La Rete di Marinella ed il progetto “Marinella e gli Aquiloni”

Incontro di presentazione  a Napoli della Rete di Marinella e del progetto “Marinella e gli Aquiloni”  il 13 settembre 2019 dalle ore 15.00 alle ore 18.00 in piazza del Gesù n. 11. L’incontro è organizzato dal Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità – Ufficio di Esecuzione penale esterna di Napoli.

Si tratta di un importante momento di confronto fra tutti i soggetti che parteciperanno alla costituzione della Rete con altri organismi del territorio, nell’ottica di un intervento sinergico che promuova l’inclusione dei soggetti in area penale.

Interverranno: dr.ssa Maria Bove Dirigente UIEPE di Napoli; dr.ssa Maria Di Santo UEPE di Napoli; dr.ssa Concetta Crifò Direttore Ussm di Napoli; dr.ssa Daniela Diaspro Ussm di Napoli; dr. Angelo Sorrentino Prap Campania – Ufficio Detenuti e Trattamento; Prof. Samuele Ciambriello Garante Regionale per le persone detenute; dr.ssa Roberta Gaeta Assessore alle politiche sociali Comune di Napoli; dr. Francesco Chirico Presidente Municipalità 2 Comune di Napoli; dr.ssa Susi Cimminiello Assessore al Welfare Municipalità 2 Comune di Napoli; dr.ssa Giovanna De Rosa Centro Servizi Volontariato; dr.ssa Forte Giuseppina UEPE di Napoli;       dr.ssa Raffaella Papa Forum Responsabilità Sociale Condivisa; dr. Pasquale Calemme per il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza; Don Franco Esposito per la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia; dr.ssa Giusy Saltella per la Rete di Solidarietà Popolare; dr. Pasquale Costanzo per il Centro Sviluppo Locale ed Associazione Cantiere Giovani; dr.ssa Patrizia Ciotola Consultorio Familiare Toniolo e Laboratorio “Passepartoux”

“Marinella e gli aquiloni” è un’idea progettuale promossa dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Napoli nell’ambito del progetto formativo “La comunità da fare” proposto dalla scuola superiore di esecuzione penale “Piersanti Mattarella” nel 2018.

“Siamo una rete informale di operatori sociali e politici composta da amministratori del territorio, educatori, insegnanti, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici, psicologi, sacerdoti – evidenziano gli organizzatori -.  Tutti noi abbiamo un comune vivo interesse perchè il territorio in cui viviamo o viviamo lavorando sia un ambiente positivo, accogliente, nutriente. Un territorio sul quale ci siamo a lungo confrontati, ognuno apportando al ragionamento la sua specifica valenza, la sua prospettiva, il suo sguardo.  Il nostro incontro – proseguono – ci ha fatto scoprire di essere fortemente radicati ad un territorio che ha trascorsi storici, artistici ed economici di gran rilievo”.

La zona di riferimento è quella di Mercato-Pendino che insiste sul territorio della Municipalità 2, ricca di scambi economici, facilitati dalla rete delle comunicazioni e che gode della presenza del mare e su cui insistono le attenzioni di molteplici Istituzioni (Min.Interno, Economia, Istruzione, Salute, Giustizia), ecc.

Zona dalla grande tradizione storico-culturale, densamente popolata, nel corso del tempo, purtroppo, è andata soggetta a progressivo degrado ambientale e sociale, evidenziato a più voci dai cittadini che, però, non sono riusciti a diventare “attori di cambiamento”.

La Rete di enti ed associazioni, si propone: di ricomporre la frammentazione dell’offerta dei servizi da parte degli enti e delle associazioni creando RETE; contrastare la sensazione prevalente di “abbandono” dei cittadini assicurando la PRESENZA; di riqualificare un luogo/un ambiente da RESTITUIRE alla cittadinanza; di promuovere azioni di CITTADINANZA ATTIVA; di sostenere l’adozione di modelli di COMPORTAMENTI POSITIVI E COLLABORATIVI che contrastino i modelli dettati dalle logiche devianti; di richiamare la cittadinanza a riappropriarsi dei LUOGHI e delle STORIE del territorio riaccendendo il SENSO DI APPARTENENZA E DI COMUNITA’.

Un progetto forse ambizioso ma entusiasmante che mira a “contrastare lo scollegamento degli enti e delle associazioni che operano su questo territorio promuovendo la reciproca conoscenza (una mappatura attiva) e l’interazione su comuni interessi (l’ambiente, il lavoro ecc.), che possa favorire una fitta rete di interconnessioni, positive e nutrienti, che possa sviluppare azioni positive a favore dei cittadini integrando i cittadini stessi anche avvalendosi di quelle persone in “area penale” che potrebbero dare un forte senso di riscatto e di risarcimento al loro operato”. “Una rete formalizzata, che possa avere una sua dimensione “fisica” nel territorio, un suo luogo di cittadinanza attiva, un “luogo di comunità” dove il cittadino potrebbe essere orientato nella risoluzione delle proprie variegate istanze, ma anche dove possa incontrarsi e confrontarsi, un “punto di comunità” – concludono gli organizzatori.

 

Le Universiadi di Napoli 2019. Bilancio positivo

Le Universiadi, o Olimpiadi Universitarie, sono a detta di tutti tra le più grandi manifestazioni sportive mondiali, seconde per importanza e per numero di partecipanti solo ai Giochi Olimpici, ed alla pari con le Olimpiadi invernali.

La manifestazione nacque ufficialmente in Italia, con la prima edizione svoltasi a Torino nel 1959, eppure l’idea di mettere insieme i migliori atleti universitari del mondo a gareggiare sotto la bandiera olimpica è di molto precedente; già dal 1923, infatti, si organizzavano nel Bel Paese campionati sportivi internazionali tra giovani universitari, ma non con ampio respiro.

Dal 1959, dunque, ogni 2 anni, l’inno delle Universiadi risuona in giro per il mondo, anche se l’Italia continua a mantenere il primato di edizioni organizzate, ben 5 con l’appena conclusasi manifestazione di Napoli 2019, che è stata pure la XXXma.

Con il sostegno del Governo nazionale, che ha accompagnato la candidatura del capoluogo partenopeo, e la collaborazione con le Università italiane e campane, il CUSI (Centro Universitario Sportivo Italiano) e il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), la Regione Campania aveva ottenuto la designazione per la città lo scorso 5 marzo 2016 ed ha ospitato l’edizione estiva dell’Universiade dal 3 al 14 Luglio 2019.

Il viaggio della fiaccola del sapere, simbolo delle Universiadi, che per tradizione parte sempre da Torino, per il percorso di questa edizione ha toccato diverse città tra cui Losanna, sede della FISU (Federazione Internazionale dello Sport Universitario), Milano, Assisi, Roma, Matera, Avellino, Benevento, Caserta ed è, infine, arrivata a Napoli il 2 luglio, incontrando la sirena Partenope, mascotte ufficiale della XXXma Universiade estiva.

Un piccolo bilancio per questa edizione, raccoglibile in poche parole: la straordinarietà dei nostri giovani volontari; più di 5000 che hanno fatto funzionare bene l’intera macchina organizzativa, diventando uno dei simboli di questa Universiade partenopea.

Le delegazioni presenti si sono tutte complimentate per questi ragazzi e per il loro lavoro, mettendo un po’ da parte le tante polemiche che pure ci sono state, per l’incapacità di portare a termine i lavori di ristrutturazione di parecchie strutture sportive scelte come sedi delle gare.

Si sono occupati di tutto questi ragazzi, dal montaggio dei frigoriferi alla gestione dei magazzini, passando per le attività di comunicazione e di assistenza agli accreditati. Insomma una esperienza a 360 gradi, applicando quelle cose che normalmente si scrivono nel curriculum: intraprendenza, problem solving, etc, messe in pratica per davvero, tanto nelle varie “venue”, quanto nei diversi settori della manifestazione. Bravissimi.

Rossella Marchese

Sarco alla Biennale di Venezia

Viviamo in tempi interessanti, anche per morire. Sarco, abbreviativo per sarcofago, esprime esattamente il senso di infinite possibilità ed incertezze che spalanca un futuro super automatizzato.

Sarco è esposto a Venezia per la Biennale 2019, in una stanzetta piuttosto appartata e con tanto di cartellino all’ingresso che scoraggia i sensibili ad entrare, perché all’interno è rappresentato, in stampa 3D, il punto più estremo della volontà umana.

Appena entrati, posereste gli occhi su una capsula, piuttosto elegante nel design, ergonomica, pensata per interagire con il corpo umano, sostanzialmente per un unico scopo: indurne la morte.

Sarco, infatti, è una capsula per l’eutanasia.

Similissima nella forma ad uno di quegli abitacoli  che si vedono nei film di viaggi nel tempo, la macchina è progettata per dare la morte al soggetto che la desidera, per ipossia.

L’ideatore di Sarco, l’australiano attivista pro eutanasia Philip Nitschke, spiega, in un video divulgativo sul monitor che accompagna “l’opera”, che l’aspirante suicida, qualora decidesse di agire, dovrà compilare un test online per accertare il pieno possesso delle facoltà mentali. L’esito positivo del test darà quindi diritto a un codice d’accesso da inserire nel macchinario: a quel punto ed entro 24 ore, si potrà entrare nella capsula, chiudere il portello e, infine, schiacciare il bottone per il comando del rilascio dell’azoto.

La morte, secondo Nitschke, sopraggiungerà in circa un minuto, subito dopo la perdita di coscienza. C’è anche un pulsante “stop”, concepito come sistema di sicurezza per un ripensamento improvviso.

Perchè in laguna è sbarcata una macchina di questo tipo non è di difficile intendimento; il tema della Biennale di quest’anno è già da solo sufficiente a spiegare una simile scelta, inoltre è innegabile che la portata di pensiero dietro una siffatta opera è immensa e la Biennale da sempre smuove le coscienze, ed ancora, guardando la sua linea, Sarco potrebbe essere facilmente scambiato per un oggetto di design.

Sul sito dedicato si legge: “what if we dared to imagine that our last day might also be one of our most exciting?”. Eutanasia elegante e pacifica. Una provocazione? Marketing? O un’umana aspirazione?

La macchina in questione rimarrà esposta per 6 mesi prima di essere spedita in Svizzera (paese dove l’eutanasia è legale) dove sarà utilizzata per la prima volta.

Philip Nitschke ha pensato anche ai Paesi dove l’eutanasia è illegale e dove, quindi, il prodotto non sarà commercializzato: Sarco potrà essere stampato in 3D e utilizzato.

Rossella Marchese

 

 

 

(Foto di Rossella Marchese)

La stretta di Facebook in nome della sicurezza

Da quando Facebook si trova nell’occhio del ciclone di molti Governi in giro per il mondo, a partire dalla vecchia (e neppure troppo) faccenda di Cambridge Analytica, Zuckemberg non perde occasione di rimarcare l’impegno della sua azienda nel proteggere da qualsiasi “minaccia esterna” i dati personali dei suoi utenti. Onorevole, nonché dovuto, obbligo per la più potente e precisa macchina di profilazione a libero accesso del mondo; e non poteva essere altrimenti, anche dopo l’effettiva entrata in vigore in Europa del nuovo Regolamento sulla protezione dei dati personali.

È di questi giorni la stretta sui profili falsi presenti in piattaforma. Nel commento di Zuckemberg alla pubblicazione del Community Standard Enforcement Report e del Transparency Report, l’AD di Facebook ha sottolineato come nei primi 3 mesi di quest’anno gli sforzi si siano concentrati nella rimozione di circa 2,2 miliardi di profili falsi, precisando però che la maggior parte degli account è stata rimossa nei minuti successivi alla loro creazione e, quindi, non sono inclusi nei dati sugli utenti attivi mensili e quotidiani, parametro seguito da vicino dagli investitori. Si tratta quindi di account che molto probabilmente pochissimi sono stati in grado di vedere e accedervi; eppure, legati a questi profili sono state debellate anche parecchie fake news pubblicate su molteplici tra pagine e gruppi che Facebook ha chiuso su segnalazione della Ong internazionale Avaaz.

Pagine usate come delle armi dai partiti e dai gruppi di estrema destra e anti-Ue che rappresenterebbero solo una punta di iceberg, il 20% delle reti segnalate, secondo Avaaz, al termine di un’indagine condotta in sei Paesi europei: Italia, Germania, Regno Unito, Francia, Polonia e Spagna. Gli attivisti hanno scoperto e segnalato 550 pagine o gruppi e 328 profili seguiti da circa 32 milioni di persone che contribuivano alla diffusione di contenuti volutamente deviati rispetto alla realtà, ottenendo 67,4 milioni di interazioni (commenti, condivisioni o semplici like) negli ultimi tre mesi.

C’è comunque da dire che Facebook rileva un forte aumento nella creazione di account falsi: la società ha stimato che lo siano il 5% dei suoi 2,4 miliardi di utenti attivi mensili, ovvero circa 119 milioni; “continueremo a trovare strade per bloccare i tentativi di violazione delle nostre politiche” ha assicurato Zuckemberg, che ha pure comunicato di aver ricevuto da parte dei governi di tutto il mondo circa 110.634 richieste di dati di utenti, numero anche questo in aumento, del 7%.

La sicurezza pare essere davvero il focus per Facebook, almeno in questo momento storico, tant’è che sulla scia di commento al Report su citato è stato anche annunciato un investimento di 7,5 mln di dollari per la Technical University di Monaco, in Germania, per lo studio di un’etica applicata all’intelligenza artificiale: lo scopo sarebbe quello di indagare i possibili utilizzi dell’A.I. e l’impatto sulle vite umane, con l’unico obiettivo di assicurarsi che i software d’apprendimento automatico, se propriamente “allenati” imparino a non discriminare in base al colore della pelle, non violino la privacy, né mettano a rischio la sicurezza delle persone, magari riconoscendo a priori parole eticamente inappropriate nei contenuti di un commento.

Insomma, siamo di fronte ai primi tentativi, da parte di tutti gli attori in campo, di dare una forma e una consistenza pregnante al problema del nostro tempo: la difesa dell’identità virtuale delle persone.

Rossella Marchese

 

 

 

Scomparso il fotografo cinese Lu Guang

È dallo scorso 3 novembre che si sono perse le tracce del pluripremiato fotografo cinese Lu Guang.

A denunciarne la scomparsa, dagli Stati Uniti, è stata la moglie Xu Xiaoli.

Lu Guang è stato tre volte vincitore del premio fotografico World Press, vive a New York ma si occupa soprattutto di temi ambientali e sociali in Cina. Era stato invitato nello Xinjiang per una conferenza lo scorso ottobre, lì sarebbe stato fermato dalla polizia della regione e, secondo le pochissime indiscrezioni trapelate, lì detenuto per motivi di sicurezza.

Questa parte dell’estremo occidente della Cina è diventata tristemente famosa per la repressione e i programmi di de-radicalizzazione a cui sono stati sottoposti migliaia di cittadini della minoranza musulmana degli uiguri e non solo; i campi di re indottrinamento in cui sarebbero chiuse queste persone sono argomento top secret del governo cinese che impedisce qualsiasi filtro di notizie dal loro interno. Tuttavia, la severità del sistema di polizia del Xinjiang è conosciuta da tutta la comunità internazionale e da tutte le Organizzazioni per la tutela dei diritti umani; nelle sue maglie sono spesso finiti dissidenti e reporter intenti a documentare i problemi del Paese e Lu Guang è certamente un personaggio scomodo.

Lu Guang ha preso per la prima volta una macchina fotografica in mano nel 1980, quando lavorava come operaio nella sua città natale, nella regione cinese di Yongkang. Dieci anni dopo, si è iscritto all’Accademia delle Belle Arti dell’università di Tsinghua a Pechino; da allora ha fotografato i problemi sociali, sanitari e ambientali causati dall’industrializzazione nel suo Paese.

Le sue opere degli ultimi 25 anni sono state incentrate su temi delicati come l’AIDS, l’inquinamento e la povertà. Il fotografo è sempre stato consapevole che la sua attività lavorativa e a scopo umanitario lo esponessero a rischi nel suo Paese e, durante un’intervista, aveva dichiarato che proprio nel momento dell’apice del suo successo sarebbe stato maggiormente in pericolo se avesse continuato la sua attività di reportage dei problemi della Cina.

I suoi lavori, dalla serie di fotografie Il mio obiettivo non mente alla campagna per la lotta all’AIDS, gli hanno conferito ampia fama sia in patria che all’estero, così come lo hanno portato ad affrontare diversi scontri con le forze dell’ordine e le autorità cinesi.

In particolare, il reportage di Lu Guang sull’AIDS gli aveva causato uno scontro diretto con l’ufficio governativo della provincia dello Henan, allora guidato dall’attuale governatore del Xinjiang.

Che ci sia il rischio per Guang di rimanere vittima del proprio Paese, come è stato per Khashoggi, potrebbe attualmente essere un’ipotesi probabile ed inquietante. In altri casi, la pressione internazionale è riuscita ad evitare che detenuti scomparissero nel silenzio, per questo Il fotografo e videomaker Hugh Brownstone ha lanciato una petizione su Change.org.

Rossella Marchese

Il rap di denuncia che ha scosso la Thailandia

È stato un fenomeno che non ha precedenti quello della canzone di contestazione di un gruppo di rapper attivisti thailandesi che si fa chiamare “Rap Against Dictatorship”; il pezzo, “What my Country’s got”, ha colpito al cuore il regime militare di Bangkok che a seguito di un colpo di stato nel 2014, si è insediato nel Paese.

La sfida lanciata al governo è diretta. La canzone denuncia la rovente tensione sociale causata perlopiù dalle politiche repressive e dalle elezioni rinviate dopo il colpo di stato. Ma è una scena del videoclip in particolare a diventare simbolo di questa protesta. Si tratta della rielaborazione di un episodio tristemente emblematico nella storia della Thailandia: il linciaggio nell’ottobre del 1976 da parte della polizia e delle milizie di estrema destra di uno studente dell’Università Thammasat di Bangkok.

Le immagini di un corpo appeso ad un albero sono il simbolo di un Paese diviso in due.

Da un lato le proteste della gente nelle piazze, sempre più numerose, anche se caotiche e dominate da un senso di populismo troppo aspro, dall’altro l’élite accusata di essere corrotta, irresponsabile e poco trasparente, insomma, incapace di poter traghettare il Paese verso elezioni democratiche.

Questo sentimento antiregime così esplicito non era mai stato espresso prima ed è esploso con una forza incredibile, che ha oltrepassato i confini nazionali: oltre 50 milioni di visualizzazioni per un video fuori legge, girato e messo in rete in maniera rocambolesca, ma che in una settimana è diventato virale su web.

Le autorità hanno chiaramente reagito, minacciando con la reclusione fino a 5 anni, per vilipendio all’immagine del Paese e crimini informatici, chiunque avesse condiviso il video, ma, si sa, la rete è inarrestabile, tant’è che le intimidazioni non hanno fatto altro che rendere più popolare il video e, di conseguenza, il messaggio della canzone.

Così il regime ha deciso di cambiare totalmente registro, rispondendo con la produzione di altra canzone e altro video dai toni completamente differenti, un’apologia del governo in piena regola che mostra il progresso industriale e tecnologico della Thailandia degli ultimi anni, tra sorrisi e cieli azzurri.

Un tentativo mal riuscito, però, perché la canzone del governo non ha incontrato alcun favore da parte del pubblico, soprattutto delle giovani generazioni.

Tuttavia, da quando è esploso il caso di “What my Country’s Got” in Thailandia, dove sono ancora vietate le campagne politiche, nuovi raggruppamenti hanno ottenuto le autorizzazioni necessarie per potersi registrare come partiti ed è aumentato l’attivismo pro democrazia.

Questa canzone, dunque, potrebbe aver dato una scossa notevole al dissenso popolare che ormai serpeggia in Thailandia, anche se il processo di democratizzazione, pur se innescatosi, pare essere ancora saldamente nelle mani dei militari e l’ambiente delle future elezioni potrebbe essere da questi molto influenzato.

Rossella Marchese

La persecuzione degli africani “bianchi”

 Si tratta di una vera e propria mattanza quella che subiscono gli albini nel continente africano.

La tratta degli albini si concentra soprattutto nella fascia sub sahariana: cacciati come animali perché alcune parti del loro corpo vengono vendute e usate per compiere riti magici che si ritiene portino fortuna, ricchezza e salute; martirizzati ed emarginati dalle loro stesse comunità che in loro vedono solo un’anomalia da eliminare o oggetti preziosi da sfruttare.

All’origine di questo accanimento c’è un pericoloso cocktail d’ignoranza e superstizione. Numerose credenze popolari diffuse in varie zone dell’Africa, tra cui Malawi, Tanzania e Mozambico, vedono la nascita di un bambino bianco da una coppia di genitori neri come un segno divino da cui derivano una serie di conseguenze drammatiche. Il neonato, secondo un’interpretazione che varia a seconda delle regioni, viene considerato o un essere superiore o l’incarnazione di un demone. In entrambi i casi, il nuovo nato, è destinato ad una vita di persecuzione.

Ancora nel 2018 è questo il destino per molti albini.

Secondo un rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso 13 giugno in occasione della Giornata Internazionale per l’Albinismo, contro ogni forma di discriminazione, in Malawi scompare un albino al mese, rapito e brutalizzato, spesso su commissione dei cosiddetti guaritori tradizionali che ne richiedono gambe, braccia capelli e ossa, per produrre pozioni magiche e portare fortuna ai clienti.

In realtà, in gran parte dell’Africa, ogni pezzo di un albino può valere molti soldi. Per questo il traffico umano che prende di mira bambini, adulti e anziani affetti dalla carenza di melanina nella pelle, non riesce ad essere estirpato. E persino da morti gli albini vengono presi di mira, i loro resti, infatti, vengono sistematicamente riesumati e razziati nei cimiteri.

Esiste un mercato nero che muove cifre da capogiro. In questo circuito commerciale le parti mutilate dei corpi delle persone albine vengono vendute per migliaia di dollari. Secondo la Croce Rossa, gli stregoni sono disposti a pagare addirittura 50mila dollari per un “set completo” di tutte le parti del corpo ritenute miracolose. Ed è per questo che in molti casi sono le stesse famiglie, soprattutto nei contesti rurali e più poveri, a consegnare le vittime nelle mani dei loro aguzzini in cambio di denaro.

Oltre al Malawi, i Paesi più esposti sono Tanzania, Mozambico e Zimbabwe. In Tanzania, ad esempio, si è cominciato a parlare con frequenza di questo drammatico fenomeno dal 2007, e ci sono numerose bande di criminali che alimentano il traffico di organi legato agli albini che stentano ad essere sventate. Stessa cosa succede in Mozambico, dove le persecuzioni contro gli albini non sono spesso neanche denunciate. In Zimbabwe, invece, è opinione diffusa che un uomo possa guarire dall’Aids facendo sesso con una donna albina. Questa diceria espone le donne albine a ripetute violenze sessuali e alla contrazione del virus.

Ad oggi nessun trafficante di questi esseri umani è mai stato fermato.

Rossella Marchese

Stilata la classifica delle migliori influencer del 2018 

 C’è anche la nostra italianissima Chiara Ferragni nella lista dei 10 migliori fashion influencer del 2018 che, fra la nascita del figlio ed il matrimonio in Sicilia, ha scalato molti posti in classifica. A stilare la Top10 delle influencer che hanno “influenzato maggiormente gli acquisti in questo 2018” è stata la piattaforma di ricerche di moda LYST, che ha usato come metodo di paragone Instagram, le ricerche sul web, i dati di vendita ed i post sui social. Fra le 10 migliori influencer dell’anno solo una effettivamente fa questo di mestiere, Chiara Ferragni, tutte le altre che hanno “influenzato gli acquisti” sono popstar, attrici, sportive ed anche delle esponenti della Royal Family. Al decimo posto c’è Ariana Grande, che ha generato una mole enorme di ricerche per un capo di abbigliamento in particolare, la felpa oversize: nel 2018 ha visto un aumento di click pari al 130%. Al nono posto c’è un’altra cantante, Rihanna, in classifica per la sua linea di cosmetici Fenty Beauty e per la linea di intimo Savage X Fenty.

All’ottavo posto c’è Blake Lively, in classifica grazie ai look sfoggiati durante il tour promozionale del film A Simple Favor, seguita da Chiara Ferragni che è stata menzionata grazie al suo abito da sposa: le ricerche di quel brand sono aumentate del 109%.

Al sesto posto c’è la tennista Serena Williams per la sua linea di moda ed al quinto la pop star Beyoncé per il video Apeshit, mentre al quarto posto c’è la rapper Cardi B grazie ai suoi look sfoggiati durante la settimana della moda di New York, tutti copiatissimi.

Sul terzo gradino del podio si trova Meghan Markle, considerata un vero ciclone mediatico, visto che ogni vestito da lei indossato fa boom di vendite e nell’arco di appena una settimana le ricerche del brand schizzano  fino al 200%. Secondo posto per Kim Kardashian, che ha ricevuto l’Influencer Award assegnato dal Council of Fashion Designers of America.

Al numero uno c’è Kylie Jenner che collabora con i brand più famosi al mondo, vanta due milioni di ricerche nel 2018 collegate al suo nome ed anche una copertina di Forbes secondo cui potrebbe diventare la miliardaria americana più giovane dai tempi di Mark Zuckerberg.

Nicola Massaro

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