Dark Web: contenuti e pericoli

Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Ne parliamo con Sara Magnoli.

Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?

Una premessa fondamentale che desidero fare, nel ringraziarla per avermi invitata a parlare del mio libro “Dark Web” pubblicato da Pelledoca Editore, è che il mio è stato ed è in generale un lavoro di tipo letterario. Ho scritto un romanzo, non un saggio. Nello scrivere questo libro ho avuto il supporto, la consulenza e la collaborazione di tecnici, come le informatiche forensi Maria Pia Izzo ed Eva Balzarotti, il vicequestore dalla polizia postale Rocco Nardulli, il sostituto procuratore della repubblica del tribunale dei minori Annamaria Fiorillo, la psicologa dell’età evolutiva Raffaella Pasquale, che, in base alle loro disponibilità, anche durante le presentazioni svolte sinora e che sono in programma del libro stesso mi hanno accompagnata proprio per rispondere alle domande come questa che sono considerazioni davvero di natura tecnica, così peculiari e non facili da spiegare.

In generale, il dark web si raggiunge attraverso software particolari. Ma, ripeto, per domande così tecniche credo sia più corretto interpellare tecnici. Io posso dire che nel mio romanzo la protagonista, Eva, non entra personalmente nel dark web, ma diventa vittima di personaggi senza scrupoli che lavorano sottotraccia nella parte “sporca” della rete.

Il dark web è uno spazio “protetto” in cui crimini orribili possono essere perpetrati ai danni degli adolescenti. Accanto alla difficoltà creata dall’anonimato, esso permette anche di scambiare materiale “a tempo”, che si autoelimina senza lasciare traccia, permettendo, quindi, di inviare e ricevere materiali che ritraggono anche violenze ai danni dei ragazzi. Lei concentra la sua narrazione proprio su una vicenda torbida inerente l’adescamento di una adolescente. Può fornirci dati in merito?

La vicenda meramente letteraria che racconto in “Dark Web” riguarda Eva, una quattordicenne che ha un sogno come tutti gli adolescenti in tutti i tempi. E lei, adolescente del 2020, sogna di fare l’influencer di moda, con un’idea però piuttosto superficiale e semplicistica per cui chiunque, basta postare una foto, può diventare, appunto, famoso e seguito. Eva insomma si muove un po’ nella logica in cui purtroppo spesso siamo bersagliati anche dai messaggi televisivi o social, la logica del tutto subito e tutto è facile, e nella sua ingenuità non si preoccupa minimamente di informarsi o acquisire consapevolezza e responsabilità nell’uso del “mezzo internet”, ma posta sue foto. Lei non visita il dark web, ma ne diventa vittima inconsapevole: è il personaggio che incontra e che le dice di essere un designer di moda che le carpisce informazioni e foto che poi fa girare nel web più profondo e nascosto come fosse merce di scambio. Eva resta comunque invischiata in questa ragnatela, si rende conto che le foto che ha mandato a questo personaggio possono finire nelle mani di chiunque, ma non riesce a uscire dalla trappola, si sente sola e persa. Il personaggio incontrato, che a Eva si presenta come Doom Lad, prima usa l’adulazione, poi il ricatto, la minaccia, l’intimidazione, che sono passaggi tipici dell’atteggiamento degli adescatori. Pur essendo opera letteraria, la storia risulta verosimile, in quanto le cronache sono piene di storie come queste, purtroppo spesso difficili da scoprire, e i dati ci dicono anche che chi resta invischiato in questi ricatti, giovani soprattutto, ma anche persone di una certa età, tenta il suicidio in una percentuale di circa il 50%. Sono dati che non possono lasciare indifferenti, così come credo non possa lasciare indifferente il fatto che i nostri ragazzi passano online moltissima parte del loro tempo. Chi legge “Dark Web” comprende sicuramente che non tutto il web e non tutto il mondo social sono pericolosi, anzi, io sono convinta che sia un mondo immenso e bellissimo, ma occorre secondo me creare una consapevolezza e una responsabilità nel suo utilizzo, occorre conoscerlo, noi adulti per primi, perché siamo poi noi adulti che possiamo aiutare i nostri ragazzi ad affrontarlo in maniera corretta e sicura.

Le pagine che ha scritto evidenziano le peculiarità delle dark web. La garanzia dell’anonimato è protetta da rigidi parametri d’ingresso. L’accesso è quasi sempre preservato da una registrazione: tuttavia bastano pochi dati ed è possibile accostarsi ad una quantità inimmaginabile di materiale fotografico e video. Ritiene che i giovani ne siano effettivamente consapevoli?

Dalla mia esperienza vissuta a contatto di moltissimi giovani nelle scuole come autrice direi che i nostri ragazzi sono pienamente consapevoli dei contenuti che possono trovare anche nel web nascosto e se non li hanno visti loro in prima persona ne hanno comunque sentito raccontare. Credo anche che spesso siano convinti di non poter mai essere loro prede e soprattutto non sono consapevoli delle conseguenze anche penali che ci possono essere dietro a un utilizzo del genere del web, ma anche dal far girare sulle chat di WhatsApp immagini rubate o video a sfondo pedopornografico che, ahimè, spesso arrivano e loro vivono come un momento “proibito”, “vietato” e dunque purtroppo spesso cercato proprio come tutti gli adolescenti che, sempre e da sempre, sono attratti da ciò che va oltre le regole. Materiale la cui detenzione e diffusione è reato, per cui si può essere indagati e perseguiti dalla legge. Quello che manca secondo me è piuttosto la consapevolezza di che cosa può accadere avendo a disposizione quel tipo di materiale, che cosa rappresenta, che non è semplicemente qualcosa di “proibito”, ma è qualcosa di pericoloso, che va denunciato.

Il protagonista del suo romanzo ha un’identità fasulla. Cosa può suggerire agli adolescenti per proteggersi dai “catfish” e, soprattutto, cosa, a suo parere, spinge una persona a creare un profilo falso, e, soprattutto, ad instaurare e mantenere relazioni nascondendosi dietro una falsa identità?

La falsa identità è un reato e questo deve essere ben chiaro anche ai ragazzi. Per accedere ai social occorre aver compiuto una determinata età e inserirne un’altra non si fa. Personalmente non mi fido di chi nasconde la propria identità dietro un nome fasullo: vero che qualcuno anagramma il proprio nome, o mette un nome che gli piace, ma questo potrebbe essere fatto nel nickname. Credo che non abbia senso frequentare un social nascondendo la propria identità a meno che tu non abbia davvero qualcosa da nascondere. Questo in generale, poi certo chiunque è libero di fare come crede e comunque spesso anche i nickname usati sono immediatamente riconducibili al profilo diretto e ben conosciuto di una persona. E questo non mi spaventa: se uso un soprannome o il nome del mio animale domestico e poi metto la mia foto o foto comunque dove sono riconoscibile, o posto commenti che mi rendono riconoscibile, da nascondere non ho proprio niente. No, è chi imbroglia su tutto che mi mette ansia e personalmente non do mai l’amicizia a chi non conosco anche di persona o a chi non è riconoscibile. E questa, credo, debba essere la prima regola da far seguire ai nostri ragazzi, oltre che seguire noi stessi.

Lei ha tessuto la trama di un romanzo young adult. Quali sono i tratti di riferimento di siffatto genere?

Sto leggendo proprio in questi giorni “Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio” di Katherine Rundell. Una frase, riportata anche sulla quarta di copertina, dice che i libri per ragazzi non sono un posto in cui nascondersi, ma sono un posto in cui cercare. “Dark Web” nasce come romanzo rivolto a un pubblico di adolescenti, per questo è definibile appunto come dice lei “young adult” che è un tipo di letteratura che si rivolge appunto a un pubblico non di bambini ma neppure di adulti, bensì di “teen”, tra gli 11/12 e 16/17 anni. I protagonisti sono ragazzi della loro età che affrontano le tappe della loro crescita, qualcosa insomma di “formazione”, ma con tematiche attuali, come vivono il rapporto con la famiglia, con la scuola, tra pari, con le tecnologie, con l’amore, con gli ostacoli o i problemi che incontrano nella vita quotidiana o che nella vita quotidiana incontrano i loro amici. E spesso questo percorso porta alla presa di coscienza della responsabilizzazione. Questo in generale, rispondendo alla sua domanda sulle caratteristiche del genere, ma se mi è permessa una sottolineatura io credo che non esistano romanzi, o comunque libri in generale, solo per adulti o solo per ragazzi o bambini. Molto dipende dalla persona che legge. Per esempio, in tanti pensano che i silent books, i libri fatti di sole immagini, possano essere dati in mano a bambini che non sanno leggere perché con le figure soltanto possono affrontarli da soli, invece il potere evocativo e le diverse interpretazioni delle immagini che questi libri hanno non solo necessitano dell’intermediazione dell’adulto, ma spesso possono farli considerare anche per un pubblico adulto. Tornando a “Dark Web” sicuramente è pensato per tematica, linguaggio, personaggi, per un pubblico di adolescenti e tocca un tema che li riguarda da vicino, ma mi auguro che possa essere una lettura utile anche per gli adulti, meno nativi digitali, più distanti dall’uso di determinate tecnologie, ma che sono i primi a dover proteggere i propri ragazzi da pericoli oggi ancor più sconosciuti.

 

Sara Magnoli vive in una casa ristrutturata che era il cinema di sua nonna. Giornalista professionista, è laureata in Lingue e letterature straniere moderne all’Università degli Studi di Milano.

Con i suoi romanzi per ragazzi e per adulti, principalmente gialli, ha vinto nu­merosi premi, tra cui la sezione ebook del Garfagnana in Giallo nel 2015, il premio della giuria culturale “L’Aringo” al premio Essere donna oggi di Gallicano (Lucca) del 2017 e il secondo premio del Milano International 2017 sezione letteratura edita.

Giusy Capone

Osservatorio “Napoli Città Sicura”: lavoriamo sicuri, informati e formati

L’Osservatorio “Napoli Città Sicura” svolge la sua attività per favorire la cultura della sicurezza principalmente sui luoghi di lavoro. L’annuale appuntamento con la Città quest’anno al momento è stato rinviato in via prudenziale a causa di covid-19 vista l’adesione di numerose istituzioni scolastiche protagoniste del concorso “La sicurezza è… la scuola racconta”, ma le attività dell’Osservatorio non si fermano.

Ne parliamo con il presidente dell’Osservatorio Vincenzo Solombrino.

 Un impegno importante e continuo quello dell’Osservatorio…

Sì, la sicurezza è importante sui luoghi di lavoro, ma anche in ogni situazione della nostra vita quotidiana, a scuola, per strada, a casa… e tutti i partner dell’Osservatorio lavorano sia a livello istituzionale sia a livello pratico di prevenzione, tutela, formazione, informazione, per favorire sempre più la conoscenza delle norme di sicurezza e stimolare corretti comportamenti nei cittadini di qualunque età.

“Lavoriamo sicuri, informati e formati” questo lo slogan 2020…

Abbiamo voluto racchiudere in tre parole “sicuri, informati e formati” l’essenza di quello che deve essere  l’attività nel settore della sicurezza sul lavoro, in particolare. E’ proprio lì che abbiamo il maggior numero di vittime legate agli incidenti sui luoghi di lavoro.

Perché la stretta collaborazione con le istituzioni scolastiche?

E’ dalla scuola, oltre che dalla famiglia, che parte la conoscenza e la formazione continua sulla sicurezza. Crescere e formarsi “sicuri”. Riteniamo che sia fondamentale iniziare a seminare bene proprio presso le giovani generazioni la consapevolezza del rispetto della sicurezza non solo sui luoghi di lavoro. Conoscere i pericoli, conoscere le regole, conoscere i diritti, aiuta ad essere cittadine e cittadini consapevoli, datori di lavoro  rispettosi delle normative,  lavoratrici e lavoratori attenti ai loro diritti ma attenti anche al rispetto delle regole di sicurezza, persone responsabili.

Molte le iniziative dell’Osservatorio, ce ne ricorda qualcuna?

Innanzitutto il Bando del Premio “Azienda Sicura 2019”; il Bando di concorso INAIL “La Sicurezza è… la scuola racconta” promossa dall’Inail Direzione Regionale  Campania, dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania  e dall’Osservatorio per la Sicurezza sui luoghi di Lavoro “Napoli Città Sicura” del Comune di Napoli; il Progetto “Sicurezza stradale” per le scuole elementari, promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale  per la Campania, dall’Osservatorio per la Sicurezza sui  luoghi di Lavoro “Napoli Città Sicura” del Comune di Napoli” e dal  Comando Polizia Locale Comune di Napoli in collaborazione con le Scuole I. C. Statale  Ferdinando Russo,  I. C. Statale Madre Claudia Russo,  I.C. 22° Statale  Alberto Mario Napoli.

Voglio ricordare anche il Progetto “A Scuola con la Sicurezza”  promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, dall’Osservatorio per la Sicurezza sui luoghi di  Lavoro  “Napoli Città Sicura” del Comune di Napoli, dall’Associazione Nazionale “Obiettivo Sicurezza” con la partecipazione delle Scuole I.C. Statale  Savio – Alfieri, I.C. Statale 51° Oriani – Guarino,  I. C. Statale  47° Sarria – Monti.

E  ancora il Bando  di Concorso  “Ri -Valutare la sicurezza” 8^ edizione  in collaborazione con Enti, Aziende e Associazioni impegnate e attive  sui temi della sicurezza e con l’Ispettorato Interregionale del Lavoro Area Sud.

Da non dimenticare, inoltre, tutte le numerose iniziative che i singoli partner hanno posto in campo nel corso del 2019 e in questi primi mesi del 2020.

Alessandra Desideri

Buon Anno 2020

La Redazione di Networknews24 e l’Associazione Culturale “Napoli è” augurano a tutte le Lettrici e a tutti i Lettori, a tutte le Amiche e agli Amici dell’Associazione, a quanti ci sono  vicini, sostengono e hanno sostenuto le nostre iniziative e attività, i migliori auguri di un sereno e felice 2020, ricco di pace e di positività.

La Rete di Marinella ed il progetto “Marinella e gli Aquiloni”

Incontro di presentazione  a Napoli della Rete di Marinella e del progetto “Marinella e gli Aquiloni”  il 13 settembre 2019 dalle ore 15.00 alle ore 18.00 in piazza del Gesù n. 11. L’incontro è organizzato dal Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità – Ufficio di Esecuzione penale esterna di Napoli.

Si tratta di un importante momento di confronto fra tutti i soggetti che parteciperanno alla costituzione della Rete con altri organismi del territorio, nell’ottica di un intervento sinergico che promuova l’inclusione dei soggetti in area penale.

Interverranno: dr.ssa Maria Bove Dirigente UIEPE di Napoli; dr.ssa Maria Di Santo UEPE di Napoli; dr.ssa Concetta Crifò Direttore Ussm di Napoli; dr.ssa Daniela Diaspro Ussm di Napoli; dr. Angelo Sorrentino Prap Campania – Ufficio Detenuti e Trattamento; Prof. Samuele Ciambriello Garante Regionale per le persone detenute; dr.ssa Roberta Gaeta Assessore alle politiche sociali Comune di Napoli; dr. Francesco Chirico Presidente Municipalità 2 Comune di Napoli; dr.ssa Susi Cimminiello Assessore al Welfare Municipalità 2 Comune di Napoli; dr.ssa Giovanna De Rosa Centro Servizi Volontariato; dr.ssa Forte Giuseppina UEPE di Napoli;       dr.ssa Raffaella Papa Forum Responsabilità Sociale Condivisa; dr. Pasquale Calemme per il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza; Don Franco Esposito per la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia; dr.ssa Giusy Saltella per la Rete di Solidarietà Popolare; dr. Pasquale Costanzo per il Centro Sviluppo Locale ed Associazione Cantiere Giovani; dr.ssa Patrizia Ciotola Consultorio Familiare Toniolo e Laboratorio “Passepartoux”

“Marinella e gli aquiloni” è un’idea progettuale promossa dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Napoli nell’ambito del progetto formativo “La comunità da fare” proposto dalla scuola superiore di esecuzione penale “Piersanti Mattarella” nel 2018.

“Siamo una rete informale di operatori sociali e politici composta da amministratori del territorio, educatori, insegnanti, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici, psicologi, sacerdoti – evidenziano gli organizzatori -.  Tutti noi abbiamo un comune vivo interesse perchè il territorio in cui viviamo o viviamo lavorando sia un ambiente positivo, accogliente, nutriente. Un territorio sul quale ci siamo a lungo confrontati, ognuno apportando al ragionamento la sua specifica valenza, la sua prospettiva, il suo sguardo.  Il nostro incontro – proseguono – ci ha fatto scoprire di essere fortemente radicati ad un territorio che ha trascorsi storici, artistici ed economici di gran rilievo”.

La zona di riferimento è quella di Mercato-Pendino che insiste sul territorio della Municipalità 2, ricca di scambi economici, facilitati dalla rete delle comunicazioni e che gode della presenza del mare e su cui insistono le attenzioni di molteplici Istituzioni (Min.Interno, Economia, Istruzione, Salute, Giustizia), ecc.

Zona dalla grande tradizione storico-culturale, densamente popolata, nel corso del tempo, purtroppo, è andata soggetta a progressivo degrado ambientale e sociale, evidenziato a più voci dai cittadini che, però, non sono riusciti a diventare “attori di cambiamento”.

La Rete di enti ed associazioni, si propone: di ricomporre la frammentazione dell’offerta dei servizi da parte degli enti e delle associazioni creando RETE; contrastare la sensazione prevalente di “abbandono” dei cittadini assicurando la PRESENZA; di riqualificare un luogo/un ambiente da RESTITUIRE alla cittadinanza; di promuovere azioni di CITTADINANZA ATTIVA; di sostenere l’adozione di modelli di COMPORTAMENTI POSITIVI E COLLABORATIVI che contrastino i modelli dettati dalle logiche devianti; di richiamare la cittadinanza a riappropriarsi dei LUOGHI e delle STORIE del territorio riaccendendo il SENSO DI APPARTENENZA E DI COMUNITA’.

Un progetto forse ambizioso ma entusiasmante che mira a “contrastare lo scollegamento degli enti e delle associazioni che operano su questo territorio promuovendo la reciproca conoscenza (una mappatura attiva) e l’interazione su comuni interessi (l’ambiente, il lavoro ecc.), che possa favorire una fitta rete di interconnessioni, positive e nutrienti, che possa sviluppare azioni positive a favore dei cittadini integrando i cittadini stessi anche avvalendosi di quelle persone in “area penale” che potrebbero dare un forte senso di riscatto e di risarcimento al loro operato”. “Una rete formalizzata, che possa avere una sua dimensione “fisica” nel territorio, un suo luogo di cittadinanza attiva, un “luogo di comunità” dove il cittadino potrebbe essere orientato nella risoluzione delle proprie variegate istanze, ma anche dove possa incontrarsi e confrontarsi, un “punto di comunità” – concludono gli organizzatori.

 

Le Universiadi di Napoli 2019. Bilancio positivo

Le Universiadi, o Olimpiadi Universitarie, sono a detta di tutti tra le più grandi manifestazioni sportive mondiali, seconde per importanza e per numero di partecipanti solo ai Giochi Olimpici, ed alla pari con le Olimpiadi invernali.

La manifestazione nacque ufficialmente in Italia, con la prima edizione svoltasi a Torino nel 1959, eppure l’idea di mettere insieme i migliori atleti universitari del mondo a gareggiare sotto la bandiera olimpica è di molto precedente; già dal 1923, infatti, si organizzavano nel Bel Paese campionati sportivi internazionali tra giovani universitari, ma non con ampio respiro.

Dal 1959, dunque, ogni 2 anni, l’inno delle Universiadi risuona in giro per il mondo, anche se l’Italia continua a mantenere il primato di edizioni organizzate, ben 5 con l’appena conclusasi manifestazione di Napoli 2019, che è stata pure la XXXma.

Con il sostegno del Governo nazionale, che ha accompagnato la candidatura del capoluogo partenopeo, e la collaborazione con le Università italiane e campane, il CUSI (Centro Universitario Sportivo Italiano) e il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), la Regione Campania aveva ottenuto la designazione per la città lo scorso 5 marzo 2016 ed ha ospitato l’edizione estiva dell’Universiade dal 3 al 14 Luglio 2019.

Il viaggio della fiaccola del sapere, simbolo delle Universiadi, che per tradizione parte sempre da Torino, per il percorso di questa edizione ha toccato diverse città tra cui Losanna, sede della FISU (Federazione Internazionale dello Sport Universitario), Milano, Assisi, Roma, Matera, Avellino, Benevento, Caserta ed è, infine, arrivata a Napoli il 2 luglio, incontrando la sirena Partenope, mascotte ufficiale della XXXma Universiade estiva.

Un piccolo bilancio per questa edizione, raccoglibile in poche parole: la straordinarietà dei nostri giovani volontari; più di 5000 che hanno fatto funzionare bene l’intera macchina organizzativa, diventando uno dei simboli di questa Universiade partenopea.

Le delegazioni presenti si sono tutte complimentate per questi ragazzi e per il loro lavoro, mettendo un po’ da parte le tante polemiche che pure ci sono state, per l’incapacità di portare a termine i lavori di ristrutturazione di parecchie strutture sportive scelte come sedi delle gare.

Si sono occupati di tutto questi ragazzi, dal montaggio dei frigoriferi alla gestione dei magazzini, passando per le attività di comunicazione e di assistenza agli accreditati. Insomma una esperienza a 360 gradi, applicando quelle cose che normalmente si scrivono nel curriculum: intraprendenza, problem solving, etc, messe in pratica per davvero, tanto nelle varie “venue”, quanto nei diversi settori della manifestazione. Bravissimi.

Rossella Marchese

Sarco alla Biennale di Venezia

Viviamo in tempi interessanti, anche per morire. Sarco, abbreviativo per sarcofago, esprime esattamente il senso di infinite possibilità ed incertezze che spalanca un futuro super automatizzato.

Sarco è esposto a Venezia per la Biennale 2019, in una stanzetta piuttosto appartata e con tanto di cartellino all’ingresso che scoraggia i sensibili ad entrare, perché all’interno è rappresentato, in stampa 3D, il punto più estremo della volontà umana.

Appena entrati, posereste gli occhi su una capsula, piuttosto elegante nel design, ergonomica, pensata per interagire con il corpo umano, sostanzialmente per un unico scopo: indurne la morte.

Sarco, infatti, è una capsula per l’eutanasia.

Similissima nella forma ad uno di quegli abitacoli  che si vedono nei film di viaggi nel tempo, la macchina è progettata per dare la morte al soggetto che la desidera, per ipossia.

L’ideatore di Sarco, l’australiano attivista pro eutanasia Philip Nitschke, spiega, in un video divulgativo sul monitor che accompagna “l’opera”, che l’aspirante suicida, qualora decidesse di agire, dovrà compilare un test online per accertare il pieno possesso delle facoltà mentali. L’esito positivo del test darà quindi diritto a un codice d’accesso da inserire nel macchinario: a quel punto ed entro 24 ore, si potrà entrare nella capsula, chiudere il portello e, infine, schiacciare il bottone per il comando del rilascio dell’azoto.

La morte, secondo Nitschke, sopraggiungerà in circa un minuto, subito dopo la perdita di coscienza. C’è anche un pulsante “stop”, concepito come sistema di sicurezza per un ripensamento improvviso.

Perchè in laguna è sbarcata una macchina di questo tipo non è di difficile intendimento; il tema della Biennale di quest’anno è già da solo sufficiente a spiegare una simile scelta, inoltre è innegabile che la portata di pensiero dietro una siffatta opera è immensa e la Biennale da sempre smuove le coscienze, ed ancora, guardando la sua linea, Sarco potrebbe essere facilmente scambiato per un oggetto di design.

Sul sito dedicato si legge: “what if we dared to imagine that our last day might also be one of our most exciting?”. Eutanasia elegante e pacifica. Una provocazione? Marketing? O un’umana aspirazione?

La macchina in questione rimarrà esposta per 6 mesi prima di essere spedita in Svizzera (paese dove l’eutanasia è legale) dove sarà utilizzata per la prima volta.

Philip Nitschke ha pensato anche ai Paesi dove l’eutanasia è illegale e dove, quindi, il prodotto non sarà commercializzato: Sarco potrà essere stampato in 3D e utilizzato.

Rossella Marchese

 

 

 

(Foto di Rossella Marchese)

La stretta di Facebook in nome della sicurezza

Da quando Facebook si trova nell’occhio del ciclone di molti Governi in giro per il mondo, a partire dalla vecchia (e neppure troppo) faccenda di Cambridge Analytica, Zuckemberg non perde occasione di rimarcare l’impegno della sua azienda nel proteggere da qualsiasi “minaccia esterna” i dati personali dei suoi utenti. Onorevole, nonché dovuto, obbligo per la più potente e precisa macchina di profilazione a libero accesso del mondo; e non poteva essere altrimenti, anche dopo l’effettiva entrata in vigore in Europa del nuovo Regolamento sulla protezione dei dati personali.

È di questi giorni la stretta sui profili falsi presenti in piattaforma. Nel commento di Zuckemberg alla pubblicazione del Community Standard Enforcement Report e del Transparency Report, l’AD di Facebook ha sottolineato come nei primi 3 mesi di quest’anno gli sforzi si siano concentrati nella rimozione di circa 2,2 miliardi di profili falsi, precisando però che la maggior parte degli account è stata rimossa nei minuti successivi alla loro creazione e, quindi, non sono inclusi nei dati sugli utenti attivi mensili e quotidiani, parametro seguito da vicino dagli investitori. Si tratta quindi di account che molto probabilmente pochissimi sono stati in grado di vedere e accedervi; eppure, legati a questi profili sono state debellate anche parecchie fake news pubblicate su molteplici tra pagine e gruppi che Facebook ha chiuso su segnalazione della Ong internazionale Avaaz.

Pagine usate come delle armi dai partiti e dai gruppi di estrema destra e anti-Ue che rappresenterebbero solo una punta di iceberg, il 20% delle reti segnalate, secondo Avaaz, al termine di un’indagine condotta in sei Paesi europei: Italia, Germania, Regno Unito, Francia, Polonia e Spagna. Gli attivisti hanno scoperto e segnalato 550 pagine o gruppi e 328 profili seguiti da circa 32 milioni di persone che contribuivano alla diffusione di contenuti volutamente deviati rispetto alla realtà, ottenendo 67,4 milioni di interazioni (commenti, condivisioni o semplici like) negli ultimi tre mesi.

C’è comunque da dire che Facebook rileva un forte aumento nella creazione di account falsi: la società ha stimato che lo siano il 5% dei suoi 2,4 miliardi di utenti attivi mensili, ovvero circa 119 milioni; “continueremo a trovare strade per bloccare i tentativi di violazione delle nostre politiche” ha assicurato Zuckemberg, che ha pure comunicato di aver ricevuto da parte dei governi di tutto il mondo circa 110.634 richieste di dati di utenti, numero anche questo in aumento, del 7%.

La sicurezza pare essere davvero il focus per Facebook, almeno in questo momento storico, tant’è che sulla scia di commento al Report su citato è stato anche annunciato un investimento di 7,5 mln di dollari per la Technical University di Monaco, in Germania, per lo studio di un’etica applicata all’intelligenza artificiale: lo scopo sarebbe quello di indagare i possibili utilizzi dell’A.I. e l’impatto sulle vite umane, con l’unico obiettivo di assicurarsi che i software d’apprendimento automatico, se propriamente “allenati” imparino a non discriminare in base al colore della pelle, non violino la privacy, né mettano a rischio la sicurezza delle persone, magari riconoscendo a priori parole eticamente inappropriate nei contenuti di un commento.

Insomma, siamo di fronte ai primi tentativi, da parte di tutti gli attori in campo, di dare una forma e una consistenza pregnante al problema del nostro tempo: la difesa dell’identità virtuale delle persone.

Rossella Marchese

 

 

 

Scomparso il fotografo cinese Lu Guang

È dallo scorso 3 novembre che si sono perse le tracce del pluripremiato fotografo cinese Lu Guang.

A denunciarne la scomparsa, dagli Stati Uniti, è stata la moglie Xu Xiaoli.

Lu Guang è stato tre volte vincitore del premio fotografico World Press, vive a New York ma si occupa soprattutto di temi ambientali e sociali in Cina. Era stato invitato nello Xinjiang per una conferenza lo scorso ottobre, lì sarebbe stato fermato dalla polizia della regione e, secondo le pochissime indiscrezioni trapelate, lì detenuto per motivi di sicurezza.

Questa parte dell’estremo occidente della Cina è diventata tristemente famosa per la repressione e i programmi di de-radicalizzazione a cui sono stati sottoposti migliaia di cittadini della minoranza musulmana degli uiguri e non solo; i campi di re indottrinamento in cui sarebbero chiuse queste persone sono argomento top secret del governo cinese che impedisce qualsiasi filtro di notizie dal loro interno. Tuttavia, la severità del sistema di polizia del Xinjiang è conosciuta da tutta la comunità internazionale e da tutte le Organizzazioni per la tutela dei diritti umani; nelle sue maglie sono spesso finiti dissidenti e reporter intenti a documentare i problemi del Paese e Lu Guang è certamente un personaggio scomodo.

Lu Guang ha preso per la prima volta una macchina fotografica in mano nel 1980, quando lavorava come operaio nella sua città natale, nella regione cinese di Yongkang. Dieci anni dopo, si è iscritto all’Accademia delle Belle Arti dell’università di Tsinghua a Pechino; da allora ha fotografato i problemi sociali, sanitari e ambientali causati dall’industrializzazione nel suo Paese.

Le sue opere degli ultimi 25 anni sono state incentrate su temi delicati come l’AIDS, l’inquinamento e la povertà. Il fotografo è sempre stato consapevole che la sua attività lavorativa e a scopo umanitario lo esponessero a rischi nel suo Paese e, durante un’intervista, aveva dichiarato che proprio nel momento dell’apice del suo successo sarebbe stato maggiormente in pericolo se avesse continuato la sua attività di reportage dei problemi della Cina.

I suoi lavori, dalla serie di fotografie Il mio obiettivo non mente alla campagna per la lotta all’AIDS, gli hanno conferito ampia fama sia in patria che all’estero, così come lo hanno portato ad affrontare diversi scontri con le forze dell’ordine e le autorità cinesi.

In particolare, il reportage di Lu Guang sull’AIDS gli aveva causato uno scontro diretto con l’ufficio governativo della provincia dello Henan, allora guidato dall’attuale governatore del Xinjiang.

Che ci sia il rischio per Guang di rimanere vittima del proprio Paese, come è stato per Khashoggi, potrebbe attualmente essere un’ipotesi probabile ed inquietante. In altri casi, la pressione internazionale è riuscita ad evitare che detenuti scomparissero nel silenzio, per questo Il fotografo e videomaker Hugh Brownstone ha lanciato una petizione su Change.org.

Rossella Marchese

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