Piero Sorrentino: Un cuore tuo malgrado

Abbiamo incontrato Piero Sorrentino per parlare del suo libro.

Un cuore tuo malgrado: su quali temi si innesta la sua riflessione?

Sono partito dalla prima scena del libro, scrivendo solo quella e senza darmi un tema preciso. Il capitolo di apertura, quello nel quale avviene il rovinoso tamponamento tra l’autobus guidato dalla protagonista e voce narrante, Bianca, e l’automobile sulla quale viaggiano Dario Spatola, sua moglie Giulia e il loro figlio piccolo Vittorio, è anche il capitolo nel quale ho rifuso pressoché integralmente l’unico spunto autobiografico del romanzo, uno scontro appunto tra un autobus e un’auto al quale mi era capitato di assistere, praticamente nelle stesse identiche modalità raccontate nelle prime pagine del romanzo, ma per fortuna con esiti assai meno disastrosi. Da quel pullman era scesa un’autista donna, dall’auto era venuta fuori una famiglia di tre persone, e mi aveva colpito il fatto che la relazione che si era immediatamente innescata da quello scontro era una relazione tra donne. Mentre l’uomo, come spesso idiotamente facciamo noi maschi, era corso a guardare il paraurti della sua bella automobile, l’autista donna era andata immediatamente verso la mamma che teneva in braccio suo figlio e aveva messo una mano a coppa, a casco, sulla testa del bambino, benché fosse chiarissimo che nessuno si era fatto neppure un graffio. Da lì ho cominciato ad assecondare il meccanismo immortale del “what if’”, del cosa sarebbe successo se le conseguenze di quello scontro fossero state invece decisamente più gravi.

E a partire da questo, ho capito che la prima cosa che mi interessava raccontare era quella che Ottieri aveva chiamato in un suo libro bellissimo “L’irrealtà quotidiana”, quella irrealtà quotidiana, nel caso della storia raccontata in “Un cuore tuo malgrado”, di chi vive un momento di pura sorte che dura dieci secondi – cioè appunto l’incidente – e le conseguenze di questo che si allungano su tutta la vita. Quindi stare dentro un dolore e raccontare una ferita, un trauma che da un lato trascolora nella normalità del dopo, nella ripresa della vita, ma contemporaneamente anche, seguendo un movimento opposto, la quotidianità che assume le fattezze del trauma, le giornate in cui non hai neppure la possibilità di elaborare un lutto intanto per il non trascurabile motivo che sei stato tu il portatore di quel lutto; e poi perché non hai la possibilità di dire addio a quel momento, in questo caso l’incidente d’auto provocato da Bianca, perché di quel fatto, che pure ha portato alla morte di due persone, ne resta una terza, resta colui che è sopravvissuto, e dunque resta il testimone scandaloso non solo del suo dolore ma anche del TUO dolore, la sua esistenza è la denuncia continua non solo della tua colpa ma della tua fragilite della tua impossibilità di trovare un posto, in qualsivoglia forma, nel mondo sbagliato, nell’universo storto che hai contribuito giocoforza, e tuo malgrado, appunto, come recita il titolo del libro, a creare.

Il suo romanzo narra anche di due sorelle, legate da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Perché le famiglie sono il nodo che stringe fino al soffocamento o che ti salva dal precipizio, dipende da come e quanto riesci a regolarlo senza farti male. In questo caso un ruolo importantissimo nel romanzo è quello di Margherita, la sorella di Bianca. Margherita è una traduttrice letteraria, ed è dunque anche in fondo una scrittrice – noi spesso ci dimentichiamo che un traduttore è anche uno scrittore. Intere generazioni di noi non hanno mai letto The catcher in the rye di Salinger, hanno letto Il Giovane Holden di Adriana Motti. E dunque in virtù di questo suo statuto professionale Margherita è profondamente consapevole che le parole sono creature viventi, assumono forme diverse, significanti che mutano spesso radicalmente da una lingua all’altra, e quindi sa che le parole che salvano non sono facili da rintracciare, proprio come spesso non è facile portare da un’altra lingua i sensi, le sfumature, i significati, le gradazioni. Margherita sa quello che sapeva benissimo Marina Cvetaeva quando diceva: “Faticoso e febbrile è il lavoro necessario nel trovare parole che facciano del bene. Lei ci prova con Bianca subito dopo l’incidente, le suggerisce di seguire la terapia di parola per eccellenza, che è quella psicoterapeutica, ma ottiene da parte di sua sorella un rifiuto forte, frontale, diretto, e quindi a un certo punto farà un passo di lato provando a starle accanto utilizzando altre virtù, quella della speranza, per esempio, o della temperanza, assecondando la semplicità dimessa dei bisogni di Bianca. È un personaggio, quello di Margherita, al quale pensavo sempre come se agisse tenendo tra le mani la mappa dell’ “Isola del Tesoro” di Stevenson, un pezzo di carta per il quale ci sono morti, arrembaggi, tradimenti salvo poi scoprire che era tutto inutile visto che il tesoro fin dall’inizio era già altrove, non è mai stato lì dove era indicato. Per Margherita la salvezza di Bianca corrisponde esattamente a quella crocetta sulla mappa: apparentemente vicinissima, letteralmente sotto gli occhi, eppure irraggiungibile.

Il percorso della protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale.

Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?

Io non volevo raccontare il tempo della sintesi, della elaborazione. Sarebbe stato un altro romanzo, quello del tempo che passava, e Aldo Busi, per esempio, questo l’ha detto magnificamente nell’incipit di quel suo primo romanzo straordinario che è “Seminario sulla gioventù”: “Che cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore…”.

Quello della protagonista è un percorso di urgenza, la traiettoria di qualcuno che non capisce o non vuole capire di dover armonizzare la sua esperienza del tempo con quella degli altri, che siano appunto Dario, ma anche sua sorella Margherita. E per raggiungere questo scopo utilizza anche mezzi e strategie di puro inganno.

Questo è un libro sul dolore, sul senso di colpa, sul trauma ma è anche un libro sulle maschere. In esergo ho indicato tre o quattro versi di un testo di un poeta molto bravo – temo non troppo noto – che è Vittorio Reta, morto suicida molto giovane, nel ‘77, a neppure 30 anni, versi che per il lettore sono – almeno credo, almeno queste erano le mie intenzioni – una traccia utile di decifrazione di tutta la vicenda del libro. È come se gli consegnassi subito in mano le chiavi che aprono la porta di questo romanzo ma poi ovviamente gli stacco la targhetta col numero, è lui che deve andare, come è doveroso che sia, alla ricerca del percorso giusto da fare per trovare la toppa utile con la quale aprirlo.

Amore, condivisione, solidarietà sono solo alcuni dei temi che affronta.

Qual è il messaggio etico ultimo che intende veicolare?

Qui non saprei bene che cosa rispondere, anche perché credo che la letteratura non debba mai mandare messaggi, soprattutto etici. Questa, del resto, è anche una storia che contiene aspetti contraddittori e respingenti del nostro essere e del nostro animo, come la rabbia. Di tutti i sentimenti, io credo che sia la collera che spesso spinge le persone più direttamente alla volontà di esprimersi. Come nel caso di Dario, il personaggio che subisce una grave tragedia, che è profondamente in collera con la vita, e che da questa sembrerebbe, con quella brutta espressione che spesso usiamo, sempre sul punto di essere invitato da chi gli sta accanto, come a volte capita in questi casi, a “buttarsi subito nel lavoro”. In realtà è per colmare lo strappo che l’esperienza della perdita apre nella sua esistenza, Dario va contro l’insegnamento tragico di Lacan, Freud, della psicoanalisi, quando spingono verso la notissima “elaborazione del lutto”. Non la capisce, non gli interessa. Siccome viene presentata come lento ritorno alla normalità, smussamento del dolore e così via, lui fa finta di intraprendere questo percorso tenendo un corso di fotografia, lanciandosi in un nuovo progetto fotografico, ma in fondo la sua volontà è quella di tenersi stretta questa esperienza tragica (per esempio continua a tenere in bella vista nel suo studio le fotografie della moglie e del figlio, anzi le dispone in modo tale che risultino a lui SEMPRE e COSTANTEMENTE visibili), lui raccoglie l’eredità di questa tragedia, non vuole che vada dispersa perché sennò rischierebbe di sentire di star perdendo una dimensione della nostra vera condizione, cioè quella di esseri viventi esposti irreparabilmente al rischio, letteralmente ogni secondo, della morte, la nostra e quella altrui. E lo fa imponendosi una costrizione, quella di un progetto fotografico in cui assume molte identità. È un lavoro realmente esistito di un americano che si chiama Caleb Cole, “other people’ clothes”, i vestiti degli altri, e questa costrizione lui la vive non come un limite che richiude una esperienza ma come un varco da attraversare.

La storia che narra delinea un percorso che pare indurre ad evadere dalla “comfort zone”, sfidando i propri spettri per smettere di sopravvivere e iniziare realmente a vivere.

Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

Anche in questo caso, guardo sempre con sospetto i libri che nascono con delle intenzioni. Però è altrettanto vero che questo non è un libro interamente nero e pessimista, e in fondo uno spiraglio di luce si apre con il personaggio del bambino Carlo, che incarna una ipotesi e una prospettiva di futuro e di redenzione (anche se ovviamente non dirò quale e in che modo per lasciare il sacrosanto gusto della scoperta dei lettori). E Carlo lo fa assumendo su di sé la figura della Speranza. A pensarci, non è tanto facile comprendere la natura di virtù della Speranza, che sembra non avere alcun legame con le altre sei Virtù, perché nella Speranza c’è inevitabilmente la condizione del futuro, di qualcosa che non c’è e che noi crediamo verrà, ma non esiste, ci è estranea la Speranza. Io posso essere forte, temperante, giusto, prudente, e posso soprattutto esserlo qui e ora, ma la Speranza, chi lo sa. In fondo è pure qualcosa che ci pesa: aspettiamo i giorni favorevoli futuri, e però mentre lo facciamo sentiamo ancora di più il peso dei giorni presenti che sono angoscianti. C’è una pagina dello Zibaldone in cui Leopardi notava come abbiamo un sacco di modi e di parole per esprimere il timore, il temere, l’intimorire, il timoroso e così via, alla speranza, diceva, toccano “una parola o due”, e questo vale, notava Leopardi, non solo per l’italiano ma per lo spagnolo, anche il greco…

Ecco, io ho voluto che in quella figura si addensasse una possibilità di ricostruire un tessuto di contatto anche con una esistenza tormentata nella quale la luce della speranza si può accendere e può arrivare da dove meno te l’aspetti.

 

Piero Sorrentino

Suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Voi siete quiIl corpo e il sangue d’Italia(minimum fax), Niente resterà pulito(Rizzoli), A occhi aperti(Mondadori). È dottore di ricerca in Studi letterari. Dal 2010 è autore e conduttore del programma radiofonico Zazà, in onda su Rai Radio3. Questo è il suo primo romanzo.

Giuseppina Capone

Eleonora Molisani: Affetti collaterali

Parliamo con Eleonora Molisani del suo romanzo, “Affetti collaterali”.

Sei personaggi in cerca di ascolto, che vanno alla deriva tra incomunicabilità e solitudine esistenziale. Quanto ha attinto dal contemporaneo urlato isolamento interiore?

Facendo la giornalista da più di 25 anni non riesco a prescindere dall’osservazione di quello che mi circonda. Il progresso ha accorciato le distanze fisiche ma ha amplificato quelle emotive, i rapporti umani sono in crisi, l’incomunicabilità familiare e quella tra genitori e figli è un’emergenza che non si può ignorare. Siamo distratti da mille cose e perdiamo il senso di quello che è più importante, salvo poi rendercene conto quando capita una tragedia. La pandemia, per esempio, che ci ha costretti a fare i conti con le cose che negli anni avevamo trascurato, a ripensare le priorità. E poi: più che la narrativa “di evasione” mi interessa quella “di invasione”. Mi ispiro alla frase kafkiana: “Un libro dev’essere l’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Amo la narrativa che scuote le coscienze, che turba e disturba. Che non lascia indifferente nel bene o nel male, che lascia dentro di noi un sedimento.

Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Mi ripeto, ma penso che l’emergenza della pandemia abbia enfatizzato all’ennesima potenza quello che volevo esprimere nel romanzo. Molte coppie vivono la stanchezza di rapporti di lunga data, sperimentano quotidianamente la fatica di seguire i figli, le difficoltà del lavoro, la crisi economica. Di conseguenza può essere comprensibile la tentazione di evadere, di cedere alla distrazione di “affetti collaterali” che danno l’illusione di evadere dalla routine, di ricevere ascolto e attenzioni, come capita a Nero e Scura nel romanzo. Migliaia di adolescenti si sentono inascoltati dalla famiglia e dalla società, non compresi, senza punti di riferimento saldi, e si rifugiano nel mondo virtuale oppure nelle dipendenze, come succede a Ricola, la giovane protagonista di Affetti collaterali. Migliaia di immigrati vivono la speranza nel momento dell’accoglienza, e poi sono costretti a vivere la disperazione di una falsa integrazione sociale, come capita a Blanca, la ragazza madre extracomunitaria della storia e a suo figlio Momo, un ragazzo pieno di rabbia e di voglia di riscatto.

I protagonisti della sua narrazione esistono in quadri della quotidianità che si scopre sotto i loro occhi mediante circostanze comuni che divengono le porte per una sensibilità, a volte, al limite della sopportazione. Perché ha deciso nei suoi racconti d’esplorare il banale, reale, vero quotidiano anziché l’esuberante straordinario?

Credo che ci si rifugi sempre di più nello straordinario, nell’intrattenimento, perché la verità, nuda e cruda, procura sconcerto, sensi di colpa, paura. Questo timore genera nelle persone distanza e indifferenza verso i problemi altrui, individui anestetizzati, sempre più superficiali ed egoriferiti. Philip Roth diceva che “la letteratura dev’essere spietata, anche terribile”, che “il libro è un feroce viaggio all’interno di ferite aperte”, che “il compito del narratore è di presentare al mondo i problemi, anche se non spetta a lui risolverli”. Sentendomi prima di tutto una giornalista, la realtà che mi interessa non è quella dell’ombelico dello scrittore, ma quella che si annida nell’esclusione, nell’abbandono, nella violenza, nell’ingiustizia, nelle speranze e nelle sconfitte delle persone normali. Sempre citando Roth: “nella narrativa bisogna contemplare gli afflitti, i feriti, i vulnerabili, gli accusati e i loro accusatori”.

Le sue righe suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, non si sceglie d’amare né d’essere amati?

L’amore non intrappola ma sicuramente è una “trappola”. Nel senso che è relativamente facile nel momento passionale, quello in cui si immagina solo la parte entusiasmante ed avventurosa del viaggio a due. Poi, però, se non ci si mette in ascolto dell’altro, può diventare una fatica quotidiana. Volevo rappresentare persone che si sono scelte con convinzione, che si amano, eppure non fanno altro che ferirsi e farsi del male, perché non trovano la chiave per comunicare nel modo giusto tra loro. Come diceva il poeta Eugenio Montale, in ciascuno di noi coesistono la dolcezza e l’orrore. Dipende da noi saper riconoscere la bellezza o le fragilità altrui, se non ci mettiamo in ascolto dell’altro le relazioni costruttive diventano distruttive. Spesso ci poniamo nel modo sbagliato, siamo troppo centrati sulle nostre esigenze, con il risultato di tirare fuori dall’altro solo la parte aggressiva, rabbiosa, negativa. Per questo nel romanzo sia Nero che Scura cercano negli “affetti collaterali” quella accoglienza e quell’ascolto che come coppia non riescono più a darsi. E’ una dinamica che si scatena spesso in famiglia, perché la convivenza è un lavoro duro, quotidiano. Lo psicologo statunitense Carl Rogers diceva: “Ascoltare vuol dire capire ciò che l’altro non dice”. Se vogliamo essere amati dall’altro, dobbiamo metterci prima di tutto in ascolto.

Qual è il rapporto con il tempo dei suoi personaggi?

Il rapporto con il tempo è fondamentale. Nelle dinamiche familiari il tempo ha un ruolo determinante. Perché inesorabilmente stanca, trasforma, logora. Come dicevo prima, nella coppia il tempo può essere deleterio se dopo la passione non si coltivano il dialogo e il reciproco ascolto. Lo stesso vale per il rapporto tra genitori e figli. Se l’adolescente, nel momento in cui ha più bisogno di ascolto e di conferme, non viene riconosciuto, seguito e amato dai genitori, cresce come una pianta arida, storta. E’ quello che capita a Ricola, che con il suo gesto estremo farà capire ai genitori l’importanza dei tempi in amore. Ci sono cose che vanno fatte nei tempi giusti, e se non vengono fatte in quel determinato tempo, rischiano di non poter essere più recuperate. Nei rapporti umani vale sempre il detto: “Chi ha tempo non aspetti tempo”. Nel mio romanzo il tempo sarà fatale per tutti e sei i personaggi.

 

Eleonora Molisani, Eleonora Molisani, giornalista professionista, si occupa di attualità, costume e libri per il settimanale Tustyle. Collabora, come docente di giornalismo, comunicazione e new-media, con la Scuola Mohole di Milano, dove cura la rassegna letteraria annuale “Parolibere”. Ha collaborato alla redazione di libri di scolastica e saggistica per Garzanti e McGraw-Hill. Nel 2014 ha esordito nella narrativa con “Il buco che ho nel cuore ha la tua forma” (Priamo & Meligrana). Nel 2016 ha partecipato all’antologia “Pausa caffè” (Prospero). Nel 2019 ha pubblicato il romanzo, “Affetti collaterali” (Giraldi). Nel 2020 ha partecipato all’antologia “Lettere al padre” (Morellini). Nel 2020 ha partecipato all’antologia “Reboot-Lettere d’amore a Milano” (BookaBook). Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di poesie: “Romanticidio, spoesie d’amore e altri disastri” (Neo edizioni).

Organizzatrice di eventi culturali, online ha fondato la community “Natural Born Readers and writers”, per la tutela della bibliodiversità. Cura la rubrica di libri “Book & Mood” per Scrittori a domicilio.

Giuseppina Capone

Franco Mimmi: Lontano da Itaca

Parliamo con Franco Mimmi della sua pubblicazione “Lontano da Itaca”.

Lei ha rievocato l’Odissea, uno dei testi fondamentali della cultura classica occidentale. Perché ha voluto dialogare con Omero?

Omero rappresenta, con Dante, Cervantes e Shakespeare, uno dei quattro vertici della letteratura mondiale, è praticamente impossibile evitare il dialogo con loro, sia pure dalla posizione più umile possibile. Basti pensare al paradosso di Harold Bloom, che sosteneva che Shakespeare ha influenzato anche gli scrittori che lo hanno preceduto. Diciamo dunque: in che cosa ho voluto dialogare con Omero? Quel qualcosa è stata l’attrazione di un personaggio come Odisseo, le cui peripezie, nel tribolato viaggio di ritorno a casa dalla sconfitta Troia, costituiscono il primo romanzo dell’Occidente infinite volte rivisitato, reinterpretato e rielaborato nei secoli successivi. Il re di Itaca attraversa il tempo come personaggio via via mitico, umanistico, romantico, naturalistico, moderno e certamente, qualunque cosa la parola significhi, anche postmoderno, e insomma protagonista ante litteram di qualsiasi momento o movimento letterario. Ha ispirato, in ventotto secoli, la reinvenzione sublime di Dante nel canto XXVI dell’Inferno (Fatti non foste a viver come bruti…) e quella giocosa di Guido Gozzano nel poemetto L’Ipotesi (Il Re di Tempeste era un tale / che diede col vivere scempio / un ben deplorevole esempio / d’infedeltà maritale…), quella decadente di Giovanni Pascoli in L’ultimo viaggio, dove si afferma che la morte è più dolorosa che non nascere (Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,/ ma meno morte, che non esser più!) e quella iconoclasta di Jean Giono in Nascita dell’Odissea, dove la realtà è ben diversa dall’eroico mito ma a prevalere è quest’ultimo persino contro la volontà del protagonista. Ha ispirato l’Ulisse di Joyce, dove l’autore si concesse la variante di presentare un Telemaco/Dedalus più intelligente di Ulisse/Bloom, forse perché era con Dedalus e non con Bloom che si identificava. Ha ispirato il Viaggio di Odisseo di Vincenzo Consolo e Mario Nicolao, dove il nostos è un viaggio di espiazione per l’orrore della guerra e l’invenzione del “mostro tecnologico”, il cavallo di legno. E poi decine e decine di componimenti poetici, da Alfred Tennyson a Gabriele D’Annunzio a Umberto Saba fino allo splendido Itaca, di Kostantinos Kavafis, dove si canta il concetto che più dell’arrivo è importante il viaggio (Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti?). Sono soprattutto questa poesia e questo concetto che hanno ispirato Lontano da Itaca, la storia che anch’io ho voluto caricare sulle capaci spalle di Ulisse.

Nessuno fra i Greci ignorava Odisseo: la sua astuzia e la sua impulsività. Il suo desiderio di uccidere la morte, disprezzandola. Odisseo va inteso come paradigmatico d’una specifica maniera d’affrontare la vita?

Nessun greco ignorava Odisseo, anche perché quelli di Omero erano i testi fondamentali per l’insegnamento, ma già allora la sua figura era multiforme, e non solo d’ingegno. L’Odisseo dell’Iliade e quello dell’Odissea sono ben diversi, come quello dell’Aiace di Sofocle, dove viene definito “scaltro intruglio schifoso” ma è anche colui che salverà le spoglie del protagonista dal restare insepolte, e come quello delle Troiane di Euripide, dove Ecuba lo chiama “spregevole traditore, nemico della giustizia, / un mostro che non conosce legge”. È questo affascinante polimorfismo, che attraversa i secoli dal tempo di Omero a quello dei grandi tragici, che mi diede l’idea di inserire nel mio testo brani degli autori che ho citato ma anche di Eschilo e di Tucidide.

Poi verrà Dante Alighieri, che non conosceva il greco e mai aveva letto quei testi, sapeva di Odisseo, o meglio di Ulisse, grazie alle citazioni di autori latini – primo fra tutti naturalmente Virgilio e la sua Eneide – e a un compendio latino dell’Iliade, la Ilias Latina, di età neroniana, e per pura genialità si inventò un Ulisse tutto nuovo, spinto dal desiderio di scoprire che cosa vi sia “di retro al sol, del mondo sanza gente” al punto da preferire la nuova fatale avventura al ritorno a casa e agli affetti familiari. È questo l’Ulisse che ancora paga il prezzo del castigo divino, per troppo osare, ma che il Rinascimento libererà anche da questa catena, per esempio nel Morgante di Luigi Pulci, e che poi i moderni, affascinati, moltiplicheranno.

Ulisse è oculato, astuto e menzognero altresì debole, impegnato nella contesa con la propria limitatezza. Eppure è unanimamente reputato eroe. E’ la sua umanità foriera d’eroismo?

In realtà la debolezza di Ulisse si manifesta solo nel suo confronto con gli Dei ed è piuttosto un problema di impotenza, vista la statura dell’avversario, ma anche tra gli Dei ha degli ammiratori della sua resilienza che interverranno a dargli una mano. Il suo eroismo consiste soprattutto, come dice il poema del Tennyson splendidamente tradotto da Pascoli, nell’essere, lui e i suoi compagni grazie al suo esempio, “duri sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai.”

Odisseo muta incessantemente il suo status: eroe polýtropos, naufrago in balia delle onde, migrante vestito di cenci. C’è un tratto d’indole immutabile?

Nell’arco millenario della sua esistenza il tratto immutabile di Ulisse è l’audacia, della quale un eroe evidentemente non può fare a meno, ma per il resto l’abbiamo visto mutare continuamente, e possiamo scommettere che continuerà a trovare nuovi interpreti dei suoi vizi e delle sue virtù.

L’Ulisse dantesco, Frodo e l’impresa post-cubana del Che contraddicono la teoria di Christopher Vogler. Quali altri tipi di viaggio si profilano?

Non c’è motivo, ovviamente, perché il viaggio sia confinato alla dimensione spaziale, oltre che fisico può essere spirituale, mentale, interculturale, temporale: pensate per esempio ai viaggi compiuti da Darrell Standing, protagonista del Vagabondo delle stelle, di Jack London, mentre in realtà giace in prigione immobilizzato da una camicia di forza. E forse è meglio non spingere gli accostamenti oltre le colonne d’Ercole della buona letteratura, dove rischieremmo di vedere il mare richiudersi sulla fragile barca delle nostre ipotesi e delle nostre interpretazioni. Per ciò che riguarda Frodo, per esempio, mi costerebbe molto metterlo in una categoria ulissica: Il signore degli anelli non mi ha mai conquistato, non sono mai riuscito ad andare oltre un centinaio di pagine, e sono piuttosto d’accordo con l’impietosa critica che gli dedicò Edmund Wilson, sarcasticamente intitolata Oh, i mostruosi orchi!, che nel libro di Tolkien trovava cattiva prosa, scarsa originalità, e quanto alla pretesa di avere scritto un libro per adulti, “c’è poco, nel Signore degli anelli – commentò il grande critico americano –, che ecceda la testa di un bambino di sette anni.” Ho piuttosto l’impressione che il crescente entusiasmo degli adulti per il libro e per i film derivati siano un altro segno, insieme con il dilagare di supereroi, maghi e maghetti, zombi, vampiri eccetera, di un processo di infantilizzazione della specie.

Lascerei da parte anche Che Guevara, le cui imprese post-cubane furono probabilmente il frutto della delusione per come progrediva, o regrediva, la rivoluzione castrista, che era stata anche la sua ma che non vedeva più tendere all’avvento del nuevo hombre, l’uomo nuovo che avrebbe dovuto coniugare il rivoluzionario con l’umanista.

Interessante il richiamo a Christopher Vogler, ma anche in questo caso sarei per un distinguo: il suo libro è stato pubblicato in Italia con un titolo sviante, Il viaggio dell’eroe, quando in realtà si intitola The Writer’s Journey: Mythic Structure For Writers, ed è, insomma, una intelligente individuazione e sistematizzazione degli archetipi narrativi, sicché viene ad essere al tempo stesso una lucida analisi letteraria e un dotto manuale ad uso dei bravi artigiani che ci regalano i best seller e le serie televisive tanto in voga, l’equivalente attuale del feuilleton ottocentesco. Attenzione, però: il manuale di Vogler ci insegna il “che cosa”, ma Vladimir Nabokov avvertiva che il valore di un’opera letteraria andava cercato nei “divine details”, nei divini dettagli, e che la grandezza di un libro non stava nel “che cosa” ma nel “come”, e insomma nello stile. Qualcosa che nessun manuale e nessun corso di scrittura puó dare.

 

Franco Mimmi. Laureato in Lettere. Giornalista professionista (Il Resto del Carlino, La Stampa, Il Mondo, Italia Oggi, Il Sole-24 Ore, l’Unità) e scrittore. È autore di “Rivoluzione” (1979–Premio Scanno Opera Prima), “Relitti” (1988), “Villaggio Vacanze” (1994), “Il nostro agente in Giudea” (2000–Premio Scerbanenco), “Un cielo così sporco” (2001), “Cavaliere di grazia” (2003–finalista Premio dei lettori di Lucca e Premio città di Scalea), “Una vecchiaia normale” (2004), “Povera spia” (2006), “Lontano da Itaca” (2007), “Oracoli & Miracoli” (2009), “Tra il Dolore e il Nulla” (2010), “Corso di lettura creativa” (2011), “Una stupida avventura” (2012), “Il tango vi aspetta” (2013), “Le tre età dell’uomo” (2015), “Le sette vite di Sebastian Nabokov” (2016), “L’ultima avventura di Don Giovanni” (2016), “Il Sogno dello Scrittore” (2017), “Su l’arida schiena del formidabil monte sterminator” (2018), “Amanti latini, la storia di Ovidio e Giulia” (2020), “Il Topo e il Virus” (2020).

Giuseppina Capone

 

Angela Nese: Microclimi

Angela Nese nasce ad Agropoli (SA), dove frequenta il liceo classico. Dopo il diploma si iscrive al corso di laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Salerno, dove consegue la laurea magistrale nel 2013. Lavora come editor freelance. Nel 2016 viene pubblicato il suo primo romanzo, Le tele di Valerie (Montedit); è del 2018 la raccolta di racconti Del tempo e dell’esistenza (L’ArgoLibro). Microclimi (L’ArgoLibro) è la sua prima raccolta poetica.

Ne parliamo con l’Autrice.

 “Microclimi”: su quali temi si innesta la sua riflessione?

L’esistenza, l’amore, il tempo, la natura, il corpo: potrei dire che si tratta di un solo grande tema. Sono i diversi aspetti di un nucleo unico riassumibile con l’espressione “essere mondo”. E come ha scritto Ludwig Wittgenstein: “Il mondo è tutto ciò che accade”.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

La Poesia insegna a vivere nel conflitto senza esserne sopraffatti. Più che lenire la conflittualità interiore, quindi, credo che la Poesia metta a fuoco i problemi dello stare al mondo, del vivere come esseri umani prima ancora che come cittadini, membri di una società. Il Poeta ha il compito di indicare ciò che è sommamente umano sia nel bene che nel male.

Sai dirmi qual è il posto / degli amori mai sbocciati? / Dove riposano gli amori / che ho soffocato col cuscino?” Il suo “viaggio” appare faticoso, scosceso, una scalata a mani nude. Il dolore come condizione ontologica?

Il dolore come condizione ontologica dagli esiti morali, in quanto momento di frattura dell’io che consente di accedere a un nuovo sé, più consapevole, meno integro ma sicuramente più autentico.

Lei scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.

La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

La dimensione della Poesia credo sia quella di un tempo che precede quello storico, è l’istante nel quale è possibile vedersi semplicemente come creature che esistono, al di là di ogni contesto storico. Si può parlare di anonimato, ma assolutamente non in senso negativo. A volte per poter capire ciò che ci circonda, qui e ora, paradossalmente, occorre diventare a-storici e spogliarsi del proprio nome.

Ho bruciato lettere d’amore/altre le ho ingoiate ed erano vetro/ cocci azzurro ghiaccio e grigio tetro/ruvidi rudi prodotti del mio umore…” Eros, divinità dal potere abnorme, oscuro ed ossessivo, che turba ed atterrisce?

Saffo lo definiva “glykypikron amachanon orpeton”, e i tre termini significano rispettivamente “dolceamaro”, “senza rimedio” e “bestia”. Penso che questa definizione resti ancora valida, con qualche specificazione e svariate aggiunte, non ultima quella secondo la quale Eros è anche spinta conoscitiva, l’elemento che ci turba e ci pone di fronte all’alterità rappresentata dalla persona amata, imponendoci di accoglierla in quanto tale.

Giuseppina Capone

 

Ambrogio Lorenzetti: il terzo protagonista della pittura  del trecento

Ambrogio Lorenzetti è il terzo protagonista della pittura senese del Trecento,  assieme a suo fratello Pietro e a Simone Martini. Ambrogio nasce a Siena nel 1285 ma, a differenza di Pietro, si presume che la sua formazione non sia avvenuta solo nella bottega di Duccio ma che abbia proseguito i suoi studi sotto l’insegnamento di Giotto poiché è spesso presente, nelle opere di Ambrogio, (pur rimanendo distante e mettendo in pratica la sua personalità nelle sue opere) un’evidente influenza dell’arte di quest’ultimo.

Ambrogio ha da  subito dimostrato la sicurezza delle sue capacità sin dalla sua prima realizzazione, la Madonna col Bambino di Vico l’Abate (Firenze 1319) dove la frontalità della Madonna è legata parzialmente al linguaggio dell’arte senese richiamando l’arte del chiaroscuro tenue, continuo e sentimentale di Giotto .  Nel 1321  e nel 1327, Ambrogio, risulta iscritto alla Matricola dell’Arte dei Medici e degli Speziali da cui  dipendeva la corporazione dei pittori. Viene ricordato molto presto per le sue innumerevoli opere meravigliose: Annunciazione per il comune di Siena (1344) in cui Ambrogio non tralascia lo sviluppo della propria riflessione sulla ricerca spaziale, difatti, viene recuperato il fondo oro e a suggerire la spazialità sono l’aspetto pieno di forza dell’angelo e della Vergine. Iniziava per Ambrogio il suo più impegnativo ciclo di affreschi, (palazzo pubblico di Siena 1338 -1340), egli fu capace di descrivere con attenzione la realtà e la vita quotidiana della Siena del Trecento. Le composizioni degli affreschi rappresentano le Allegorie e gli Effetti Del Buono e del Cattivo Governo nella città e nella campagna. Le immagini sono arricchite da scritte in latino in modo da dimostrare l’efficacia delle virtù repubblicane e di quei valori impersonali. La composizione delle scene è simmetrica: come se ai cittadini venisse offerta la scelta tra il bene e il male.

L’opera in assoluto considerata la più famosa è il crocifisso del Carmine di Siena in cui l’artista trasmette tutta la sua sensibilità d’animo e passione per l’arte ma soprattutto dove dimostra di aver ottenuto una forte maturazione nel campo artistico (1324-1331). In particolare si ricorda questa opera  con maggiore interesse perché in quegli anni anche il fratello Pietro realizzò un’importante opera, la Pala del Carmine. Il rapporto solido tra i fratelli Pietro e Ambrogio fece si che lavorassero fianco a fianco per diversi anni .

Il giovane Lorenzetti dimostrava, giorno dopo giorno, un notevole miglioramento artistico avvicinandosi, in maniera evidente, sempre più alla scuola di Giotto. Oramai all’apice della sua carriera, Pietro,  realizza il meraviglioso Trittico (1332- Madonna col Bambino tra i santi e Nicola)  proveniente dalla chiesa di san Procolo a Firenze (oggi Galleria Uffizi Firenze). Sono ancora molte le opere realizzate da Lorenzetti: Madonna col bambino (1330-1335, tempera e oro su tavola. Musée du Louvre, Parigi); Quattro Pannelli di un polittico con i santi Benedetto, Caterina d’Alessandria, Maddalena, Francesco, (1332,1335, tempera e oro su tavola, Museo dell’Opera del Duomo, Siena);  Maestà (1335, tempera e oro su tavola, dalla chiesa di San Pietro dell’Orto di Massa Marittima, Museo di arte Sacra, Massa Marittima); Maestà (1337-1338. Affresco. Chiesa di San’Agostino, Siena); Madonna col bambino (1340, affresco palazzo pubblico Siena); Martirio dei Francescani e Congedo di San Ludovico di Tolosa, (1336-1340, affreschi Basilica di San Francesco di Siena); Madonna col bambino (1340, tempera e oro su tavola, dal monastero di Sant’Eugenio presso Siena, Museum of Fine Arts, Boston). Nel 1348, come  per suo fratello Pietro, Ambrogio morì a causa della peste.

Alessandra Federico

Pietro Lorenzetti: celebre artista del 1300

Pietro Lorenzetti è stato un pittore italiano del Trecento. Fratello maggiore di Ambrogio Lorenzetti (anch’egli artista di quel tempo) Pietro nasce a Siena nel 1290 circa (dati calcolabili in maniera approssimativa poiché non è certo il giorno della sua nascita e della sua morte).

La sua formazione si svolse sotto Duccio di Buoninsegna. Al pari di Giotto e di Simone Martini, il giovane artista senese lavorò ad Assisi nella basilica di San Francesco. Ma è il trittico ad affresco del 1300 (raffigurante la Madonna col bambino fra i santi Francesco  Giovanni Battista per la cappella Orsini della Chiesa inferiore assisiate)  l’opera di Pietro considerata ancora tutt’oggi la più celebre. In seguito, Lorenzetti lavorò al meraviglioso ciclo di affreschi,  le Storie della Passione, affrescate col braccio sinistro del transetto della stessa chiesa inferiore di Assisi. In questa opera, Lorenzetti, rivela subito l’autorità delle componenti culturali che animano la sua opera; sullo sfondo dell’impronta duccesca, negli affreschi si compongono e si saldano le più moderne sollecitazioni stilistiche. Da un lato, invece, la vitalità, la tensione del dettato Gotico. Dall’altro ancora, fu per l’artista, l’incontro con il grande modello giottesco. Fu per Pietro un periodo di grande crescita artistica che lo invogliò a recuperare un nuovo valore plastico ai suoi volumi mediante contrasti di chiaroscuro e di colore.

Il progresso artistico

Nel 1320 Lorenzetti era ormai considerato uno degli artisti più illustri del momento, di fatti, da lì a poco iniziarono a commissionargli diversi importanti incarichi: Madonna con bambino e santi (commissionata dal vescovo Tarlati per la pieve di Arezzo); L’annunciazione (dipinta per secondo ordine del polittico) dove la Madonna e il santo sono inseriti in uno spazio saldo architettonicamente costruito. Ancora, Uomo di dolori (1330, tempera e oro su tavola – Altenburg, Lindenau Museum); Trittico della Madonna col Bambino e le sante Maria Maddalena e Caterina d’Alessandria (1330-1340, tempera e olio su tavola, Washington, National Gallery of Art);  Funerali di un santo vescovo (1330-1340, tempera e oro su tavola, Assisi, Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco); Santa Margherita (1330-1340, Assisi); Santa Chiara (1330-1340, tempera e oro su tavola, Athens (Georgia) Georgia Museum of Art); Trittico dei Santi Bartolomeo, Cecilia e Giovanni Battista (1332, tempera e oro su tavola, Siena, Pinacoteca nazionale); Storie della vergine (1335, Siena, ospedale di Santa Maria della Scala); Madonna col Bambino (1335, tempera e oro su tavola, Firenze Palazzo Vecchio); Reliquiario con Cristo benedicente in trono e frate francescano (1335, tempera e oro su tavola, New York).

Le  opere di Pietro continuavano a rivelarsi uniche e originali  e tra il 1327 e il 1329 realizzò il suo primo affresco per la propria città : la pala raffigurante la Madonna del Carmine per i carmelitani di Siena, in cui è presente un evidente influenza giottesca. Pietro nutriva  forte stima nei confronti di Giotto e della sua arte, era per lui una leggenda artistica a cui ispirarsi infatti, nel trittico per l’altare di San Savino, (eseguito da Pietro per il duomo tra il 1335 e il 1342) è ben nota una forte influenza di Giotto.

La morte di Pietro Lorenzetti è avvenuta nel  1348 circa a causa della peste.

Alessandra Federico

Cenacolo poetico Napoli è: Donne

Quante donne a questo mondo…

Donne vive, seducenti,

donne sole, maltrattate.

Ogni giorno violentate,

calpestate, dissanguate,

trascurate dal Divino.

Vittime innocenti

immolate sull’altare

dell’ignobile piacere.

Ignare sacerdotesse

di quell’assurdo e folle rito

che si celebra da sempre

nello scena mente umana.

Peppe Silvestri

Francesca Serafini: Tre madri

Francesca Serafini ha pubblicato tra le altre cose Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiaturaDi calcio non si parla Lui, io, noi (con Dori Ghezzi e Giordano Meacci). Scrive da anni sceneggiature per la tv e per il cinema: con Claudio Caligari e Giordano Meacci ha scritto Non essere cattivo, film dell’anno ai Nastri d’argento nel 2016 e candidato italiano agli Oscar nello stesso anno. Sempre con Giordano Meacci ha scritto il biopic Fabrizio De André – Principe libero del 2018. Tre madri è il suo primo romanzo.

 

Segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?

Mi piacerebbe che a questa domanda rispondessero i lettori. Sta a loro stabilire se partendo da questi stessi elementi – indispensabili nel genere – Tre madri riesce poi a crearsi una sua identità specifica. Quello che posso dire io è che per me, proprio di là dal genere, la scrittura letteraria deve avere una cura speciale per la sua veste linguistica. E questo è l’aspetto che più di altri mi ha tolto il sonno in tutti giorni della stesura del romanzo.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Quello che siamo nel presente, nella vita, è il risultato anche di tutte le esperienze che abbiamo vissuto nel passato. Per questo, per dare credibilità a un personaggio, per me è fondamentale immaginare tutto l’iceberg – riprendendo qui la metafora perfetta di Hemingway (un cui titolo apre il romanzo) – anche quando poi decidiamo di farne emergere solo la punta. È stato così per Lisa Mancini. Per capire che cosa è nel tempo in cui i lettori la incontrano, ho immaginato tutto quello che precede quell’appuntamento. E poi di tanto in tanto ne faccio emergere dei lampi, perché forniscano una chiave d’interpretazione alle sue reazioni rispetto quello che le capita nel presente. Se poi questo la aiuti a tenere a bada i demoni del passato, lo potranno dire i lettori quando sul finale li troveranno tutti schierati al cospetto di Lisa.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e fluida, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?

Nelle intenzioni, a dire il vero, il lavoro sulla parola è propriamente letterario. Dalle serie televisive, in particolare quelle inglesi, riprendo un certo modo di raccontare storie: di dare peso alla coralità dei personaggi, cercando di vedere in ognuno di loro luci e ombre, senza un giudizio da parte del narratore. Anche il genere arriva da lì. Per me serie come Happy Valley o Unforgotten sono esempi una narrazione moderna che mi ha affascinato da spettatrice e ispirato nella scrittura.

Pensando“cronaca nera”, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Il bisogno di verità è quello che spinge qualunque tipo di narrazione. Cerchiamo verità in tutto quello che leggiamo, per non pensare al fatto che la verità non esiste (neanche quando il fatto di cronaca è accaduto e non è frutto della fantasia di un autore). Se non le infinite verità che risuonano nella percezione di ognuno di noi. La sfida è trovare il modo di farle stare insieme in armonia tra loro.

Una comunità libertaria e anticonformista che trasforma in opere d’arte i materiali di scarto: quanto ha inteso riflettere circa i concetti di ostilità e pregiudizio?

Mi interessava raccontare lo sguardo di diffidenza di un piccolo centro provinciale (inteso in senso assoluto) su chi arriva lì proponendo un altro modo per vivere. Quel tipo di sospetto che c’è sempre con ciò che è diverso da noi. Il paradosso per cui tutto quello che dovrebbe incuriosirci e farci crescere nel confronto invece tende a farci paura. Ho inventato Montezenta e Ca de Falùg per parlare anche di questo. Anche se i due luoghi reali che ne hanno ispirato la costruzione (Santarcangelo di Romagna e Mutonia) invece rappresentato una felice e virtuosa forma di integrazione che niente hanno a che vedere con il mio racconto, e anche per questo mi è sembrato giusto trovare altri nomi.

Giuseppina Capone

 

 

Mario De Caro: Realtà

Mario De Caro è professore di filosofia morale all’Università Roma Tre e regolarmente Visiting professor presso la Tufts University, dove insegna dal 2000. Si occupa di filosofia morale, teoria dell’azione, metafisica e storia della filosofia della prima modernità. Già presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica, è literary executor di Hilary Putnam e vicepresidente della Consulta Nazionale di Filosofia. Tra i suoi volumi Azione (il Mulino 2008), Il libero arbitrio (Laterza 20199), Realtà (Bollati Boringhieri 2020) e  (Harvard University Press, in preparazione).

Professore, quando inizia la riflessione sull’idea di realtà e sotto quali spinte?

La riflessione sulla realtà inizia con l’inizio della filosofia. In particolare, la filosofia ionica nasce come indagine sulla natura, alla ricerca della ragione unificante delle cose. Ma anche la ricerca filosofica ateniese sin dalle origini – con i sofisti e Socrate – indaga un altro genere di natura: la natura umana, così come viene declinata nella vita comune della polis. Sia Platone e Aristotele, poi, porteranno avanti le indagini su questi due tipi di natura, talora intrecciandole. Ma è solo con la rivoluzione scientifica che si presenta un problema che è ancora al cuore della filosofia: quello della radicale frattura delle due nature: quella del mondo che appunto chiamiamo “natura” (che include l’essere umano in quanto entità biologica) e quella del mondo umano, in quanto portato della cultura e della vita in comune. Insomma, per riprendere la terminologia della scuola aristotelica, “prima” e “seconda” natura cominciano a fronteggiarsi in modo esplicito con la nascita della scienza moderna che da una parte delegittimava il mondo ordinario postulato a partire dalla percezione, dall’altra assumeva la realtà di entità inosservabili come gli atomi.

In qual misura l’indagine sulla realtà è stata arrestata dalle filosofie legate alla “svolta linguistica”?

Uno dei caratteri principali della svolta linguistica è che ha marginalizzato la metafisica e ciò sia in ambito analitico sia in ambito continentale (in quest’ultimo senso si pensi allo strutturalismo e al poststrutturalismo). L’idea dei fautori di quella svolta, sostanzialmente, è che noi non possiamo mai uscire dai limiti del nostro linguaggio (come direbbe Wittgenstein) e dunque ogni indagine sulla realtà è dipendente da una preliminare e fondante indagine sulla natura del linguaggio e sul modo in cui il mondo è articolato linguisticamente. In questo quadro, la metafisica è pesantemente subordinata alla filosofia del linguaggio: Donald Davidson, per fare solo un esempio, decreta l’esistenza degli eventi a partire da un’analisi prettamente linguistica. In questo modo, però, è facile che si arrivi a forme di antirealismo di vario genere rispetto al mondo esterno: da Dummett (che a lungo ha negato la realtà del passato) a quanti negano la entità inosservabili della scienza (come van Fraassen).

Il “realismo ordinario” privilegia la testimonianza dell’esperienza percettiva a quella della scienza; il “realismo scientifico” reputa che il mondo contenga esclusivamente le cose che le scienze naturali possono rappresentare e spiegare. Esiste un’altra forma di realismo?

Certo. Innanzi tutto ci sono le forme di soprannaturalismo, per cui esistono entità non materiali ossia le sostanze spirituali. Poi ci sono le forme di realismo rispetto alle entità astratte (i numeri, le proposizioni, gli universali). Una cosa fondamentale da notare, però, è che tanto il realismo ordinario quanto il realismo scientifico tendono ad avere una visione unilaterale, monistica, della realtà. Tra questi due estremi, dunque, si collocano varie forme di realismo pluralista, che accettano come reale tanto la visione ordinaria quanto quella scientifica del mondo. Il “naturalismo liberalizzato”, per cui io simpatizzo, appartiene a questa categoria.

I giudizi estetici e morali hanno un preciso statuto rispetto all’indagine circa la realtà?

Se con il termine “preciso” si intende qualcosa su cui i filosofi sono d’accordo tra loro, la risposta a questa domanda è molto netta: assolutamente no. Dobbiamo però aggiungere subito che una delle discussioni portanti della filosofia contemporanea è se le proprietà morali e quelle estetiche siano reali. Cosa significhi, però, il termine “realtà” quando si applica a queste presunte proprietà è cosa molto controversa; e non solo nel senso che molti filosofi che si occupano di questo tema sono antirealisti. Anche lo schieramento realista, infatti, è frastagliato al suo interno. Pensiamo solo all’intenso dibattito metaetico sullo statuto delle proprietà morali: per alcuni realisti (come G.E. Moore), le proprietà morali esistono ma sono per definizione non-naturali; per altri (come molti naturalisti contemporanei) le proprietà morale esistono ma solo nel senso che sono integralmente riducibili alle proprietà studiate dalle scienze della natura. E in mezzo c’è un gran numero di posizioni diversamente articolate.

È concepibile una filosofia integralmente realista?

A mio parere, nessun filosofo degno di questo nome è mai stato del tutto realista o del tutto antirealista. L’arcirealista Meinong, per esempio, non credeva nella realtà del quadrato rotondo o delle assenze. Dall’altra parte, prendiamo Berkeley, antirealista al massimo grado rispetto al mondo esterno, che era super-realista rispetto alla mente (in particolare, la mente divina). Persino i filosofi post-moderni, nel decretare la fine del mito della Realtà, non negano certo che esistano oggetti concreti di cui si può dire che sono reali. Tutti i filosofi seri che si sono occupati della realtà, insomma, si sono sempre collocati nell’intervallo tra un ipotetico realismo integrale e un altrettanto ipotetico antirealismo integrale. Tutte le proposte serie di soluzione del problema del realismo, pertanto, sono in effetti questione di grado: il vero problema, è di determinare quale sia la giusta dose di realismo da adottare nei vari casi. Bisogna cioè stabilire quali sono, nei vari ambiti, le entità reali: i numeri? Gli universali? Le entità collettive? Gli atomi? Gli universi paralleli? I colori? I qualia? Le essenze? Le malattie psichiche?

Giuseppina Capone

Simone Martini: il celebre artista del 1300

Simone Martini è stato un pittore e miniatore italiano. Uno dei più influenti artisti del Trecento. Ingaggiato dal governo della comunità, dopo essere cresciuto nella bottega di Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, fece la sua comparsa come primo pittore della città in cui era nato (Siena 1284) per dipingere la Maestà del Palazzo Pubblico di Siena. Da lì a poco venne chiamato dagli Angiò a Napoli (1317) per eseguire l’opera di San Ludovico di Tolosa che incorona il re Roberto. Tornato da Napoli, nel 1321, ridipinse i volti della Vergine, (della Maestà del Palazzo Pubblico di Siena) del bambino, delle due Sante e dei due angeli a loro più vicini, donando all’opera un profondo cambiamento. Ancora, tra il 1315 e il 1320 si trasferì ad Assisi per eseguire gli affreschi delle scene della vita di San Martino, situate nell’omonima cappella della Chiesa inferiore della Basilica di San Francesco, portando anche in questa meravigliosa opera un cambiamento stilistico. Simone, in quel tempo, era l’unico pittore che riusciva a livellare con Giotto; difatti, di fronte alle prove di quest’ultimo, Martini si confronta con i suoi affreschi e li recupera, anche se in un contesto molto diverso e cioè secondo uno stile di fatto cortese ridimensionando i personaggi in una forma più vera e più concreta.

Questo  permise all’artista di aprire la strada a un naturalismo nuovo e personale.
Anche l’importante opera napoletana raffigurante San Ludovico da Tolosa che incorona re Roberto,  (eseguita nel 1317, anno della colonizzazione del santo, e realizzato sempre dal grande artista senese), rappresenta, nella scena,  tutto il carattere di un’investitura: con la corona re Roberto riceve la sua legittimità da Ludovico, che al trono aveva rinunciato per seguire la propria vocazione. Procede la fama per l’audace maestro senese con la realizzazione di grandi opere d’arte come il glorioso Guidoriccio da Fogliano (1330), sempre per il Palazzo Pubblico di Siena. Sembrano incrementarsi i successivi sviluppi della pittura nordeuropea grazie al segno grafico teso nelle altre opere d’affresco di Simone ad Avignone nel 1336 (nel frattempo divenuta nuova sede della corte papale), con le pitture per la chiesa di Notre Dame des Doms eseguite per il cardinale Jacopo Stefaneschi: il dolcissimo affresco che raffigura il redentore e la madonna dell’umiltà. Ancora, nel 1342, Simone raffigura le amatissime scene raffigurate con stile teso e concentrato, delle Storie della Passione con il ritorno di Gesù fanciullo dopo la disputa coi Dottori. Poco tempo dopo ci sarebbe stata la creazione della memorabile annunciazione.

L’annunciazione
L’Annunciazione (dipinta da Simone nel 1333) riprende l’ispirazione cortese e fiabesca per il suo splendore dal fondo oro. Eseguita sempre per il Duomo di Siena, in collaborazione con Lippo Memi, Donato Martini, e Tederico Memmi.  Una meravigliosa opera d’arte dallo sfondo oro pervade lo spazio della rappresentazione con il suo bagliore. Il rilievo, appena accennato, quasi si perde nei contorni. I colori della vergine e dell’angelo sono incantevolmente luminosi e con il pavimento  in marmo dai colori diversi danno un tocco di eleganza e raffinatezza.  È dunque facile perdersi fra sogno e realtà e l’atteggiamento delicato delle figure domina l’intera opera tanto da donargli un effetto tridimensionale e non solo, i bordi ricamati delle vesti e la quadrettatura del manto dell’arcangelo Gabriele, le striature del piumaggio delle ali diventano di contributo per dare quel tocco di preziosità che regala un’atmosfera fiabesca. Da rimanere estasiati dinnanzi a tale capolavoro, principalmente perché l’opera rappresenta quel momento dell’annunciazione in cui l’arcangelo Gabriele giunge dal cielo per salutare la Vergine. Da quel momento in poi, l’artista senese eseguì diverse opere come l’affresco nella chiesa di santa Caterina d’Alessandria a Pisa, oppure il dipinto di San Luca Evangelista (J. Paul Getty Museum Los Angeles- tecnica tempera su tavola). Gli ultimi anni di vita, Simone, decise di trascorrerli ad Avignone dove impiegava il suo tempo a dipingere per sé stesso. L’illustre artista morì ad Avignone nel 1344.

Alessandra Federico

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