ospedale di non portare con sé i rispettivi telefoni cellulari, perché temevano fossero scattate delle foto inappropriate. Maradona dopo l’autopsia è stato trasportato nella Casa Rosada dove è stata già allestita la camera ardente. L’Argentina lo onora come si fa solo con i capi di stato.

Nicola Massaro

Elsa Schiaparelli e Salvador Dalì: l’arte veste di lusso

Quando l’arte e la moda si fondono possono dare vita a  veri e propri capolavori: dipinti su stoffa, abiti con applicazioni tridimensionali  per una collezione originale che ha fatto la storia della moda grazie all’unione delle due menti artistiche di Schiaparelli e Dalì.

La stilista di moda italiana Schiaparelli insieme al pittore spagnolo Dalì davano vita ad una collezione ricca di arte, lusso ed eleganza.

La talentuosa stilista italiana, oltre alla moda,  amava l’arte e considerò l’artista spagnolo nonché pittore, abilissimo disegnatore, scrittore, fotografo, cineasta, scultore e sceneggiatore, il  suo  socio perfetto per realizzare insieme nuove originali collezioni. L’incontro tra i due artisti avvenne nel 1934 quando entrambi erano già in carriera. Con un enorme spirito di iniziativa, creatività e audacia i due non poterono fare a meno di collaborare per dare origine a nuove meravigliose e impeccabili creazioni, poiché la creatività dell’una avrebbe arricchito ancor di più quella dell’altro così, nel 1937, ci fu la loro prima ideazione: il celebre abito con l’aragosta. Dalì la dipinse  su un  abito lungo da sera di seta bianca, collocando strategicamente il rosso crostaceo all’altezza del bacino. L’aragosta era un “objet du jour” per Dalí, con il suo interno morbido ed esterno duro, che compariva spesso nei suoi dipinti. Altra memorabile creazione venuta fuori sempre dall’unione dei due artisti è il cappello-scarpa, che prende ispirazione da un disegno di Dalì che a sua volta prese ispirazione da una foto scattata da Gala nel 1933 in cui ritrae suo marito con una scarpa da donna sulla testa e un’altra sulla spalla. Il tacco della scarpa del cappello, invece, fu maliziosamente colorato di rosa smoking per richiamare la forma fallica. Per quanto riguarda la creazione del profumo prende il nome di Shoking si tratta di una bottiglia dal busto di west coperto da fiori, ispirato sempre ai dipinti di Dalì. Sui tailleur neri, i cassetti dei dipinti di Dalì, diventano tasche con pomelli per evidenziare i bottoni. Ancora, le borse a forma di telefono in velluto nero con dischi ricamati in oro, abiti con farfalle, strumenti musicali, temi ispirati all’astrologia, elefanti, trapezisti, giocolieri, coni gelato, turbanti, fiocchi, copricapo di piume e pelliccia. Un inizio di stravaganza per dare libertà alla fantasia. D’altro canto entrambi gli artisti avevano, sin da bambini, un animo artistico e creativo.

La vita privata di Elsa

Elsa Luisa Maria Schiaparelli nasce a Roma il 10 settembre 1890. Elsa, a differenza della sua più grande rivale Coco Chanel, nasce da una famiglia benestante, poiché sua madre apparteneva all’aristocrazia napoletana discendente dai Medici, suo padre proveniva da una famiglia di intellettuali piemontesi. Tutto questo avrebbe potuto far presumere che avrebbe vissuto una serena vita borghese ma è chiaro che non doveva essere nel suo destino. Contrastata da sempre dalla sua stessa famiglia per il suo desiderio di voler diventare attrice, cresce con la delusione e il rimpianto di non poter realizzare il suo più grande sogno.  Decide così di scrivere poesie e suo cugino, critico d’arte, convince un editore a pubblicare con il titolo di Arethusa.  Ma il padre della futura stilista di moda decide, preso dalla rabbia per la disobbedienza della figlia, di mandarla in un convento in Svizzera tedesca. Ma da lì a poco, grazie all’incontro con un uomo inglese che si occupava di aiutare bambini orfani che Elsa decide di aiutare,  iniziano i suoi lunghi viaggi in cui incontra persone all’avanguardia. Il conte William De Wendt De Kerlor fu il primo amore di Elsa con il quale da alla luce la loro primogenita Gogo. Con lo scoppio della guerra si trasferiscono a Nizza ma nel 1919 ripartono per l’America. Poco dopo il padre di Elsa viene a mancare e nello stesso periodo William decide di abbandonare sia lei che Gogo. In seguito la bambina si ammala di poliomielite ma per una volta la fortuna gira dalla sua parte: Elsa conosce Blanche Hays la quale le propone di andare  a Parigi dove avrebbero ricoverato Gogo in una clinica mentre Elsa avrebbe lavorato in un negozio di antiquariato.

L’incredibile incontro con Poiret

Così avviene l’incontro che avrebbe segnato il suo destino: “un giorno accompagnai una ricca amica americana nella piccola coloratissima casa di moda che Paul Poiret aveva in Rue Saint-Honorè. Era la prima volta che entravo in una maison de couture. Mentre la mia amica sceglieva vestiti deliziosi, io mi guardavo intorno esaltata. Provavo gli abiti in silenzio e provavo un tale entusiasmo da dimenticarmi dov’ero e mettermi a camminare di fronte agli specchi non troppo scontenta di me stessa. Indossai un cappotto dal taglio largo, morbido che avrebbe potuto essere stato disegnato oggi. I vestiti davvero belli non passano mai di moda.  Quel capotto era fatto con una stoffa di velluto; era nero, con grandi strisce luminose, intervallato da grandi righe di crepe de Chine blu chiaro. Magnifico“. “Perché non lo prendete, mademoiselle? Sembra fatto apposta per voi.” Il grande Poiret in persona stava guardando.  Sentii lo scontro delle nostre personalità. “non posso permettermelo”- dissi – è senz’altro troppo caro e, inoltre, quando potrei indossarlo?”. “Non vi preoccupate per il denaro” disse Poiret – e voi potete indossare qualunque cosa in qualunque situazione.” Poi, con un delizioso inchino, mi diede il cappotto. Il complimento e il regalo mi turbarono. Nella mia stanza scura quel cappotto sembrava una luce proveniente dal paradiso.”

Verso il successo

Elsa diviene allieva di Poiret e da lì a poco il grande stilista le diede l’opportunità di  realizzare i suoi primi modelli che inizia a vendere a piccole case di moda e nel 1925 diviene la stilista di una di esse la maison Lambal. In quel periodo le donne iniziarono a praticare sport e avevano quindi l’esigenza di indossare un abbigliamento adeguato. Elsa inizia a creare abiti per quel tipo di occasione: gonna a pieghe senza sottoveste e una corta blusa, calze di seta e una fascia colorata tra i capelli.  La sua prima collezione fu ispirata al suo grande maestro Paul Poiret e al futurismo: realizzata in cachemire morbido ed elastico, in particolare un golf realizzato e decorato a mano da una donna Armena, diventa subito molto richiesto.  Nel 1925, sostenuta dal finanziamento della sua amica americana acquista la Maison Lambal, una piccola sartoria collocata fra Place Vendome e Faubourg Saint-Honorè, dove inizia a realizzare abiti importanti di alta moda come la gonna pantalone oppure pantaloni con giacca, e questo fa si che la clientela aumenti e non solo, le persone di un alto ceto sociale iniziano  a vestire Schiaparelli. Non potevano di certo mancare le sfilate di moda per mostrare alle clienti le sue creazioni. Intanto questo suo continuo viaggiare tra Londra, Parigi, Rama e New York  le fa capire che lo spirito della donna stava cambiando e con esso anche l’abbigliamento. Negli Anni ‘30 nasce la silhouette a grattacielo con linee dritte e squadrate, spalle larghe e seno coperto dai revers, imbottitura sulle spalle, tutto completamente decorato. Nel 1931 si sposta in una maison più ampia allargando anche lo staff. Nel 1933 apre la sua sede a Londra proponendo una  nuova linea: cappe che scendono dritte dalle spalle creando una scatola, che si trasforma a cono, pantaloni a pigiama e in fine linea ad uccello e fantastica con berretti alati con piume. Diventa, in breve tempo, punto di riferimento della moda parigina. Nel 1935 crea la collezione stagionale, tema di ispirazione con filo conduttore per tutti gli abiti. Nasce così la collezione per ogni stagione. È stata, inoltre, l’inventrice del colore rosa Shocking.  Purtroppo la maison chiude nel 1954 al suo ritorno da New York dopo la guerra. Anche Dalì si rifugia a New York durante la guerra. Malgrado fosse tutto finito, soprattutto la magica collaborazione, i due grandi artisti hanno lasciato un importane messaggio: tutto ciò che è arte è vita.

Alessandra Federico

Adozione: l’amore incondizionato tra genitori e figli adottivi

L’amore tra genitori e figli è sempre incondizionato, anche se non hanno lo stesso sangue. Ma nella maggior parte delle volte, non appena l’adottato viene messo al corrente del fatto di non essere il figlio di coloro che lo hanno cresciuto può entrare in una profonda confusione e in conflitto con i genitori adottivi e con sé stesso. Potrebbe facilmente mettersi alla ricerca dei genitori biologici: la voglia di conoscere chi ti ha messo al mondo diventa più forte di qualsiasi altra cosa. Potrebbe, inoltre, provare un senso di disorientamento e, in alcuni casi, nutrire un sentimento di odio nei confronti dei genitori adottivi pensando che lo abbiano strappato via da quelli naturali.

Al contrario, e con il passare del tempo e dopo aver conosciuto la madre e il padre biologici, chi  è adottato potrebbe provare dentro di sé  un sentimento di rancore nei loro confronti perché convinto che l’abbiano abbandonato. Non è semplice, per chi lo vive, rimanere impassibili di fronte a una delusione tale: scoprire che chi ti ha dato tanto amore da sempre non siano i tuoi veri genitori  può provocare traumi non poco dannosi per una serena crescita. In questi casi è bene rivolgersi ad uno psicanalista per affrontare al meglio la questione evitando problemi futuri.

Federico, 25 anni, napoletano racconta la sua storia.

Federico, come hai reagito quando hai saputo che sei stato adottato?

Ho sempre sospettato che non fossi il loro vero figlio, o meglio, che non fossi uscito dalla pancia di Marta. Marta è la mia madre adottiva. Tra noi c’è un amore incondizionato, che va oltre ogni legame di sangue ma quando ho scoperto di essere stato adottato non ho voluto sentire ragioni e ho voluto a tutti i costi cercare i miei genitori biologici e sapere da loro il motivo per cui non hanno voluto  tenermi.  Mio padre è morto quando io avevo 4 anni e mia madre è finita in un centro di recupero per tossicodipendenti. Il rapporto con i miei genitori adottivi è da sempre stato magnifico ma qualcosa in me era cambiato quando mi hanno detto che a 4 mesi sono stato affidato a loro. Tutto a un tratto il mio modo di vedere le cose è cambiato, di vedere loro, ero spaventato, ero scosso come se un pezzo della mia vita mi fosse stato strappato violentemente.

Qual è stata la tua reazione una volta conosciuta la tua madre biologica?

Ho pianto, tanto. Non riuscivo a capire il perché non mi avesse voluto. Poi, quando ha iniziato a raccontarmi la sua storia non potevo credere alle mie orecchie: all’età di ventidue anni ha partorito me, faceva abuso di stupefacenti e alcool dall’età di sedici anni.

“È un miracolo che tu sia cresciuto sano e in salute, figlio mio” ripeteva in continuazione avendo lo sguardo semiperso nel vuoto, come se qualcosa la ipnotizzasse. Suo padre, nonché mio nonno, non voleva che lei avesse un figlio soprattutto con Daniele, mio padre, anche lui tossicodipendente. Avrebbe allora voluto che lei avesse abortito. Sono andati a vivere da soli i miei genitori e una volta che sono venuto al mondo, i miei nonni hanno chiamato l’assistente sociale e immediatamente sono stato strappato via da loro e dato in adozione.

Hai voluto più vederla?

Sì, decisamente. Lei avrebbe voluto smettere di assumere quelle sostanze tossiche e occuparsi di me ma non glielo hanno permesso. Una volta che stava bene voleva cercarmi ma i miei genitori adottivi glielo hanno impedito in tutti i modi. Allora, una volta raggiunto la maggiore età, hanno deciso di dirmi tutto e ho voluto cercarli. Ho anche scoperto che ho una sorella poco più piccola di me: Diana, si chiama così ma non l’ho ancora incontrata. Dice mia madre (quella biologica) che quando ha partorito hanno fatto con mia sorella la stessa cosa.  Marta dice che è stata data in affidamento a una famiglia del Veneto. Mi voglio informare al più presto per andare a trovarla e abbracciarla.

Adesso come vivi il tuo rapporto con Marta e Marcello?

Adesso posso dire di aver trovato la mia pace interiore. Fino a quando non fossi stato al corrente di come fossero andate realmente le cose e del perché io fossi stato abbandonato non sarei riuscito a mettermi il cuore in pace. Anche se  Inizialmente ho provato una sensazione di odio nei confronti di

Marta e Marcello perché in quel momento per me è stato come se mi avessero portato via con la forza dai miei veri genitori, anche se so che potrebbe essere un pensiero superficiale perché  dal momento in cui vieni adottato è chiaro che i tuoi genitori biologici ti hanno dato in affidamento a qualcun altro, ma purtroppo fino a quando una circostanza non la vivi, non potrai mai dire come la affronteresti. Io mi sono sentito abbastanza disorientato e non sapevo davvero come comportarmi e come reagire di fronte a tutto ciò che mi stava accadendo. Ho deciso quindi di andare in terapia da uno psicanalista per vederci chiaro e riuscire a vivere la situazione con un po’ più di razionalità. Col passare del tempo ho capito che non  si possono ritenere genitori solo coloro che ti hanno messo al mondo, ma chi ti ha da sempre accolto tra le proprie braccia e amato incondizionatamente. Perché si, Marta e Marcello sono da sempre mia madre e mio padre e il mio amore per loro non muterà mai. Allo stesso tempo, però, ho anche capito che non posso e non voglio provare odio né rancore nei confronti dei miei genitori naturali poiché hanno vissuto una situazione particolare quando hanno dato alla luce sia me che mia sorella e non avrebbero potuto tenerci. Vorrei solo darmi una spiegazione a tutto ciò che è accaduto. Ad oggi, vivo ancora con i miei genitori adottivi ma spesso e appena posso trascorso del tempo con Maria, la mia vera madre. Stiamo recuperando tutto il tempo perso.

Alessandra Federico

La Municipalità 2 e il progetto Marinella e gli Aquiloni

Un progetto che sta riscuotendo grande interesse e partecipazione per la rilevanza dell’azione portata avanti in favore di persone in affidamento penale esterno. Grande la sinergia messa in atto tra enti pubblici e privati, associazioni, volontari, tutti impegnati a che questa seconda esperienza nella Municipalità 2 del progetto “Marinella e gli Aquiloni”, finanziato dall’UIEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) di Napoli possa diventare un’esperienza pilota per la realizzazione di molte altre iniziative. Da 4 affidati del 2019 si è passati a ben 12 in questo complesso 2020.

Ne parliamo con Francesco Chirico, presidente della Municipalità 2.

Presidente Chirico, la Municipalità 2 è uno dei partner istituzionali della seconda edizione del progetto Marinella e gli Aquiloni, in che modo si esplica questa partnership?

L’iniziativa ci è stata proposta dalla dottoressa Forte dell’UIEPE di Napoli e dai dirigenti del Ministero, ci ha accomunati la ferma volontà di coinvolgere il territorio creando così una rete persone, ognuna capace di mettere a disposizione le proprie competenze e le proprie esperienze.

Come è nato l’interesse per questa iniziativa?

Ciò che mi ha convinto è stato il percorso ipotizzato che prevedeva il coinvolgimento del territorio nell’esperienza di lavoro e collaborazione per le persone in esecuzione penale esterna. SI è immaginato che questi ultimi fossero protagonisti per fare del bene nel quartiere.

La grande partecipazione di enti pubblici, istituzioni e enti del terzo settore costituisce un momento fondamentale per il progetto, in che modo avviene la collaborazione?

Se non ci fosse stata la numerosa e attiva partecipazione di tante realtà associative ed istituzionali della Municipalità, sono convinto che il progetto, per quanto valido, non avrebbe avuto la stessa forza e lo stesso significato. La compartecipazione è fondamentale e numerosi sono stati gli incontri, sempre valide occasioni di confronto utili a migliorare le azioni del progetto.

Ha più volte  incontrato le persone in esecuzione penale esterna che partecipano al progetto e le ha viste in piena attività, cosa l’ha colpita di più?

Ho incontrato in più occasione i ragazzi, tra loro ho ritrovato anche un vecchio amico di infanzia, ed è stato molto significato confrontarmi con loro, cercare di capire quanto nelle possibilità, la loro storia personale, ma uno degli aspetti che ho colto immediatamente è la loro consapevolezza di aver commesso errori nella vita, dunque del dover pagare giustamente il proprio debito con la giustizia, ma questo sentimento è chiaramente accompagnato dalla consapevolezza che esiste una strada diversa dal crimine, fatta di impegno e di soddisfazioni valide. Spero sinceramente che questo progetto possa proseguire, che possa dare una nuova occasione a questi ragazzi, che li aiuti a trovare lavoro: è giusto che qualsiasi persona, dopo che ha pagato i propri errori, torni ad essere una persona libera e senza il peso di un pregiudizio.

In che modo questa esperienza rappresenta un momento significativo per le azioni poste in campo dalla Municipalità 2?

Per la Municipalità questo è un percorso straordinario sotto molti punti di vista, esso non lo è solo per i validissimi interventi realizzati, lo è soprattutto per il bagaglio umano che mette a disposizione delle istituzioni e della politica, pone  gli amministratori locali di fronte alla consapevolezza che creare sinergie sul territorio può portare a grandi risultati, crea consapevolezza nella politica che le visite ai carcerati sono utili solo se finalizzate alla realizzazione di progetti come questi che intendono rimettere al centro l’uomo. Personalmente sono convinto che nessuno nasca cattivo, quanto piuttosto è la vita che ci pone sempre dinanzi ad una scelta, il solo fatto di aver scelto male non significa essere condannati per sempre. Spetta però  alla politica fare in modo che l’essere umano sia messo nelle condizioni di poter scegliere, di dare un’alternativa al crimine e l’unica via è quella di creare occupazione.

Bianca Desideri

Asperger: la vita oltre la diversità

“Certe volte mi dimentico del resto del mondo. Vivere con Lucas ogni giorno è come stare in un universo parallelo con delle regole tutte sue”.

La sindrome di Asperger è più frequente nei bambini maschi dai 4 ai 10 anni. Questa sindrome comporta varie problematiche riguardo il comportamento e la socialità. “Piccoli professori” fu cosi che li definì il pediatra Hans Asperger agli inizi del Novecento (da cui appunto prendono il nome i bambini Asperger) per la loro grande volontà nell’approfondire la conoscenza riguardo qualsiasi interesse essi abbiano: musica, scienza, letteratura, matematica, collezionismo, animali.  Capaci di arrivare ad essere più preparati di un  loro stesso insegnante. Allo stesso tempo, però, questi bambini speciali, hanno un carattere solitario, hanno difficoltà a comunicare e a relazionarsi con gli altri, utilizzano un linguaggio di poche parole ma parlano a raffica. Il gruppo di malattia che riguarda il comportamento prende il nome di “Disordini dello sviluppo”.

È considerata, da molti studiosi, come una forma di autismo poiché coloro che hanno la sindrome di Asperger assumono comportamenti simili a coloro che sono autistici: comportamento ripetitivo e schematico anche se, a differenza del bambino autistico, il bambino Asperger riesce a manifestare tranquillamente i suoi sentimenti nei confronti dei suoi familiari. Inoltre, ha un’intelligenza e un linguaggio nella norma e i suoi sintomi non peggiorano col passare degli anni.

È facile che l’origine possa essere multifattoriale, ovvero tanti  fattori che entrano in gioco nel determinare questa sindrome: predisposizione genetica, in considerazione della ricorrenza dei casi al’interno di alcune famiglie. Per di più, l’assunzione di sostanze tossiche durante la gravidanza potrebbe alterare il normale sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino e predisporre la sindrome. Allo stato, però, ancora oggi non esistono dati scientifici certi.

Le difficoltà e le agevolazioni di un bambino Asperger

I bambini Asperger hanno difficoltà nel ricambiare sorrisi o nel guardare negli occhi l’interlocutore. Hanno inoltre un’ossessiva attenzione verso determinati oggetti o interessi come la scienza o la musica. Allo stesso tempo, però, possiedono una maggiore facilità nel memorizzare numeri o date e sono velocissimi nei calcoli matematici. Per un bambino Asperger, i suoi interessi e le sue passioni, sono una vera e propria risorsa in quanto continui stimoli per lui e non solo, può diventare un maggiore input per relazionarsi con gli altri bambini. Il bambino Asperger va supportato adeguatamente non solo dai suoi genitori ma anche dai suoi insegnanti, altrimenti potrebbe andare incontro a depressione o disturbi d’ansia perché si renderà conto, durante la sua adolescenza, delle difficoltà che incontra nei rapporti con il prossimo. In ogni caso, possono condurre una vita pari a quella di qualsiasi altra persona.

“Con mio figlio è una continua avventura, ogni giorno sembra di stare in un film diverso da quello del giorno precedente. Non è semplice stare ai suoi ritmi ma ce la sto mettendo tutta. Adesso abbiamo trovato il nostro equilibrio”.

Celeste, madre di Lucas (bambino con sindrome di Asperger) racconta la loro storia.

Quando avete scoperto che Lucas è un bambino Asperger?

Lucas aveva 5 anni quando iniziò a essere ossessionato da una pallina di carta. La buttava contro il muro e poi la andava a riprendere. Questo accadeva almeno per la maggior parte della giornata poi passava da un’ossessione all’altra: conosce a memoria tutti i nomi degli animali in particolare i dinosauri e li ripeteva in continuazione. Abbiamo quindi deciso di portarlo dal pediatra che a sua volta ci ha consigliato di consultare un neuropsichiatra infantile che ha approfondito la questione attraverso alcuni test specifici per la diagnosi della sindrome di Asperger, basati sia sulla valutazione del comportamento sia sulle capacità cognitive.

Come l’avete presa quando vi hanno dato la certezza che Lucas è Asperger?

Io sono scoppiata a piangere anche avanti al bambino e lo psicologo mi ha consigliato di non farmi mai vedere da Lucas in lacrime perché altrimenti potrebbe avvertire questa situazione come un disagio, come una cosa che rende tristi. Il neuropsichiatra, ci ha poi regalato un libro contenente tutti i consigli per come relazionarsi con le persone Asperger e devo dire che anche se inizialmente è stata dura, adesso ce la stiamo cavando.

 Avete un’educatrice?

Sì e devo essere sincera ci è stata di grande aiuto perché riesce a gestire la situazione in modo tale da evitare qualsiasi crisi nervosa che Lucas possa avere, qualora non dovesse ottenere ciò che vuole e a dirla tutta è stata un’educatrice anche per me e per mio marito, perché ci ha insegnato non solo ad essere forti ma soprattutto a riuscire a gestire da soli la circostanza quando lei non c’è. Lucas ha tutti i libri sugli animali e ogni volta che fa i capricci o non vuole mangiare o non vuole lavarsi scendiamo a compromessi: 10 punti ogni pasto quindi 30 punti al giorno e arrivati a 200 punti vince un libro. Praticamente un libro alla settimana. Questo è un metodo molto efficace che ci ha insegnato Maria, l’educatrice di Lucas. In sostanza, Maria è stata una mano dal cielo. L’educazione di Maria con Lucas è stata anche di grande aiuto per quanto riguarda il suo rapporto con i suoi compagni di classe.

Adesso Lucas come vive il suo rapporto con i suoi coetanei?

Decisamente meglio, ma ha trascorso parecchi anni in solitudine giocando da solo e leggendo ogni tipo di libro sugli animali e non solo, è preparatissimo in letteratura e in matematica anche più dei suoi stessi insegnanti tanto che spesso li interroga, affermando poi che non hanno studiato abbastanza. All’età di 13 anni Lucas ha iniziato a farmi domande sul suo modo di essere e del perché fosse cosi tanto diverso dai suoi coetanei. È stato difficile ma adesso, anche grazie a Maria, (la sua educatrice) Lucas sta conducendo una vita pari a quella dei suoi coetanei. Con Lucas è un mondo diverso, è spesso anche emozionante.

Alessandra Federico

Giacomo Balzano: Il vuoto dentro

Giacomo Balzano, psicanalista di orientamento adleriano. Fra le sue opere ricordiamo: Disagio Giovanile: storie di cambiamenti, Giovani del Terzo Millennio (volume che ha vinto nel 2006 il Premio Internazionale di saggistica “Città delle Rose”), I nuovi mali dell’anima, Oltre il disagio giovanile. Per Besa editrice ha pubblicato il romanzo Alessia e le sue tenebre (2011) e il saggio Alfred Adler e lo scisma della psicoanalisi (2014).

Può definire le peculiarità del senso di vuoto ed i modi più frequenti in cui si tenta di colmarlo nella scansione del proprio percorso umano ed esistenziale?

Il senso di vuoto è un vissuto di mancanza, di assenza affettiva che spinge il bambino (la personalità di un individuo si forma nei primi 5 anni) a rincorrere abnormi compensazioni per colmarlo e contenere le angosce associate. Queste compensazioni sono centrate sull’assunzione di condotte di stampo narcisistico che inseguono un’ipocritica grandezza. E il modello di Narciso, connota l’attuale spirito dei tempi e influenza la formazione e gli ideali perseguiti dalla persona.

Il disagio giovanile nella fase adolescenziale è il tema che affronta. Chi sono gli interessati?

L’OMS (L’Organizzazione Mondiale della Sanità) in un suo studio del 2008 aveva affermato che nel 2020 i Disturbi in Età Evolutiva, sarebbero stati la prima causa di morte e disabilità. Ed è ciò che sta accadendo. Il disagio nei bambini, nei preadolescenti e negli adolescenti sta diventando una vera e propria epidemia psicosociale. Un dato su tutti forse può illustrare la situazione: in Italia ogni anno si tolgono la vita 3.000 giovani dai 15 ai 25 anni, mentre gli incidenti stradali (spesso suicidi mascherati) sono la prima causa di morte in adolescenti e giovani adulti.

Lei è uno psicoanalista ad orientamento adleriano. Per i non addetti ai lavori, quali peculiarità riserva siffatta propensione rispetto a temi come prevenzione della devianza minorile e della dispersione scolastica, l’educazione alla salute, l’educazione affettiva e la formazione dei genitori e degli insegnanti?

Alfred Adler è stato il primo apostata della psicoanalisi (dopo aver collaborato con Freud per nove anni) e il primo analista a fondare un’autonoma scuola denominata “Psicologia Individuale”. E’ stato l’iniziatore del filone socio-culturale della psicanalisi ed ispirato l’opera di Fromm, Sullivan, Horney ecc. Tra i suoi allievi troviamo Victor Frankl il creatore della logoterapia mentre anche Karl Popper, che prima di diventare il famoso filosofo della scienza era uno stimato psicopedagogo, seguì il lavoro innovativo di Adler presso le scuole della Vienna socialdemocratica degli anni ’20. In quell’epoca, il governo della città diede proprio il compito all’analista viennese di riformare la Scuola. Adler e i suoi allievi si applicarono con abnegazione a questo lavoro e istituirono i primi consultori per i bambini problematici, tennero corsi di formazione per genitori e insegnanti, istituirono la figura dello psicologo presso gli asili e le scuole di ogni grado e crearono anche una scuola sperimentale che operava secondo i principi del cooperative learning. Tutte iniziative, come possiamo osservare, ancora attualissime.

La cronaca segnala, soventemente, episodi di inaccettabile violenza compiuta da o tra giovanissimi. Possono la brutalità, la sopraffazione, l’abuso essere percepiti dagli adolescenti come curativi rispetto all’indicibile dolore provato?

Il bullismo e le condotte eterolesive sono spesso un modo distorto del giovane di cercare valorizzazioni, dopo aver sperimentato insuccessi nel perseguire mete affermative più utili e socializzate. Sono quindi compensazioni fittiziamente curative, in quanto prevedono distanza affettiva dall’Altro (e il barometro della normalità è la capacità della persona di strutturare legami compartecipativi nel proprio contesto comunitario) e l’indurimento “dell’anima”. Di contro, le ansie e i sensi di inadeguatezza, che in ultima analisi hanno determinato lo stile “brutale”, non sono adeguatamente riconosciute e risolte dalla persona.

Terapista e giovane paziente, intelligente, precocemente classicista; ambedue pongono in discussione le proprie granitiche certezze. Può esemplificare i tratti del loro rapporto?

Ogni rapporto analitico efficace dovrebbe vertere sulla costruzione di una creativa relazione empatica così che l’analista “Vede con gli occhi del paziente, ascolta con le sue orecchie, vibra con il suo cuore”. Ciò che ho cercato di riportare nel romanzo. In ciò seguendo anche i dettami dal celebre poeta Walt Withman: “Non chiedo ad una persona ferita come si sente, io stesso divento la persona ferita”. Concetti simili a quelli alderiani che guidano il lavoro degli analisti di questa scuola e che hanno diretto anche la scrittura del mio romanzo.

Giuseppina Capone

Gucci ha rotto il vecchio canone della bellezza

“Penso che il mio aspetto abbia un impatto su molte persone, non capisco perché scateno una reazione così grande da parte di tutti, stanno solo cercando una faccia interessante”.

Sembra che Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, sia riuscito a distruggere lo stereotipo di bellezza che per secoli ha condizionato generazioni di donne nel credere che la vera bellezza sia quella di essere perfette esteticamente.  “L’originale” volto della nuova modella, però, pur essendo stato un distruttore di luoghi comuni, è diventato argomento di dibattito facendo scaturire diverse critiche sui social: parole crudeli, insulti, ingiurie, veri e propri atti di bullismo nei confronti di Armine Harutyunyan. Armine viene da Erevan, la capitale dell’Armenia, ha 23 anni ed è un illustratrice e graphic designer.

“Le persone sono spaventate da quello che è diverso. Non posso impedire loro di sparlare ma io posso ignorarle. Ci sono molti modi diversi di essere belli: consiglio di concentrarsi su di sé, su chi si è e su cosa si ama davvero. Credo inoltre che molte donne pensino spesso al loro aspetto e a dirla tutta ho pensato più volte di ricorrere a qualche chirurgia ma col tempo ho imparato ad accettarmi così come sono. Crescendo impari a capire te stesso e ad amarti”.

Parla così Armine durante un’intervista. Il suo tono di voce è sereno e le sue parole non fanno altro che dimostrare la sua sicurezza non solo per il suo aspetto estetico, pur ammettendo di aver faticato per arrivare ad accettare e ad apprezzare ad oggi il suo volto e il suo corpo, dopo aver pensato anche di ricorrere alla chirurgia, ma anche e soprattutto per la forte autostima che possiede in quanto consapevole di ciò che vale al di là del suo volto. La sua serenità d’animo e la sua mente intelligente vale molto di più di qualsiasi corpo o viso “perfetto” perché è questo che fa di sé una persona attraente.

Reagisce, dunque, con diplomazia e serenità Armine alle numerose critiche sui social da parte di chi ancora non accetta  un canone di bellezza differente da quello che impone la società, da chi vede la bellezza ancora solo nella perfezione estetica e non riesce a valutarla  personalmente se non attraverso gli occhi di tutti.

La vera bellezza sta soprattutto nel fascino di una persona, non solo nella forma o nel colore degli occhi, quanto nella profondità di uno sguardo. La vera bellezza in una donna non sta nella forma delle sue labbra ma nell’espressione intelligente che assume il suo volto. Non sta nel corpo perfetto ma nel portamento, nell’eleganza che assume quando lo muove. La vera bellezza è dentro di noi e nel come siamo capaci di esternarla.

Anche se una modella non ha lo stesso volto di tutte le altre, il suo garbo e lo sguardo intelligente fa diventare il capo che indossa più interessante. Perché una mente interessante rende tutto più affascinante e attraente.

Alessandra Federico

Kenzo Takada: il primo stilista orientale in Occidente

Lo stilista giapponese che ha unito la moda Orientale  con quella Occidentale.

“Non aveva senso che facessi anche io quello che facevano gli stilisti francesi, non sapevo neanche farlo. Così mi misi a disegnare vestiti in modo diverso, usando i tessuti dei kimono e fonti di ispirazioni diverse”.

Kenzo Takada è morto domenica 4 ottobre all’età di ottantuno anni, in un ospedale di Parigi dove era ricoverato a causa del Coronavirus. Kenzo, è stato il primo stilista giapponese a recarsi a Parigi nel 1964 , conquistando  immediatamente, con le sue creazioni folcloristiche e vivaci, una vasta clientela di giovani: la moda di quel momento stava subendo un grande cambiamento e Kenzo era entusiasta di voler far parte di quella grande rivoluzione della moda.

Il talentuoso stilista contribuì alla liberazione dalla rigida forma dell’haute couture inserendo il prêt-à-porter: abiti pratici dai colori vivaci e floreali. Kenzo presentava, durante le sue sfilate di moda, le sue meravigliose creazioni indossate da graziose modelle in groppa a un elefante. Lo stilista adottò il semplice taglio del kimono della sua patria combinandolo anche con elementi sudamericani, orientali e scandinavi. Ancora oggi mostra questa caratteristica nelle sue griffe. Kenzo era uno degli stilisti con maggiore inventiva, fantasia e soprattutto dotato di una grande volontà, nel 2012, presentò le sue collezioni un mese prima rispetto a tutti gli altri stilisti di moda. Oltre al prêt-à-porter femminile, creò anche una nuova linea per uomo e per bambino.

Kenzo Takada nacque a Himeji, vicino Osaka, il ventisette febbraio 1939 ed è stato uno dei primi studenti uomo a frequentare l’accademia di moda di Bunka, a Tokyo. La sua carriera fu rapida e in ascesa: vinse nel 1960 il premio Soen per nuovi stilisti emergenti. Nei grandi magazzini Sanai, Kenzo iniziò a lavorare disegnando abiti per ragazze fino a quando i lavori per le Olimpiadi nel 1964 cambiarono la sua vita:  la sua casa venne distrutta per costruire nuovi progetti e grazie al risarcimento donatogli, approfittò per fare un viaggio in barca da Hong Kong, Singapore, Mumbai fino alla Francia dove affittò una casa  Parigi, e dove iniziò a vendere bozzetti di abiti agli stilisti di alta moda.  Nel 1970 aprì una piccola boutique, “Jungle Jap”, con pareti floreali dipinte da lui perché il suo desiderio era fondere le sue due passioni : la giungla e il Giappone.

Verso il successo

Nel 1971 la rivista di moda Elle pubblicò in prima pagina uno dei suoi lavori e alla sfilata organizzata nella sua boutique andarono giornalisti da tutto il mondo. Kenzo non possedeva abbastanza danaro, era quindi  costretto a cucire insieme le stoffe comprate a Parigi e quelle portate da lui dal Giappone creando così una linea al quanto originale. Introdusse, nel 1983, anche l’abbigliamento maschile, nel 1986 una linea di jeans e nel 1988 profumi e l’arredamento. Nel 1990 morì il suo compagno e socio in affari Xavier.  Per questo triste motivo, Kenzo, nel 1993 vendette la sua azienda per 80 milioni di dollari a LVMH, il più grande gruppo del lusso francese di proprietà di Bernard Arnault, che comprende anche Christian Dior, Louis Vuitton, Fendi e Celine. Nel 1999 si ritirò dal mondo della moda. Continuò a disegnare costumi per l’opera e le uniformi della squadra olimpica giapponese del 2004 anche dopo aver lasciato l’azienda. Si dedicò  completamente all’arredamento e fondò il marchio K3 nel 2020.  Con il suo lavoro, Kenzo ha aperto la strada per Parigi ad altri stilisti giapponesi, come Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto.

Lo ricorderemo per i suoi originali abiti colorati, che trasmettevano un senso di libertà per il corpo della donna. Kenzo rimarrà per sempre il creatore di abiti “felici”.

Alessandra Federico

Anaffettività: paura di provare emozioni

“Non riuscivo a provare emozioni.  Vivevo la mia vita in modo del tutto razionale e chiunque voleva darmi affetto io lo allontanavo. Quando nasci e cresci in un contesto familiare in cui la felicità è a piccoli sprazzi ti porterai dietro per tutta la vita la convinzione di non poter essere felice perché credi che prima o poi qualcuno te la porterà via.”

Non riuscire a manifestare sentimenti e a provare emozioni è tipicamente un atteggiamento di chi è anaffettivo. L’anaffettività può colpire sia uomini che donne e deriva maggiormente da traumi infantili o adolescenziali. Quando per anni si ha vissuto in situazioni traumatiche la mente tende ad avere, di conseguenza, una percezione distorta delle cose: credere di non riuscire a meritare affetto e di non essere in grado di darne. Pur di non soffrire, le persone anaffettive, si privano degli affetti perché baci, carezze, abbracci  provocano in loro  grande sofferenza perché credono che la felicità sia solo uno stato momentaneo che presto o tardi finirà. Difatti, l’anaffettivo ha bisogno di tante certezze per poter acquisire fiducia ed essere felice perché è terrorizzato dal fatto che prima o poi qualcosa tornerà a farlo soffrire. Per questo motivo sono poco fiduciosi nel prossimo e sono convinti che nessuno farà parte per sempre della loro vita.

Questo accade solitamente quando al soggetto in questione viene di continuo  donato e strappato amore sin dall’età infantile.  L’anaffettività è più comune di quanto si possa pensare.  Le persone che ne soffrono non sono solo quelle evidentemente prive d’amore da dare o che evitano ogni tipo di contatto fisico ma sono soprattutto coloro che sembrano avere apparentemente una relazione d’amore stabile,  ma che in realtà credono di non poter ricevere nè dare  affetto anche se tutto questo avviene “dietro le quinte”. Questo è uno dei motivi per cui alcune persone tendono ad avere più di una relazione contemporaneamente: il terrore di legarsi ad una sola persona implica il fatto di abbandonarsi completamente a essa e questo, per le persone anaffettive, è motivo di sofferenza.  Vivendo invece più di una relazione nello stesso momento evitano ogni tipo di legame e di conseguenza ogni tipo di sofferenza.

Frequentavo diverse donne contemporaneamente perché in questo modo mi convincevo che non ci avrei rimesso il cuore, che non avrei sofferto perché per me concentrarsi solo su una persona significava dare tutto me stesso e quindi vivere di emozioni, e per me vivere di emozioni avrebbe significato dover soffrire ancora”.

Nicola, conosci i motivi per cui sei diventato anaffettivo?

Quando ero bambino i miei genitori mi lasciavano spesso con i miei nonni a causa dei  loro continui viaggi di lavoro e soprattutto di piacere. Ero un bambino molto vivace ma questo causava dei problemi a chi non avrebbe mai voluto avermi. I miei nonni erano presenti  e attenti con me ma io avevo bisogno dei miei genitori.  Il fatto che loro mi abbandonassero di continuo era per me una sofferenza perché credevo di non essere voluto e questo ha causato in me diversi problemi: anaffettività e allo stesso tempo paura dell’abbandono.

Te la senti di raccontare un po’ le tue esperienze a riguardo?

Nell’età adolescenziale vivevo con la paura che ogni persona che conoscevo sia amici che relazioni amorose, potessero un giorno abbandonarmi. Questo ha provocato molte complicazioni nei miei rapporti con le persone perché iniziavo a diventare morboso e naturalmente mi allontanavano. Crescendo, diventando più maturo ho attraversato la fase dell’anaffettività. Mi spiego: dall’essere esageratamente ossessivo, soprattutto nella relazione d’amore, sono passato ad essere completamente freddo e insensibile. Conoscevo ragazze ma non provavo affetto. Poi ho attraversato una terza fase e cioè quella di avere la ragazza fissa ma vivere anche altre relazioni occasionali e questo ha portato maggiore sofferenza per me anche non me ne rendevo conto.

C’è qualcuno che ti ha aiutato a superare tutto questo?

Una delle mie amanti. Lei diceva che ero anaffettivo ma in realtà non mi ero mai veramente soffermato a riflettere sulle sue parole, fino a quando lei decise di lasciarmi perdere. È stato più semplice di quanto si possa pensare perché mi resi conto che le volevo bene  più di qualsiasi altra persona o della mia fidanzata e decisi quindi di risolvere andando da uno psicoterapeuta. Da li a poco venni a conoscenza di tutti i miei problemi e decisi di risolverli.  Capii che avevo paura di essere felice perché da bambino ogni volta che lo ero, quando i miei genitori tornavano e mi portavano anche un regalo, poco dopo ripartivano lasciandomi di nuovo solo. Quindi per me la felicità era solo un avviso alla prossima delusione.

Adesso come vivi le tue relazioni?

Ho scoperto molte cose di me ho buttato fuori tante cose del mio passato che tanto mi facevano soffrire ed elaborarle ha risolto questi problemi che mi sono da sempre portato dietro. Adesso credo che la felicità sia nelle piccole cose ma che vale sempre la pena di vivere ogni emozione che la vita ti regala. Per essere felici ci vuole coraggio.  Per me i miei nonni sono i miei genitori, ho quindi imparato che non bisogna considerarli tali quelli biologici,  perché spesso chi ti mette al mondo poi ti distrugge.

Alessandra Federico

Violenza tra giovani

Una vera  e propria tragedia che ha stravolto l’intera Italia quella della morte del giovane ventunenne trovatosi  coinvolto  in una rissa per voler difendere il suo amico. 

Nella notte tra il 5 e 6 settembre, Willy e gli amici erano di ritorno dalla solita serata al pub di Colleferro, vicino Roma, ma qualcosa avrebbe per sempre cambiato il loro destino. La causa della morte deve essere confermata dall’autopsia poiché non è ancora ben chiaro cosa sia successo, ma secondo quanto riportano i giornali l’omicidio è avvenuto sul retro di un edificio poco distante da una caserma dei carabinieri. Accusati di omicidio preterintenzionale in concorso, aggravato da futili motivi, i 4 ragazzi tra i ventidue e ventisei anni, residenti ad Artena, sono stati arrestati dai carabinieri e sembra che tutti abbiano già dei precedenti penali.

Willy Monteiro Duarte è morto durante il tragitto per arrivare in ospedale. Schiaffi e pugni e sembra che un calcio alla testa sia stato per lui letale. Una lotta durata poco più di 20 minuti per distruggere la vita di Willy e      quella della sua famiglia. “Era come un figlio per me, l’ho cresciuto. Siamo sconvolti.” Le parole della  zia di Willy trasmettono tutta la sofferenza e il dolore che sono costretti a sopportare. Un vuoto che nessuno potrà mai colmare nella sua famiglia.

I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai propri figli, si dice. Eppure si continuano a sentire vicende catastrofiche di teenager in cui la morte avviene per motivi solitamente futili.

Com’è possibile che le persone vogliano, ancora oggi, risolvere le cose usando la violenza? Ma perché tutta questa rabbia? E che ci sia ancora tanta chiusura mentale da non riuscire a usare la ragione? Queste sono le domande che molti di loro oggi giorno pongono con la speranza di porre fine a tutta questa violenza.

La violenza non si combatte con altra violenza. Si dovrebbe, al contrario, reagire in modo intelligente iniziando dalla base cambiando forma mentis: partire dall’educazione nelle scuole primarie, insegnare ai bambini il rispetto verso il prossimo, prima di ogni cosa. Ancora, la pace e la convivenza con il prossimo, l serenità interiore e come raggiungere i propri obiettivi senza scavalcare nessuno ma riuscendoci soltanto con le proprie forze. Iniziare a cambiare la visione della vita in modo da dare ai giovani una formazione corretta ed una consuetudine di pensiero differente da quella che fino ad oggi si ha avuto, sviluppando in loro maggiore intelligenza emotiva, ovvero, la capacità di razionalizzare le proprie emozioni, potrebbe essere il metodo per ottenere la pace tra le persone e forse un mondo migliore senza violenza. Insegnare a riconoscere le proprie emozioni è di conseguenza un modo per poterle gestire, e quindi auto-controllarsi in determinate situazioni. Ogni anno aumentano i casi di violenza tra giovani e spesso senza un concreto motivo, creando risse per il semplice gusto di sopraffare e prendersela con i più deboli. La maggior parte delle volte, però, questi scatti di ira sono dovuti a conseguenze di atti di violenza subiti a loro volta nell’età infantile: violenza fisica o psicologica, educazione sbagliata dei genitori, esempi sbagliati da parte dei genitori, una probabile situazione disagiata in cui è costretto a vivere nel proprio nucleo familiare. Altre volte, invece, nonostante il ragazzo vivesse in una serena situazione familiare, arriva ugualmente a intraprendere strade sbagliate e pericolose perché ha difficoltà ad inserirsi nella società e a farsi accettare dai compagni, o, ancora, a causa dell’accesso troppo precoce o l’uso frequente dei social media.

Le cause della violenza tra giovani

Ipnotizzarsi avanti ad uno schermo già dall’età infantile può divenire un vero e proprio problema una volta divenuti adulti, perché tutto ciò non fa altro che bloccare lo sviluppo della mente, nello studio, nella conoscenza, nella vita sociale, e nella realizzazione personale. E, faccenda ancora più grave, può far divenire violenti e irascibili. Il motivo per cui un ragazzo intraprende strade sbagliate e ricorre facilmente alla violenza fisica potrebbe essere anche causato dalla frequente visione di video o videogiochi che alimentano odio, rancore, rabbia e di conseguenza  il ragazzo si fa facilmente suggestionare e influenzare in modo negativo perché undici, tredici o sedici  anni, sono troppo pochi per saper distinguere il bene dal male e per assorbire solo il lato positivo o educativo di un videogioco, qualora dovesse esserci. Altri motivi per cui un ragazzo si fa facilmente condizionare da video del genere potrebbe essere dovuto a conseguenze di traumi infantili causati dalla famiglia apparentemente perfetta, e che quindi, raggiunta l’età adolescenziale, può diventare facilmente condizionabile e trascinabile. Ragion per cui diventa facile che possa cercare via d’uscita a questa inconscia sofferenza  e voler sfogare in qualche modo  la rabbia repressa. Sta di fatto che permettere a ragazzi troppo giovani di navigare su internet e utilizzare i social network, video giochi e video violenti, potrebbe trasformare la loro vita in una tragedia.

Alessandra Federico

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