La memoria delle pietre segna il passaggio dai suoi precedenti libri d’inchiesta alla forma del romanzo. Eppure, anche qui tutto prende avvio da un’indagine: un manoscritto riemerso, tracce da seguire, una verità da ricomporre. Quanto del metodo della giornalista e della sociologa è rimasto nella scrittura della romanziera? E che cosa, invece, soltanto la finzione Le ha consentito di raccontare?
Credo che il mio modo di osservare il mondo sia rimasto lo stesso. Ha momentaneamente cambiato la forma, ma non certamente lo sguardo. La sociologia mi ha insegnato ad ascoltare prima di interpretare, a cercare ciò che si nasconde dietro ciò che appare, a non fermarmi alla superficie delle storie. Anche nel romanzo ho interrogato silenzi, cercato connessioni e seguito dei segnali. La differenza è che la finzione mi ha permesso di entrare in luoghi nei quali l’indagine, da sola, non avrebbe potuto condurmi. Mi ha consentito di dare voce a ciò che spesso rimane nell’ombra, mi ha permesso di abitare il tempo, mi ha dato il coraggio di attraversare abissi interiori e penombre dentro le quali non avevo mai osato camminare: la memoria, le paure e le contraddizioni dei miei personaggi, anch’essi complessi e complicati ma con molti dettagli da raccontare. Soprattutto mi ha permesso di non dover spiegare tutto. Nel romanzo alcune verità possono essere percepite ancor prima di essere state spiegate, e lasciate sospese in un non-tempo che non obbliga alcuna spiegazione. Il manoscritto stesso nasce da questa esigenza: non è semplicemente un documento da interpretare, ma una mappa ricca di segnali che chiede di essere letta e interpretata. Emma infatti, scrive perché ciò che è accaduto non rimanga prigioniero della sua sola vita.
Il titolo affida la memoria a qualcosa di apparentemente immobile e muto: le pietre. Nel romanzo, però, sono proprio i luoghi, gli oggetti e le cose a conservare ciò che gli esseri umani rischiano di dimenticare. Che idea di memoria c’è dietro questa scelta? Le cose possono, in qualche modo, diventare testimoni più fedeli delle persone?
Sì, credo che le cose possano diventare testimoni molto fedeli, proprio perché non hanno bisogno di raccontare. Un oggetto conserva i segni di chi lo ha posseduto, di chi lo ha toccato, di ciò che ha attraversato. Una pietra, apparentemente immobile, può custodire una quantità di tempo che nessuna persona potrebbe contenere. Nel romanzo Enea arriva a comprendere che “alcuni luoghi ricordano meglio delle persone”. Verdiana, attraverso il restauro, impara invece a riconoscere ciò che sopravvive all’usura. La memoria, pertanto, non vive soltanto nella mente. Vive nella materia, negli spazi, negli oggetti, nei gesti che continuiamo a ripetere senza sapere sempre da dove provengano.
Al centro della vicenda c’è un manoscritto composto da fogli dispersi, attraverso il quale torna a parlare Emma, partita negli anni Cinquanta per Parigi. La scrittura diventa così una forma di resistenza alla cancellazione. Per Emma scrivere significa soprattutto ricordare, testimoniare, salvarsi oppure affidare a qualcun altro ciò che lei stessa non riesce più a custodire?
Emma non scrive per essere salvata e nemmeno per costruire una memoria personale. Scrive perché sa bene che raccontare è un grande atto di coraggio e affida al tempo e alla pazienza il suo corso. Ecco perché quei fogli sono dispersi e perché non devono essere ricomposti troppo velocemente. La loro apparente discontinuità rappresenta una mappa: Emma lascia tracce per qualcuno che verrà dopo di lei, qualcuno capace di riconoscere ciò che lei ha soltanto potuto intuire. In questo senso la scrittura diventa resistenza, ma anche un atto di fiducia. Fiducia nel tempo, nella possibilità che qualcuno sappia leggere e abbia il coraggio di credere in ciò che non è (sempre) visibile.
Nel romanzo il silenzio sembra possedere una natura ambivalente: può custodire, proteggere, ma può anche isolare, coprire la violenza e trasformarsi in una forma di prigionia. Dove passa, secondo Lei, il confine tra il silenzio che preserva e quello che diventa complice del dolore?
Il silenzio protegge quando nasce dalla scelta e diventa pericoloso quando viene imposto dalla paura. Credo che il confine passi proprio da lì: dalla possibilità di scegliere se parlare oppure tacere. Nel romanzo ci sono silenzi che delineano cura, rispetto e attesa. E ce ne sono altri che diventano una forma di complicità tossica, perché permettono alla violenza di continuare a esistere indisturbata. Una delle protagoniste attraversa esattamente questo confine. Per anni ha cercato di dare un nome diverso a ciò che aveva vissuto, fino a quando il manoscritto le permette di riconoscere una struttura e non soltanto un ricordo. Quando decide di parlare, comprende che raccontare non cancella il dolore, ma restituisce la responsabilità a chi l’ha tolta. Per me il silenzio può essere una casa oppure una prigione e diventa complice quando impedisce alla verità di trovare una voce.
Enea Laurent è uno studioso delle “memorie condivise”, mentre Verdiana restaura oggetti antichi e sa riconoscere ciò che sopravvive all’usura. Sono due personaggi che, in modi diversi, esercitano un’arte della cura e della ricostruzione. È anche attraverso di loro che il romanzo suggerisce che ricordare non significhi semplicemente recuperare il passato, ma assumersi la responsabilità di ciò che quel passato consegna al presente?
Assolutamente sì. Enea e Verdiana hanno due modalità differenti di avvicinarsi alla memoria, ma entrambe nascono dalla cura dei dettagli, da ciò che molti altri non riescono a percepire. Enea cerca strutture, ricorrenze, connessioni. Le sue “memorie condivise” non sono semplicemente ricordi che passano da una generazione all’altra: sono schemi, modi di stare nel mondo, dinamiche che continuano finché qualcuno non riesce a riconoscerle e a interromperle. Verdiana, invece, lavora sulla materia. Sa che ciò che è danneggiato non deve essere cancellato per tornare a vivere, ma deve essere ascoltato, sostenuto, accompagnato. È significativo che a un certo punto lei dica che “le cose rotte non mentono e non fingono di essere integre”. Attraverso loro ho voluto raccontare proprio questo: ricordare non è un esercizio nostalgico, ma una responsabilità. Ciò che ereditiamo dal passato ci riguarda nel momento in cui scegliamo cosa farne.
Parigi e il borgo siciliano sembrano appartenere a due geografie quasi opposte: la grande città e il luogo raccolto, la partenza e il ritorno, l’anonimato e una comunità nella quale le storie continuano a sedimentarsi. Quanto sono importanti questi due spazi nella costruzione del romanzo? Sono soltanto scenari oppure diventano essi stessi personaggi della vicenda?
Parigi e il Borgo non sono semplicemente luoghi nei quali la storia accade, ma sono due presenze narrative, due modi diversi di custodire la memoria. Due cuori che battono realmente, hanno una loro personalità e posseggono un’anima. Per questo li considero quasi dei personaggi. Entrambi osservano, interrogano, custodiscono e dialogano con i protagonisti e col lettore. Con me hanno dialogato moltissimo e mi piace immaginare che possano farlo con ognuno di voi. E soprattutto entrambi hanno una memoria che precede quella dei protagonisti, a loro insaputa!
Fra i temi più delicati del libro emergono la solitudine e la violenza di genere. Lei li affronta senza trasformare il dolore in spettacolo e senza ridurre i personaggi alla condizione di vittime. È stata una scelta consapevole? Che responsabilità sente uno scrittore quando decide di dare forma narrativa a esperienze nelle quali vulnerabilità, paura e violenza entrano così profondamente nella vita delle persone?
È stata una scelta profondamente consapevole. Quando si racconta la violenza bisogna avere rispetto e pudore del dolore e, soprattutto, bisogna evitare che quel dolore diventi uno spettacolo. Non mi interessava raccontare una vittima. Mi interessava raccontare una persona. Una persona che ha paura, che resiste, che si interroga, che si attribuisce colpe che non le appartengono e che, lentamente, trova la possibilità di riconoscere ciò che le è accaduto. La violenza, nel romanzo, non è soltanto quella evidente. È anche quella che entra lentamente nella mente, che modifica la percezione di sé, che trasforma un rifiuto in un presunto equivoco e porta chi la subisce a dubitare della propria stessa esperienza.
Nel romanzo il passato continua ad affacciarsi sul presente, ma non sembra mai lasciarsi ricostruire completamente. Rimane sempre qualcosa di irriducibile, una parte che sfugge. È forse questo uno dei significati più profondi della “memoria delle pietre”: accettare che ricordare non significhi possedere interamente ciò che è stato?
Sì, penso che la memoria non coincida mai con il possesso del passato perché ricordare non significa ricostruire ogni dettaglio, né avere finalmente una versione definitiva di ciò che è stato. Esistono cose che rimangono incompiute e proprio per questo continuano a vivere. La memoria è fatta anche di lacune, di frammenti, di intuizioni, di sensazioni che arrivano prima delle parole. Per questo i fogli di Emma non sono ordinati: il tempo, nella nostra esperienza interiore, non procede mai davvero in linea retta.
Lei viene da una lunga esperienza di giornalismo sociale, nella quale ha incontrato vite segnate dal carcere, dall’emarginazione e dallo stigma. Anche in questo romanzo sembra interessarla ciò che esiste dietro le definizioni, dietro ciò che appare immediatamente visibile. Possiamo dire che La memoria delle pietre, pur attraverso la finzione, continui la sua ricerca sull’essere umano prima del giudizio e oltre l’etichetta?
Sì, e credo che sia uno degli elementi che più profondamente mi appartengono anche nella scrittura di questo romanzo. Le etichette mi hanno sempre interessato poco, perché spesso sono il modo più rapido che abbiamo per smettere di guardare davvero una persona. Dire “vittima”, “colpevole”, “fragile”, “forte” può diventare una scorciatoia che ci impedisce di vedere tutto ciò che esiste nel mezzo. Anche Enea, nel romanzo, non ama le definizioni. Gli interessa la continuità, ciò che esiste oltre una cornice e che spesso non può essere immediatamente nominato. La mia ricerca sull’essere umano, quindi, continua, ma attraverso uno strumento diverso. La “finzione”, se così possiamo chiamarla, mi ha dato la possibilità di avvicinarmi ancora di più alle contraddizioni, alle zone d’ombra, alle parti che spesso non trovano spazio quando raccontiamo una storia soltanto attraverso i fatti. Prima del giudizio c’è sempre una persona. E credo che sia necessario ricordarlo.
Alla fine di questo percorso resta una domanda che sembra attraversare l’intero libro: che cosa significa davvero “lasciare andare”? È dimenticare, perdonare, interrompere una catena di dolore oppure imparare finalmente a convivere con ciò che non può più essere cambiato?
Per me lasciare andare non significa abbandonare o dimenticare. E non significa necessariamente perdonare. Non lo so, in realtà, se i protagonisti del mio romanzo abbiano realmente perdonato. Lasciare andare significa smettere di permettere a ciò che è accaduto di continuare a decidere chi siamo, a volte significa interrompere una catena, altre volte significa accettare che una parte della nostra storia non potrà essere modificata e che, nonostante questo, possiamo scegliere cosa farne. Emma, Enea, Verdiana scelgono, con gesti diversi di interrompere qualcosa. Uno dei significati più autentici del concetto del lasciare andare è affidato proprio a dei simboli che racconteranno quanto sia improbabile cancellare il passato, ma è fondamentale impedirgli di trasformarsi nel nostro destino. Alla fine non si tratta di dimenticare ciò che siamo stati, ma si tratta di poterlo guardare senza esserne più prigionieri.
Katya Maugeri: Giornalista e sociologa è autrice di due libri inchiesta legati alla realtà carceraria:
Liberaci dai nostri mali (Villaggio Maori Edizioni), un focus approfondito sulle carceri italiane, vincitore del premio Etnabook nel 2019, che prossimamente sarà una rappresentazione teatrale.
Tutte le cose che ho perso. Storie di donne dietro le sbarre (Villaggio Maori Edizioni), un’inchiesta al carcere di Rebibbia in cui il silenzio assordante delle detenute diventano racconti in prima persona.
E’ co-autrice insieme al presidente di Co.N.O.S.C.I. Sandro Libianchi, dirigente medico presso il carcere di Rebibbia, di un approfondimento tematico sull’uso delle droghe in carcere.
Interessata da sempre alla scrittura autobiografica, al Centro di Solidarietà Il Delfino di Cosenza cura il laboratorio di lettura e scrittura autobiografica nella comunità di recupero per tossicodipendenti e partecipa con alcune ONLUS a diversi progetti speciali di solidarietà sociale.
Giuseppina Capone