Incontro con  Katya Maugeri: La memoria delle pietre

 La memoria delle pietre segna il passaggio dai suoi precedenti libri d’inchiesta alla forma del romanzo. Eppure, anche qui tutto prende avvio da un’indagine: un manoscritto riemerso, tracce da seguire, una verità da ricomporre. Quanto del metodo della giornalista e della sociologa è rimasto nella scrittura della romanziera? E che cosa, invece, soltanto la finzione Le ha consentito di raccontare?

Credo che il mio modo di osservare il mondo sia rimasto lo stesso. Ha momentaneamente cambiato la forma, ma non certamente lo sguardo. La sociologia mi ha insegnato ad ascoltare prima di interpretare, a cercare ciò che si nasconde dietro ciò che appare, a non fermarmi alla superficie delle storie. Anche nel romanzo ho interrogato silenzi, cercato connessioni e seguito dei segnali. La differenza è che la finzione mi ha permesso di entrare in luoghi nei quali l’indagine, da sola, non avrebbe potuto condurmi. Mi ha consentito di dare voce a ciò che spesso rimane nell’ombra, mi ha permesso di abitare il tempo, mi ha dato il coraggio di attraversare abissi interiori e penombre dentro le quali non avevo mai osato camminare: la memoria, le paure e le contraddizioni dei miei personaggi, anch’essi complessi e complicati ma con molti dettagli da raccontare. Soprattutto mi ha permesso di non dover spiegare tutto. Nel romanzo alcune verità possono essere percepite ancor prima di essere state spiegate, e lasciate sospese in un non-tempo che non obbliga alcuna spiegazione. Il manoscritto stesso nasce da questa esigenza: non è semplicemente un documento da interpretare, ma una mappa ricca di segnali che chiede di essere letta e interpretata. Emma infatti, scrive perché ciò che è accaduto non rimanga prigioniero della sua sola vita.

Il titolo affida la memoria a qualcosa di apparentemente immobile e muto: le pietre. Nel romanzo, però, sono proprio i luoghi, gli oggetti e le cose a conservare ciò che gli esseri umani rischiano di dimenticare. Che idea di memoria c’è dietro questa scelta? Le cose possono, in qualche modo, diventare testimoni più fedeli delle persone?

Sì, credo che le cose possano diventare testimoni molto fedeli, proprio perché non hanno bisogno di raccontare. Un oggetto conserva i segni di chi lo ha posseduto, di chi lo ha toccato, di ciò che ha attraversato. Una pietra, apparentemente immobile, può custodire una quantità di tempo che nessuna persona potrebbe contenere. Nel romanzo Enea arriva a comprendere che “alcuni luoghi ricordano meglio delle persone”. Verdiana, attraverso il restauro, impara invece a riconoscere ciò che sopravvive all’usura. La memoria, pertanto, non vive soltanto nella mente. Vive nella materia, negli spazi, negli oggetti, nei gesti che continuiamo a ripetere senza sapere sempre da dove provengano.

Al centro della vicenda c’è un manoscritto composto da fogli dispersi, attraverso il quale torna a parlare Emma, partita negli anni Cinquanta per Parigi. La scrittura diventa così una forma di resistenza alla cancellazione. Per Emma scrivere significa soprattutto ricordare, testimoniare, salvarsi oppure affidare a qualcun altro ciò che lei stessa non riesce più a custodire?

Emma non scrive per essere salvata e nemmeno per costruire una memoria personale. Scrive perché sa bene che raccontare è un grande atto di coraggio e affida al tempo e alla pazienza il suo corso. Ecco perché quei fogli sono dispersi e perché non devono essere ricomposti troppo velocemente. La loro apparente discontinuità rappresenta una mappa: Emma lascia tracce per qualcuno che verrà dopo di lei, qualcuno capace di riconoscere ciò che lei ha soltanto potuto intuire. In questo senso la scrittura diventa resistenza, ma anche un atto di fiducia. Fiducia nel tempo, nella possibilità che qualcuno sappia leggere e abbia il coraggio di credere in ciò che non è (sempre) visibile.

Nel romanzo il silenzio sembra possedere una natura ambivalente: può custodire, proteggere, ma può anche isolare, coprire la violenza e trasformarsi in una forma di prigionia. Dove passa, secondo Lei, il confine tra il silenzio che preserva e quello che diventa complice del dolore?

Il silenzio protegge quando nasce dalla scelta e diventa pericoloso quando viene imposto dalla paura. Credo che il confine passi proprio da lì: dalla possibilità di scegliere se parlare oppure tacere. Nel romanzo ci sono silenzi che delineano cura, rispetto e attesa. E ce ne sono altri che diventano una forma di complicità tossica, perché permettono alla violenza di continuare a esistere indisturbata. Una delle protagoniste attraversa esattamente questo confine. Per anni ha cercato di dare un nome diverso a ciò che aveva vissuto, fino a quando il manoscritto le permette di riconoscere una struttura e non soltanto un ricordo. Quando decide di parlare, comprende che raccontare non cancella il dolore, ma restituisce la responsabilità a chi l’ha tolta. Per me il silenzio può essere una casa oppure una prigione e diventa complice quando impedisce alla verità di trovare una voce.

Enea Laurent è uno studioso delle “memorie condivise”, mentre Verdiana restaura oggetti antichi e sa riconoscere ciò che sopravvive all’usura. Sono due personaggi che, in modi diversi, esercitano un’arte della cura e della ricostruzione. È anche attraverso di loro che il romanzo suggerisce che ricordare non significhi semplicemente recuperare il passato, ma assumersi la responsabilità di ciò che quel passato consegna al presente?

Assolutamente sì. Enea e Verdiana hanno due modalità differenti di avvicinarsi alla memoria, ma entrambe nascono dalla cura dei dettagli, da ciò che molti altri non riescono a percepire. Enea cerca strutture, ricorrenze, connessioni. Le sue “memorie condivise” non sono semplicemente ricordi che passano da una generazione all’altra: sono schemi, modi di stare nel mondo, dinamiche che continuano finché qualcuno non riesce a riconoscerle e a interromperle. Verdiana, invece, lavora sulla materia. Sa che ciò che è danneggiato non deve essere cancellato per tornare a vivere, ma deve essere ascoltato, sostenuto, accompagnato. È significativo che a un certo punto lei dica che “le cose rotte non mentono e non fingono di essere integre”. Attraverso loro ho voluto raccontare proprio questo: ricordare non è un esercizio nostalgico, ma una responsabilità. Ciò che ereditiamo dal passato ci riguarda nel momento in cui scegliamo cosa farne.

Parigi e il borgo siciliano sembrano appartenere a due geografie quasi opposte: la grande città e il luogo raccolto, la partenza e il ritorno, l’anonimato e una comunità nella quale le storie continuano a sedimentarsi. Quanto sono importanti questi due spazi nella costruzione del romanzo? Sono soltanto scenari oppure diventano essi stessi personaggi della vicenda?

Parigi e il Borgo non sono semplicemente luoghi nei quali la storia accade, ma sono due presenze narrative, due modi diversi di custodire la memoria. Due cuori che battono realmente, hanno una loro personalità e posseggono un’anima. Per questo li considero quasi dei personaggi. Entrambi osservano, interrogano, custodiscono e dialogano con i protagonisti e col lettore. Con me hanno dialogato moltissimo e mi piace immaginare che possano farlo con ognuno di voi. E soprattutto entrambi hanno una memoria che precede quella dei protagonisti, a loro insaputa!

Fra i temi più delicati del libro emergono la solitudine e la violenza di genere. Lei li affronta senza trasformare il dolore in spettacolo e senza ridurre i personaggi alla condizione di vittime. È stata una scelta consapevole? Che responsabilità sente uno scrittore quando decide di dare forma narrativa a esperienze nelle quali vulnerabilità, paura e violenza entrano così profondamente nella vita delle persone?

È stata una scelta profondamente consapevole. Quando si racconta la violenza bisogna avere rispetto e pudore del dolore e, soprattutto, bisogna evitare che quel dolore diventi uno spettacolo. Non mi interessava raccontare una vittima. Mi interessava raccontare una persona. Una persona che ha paura, che resiste, che si interroga, che si attribuisce colpe che non le appartengono e che, lentamente, trova la possibilità di riconoscere ciò che le è accaduto. La violenza, nel romanzo, non è soltanto quella evidente. È anche quella che entra lentamente nella mente, che modifica la percezione di sé, che trasforma un rifiuto in un presunto equivoco e porta chi la subisce a dubitare della propria stessa esperienza.

Nel romanzo il passato continua ad affacciarsi sul presente, ma non sembra mai lasciarsi ricostruire completamente. Rimane sempre qualcosa di irriducibile, una parte che sfugge. È forse questo uno dei significati più profondi della “memoria delle pietre”: accettare che ricordare non significhi possedere interamente ciò che è stato?

Sì, penso che la memoria non coincida mai con il possesso del passato perché ricordare non significa ricostruire ogni dettaglio, né avere finalmente una versione definitiva di ciò che è stato. Esistono cose che rimangono incompiute e proprio per questo continuano a vivere. La memoria è fatta anche di lacune, di frammenti, di intuizioni, di sensazioni che arrivano prima delle parole. Per questo i fogli di Emma non sono ordinati: il tempo, nella nostra esperienza interiore, non procede mai davvero in linea retta.

Lei viene da una lunga esperienza di giornalismo sociale, nella quale ha incontrato vite segnate dal carcere, dall’emarginazione e dallo stigma. Anche in questo romanzo sembra interessarla ciò che esiste dietro le definizioni, dietro ciò che appare immediatamente visibile. Possiamo dire che La memoria delle pietre, pur attraverso la finzione, continui la sua ricerca sull’essere umano prima del giudizio e oltre l’etichetta?

Sì, e credo che sia uno degli elementi che più profondamente mi appartengono anche nella scrittura di questo romanzo. Le etichette mi hanno sempre interessato poco, perché spesso sono il modo più rapido che abbiamo per smettere di guardare davvero una persona. Dire “vittima”, “colpevole”, “fragile”, “forte” può diventare una scorciatoia che ci impedisce di vedere tutto ciò che esiste nel mezzo. Anche Enea, nel romanzo, non ama le definizioni. Gli interessa la continuità, ciò che esiste oltre una cornice e che spesso non può essere immediatamente nominato. La mia ricerca sull’essere umano, quindi, continua, ma attraverso uno strumento diverso. La “finzione”, se così possiamo chiamarla, mi ha dato la possibilità di avvicinarmi ancora di più alle contraddizioni, alle zone d’ombra, alle parti che spesso non trovano spazio quando raccontiamo una storia soltanto attraverso i fatti. Prima del giudizio c’è sempre una persona. E credo che sia necessario ricordarlo.

Alla fine di questo percorso resta una domanda che sembra attraversare l’intero libro: che cosa significa davvero “lasciare andare”? È dimenticare, perdonare, interrompere una catena di dolore oppure imparare finalmente a convivere con ciò che non può più essere cambiato?

Per me lasciare andare non significa abbandonare o dimenticare. E non significa necessariamente perdonare. Non lo so, in realtà, se i protagonisti del mio romanzo abbiano realmente perdonato. Lasciare andare significa smettere di permettere a ciò che è accaduto di continuare a decidere chi siamo, a volte significa interrompere una catena, altre volte significa accettare che una parte della nostra storia non potrà essere modificata e che, nonostante questo, possiamo scegliere cosa farne. Emma, Enea, Verdiana scelgono, con gesti diversi di interrompere qualcosa. Uno dei significati più autentici del concetto del lasciare andare è affidato proprio a dei simboli che racconteranno quanto sia improbabile cancellare il passato, ma è fondamentale impedirgli di trasformarsi nel nostro destino. Alla fine non si tratta di dimenticare ciò che siamo stati, ma si tratta di poterlo guardare senza esserne più prigionieri.

 

Katya Maugeri: Giornalista e sociologa  è autrice di due libri inchiesta legati alla realtà carceraria:
Liberaci dai nostri mali (Villaggio Maori Edizioni), un focus approfondito sulle carceri italiane, vincitore del premio Etnabook nel 2019, che prossimamente sarà una rappresentazione teatrale.
Tutte le cose che ho perso. Storie di donne dietro le sbarre (Villaggio Maori Edizioni), un’inchiesta al carcere di Rebibbia in cui il silenzio assordante delle detenute diventano racconti in prima persona.
E’ co-autrice insieme al presidente di Co.N.O.S.C.I. Sandro Libianchi, dirigente medico presso il carcere di Rebibbia, di un approfondimento tematico sull’uso delle droghe in carcere.
Interessata da sempre alla scrittura autobiografica, al Centro di Solidarietà Il Delfino di Cosenza cura il laboratorio di lettura e scrittura autobiografica nella comunità di recupero per tossicodipendenti e partecipa con alcune ONLUS a diversi progetti speciali di solidarietà sociale.

Giuseppina Capone

Napoli ricorda la sua liberazione: al Museo di Napoli la quarta edizione della mostra sulle Quattro Giornate

Ospitato a titolo gratuito dalla Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS, il museo si conferma presidio di memoria e cultura. L’evento ha visto l’intervento del consigliere comunale Luigi Carbone, i saluti istituzionali della Fondazione e la presentazione dettagliata dei contenuti storici.

La memoria storica della città si è rinnovata in un clima di intensa partecipazione presso il Museo di Napoli – Collezione Bonelli, dove è stata inaugurata sabato 26 settembre 2026 la quarta edizione della mostra documentaria “Le Quattro Giornate di Napoli – La città che si liberò dal nazifascismo”. Ideata da Gaetano Bonelli, l’esposizione trova la sua casa stabile grazie alla generosa accoglienza a titolo gratuito della Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS, che sostiene l’intero polo museale e le iniziative in esso realizzate.

La cerimonia inaugurale ha preso il via con l’introduzione articolata all’iniziativa del direttore del Museo Gaetano Bonelli, i saluti istituzionali di Bianca Desideri, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione, la quale ha sottolineato il senso profondo della mostra e dell’evento, sottolineando come la conservazione della memoria debba farsi strumento attivo per le giovani generazioni. A seguire, l’intervento del consigliere Luigi Carbone, presidente della Commissione Cultura del Comune di Napoli, il quale ha ribadito con l’attenzione e il sostegno costante dell’amministrazione comunale verso le iniziative di valorizzazione storica promosse dal Museo di Napoli e dedicate alle Quattro Giornate.

Il percorso espositivo unisce passato e presente accogliendo opere d’arte contemporanea, come l’esemplare numero uno dell’opera “Le Quattro Giornate di Napoli” donato dall’artista Pamela B. Accanto alle creazioni artistiche, i visitatori possono ammirare i reperti collezionati da Luigi Casaretta e le memorie inedite messe a disposizione da Massimo Carlucci, legate alla figura del nonno partigiano Francesco.

Per ntrare nel vivo della narrazione la parola è passata agli ospiti e agli studiosi: lo storico della Resistenza Gaetano Barbarulo e Domenico Formato, indimenticabile interprete del piccolo Gennarino Capuozzo nel film di Nanni Loy (1962). La cerimonia si è conclusa con la proiezione della storica e struggente scena della fucilazione del marinaio Andrea Mansi, tratta dal film “‘O sole mio” (1946).

 

La Fotografia in Italia con FOTOIT

Il numero di luglio/agosto 2026 di FOTOIT si presenta come sempre di particolare interesse per il mondo della fotografia FIAF. La rivista presenta al pubblico di appassionati, fotografi professionisti e amatoriali un ricco panorama di mostre, incontri, pubblicazioni, personaggi, autori.

Per il mondo FIAF ampio spazio al resoconto del 78° Congresso Nazionale tenutosi a maggio a Garda con il titolo significativo “Io c’ero” e Wiki Loves Monuments 2025.

Foto iconica quella presentata in “Storie di una fotografia” con l’immagine di Sergio Magni del 1971 che ritrae “Il Pirellone”, il grattacielo della Pirelli.

Autore di questo numero Giacomo Infantino con “il paesaggio come stato mentale, tra fotografia e immaginario cinematografico”.

“Visti per Voi” presenta l’autrice e la mostra con la mostra “Francesca Woodman. Lately I find a sliver of mirror is simply to slice an eyelid” e la retrospettiva “Bernd & Hilla Becher. History of a Method” presentata dalla Fondazione MAST a Bologna aperta fino al 27 settembre.

Ampio spazio al Festival della fotografia italiana 2026 (Bibbiena, Pioppi, Portovecchio Stia) dal 12 giugno al 6 settembre che presenta scatti della manifestazione e di opere fotografiche.

“Portfolio Italia 2025” da voce a Andrea Bettancini “Il rumore di fondo” opera seconda classificata al 34° Premio Portfolio Colonna di Savignano sul Rubicone (FC) e Camilla Pedretti con “A thousand times the fate of a charge” opera prima classificata.

La mostra “Lanterne magiche” ospitata presso il Museo Bilotti di Roma fino al 6 settembre è il protagonista dell’intervista che presenta la collezione raccolta da Valerio De Paolis.

Per “Diamoci del Noi” è Michele Macinai, direttore della FIAP World Cup for Clubs”  il protagonista dell’intervista sulla sua attività di fotografo.

“Singolarmente fotografia” mette in luce alcuni degli autori vincitori o premiati de “La foto dell’anno” FIAF.

Antonio Desideri

 

“Noi siamo… Pinocchio”. La scena è di tutti: “I Fuori Ritmo” trasformano il teatro in un laboratorio di inclusione

Cosa succede quando il burattino più famoso della letteratura smette di essere un simbolo solitario e diventa, invece, il battito condiviso di un gruppo? Succede che la storia si scioglie per lasciare spazio alla vita vera. Mercoledì 10 giugno 2026, ore 17.30, il teatro dell’Istituto “Paolo Colosimo” a Napoli ospiterà “Noi siamo… Pinocchio”, un musical che rompe gli schemi tradizionali per raccontare, attraverso la musica e il teatro, l’autenticità di chi vive nello spettro autistico.

La forza di questo spettacolo risiede tutta nella sua genesi: a calcare il palcoscenico sarà il gruppo teatrale “I Fuori Ritmo”, composto da persone con spettro autistico. Sotto la cura sensibile e attenta dell’Associazione Voce di… Vento APS, il teatro si libera della sua funzione di semplice intrattenimento per farsi strumento di emancipazione. Qui, la celebre storia di Collodi non è solo un copione da recitare, ma una tela su cui ogni attore proietta la propria esperienza, il proprio modo unico di percepire il mondo e, soprattutto, la propria capacità di essere parte integrante della comunità.

Per i protagonisti de “I Fuori Ritmo”, la scena del “Colosimo” rappresenta un territorio di conquista e visibilità. Non c’è margine, non c’è esclusione: c’è solo una narrazione collettiva che sfida i pregiudizi. L’iniziativa mira infatti a trasformare questa serata di musica ed emozioni in un sostegno concreto per le attività dedicate alle persone autistiche e con disabilità intellettive, grazie al ricavato delle donazioni raccolte durante l’evento.

A fare da collante in questo ponte tra palco e platea saranno figure di grande sensibilità artistica: la serata sarà condotta da Ida Piccolo, con la partecipazione straordinaria di Michele Selillo, Pino e Antonio Iovino. Insieme, dimostreranno che l’arte è, prima di tutto, un linguaggio universale capace di azzerare le distanze e valorizzare, in ogni sua forma, la bellezza della differenza.

Partecipare non significa solo assistere a un musical, ma contribuire a costruire, tassello dopo tassello, una società più sensibile, in cui la diversità smetta di essere un concetto astratto e diventi, finalmente, una ricchezza condivisa.

Bianca Desideri

 

Diritti umani e intelligenza artificiale, tutele e rischi

Un simposio contemporaneo, con l’obiettivo di fare chiarezza su un tema complesso e di grande attualità. “Tutela dei Diritti umani nell’era dell’Intelligenza artificiale” è stato l’argomento affrontato presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, in un appuntamento moderato dalla giornalista e giurista Bianca Desideri, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” e portavoce del Governatore del Distretto 108 Ya Lions International e realizzato in collaborazione con il Distretto 108 Ya Lions International, la Circoscrizione 1 del Distretto 108 Ya, il Lions Club Napoli Europa “Gianpaolo Cajati”, il Lions Club Nola Host “Giordano Bruno” e l’Associazione Culturale “Napoli è”.

La data dell’evento, lo scorso 17 dicembre, ha assunto un valore simbolico particolarmente significativo, cadendo a pochi giorni dalla ricorrenza del 10 dicembre 1948, quando venne proclamata la Dichiarazione universale dei diritti umani. In quell’occasione, i rappresentanti delle nazioni riuniti nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, guidati dalla presidente della Commissione per i Diritti Umani Eleanor Roosevelt, scelsero con grande senso di responsabilità di illuminare l’Occidente e il mondo intero con valori intramontabili, profondamente radicati nella natura umana, come la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e la fratellanza.

Da quel momento storico, l’umanità ha compiuto enormi passi avanti nel progresso scientifico e tecnologico. Tuttavia, non sempre la bussola della scienza ha puntato con decisione verso la tutela dei diritti umani, soprattutto negli ultimi anni, in cui l’intelligenza artificiale, tecnologia capace di simulare alcune capacità umane, è entrata in modo sempre più pervasivo nelle nostre vite quotidiane.

Ha aperto i lavori il Presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus Giuseppe Desideri.

Hanno partecipato: Pino Naim, Governatore del Distretto 108 Ya Lions International; Roberto Ivan Forlenza, Presidente Circoscrizione 1 Distretto 108 Ya Lions Club International; Enzo Capone, Presidente Lions Club Napoli Europa “Gianpaolo Cajati”; Giovanna Sepe, Presidente Lions Club Nola Host “Giordano Bruno”, i Consiglieri Immacolata Raiano e Francesco Polio della Municipalità 2 del Comune di Napoli, la consigliera dell’Associazione Culturale “Napoli è” Alessandra Desideri, consulente per i media struttura portavoce del Governatore del Distretto 108 Ya Lions International.

Nel corso dell’incontro, Olga Izzo, Consigliera di parità della Città Metropolitana di Napoli, ha sottolineato come l’intelligenza artificiale, se non adeguatamente governata, possa amplificare le discriminazioni esistenti. Ha quindi evidenziato la necessità di una supervisione umana, della responsabilità e del rispetto dei principi democratici, come condizioni indispensabili per tutelare la dignità e i diritti fondamentali della persona.

A seguire, Emilio Contrasto, Segretario Generale di UNISIN/CONFSAL, ha richiamato l’impegno del sindacato in sede istituzionale, ribadendo l’importanza di stare al passo con i tempi attraverso la formazione e la riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

L’avvocato Anna Salvati, referente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli per il Progetto Carità e Giustizia dell’Arcidiocesi di Napoli, ha illustrato al pubblico le principali linee guida giuridiche, insieme alle normative nazionali e sovranazionali, pensate per proteggere la persona dai rischi connessi all’uso dell’intelligenza artificiale.

Un richiamo forte alla centralità dell’essere umano è arrivato anche dall’avvocato Sergio Longhi, Segretario della Fondazione dell’Avvocatura Napoletana, il quale, dopo aver portato i saluti del presidente della Fondazione avvocato Alfredo Sorge, ha invitato a non perdere di vista il senso ultimo dell’innovazione tecnologica: “Non dimentichiamoci delle persone, del servizio alla comunità, dell’umanità. L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento che ci aiuta, non qualcosa che sostituisce l’umano.”.

Il sociologo Francesco Grossi ha affidato all’avvocato Longhi il suo intervento sul concetto di “restanza” evidenziando che “la globalizzazione, con la sua spinta all’accentramento e alla mobilità, spinge verso la periferia, mentre la restanza è l’atto di resistere al centro, di rimanere in un luogo, opponendosi allo spopolamento e a un modello economico che esclude chi non si conforma. La restanza: Non è opposizione al progresso, ma resistenza a un modello economico che favorisce le aree centrali e multinazionali a scapito delle autonomie locali e delle sovranità nazionali, minacciando identità e coesione sociale”.

L’avvocato Umberto Aleotti, Vice Coordinatore della Commissione di Diritto dell’Unione Europea Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, nel suo intervento affidato alla voce della moderatrice ha sottolineato come “le dichiarazioni di principi approvate dall’Assemblea generale dell’O.N.U. non hanno valore giuridicamente vincolante ai sensi del Trattato di San Francisco”. La Dichiarazione universale ha “il valore che normalmente è ricondotto a questi atti dell’Assemblea generale, ovvero, si tratta di un atto di international soft law, di “diritto internazionale morbido”. Essa equivale, quindi, a un invito formulato agli Stati a tutelare il complesso di diritti che vi sono elencati ma, di per sé, non esprime obblighi giuridici di protezione di quei diritti”.

Un intervento sotto duplice veste quello di Andrea Castaldo, Responsabile Distrettuale Global Service Team (G.S.T.) Distretto 108 Ya Lions International e vice presidente della F.M.P.I. Federazione Medie e Piccole Imprese che dal suo doppio punto di ossevazione ha evidenziato che “l’Intelligenza Artificiale non è un rischio da temere, ma un acceleratore di potenziale umano. Proprio perché accelera, però, può amplificare anche disuguaglianze e ingiustizie. Per questo va governata con “principi di giustizia, inclusività e responsabilità”, prima ancora che con entusiasmo tecnologico. Nel mondo delle PMI, l’impatto dell’IA è già concreto. Non parliamo solo di scenari futuri: parliamo di strumenti che entrano nei processi di selezione, nella gestione dei turni, nella valutazione delle performance, nei sistemi di controllo, nelle decisioni operative. E qui i diritti umani diventano diritti “in carne e ossa”, perché toccano direttamente il “diritto a un lavoro equo” , il “diritto alla non discriminazione”, il “diritto alla privacy”, il “diritto a essere valutati con criteri comprensibili e contestabili”.

A chiudere l’incontro è stato Tommaso Di Napoli, immediato Past Governatore del Distretto 108 Ya Lions International, che ha espresso una riflessione di ampio respiro, in piena sintonia con lo spirito della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Difendere i diritti umani significa prendersi cura del volto umano della società, soprattutto quando quel volto è fragile, marginalizzato o inascoltato”. Egli ha, inoltre, auspicato che le energie della società civile possano unirsi in uno sforzo comune, orientato a salvaguardare e rinnovare la passione per la vita.

Francesco Pio Esposito

FOTOIT: Autori, mostre, concorsi

Ricco il numero di novembre 2025 di FOTOIT con  in copertina un’opera di Giandomenico Spreafico. La rubrica “periscopio” fa una panoramica di mostre collettive e personali di fotografe e fotografi, presentazioni di libri, festival.

Le lettrici e i lettori possono scoprire concorsi, libri di fotografia e attività dei circoli.

Interessante intervista alla fotografa Guia Besana che si dedica alla fotografia con “un particolare interesse al tema dell’identità femminile”.

“Portfolio Italia 2024” presenta Valeria Coli con il portfolio “Lieve” opera prima classificata al 15° Portfolio Lodi; Tiziana Seva con il portfolio “Ciò che resta” opera seconda classificata al 15° Festival della Fotografia Etica di lodi.

“Visti per Voi” presenta Rodney Smith in mostra a Palazzo Rovinella (Rovigo) fino al 1° febbraio 2026 con “Fotografia tra reale e surreale” e Man Ray con “Forme di luce” in mostra a Palazzo Reale a Milano fino all’11 gennaio 2026.

Filippo Venturi parla della fotografia e del trauma nucleare in Giappone 80 anni dopo e Giovanni Ruggiero affronta un altro aspetto dela Seconda Guerra Mondiale, il treno dei bambini, il “treno della felicità” che riportava i bambini al Sud dalle loro famiglie con le fotografie tratte dal Fondo Fotografico Comitato Provinciale ANPI Udine Archivio Storico Documentale.

“Diamoci del Noi” incontra Pasquale Raimondo, coodinatore regionale Puglia e Basilicata.

Agrosfera il progetto nazionale 2025-2026 presenta “A manata” di Salvio Titoni.

Antonio Desideri

Giandomenico Spreafico e la fotografia inventata e trovata

Giandomenico Spreafico è l’Autore scelto per la copertina del numero di novembre 2025 di FOTOIT la rivista della FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche. A parlare del suo lavoro è Luigi Erba che evidenzia la forza con cui riesce a coniugare la semplicità del suo percorso di vita con la complessità del suo rappresentare fotografico. “Per Spreafico – scrive Erba – la fotografia deve avere i suoi gangli che divengono tutto sommato segni”. La sua è una fotografia che porta ad “essenzializzazione”, pochi elementi e ben definti, bianco/nero essenziale, poche le sfumature nei toni del grigio. Un autore da vedere e seguire nel suo percorso artistico.

Antonio Desideri

Fondazione Casa dello Scugnizzo: “Infanzia e adolescenza nell’era dell’Intelligenza Artificiale”

Domani 20 novembre alle ore 10.30 in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, nella Sala Mario Borrelli in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”, ha organizzato in collaborazione con Associazione Culturale Napoli è, Associazione Voce di … Vento APS, Lions Club Napoli Europa Gianpaolo Cajati la tavola rotonda “Infanzia e adolescenza nell’era dell’Intelligenza Artificiale”.

Porteranno i saluti: Dott. PhD. Giuseppe Desideri, Presidente Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; Avv. Roberto Marino, Presidente Municipalità 2 del Comune di Napoli; Arch. Enzo Capone, Presidente Lions Club Napoli Europa “Giampaolo Cajati”.

Interverranno: Dott.ssa Concetta De Iuliis, Assessore Attività scolastiche ed educative, Pari Opportunità, Municipalità 2 Comune di Napoli; Dott.ssa Valeria Vitale, Presidente Commissione Politiche educative e giovanili, Cultura Municipalità 2 Come di Napoli; Dott.ssa Caterina Perillo, Psicologa – Psicoterapeuta – Lions Club Napoli Europa Gianpaolo Cajati; Immacolata Raiano, Presidente Commissione Politiche sociali, Municipalità 2 Comune di Napoli; Dott. Giuseppe Palmieri, Presidente Associazione Voce di … Vento APS; Dott.ssa Alessandra Desideri, Consigliere Associazione Culturale Napoli è – Giornalista – Giurista; Dott.ssa Assunta Landri, Psicologa – Psicoterapeuta – Sportello FoCS Ascolto Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; Dott. Francesco Polio, Coordinatore Distrettuale Area Fame Distretto Leo 108 Ya – Consigliere Municipalità 2 Comune di Napoli.

A introdurre e moderare la Dott.ssa Bianca Desideri, Direttore Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli – Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Giornalista Giurista – Portavoce del Governatore Distretto 108 Ya Lions International.

Alla Fondazione Casa dello Scugnizzo incontro con la nutrizionista Francesca Massa

Si terrà oggi alle ore 16.00 presso la Sala Mario Borrelli della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus l’incontro dedicato alla nutrizione a cura della biologa nutrizionista dott.ssa Francesca Massa nell’ambito delle iniziative del progetto dello Sportello polifunzionale di consulenza gratuita “Noi Insieme per Te” nato dalla collaborazione tra la Fondazione Casa dello Scugnizzo presieduta dal dott. Giuseppe Desideri, la Municipalità 2 del Comune di Napoli presieduta dall’avv. Roberto Marino, il Distretto 108 Ya Lions International Governatore Pino Naim, la I Circoscrizione del Distretto 108 Ya presieduta dal dott. Roberto Ivan Forlenza e il Lions Club guida Napoli Europa Gianpaolo Cajati presieduto dall’arch. Enzo Capone.

Lo sportello è attivo presso la Fondazione in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3 da maggio 2025 secondo un calendario mesile prestabilito.

Interverranno Dott. PhD. Giuseppe Desideri, Presidente Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; Avv. Roberto Marino, Presidente Municipalità 2 del Comune di Napoli, Arch. Enzo Capone, Presidente Lions Club Napoli Europa “Giampaolo Cajati”, Dott.ssa Concetta De Iuliis Assessore Attività scolastiche ed educative, Pari Opportunità, Municipalità 2 Comune di Napoli, Paolo Murolo Presidente Commissione Ambiente, Consigliere delegato alla salute, Municipalità 2 Comune di Napoli, Immacolata Raiano Presidente Commissione Politiche sociali, Municipalità 2 Comune di Napoli; Dott.ssa Valeria Vitale, Presidente Commissione Politiche educative e giovanili, Cultura Municipalità 2 Come di Napoli; Dott. Francesco Polio, Coordinatore Distrettuale Area Fame Distretto Leo 108 Ya – Consigliere Municipalità 2 Comune di Napoli, Dott. Enzo Triunfo Coordinatore Service G.S.T. Distretto 108 Ya Lions International.

Modererà i lavori la Dott.ssa Bianca Desideri Direttore Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli – Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Giornalista – Portavoce del Governatore Distretto 108 Ya Lions International

Istituto Italiano dei Castelli Campania: domani alle Gallerie d’Italia a Napoli conferenza sulla pianta Dupérac Lafréry

Domani 4 novembre alle ore 17 presso le Gallerie d’Italia, in via Toledo 177, promossa dall’Istituto Italiano dei Castelli, si terrà la conferenza del prof. Leonardo Di Mauro “La pianta Dupérac Lafréry e il suo studio per la conoscenza della città contemporanea”

La pianta di Napoli del 1566 incisa da Etienne Dupérac ed Antoine Lafréry è la più importante raffigurazione della città di Napoli nel XVI secolo. I limiti del territorio rappresentato sono ad oriente il Ponte della Maddalena, lo stradone per Poggioreale ed il borgo di Sant’Antonio Abate; a nord la collina di Capodimonte; la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta ad occidente. La data di edizione è contemporanea alle prime prammatiche vicereali e ad una delle più antiche descrizioni della città di Napoli, quella di Giovanni Tarcagnota. Con l’estrema precisione del rilievo la pianta sembra rispondere alla domanda che nel 1566 si poneva proprio il Tarcagnota: “Ora per gratia ditemi chi mi saprà mostrare di qui a cento anni dove fosse porta Petruccia, porta Reale, porta di San Spirito, porta Donnorso? Chi mi saprà di qui a poco dove la Duchesca si fosse? Chi dimandasse di qui a cento anni, dove il Tribunale della Vicaria, o della Sommaria, o del Sacro Consiglio si fosse, come saprebbe huomo renderne conto, se da alcuno scrittore non se lascerà qualche memoria ai posteri?”

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