Le ecofotopasseggiate di “Operazione Napoli città pulita”

“Operazione Napoli città pulita”  è un progetto che nasce con lo scopo di far riemergere questa città  ricca di storia e tradizioni, di arte, cultura e arte culinaria dai mille e più sapori, liberandola dai rifiuti che per anni hanno sommerso e nascosto il suo grande valore. La fotografia, ad esempio, è un efficace mezzo di rivolta ai fini di un concreto mutamento, perché attraverso quest’ultima si inducono i soggetti coinvolti a riflettere sulle tematiche affrontate e sui modi per produrre cambiamenti.

La fotografia come arma di rivoluzione, fermare tutti quegli attimi che sono in grado di accendere  una miccia nel nostro cervello. Perché la fotografia ha ancora la forza di smuovere le masse. Di accendere   gli animi. Di  creare  rivoluzioni.”  Gianni Berengo Gardin fotoreporter

Sarà proprio la fotografia  il perno centrale del  vasto programma di attività che svolgeranno le Associazioni che hanno promosso il progetto “Operazione Napoli città pulita” che si propongono di contribuire allo sviluppo della coscienza civica.  La prima iniziativa  sarà  una serie di passeggiate  ecologiche, storiche ed artistiche-architettoniche, nei meravigliosi luoghi  di Napoli deturpati e resi indecenti dal comportamento spesso irresponsabile dell’uomo. Il primo incontro è avvenuto lo scorso dodici ottobre in uno dei siti  che più rappresenta l’involuzione della società  nei riguardi del rispetto dell’arte, della natura  e della dignità umana: Piazza Carlo III, dominata dalla mole del Real Albergo dei Poveri, frutto della maestria  di Ferdinando Fuga nel XIX secolo (fatto edificare da re Carlo III per offrire ai cittadini bisognosi e ai senza tetto un ricovero e assistenza). Durante l’incontro  del dodici ottobre, che si è svolto presso il Caffè Vanvitelli a piazza Carlo III, è stato notevole e interessante l’intervento dei rappresentanti delle Associazioni che hanno promosso il progetto, i quali hanno raccontato le tante funzioni che Palazzo Fuga ha avuto nei decenni della sua storia e tale informazione ha permesso poi di mettere a confronto la grande umanità che contraddistingueva la classe dirigente dell’epoca con il pressapochismo e incapacità delle attuali politiche sociali, sorde e cieche nei confronti della popolazione sofferente. Difatti, nei secoli la struttura ha acquisito diverse funzioni quali l’accoglienza  e l’istruzione per gli orfani e gli indigenti,  è stata una  scuola di musica, un carcere, scuola per sordomuti e non solo, è stata anche un centro educativo per minori. Ancora, in questo luogo,  due secoli fa, si restituiva  dignità e sicurezza ai diseredati; una famiglia agli  esclusi, ai senzatetto una casa, e ai giovani si insegnava un lavoro con cui vivere. Proprio per questi suoi usi umanitari, il progetto “Operazione Napoli città pulita” ha considerato  questo luogo il più pertinente dove iniziare il lungo percorso  per far sì che Napoli si liberi dalla sporcizia fisica e dalla miseria morale che da troppo tempo rischia di devastarla, a dispetto  della sua luminosa storia e degli immensi tesori che custodisce. Tuttavia, nonostante la storia ci racconti che al suo tempo la struttura fu utilizzata per scopo solidale, accogliente e altruista, durante gli  anni del progresso  tecnologico e  dello sviluppo  economico si sono ugualmente dimenticati i valori della  solidarietà e del rispetto della persona. Per questo Napoli ha estremo bisogno di un’azione di riappropriazione della città per liberarsi dalla situazione nella quale  si trova attualmente per incuria e superficialità di parte della sua classe dirigente. Nel contempo, però, pare proprio che la popolazione popolo stia rapidamente acquisendo  consapevolezza del grande valore della città partenopea e che ora sia pronta a portare avanti un’opera di cambiamento  per evitare che muoia con tutti i suoi figli. L’incontro del dodici ottobre è proseguito con la visita alla piazza dai giardini devastati e ricolmi di rifiuti, al palazzo Fuga circondato da aiuole con cespugli selvatici che accolgono senzatetto che vivono tra rifiuti di ogni genere. Tutto puntualmente documentato da un attento reportage fotografico.

Alessandra Federico

Valerio Catoia: l’eroe tutto fare con la sindrome di Down diventa poliziotto

Valerio è un capo scout, Alfiere della Repubblica, ballerino di danza afro-caraibica, è un atleta paralimpico, nuota a livello agonistico e lavora in un’azienda che vende energia pulita. Ma non finisce qui, Valerio, da mercoledì 29 settembre, è un poliziotto ad honorem. Ha ottenuto il ruolo per aver dimostrato di avere grandi capacità e tutti i requisiti per svolgere questo lavoro; coraggio, determinazione, e soprattutto tanta grinta e non solo, ha conseguito eccellentemente tutto il percorso gli studi. Ha dimostrato di possedere grande forza, audacia e generosità quando, appena diciassettenne, salvò una bambina che rischiava di annegare. Oggi Catoia ha ventuno anni e ha raggiunto il suo grande sogno di diventare poliziotto.

“Sono emozionato e felicissimo di ricevere questo premio, per me un grande onore far parte della Polizia!”Afferma Valerio, dopo la cerimonia dedicata a lui nel parco Archeologico del Colosseo a Roma mercoledì 29 settembre. Non potevano mancare, purtroppo, le offese e le critiche colme di rabbia e disprezzo attraverso i social. “Valerio è argento vivo” – afferma con grande orgoglio il padre del ragazzo. Valerio è affetto dalla sindrome di Down e da sempre i suoi genitori cercano di proteggerlo da chi, possedendo poca sensibilità, ha sempre cercato di sminuirlo. “Valerio è un fiore destinato a non sbocciare” – queste sono state le parole dei medici quando è nato Valerio – ma, al contrario di ciò che si presumeva, il giovane poliziotto è un fiore che sboccia continuamente ed è costantemente motivo di orgoglio e soddisfazione per i suoi genitori. Generoso, altruista, combattivo e ricco di entusiasmo, Valerio non si lascia abbattere dai pregiudizi a volte crudeli, al contrario, dimostra ancora una volta di aver grandi doti prendendo la decisione di non rispondere sui social ad alcuna provocazione, ma andando, e, quasi con indifferenza nei confronti dell’accaduto, direttamente a denunciare  alla polizia postale la questione. Tante, troppe le offese cariche di odio, di derisione che ha dovuto subire Valerio sui social. Difatti, la polizia ha voluto coinvolgere il ragazzo in una campagna per la sensibilizzazione delle persone sull’uso consapevole della rete contro l’odio. “La noia, la stupidità? Ho pensato persino che il fisico scolpito di Valerio possa avere dato fastidio, magari non te lo aspetti, no?”. Sono le parole del padre di Valerio, che, assieme a sua moglie, avevano inizialmente e con l’intenzione di proteggerlo, deciso di non tenerlo al corrente delle offese ricevute sui social network. “Stargli dietro è un privilegio, ma anche molto faticoso, non per la sua condizione, ma perché non si ferma mai” affermano i genitori sorridendo. Perché Valerio, sin da bambino, ha sempre seguito ogni suo sogno, niente per lui è mai stato un ostacolo, alcun sorrisino ironico dei compagni di banco e alcun pregiudizio di chi credeva e sosteneva che non ce l’avrebbe fatta a realizzare ciò che voleva sono stati per lui motivo per arrendersi o non credere in sé, al contrario, ha da sempre avuto una grande forza di volontà e voglia di esplorare e scoprire il mondo in ogni sua sfaccettatura; non a caso Valerio ama fare tante cose che racchiudono sia cultura che attività fisica. Insomma, Valerio è davvero un’esplosione di energia e dal quale chiunque dovrebbe, invece di provare invidia o deriderlo, prenderne esempio.

Alessandra Federico

A Porto Torres convegno su “Prove di ripartenze”

. A Porto Torres le proposte della FIP CISAL

“Abbiamo necessità di allargare il fronte…”.

L’incipit nel saluto istituzionale di Massimo Mulas, sindaco di Porto Torres, apre i lavori del Convegno Provinciale FIP CISAL di Sassari, realizzatosi nel pomeriggio del trenta settembre, presso l’auditorium comunale “Filippo Canu” a Porto Torres.

L’iniziativa, organizzata dalla Segreteria Provinciale Cisal di Sassari è stata seguita da alcune decine di iscritti e simpatizzanti turritani.

Intervenuti all’assise muniti di invito personale e certificato sanitario vigente (green pass), per garantire la massima prevenzione del caso, nel rispetto del distanziamento sociale, imposto e necessario in un ambiente indoor quale la sala congressi comunale.

Nino Fiori, segretario provinciale Fip/Cisal, introduce i relatori e ne modera gli interventi in modo puntuale.

La sua presentazione essenziale ha ricordato i suoi trascorsi turritani nell’inizio della carriera da insegnante. Nel riconoscimento socio economico di Porto Torres, Fiori ha incluso più di un valore aggiunto, non da ultimo, l’importante numero di pensionati locali, iscritti Fip Cisal, oltre la decisiva rappresentanza di tre lavoratrici turritane in organico al C.a.f. affiliato alla struttura di Viale Umberto.

Coinvolgenti e solidali i pochi secondi di silenzio in sala per ricordare i quindici anziani del sassarese, iscritti Fip, scomparsi nella tragedia della pandemia covid19.

L’onorevole Gavino Manca, attualmente impegnato alla Camera dei Deputati, nel suo primo intervento della serata, ha ribadito il concetto espresso nel saluto del sindaco, ovvero condividere con tutti i colleghi parlamentari sardi, una visione trasversale e unanime, l’impegno prioritario di sostenere la ripartenza sociale, economica dell’isola.

L’assise ha vissuto la fase essenziale nella relazione di Franco Cavallaro, segretario generale nazionale Cisal.

Inclusiva, di ampio respiro, l’analisi di Cavallaro ha toccato vari punti salienti del pianeta lavoro in Italia, prescindendo dal fenomeno planetario della pandemia che ha drammaticamente sospeso l’evoluzione temporale dei popoli, della nostra vita “normale”.

Il presidente Cisal, un articolato vissuto alle spalle con importanti incarichi amministrativi istituzionali ricoperti – non ultimo, quello da sindaco a Dinami, suo luogo natio in provincia di Vibo Valentia –si è soffermato, inevitabilmente, sullo stato delle Politiche attive del Lavoro in Italia, ricordando all’uopo l’acceso dibattito in essere su alcuni provvedimenti dirimenti quando non divisivi, come il noto “reddito di cittadinanza”, norme che nell’attuazione delle stesse, sembrano trascurare il tema decisivo, strategico nelle originarie aspettative del dispositivo fondato sull’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

La famosa “seconda gamba” della riforma che riconosceva nei centri per l’impiego, le agenzie regionali per il lavoro (forti dei famosi navigator ndr) lo strumento vincente per contrastare la crisi occupazionale nel nostro Paese.

Sappiamo, più o meno, come è andata a finire o quasi con l’uso enfatico di un sostegno economico diffuso per una fascia importante di soggetti incapienti o comunque non coinvolti, nella maggior parte dei casi, in processi d’inserimento occupazionale né per un necessario reinserimento nel mercato del lavoro per le migliaia di ex lavoratori, licenziati in questa stagione pandemica.

Difficile poter approfondire in un seminario problematiche complesse rese drammatiche dalla pandemia. E’ invece importante poter provare a riprendere occasioni d’incontro in presenza per scoprire e ricordare modalità di relazioni che nel comparto industriale e economico, fra le parti sociali, rischiano di essere compromesse o superate definitivamente.

Su questo aspetto Cavallaro non ha fatto sconti, neppure all’attuale Premier, avvolto da un’aurea d’immanenza mediale.

Lo stato d’emergenza per la pandemia, non può e non deve prescindere da un dialogo costruttivo scevro da diktat unilaterali.

Senza scomodare necessariamente una stagione non ripetibile dello scorso secolo (la nota, talvolta usurata nel termine, “concertazione”), solo la partecipazione attiva e plurale dei cittadini potrà fare la differenza.

Se il Sindacato italiano, nella sua accezione plurale, registra la principale adesione nei cittadini in pensione, ci sarà più di un problema da affrontare.

Luigi Coppola

 

 

 

(Foto di Luigi Coppola: Sindaco Massimo Mulas, Segretario generale FIP CISAL Franco Cavallaro)

Sorelle per sempre: la storia di Melissa e Caterina scambiate in culla la notte di capodanno

Due bambine siciliane scambiate in culla dagli infermieri la notte di capodanno e  ritornate nelle famiglie biologiche all’età di tre anni, cresciute come sorelle.

“Non ricordiamo molto dello scambio, ricordiamo solo che siamo cresciute insieme. Quello di cui siamo sicure è che i nostri genitori hanno sofferto molto, ma sono stati molto bravi a non far soffrire noi facendoci crescere insieme come una famiglia allargata, questo per noi è meraviglioso. Noi siamo sorelle gemelle” hanno più volte dichairato.

Era la notte di San Silvestro del 1998 quando, gli infermieri di turno all’Ospedale di Mazara del Vallo in Sicilia,  coinvolti dal festeggiamento per l’arrivo dell’anno nuovo, commettevano l’imperdonabile errore di scambiare le culle delle due neonate.

Tre anni vissuti nell’inconsapevolezza che stavano crescendo con la famiglia sbagliata. Ma, nell’autunno del 2001, le due bambine Melissa e Caterina frequentavano la stessa scuola materna e, a notare le somiglianze che le piccole avevano con la madre dell’altra fu proprio la loro maestra.  Così via con analisi del sangue e test del DNA per confermare che ciò che stavano presupponendo fosse la verità. Iniziava così l’incubo che avrebbe scombussolato due nuclei familiari. Un incubo che si sarebbe, però, ben presto trasformato in lieto fine; Caterina e Melissa tornano dai genitori biologici all’età di 3 anni, ma senza separarsi mai l’una dall’altra sin dalla scuola materna fino a proseguire gli stessi studi anche al liceo e all’università di Chieti. Ad oggi si definiscono sorelle gemelle, hanno due mamme, due papà, otto nonni. Prima di arrivare alla serenità, però, hanno inevitabilmente trascorso un periodo complicato sia i genitori ma soprattutto le bambine anche se ad oggi ricordano ben poco.

Ma in che modo, ad una bambina così piccola, si può spiegare, senza ferirla, che la mamma che l’ha allattata e il papà che le raccontava la favola della buona notte in realtà non erano i veri genitori e che avrebbe dovuto cambiare famiglia?

Per entrambi i papà e le mamme di Melissa e Caterina, la scelta di restituire ai rispettivi genitori la figlia biologica non è stata presa su due piedi anzi, hanno inizialmente attraversato un lungo periodo di titubanza consultandosi con diversi psicologi, giudici, e avvocati per capire quale sarebbe stata la cosa più giusta da fare e soprattutto meno dolorosa e traumatizzante per due bambine di soli 3anni di età. La decisione definitiva fu quella di attuare lo scambio affinché le bambine potessero vivere con i rispettivi genitori, anche se questo non ha mai impedito loro di crescere come una splendida famiglia allargata svolgendo ogni passo della vita assieme.

Non è facile far comprendere a bambini di tenera età che chi ti ha cresciuto e coccolato non era in realtà chi ti ha messo al mondo. A quanto pare, però, la scelta di far crescere le due bambine come se avessero quattro genitori è stata la decisione più giusta e senza dubbio quella più sana per tutti. Ad oggi Melissa e Caterina (ventitre anni) sono felici di essere nate quella stessa notte di capodanno e di essere state scambiate in culla per potersi felicemente definire sorelle gemelle.

Alessandra Federico

Luis Enrique: quando il dolore non incrina uno spirito puro

L’allenatore del calcio spagnolo, la perdita di sua figlia Xana e le sue eloquenti parole per il calcio italiano.  

“Nostra figlia Xana è venuta a mancare questa sera all’età di nove anni dopo aver lottato per cinque lunghi mesi contro un osteosarcoma. Ci mancherai tantissimo, ma ti ricorderemo ogni giorno della nostra vita, con la speranza che un giorno ci incontreremo di nuovo. Sarai la stella che guiderà la nostra famiglia. Riposa in pace, Xanita”, dichiaravano Luis e la sua famiglia in seguito alla morte della piccola, il 26 agosto del 2019.

Non si dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. Eppure la vita a volte è ingiusta. Luis Enrique (Allenatore della CT della Nazionale spagnola) ha perso sua figlia di soli 9 anni il 26 agosto 2019. Tuttavia, malgrado la forte sofferenza, l’allenatore ha, con grande forza di volontà, trovato la grinta per andare avanti dimostrando, inoltre, di possedere una grande intelligenza e  un animo sensibile, umile e altruista.  Luis  è ad oggi stimatissimo anche dagli italiani che, alla vittoria della partita contro la Spagna dello scorso 6 luglio, sono rimasti colpiti dalla sua straordinaria umiltà:

“Sono felice per quello che ho visto. Ho goduto di una partita di alto livello, con due squadre forti che cercavano di giocare un bel calcio, è stato uno spettacolo per i tifosi. Voglio fare i complimenti all’Italia, spero che in finale possa vincere questo Europeo. Tiferò per gli azzurri”, ha dichiarato.

“L’errore che non dobbiamo commettere – aveva detto alla vigilia – è non essere la Spagna. Poi potremo perdere, vincere o pareggiare, ma so che la mia squadra sarà fedele al nostro spirito”.

Il messaggio di Enrique ha voluto trasmettere diversi significati: la sofferenza non deve portare a diventare meschini e a perdere fiducia nella vita.

Al contrario, Luis ci insegna che le tragedie devono far sì che il proprio punto di vista sulla vita possa mutare affinché si arrivi a comprendere quali sono le priorità e per cosa valga la pena soffrire o gioire. Ancora, ci ha insegnato a esultare anche per la vittoria del prossimo e che la competizione è giusta solo se è sana.

La passione per il calcio

La sua passione per il calcio nasce da bambino: gioca nelle giovanili dello Sporting Gijòn e da lì a poco diventa calciatore fino a divenire allenatore. Ha trascorso la maggior parte della sua vita in campo, l’unico momento in cui ha preso una pausa è stato per una giusta quanto delicata causa: 19 giugno 2019 si dimette da allenatore della Spagna per ben sei mesi per stare accanto a sua figlia Xana di nove anni che, per sei lunghi mesi, ha combattuto una dura lotta contro il cancro alle ossa ma purtroppo non l’ha vinta.

Di caloroso conforto fu il calcio italiano per Luis che, con gesti d’amore e tante parole d’affetto, gli ha dimostrato di essergli accanto. Non solo, tante sono state le dediche per Luis ricche di parole di conforto, di sostegno  e di incoraggiamento per una persona di un grande valore d’animo che avrebbe dovuto sopravvivere alla scomparsa della propria figlia.  Christian Vieri: “Xana è volata in cielo, preghiamo per la famiglia di Luis Enrique”.  “Una notizia che mi addolora molto, a te e alla tua famiglia vanno le più sentite condoglianze”, scrisse Roberto Mancini. Francesco Totti: “Non ci sono parole. Riposa in pace piccola stella” . E tante altre dediche colme di parole d’affetto che Luis porterà sempre nel cuore.

Alessandra Federico

 

 

 

 

 

 

 

Alessandria: donna uccide il marito per le troppe violenze subite

È accaduto lo scorso 11 luglio a Borghetto di Borbera in provincia di Alessandria. La donna, (sessantenne, ha ucciso il marito di 64 anni sedandolo e strangolandolo con i lacci delle scarpe. La donna ha immediatamente telefonato i carabinieri per confessare l’omicidio e il  motivo per il quale ha commesso questo omicidio. Sembrerebbe che quest’ultima sia stata vittima, per anni, di violenze (fisiche e psicologiche) da parte del marito. La moglie era disperata e sembrerebbe, dunque, che questo gesto sia stato dettato dall’esasperazione, per difendere sé stessa e suo figlio dalle botte subite per anni all’interno delle mura di casa.

Poche ore prima dell’omicidio, l’uomo si era recato in ospedale a causa delle ferite che aveva in volto in seguito ad un litigio con sua moglie, ma veniva dimesso poco dopo essendo in ottime condizioni di salute.

La donna ha raccontato che il marito, nel pomeriggio prima dell’omicidio,  aveva avuto una forte lite con suo figlio arrivando anche a lanciarsi bottiglie. La situazione stava decisamente degenerando, soprattutto nel momento in cui l’uomo rimane ferito ad un orecchio. Decidono entrambi di chiamare i carabinieri. Secondo quanto raccontato dalla donna, l’uomo, negli ultimi 3-4 anni, sarebbe diventato più aggressivo e prepotente, anche se non c’erano mai state denunce prima d’ora da parte della donna per i maltrattamenti subiti dal marito. Di fatti,  gli investigatori escludono che la questione andasse avanti davvero da anni. Soprattutto perché, i due coniugi, erano considerati due persone gentili e amorevoli dai loro concittadini, quindi nessuno (nemmeno tra amici più intimi) avrebbe mai sospettato ci fosse violenza tra loro.  Ma c’è anche da dire che spesso l’apparenza inganna e che dall’esterno non si è a conoscenza del vero rapporto di una coppia.

 “Ero stanca delle botte a me e a mio figlio”. Arrivare  a compiere un atto del genere senza preoccuparsi delle conseguenze, avviene nel momento in cui si arriva davvero all’esasperazione.

La violenza sulle donne è più frequente di quanto si possa immaginare. La violenza fisica o anche quella psicologica è all’ordine del giorno e la si riscontra in una coppia su tre. In questo caso, la donna ha deciso di sacrificarsi e di rinunciare alla sua libertà pur di porre fine a tutto lo strazio, alle sofferenze, e alle umiliazioni subite per anni dal marito, pur di difendere  e mettere in salvo suo figlio, soprattutto.

Ad oggi la donna è stata sottoposta a fermo nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. La protagonista della vicenda ha dimostrato, senza ombra di dubbio, di possedere un forte coraggio, e che i figli vengono prima di ogni altra cosa.

Ma c’è qualcosa che possiamo fare noi donne prima di arrivare a questo? E’ anche vero che, quando la mente umana viene plagiata, assillata, esasperata, si può arrivare a compiere  atti estremi come questo omicidio. La soluzione potrebbe essere quella di scappare via al primo schiaffo, alla prima minaccia, alla prima aggressione anche se verbale. Bisognerebbe trovare immediatamente il coraggio di dare un taglio netto alla storia anche se dura da tutta una vita, perché alla prima parola offensiva significa che da quel momento in poi la situazione non può che peggiorare. Quando si ha difficoltà nel trovare il coraggio di troncare, è necessario chiedere aiuto a qualcuno, raccontare ciò che si sta vivendo. Ogni donna non deve mai dimenticare che la sua libertà è la cosa che conta di più e che non ne vale mai la pena sacrificarla per un uomo, chiunque esso sia.

Alessandra Federico

Un mito, una leggenda, addio a Raffaella Carrà, la più amata dagli italiani

 

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, ci ha lasciato all’età di 78 anni a Roma, in una clinica. A dare l’annuncio è stato Sergio Japino, regista di tutti i suoi spettacoli e, per lunghi anni, suo compagno di vita. “Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre”, ha detto, “unendosi al dolore degli adorati nipoti Federica e Matteo, di Barbara, Paola e Claudia Boncompagni, degli amici di una vita e dei collaboratori più stretti”.

Raffaella Carrà il cui vero nome era Raffaella Maria Roberta Pelloni era nata a Bologna il 18 giugno del 1943. Aveva iniziato la sua sterminata carriera nel mondo dello spettacolo, cantante, ballerina, conduttrice, attrice, autrice all’età di 9 anni, nel 1952: e nonostante l’enorme successo in tutto il mondo è riuscita a rifuggire dalla mondanità, dalle ospitate e dai gossip.

Si è spenta dopo una malattia che, ha spiegato sempre Japino, “da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia. Una forza inarrestabile la sua, che l’ha imposta ai vertici dello star system mondiale, una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata, facendo si che nulla trapelasse della sua profonda sofferenza. L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non avesse a turbare il luminoso ricordo di lei”. La Carrà, la più amata dagli italiani, era famosissima non solo in Italia, ma anche in Spagna ed in America Latina, “icona gay per le mie canzoni e la mia allegria”, come aveva raccontato a Massimo Gramellini, era stata celebrata lo scorso novembre da un lungo articolo del quotidiano britannico «Guardian», che metteva in fila alcuni dei passaggi più noti del suo percorso artistico, dall’ombelico mostrato durante Canzonissima a «A far l’amore comincia tu», da «Tanti auguri» al Tuca Tuca con Enzo Paolo Turchi, salvato dalla censura Rai da Alberto Sordi e la incoronava la «pop star italiana che ha insegnato all’Europa la gioia del sesso».

Icona della tv e dello stile, dal 1970 la grande artista, infatti, ha venduto oltre 60 milioni di copie in 37 Paesi nel mondo e ha conquistato 22 dischi di platino e d’oro. L’ultimo progetto discografico pubblicato risale al 2018, in occasione delle festività natalizie: “Ogni volta che è Natale”. “Quando la Sony mi ha proposto di incidere un album di Natale ci ho pensato a lungo, ha detto Raffaella in quell’occasione è stata la garanzia di avere carta bianca nella scelta dei brani e degli arrangiamenti a convincermi. Sono felice di averlo fatto. Dirò di più: nel mio ufficio ho una parete tappezzata di album d’oro e di platino. Ho ancora uno spazio libero, con questo disco mi piacerebbe chiudere il cerchio”. Sono 23 gli album pubblicati da Raffaella Carrà in Italia e nel mondo e 45 singoli. Il primo album ad essere tradotto per il mercato spagnolo è stato “Felicità tà tà” del 1974, distribuito in Spagna nel 1975 con il titolo “Rumore”.

I funerali si sono svolti venerdì 9 luglio nella chiesa di Santa Maria in Ara Coeli.
“Chiedo a tutti i suoi fan, in Italia, nel mondo, nelle chiese dei piccoli paesini come in quelle delle grandi città, di darsi appuntamento alle ore 12 di questo venerdì, per offrire tutti insieme l’ultimo saluto virtuale a Raffaella», è stato il messaggio commovente lanciato da Sergio Japino, per anni compagno dell’artista scomparsa.

Nicola Massaro

Il Marconi va in scena… al tempo del Covid. Protagonisti l’amore e i Sedili di Napoli

Mercoledì 30 giugno 2021 alle ore 17.30 andrà in onda sul canale canale youtube all’indirizzo https://youtu.be/hpt69k1i_0o l’evento online “Il Marconi va in scena”… al tempo del Covid-19 realizzato dagli studenti dell’I.S. “G. Marconi” di Giugliano in Campania, dirigente scolastica prof.ssa Giovanna Mugione.

Nato originariamente come “musical” con il progetto  PER CHI CREA SIAE, promosso dal MiBAC e SIAE, ha dovuto necessariamente fare i conti con tutte le problematiche legate al Covid-19 che hanno limitato la possibilità di studiare e stare a scuola in presenza e di conseguenza di portare avanti l’iniziativa.

La tenacia della prof.ssa Giovanna Mugione, dirigente scolastico del Marconi, e la disponibilità delle studentesse e degli studenti, dei docenti e di tutto il personale del prestigioso Istituto campano coinvolto nel progetto e degli esperti esterni, hanno fatto sì che, nonostante le difficoltà, si completasse il lavoro per la messa in scena finale.

Nessuno, all’inizio del percorso, avrebbe mai potuto pensato che invece di un palcoscenico su cui esibirsi, i giovani studenti del Marconi sarebbero diventati protagonisti di un lavoro in cui si è riusciti a coniugare tecnologia, arte, fotografia, recitazione, musica.

Tutti protagonisti, nelle loro varie specificità e ruoli, le attrici e gli attori in erba, i futuri tecnici di ripresa e fotografi, per realizzare quello che si può definire come sottotitolo “L’amore al tempo dei Sedili” di Napoli e aggiungiamo della Dad. Ebbene sì anche la Dad è entrata alla fine in questo progetto diventandone una protagonista indispensabile in questo periodo pandemico così come lo è stata del percorso di studi dei nostri ragazzi in questi ultimi due difficili anni.

“Voglio ringraziare innanzitutto – evidenzia il dirigente scolastico Giovanna Mugione – tutte le studentesse e gli studenti che hanno mostrato attaccamento e passione per questa iniziativa e che nei giorni peggiori hanno chiesto con insistenza se l’esperienza che avevano iniziato prima della pandemia avrebbe avuto seguito per vedere in scena il loro lavoro. Un forte ringraziamento va a tutto il personale coinvolto e soprattutto ai docenti che hanno seguito le attività didattico-organizzative e realizzative del progetto: Erminia Di Niola che ha coordinato le attività, Francesco S. Marsicano, Carmine Palumbo, Antonello Picciano. Un grazie a tutti gli esperti che sono stati chiamati a fornire la loro professionalità: Giuseppe Desideri, giornalista e sceneggiatore, Antonio Vitale regista che ha attualizzato la storia alla Dad, Alessandra Desideri giornalista-coreografa, Laura Bourellis esperta di beni artistici e storici, Bianca Desideri giornalista che ha curato la comunicazione”. All’iniziativa hanno dato la loro adesione e collaborazione come partner l’Associazione Culturale “Napoli è” che dal 1997 si occupa della riscoperta e promozione della storia dei Sedili di Napoli; la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; l’Associazione Teatro Sancarlino Il Teatro del Popolo “che ringrazio per l’attenzione al progetto e la promozione dello stesso – aggiunge il dirigente scolastico Giovanna Mugione”. I costumi di scena sono di Astro Sartoria di Pietro Rocco.

Il lavoro di organizzazione e realizzazione è stato molto più complesso di quanto preventivato alla partenza delle attività didattiche ma gli studenti-protagonisti di questo straordinario impegno dagli attori ai tecnici audio-video, hanno mostrato un entusiasmo che ha travolto tutti e a permesso nonostante il Covid il completamento dello stesso.

Una sfida vinta che ha mostrato come nonostante tutto non bisogna mai arrendersi.

Vi aspettiamo oggi 30 giugno alle ore 17.30 sul canale youtube all’indirizzo https://youtu.be/hpt69k1i_0o, con gli studenti del Marconi protagonisti con i loro personaggi di questa storia d’amore ambientata tra presente e passato nei luoghi dei Sedili di Napoli.

Buona visione a tutti!

 

Alta Roma torna a Cinecittà, Roma torna capitale della moda

Roma diventa protagonista dell’alta sartoria maschile e femminile, quando, nel 1871,  subisce una forte trasformazione economica, culturale, politica e di costume. L’insediamento della corte sabauda, l’avvento del personale ministeriale, danno il via ad una severa ricerca dei migliori sarti italiani.

Da lì a poco le vetrine dei negozi della Roma di fine Ottocento si arricchiscono di meravigliosi abiti sartoriali mentre gli abiti confezionati, invece, riempiono i grandi magazzini nel primo Novecento.

Con la nascita degli atelier, la fondazione delle prime case di moda e delle griffe dell’alta sartoria romana, (grazie alla precisione nei tagli e nei ricami a mano) la moda femminile diventa autarchica, ispirata ai modelli francesi, grazie soprattutto ai primi tentativi dell’indipendenza femminile, diventando i capi più ricercati dai vip e dai reali di quel tempo. Roma diviene, così, capitale della moda.

Alta Roma

“I nostri designer sono gli ambasciatori delle più alte espressioni dell’artigianato e sartorialità del made in Italy, tornare a sfilare in presenza è un segnale forte che vogliamo dare per ribadire l’importanza di Altaroma, come punto di incontro e di promozione per tutte quelle giovani realtà indipendenti che vogliono iniziare il loro percorso all’interno del sistema moda”. Dichiara Adriano Franchi, direttore generale di Altaroma.

Difatti, Alta Roma è un vero e proprio trampolino di lancio per i nuovi stilisti emergenti poiché da loro la possibilità di presentare le loro creazioni e realizzare i loro sogni.

Alta Roma torna a farci sognare. Gli studi di Cinecittà a Roma a ospiteranno la prossima edizione della Roma fashion week dal 7 al 10 luglio.  Per garantire le distanze di sicurezza segnalate dalle normative anti Covid-19 per i designer saranno presenti una ristretta selezione di addetti ai lavori. La Roma fashion week sarà disponibile in tempo reale sulla piattaforma online Alta Roma Digital Runway.

Il calendario di sfilate e performance verrà svelato nei prossimi giorni. Lo storico concorso promosso da Altaroma e Vogue Italia, come sempre, premierà il vincitore di Who is on next? Ancora, non mancheranno i brand di Showcase. Si tratta di un progetto della manifestazione che ha selezionato 72 designer (tra cui 30 nuovi) che permetterà loro di entrare in contatto e iniziare nuove collaborazioni con i buyer e tanti altri grandi gruppi. Roma fashion week Verrà trasmessa in live- streaming ogni giorno e si aprirà con fashion talk organizzati con la 24ore Business School.

Alessandra Federico

Caroline Kostner: dal pattinaggio sul ghiaccio alla moda

Un sogno nato da bambina, quando disegnavo costumi tutti colorati che ritagliavo e conservavo gelosamente in una scatolina che ancora oggi custodisco come un piccolo tesoro. Adesso quel sogno è diventato realtà e l’emozione di dare vita a qualcosa che tante persone avrebbero potuto indossare è stata grandissima. Ho pensato di trasferire la mia idea di eco-chic nei capi, per coniugare il mondo del ghiaccio con la vita di ogni giorno”.

Caroline Kostner è la più celebre pattinatrice artistica italiana sul ghiaccio. È nata a Bolzano l’8 febbraio del 1987. Vincitrice di molti campionati italiani, europei e del mondo per diversi anni, la regina del ghiaccio, ha anche concluso tre stagioni consecutive come prima al mondo nella classifica dell’ISU. Caroline, ad oggi, insegna pattinaggio nella categoria bambini dell’Ice Club Gardena. Ha iniziato a pattinare all’età di soli quattro anni avendo come insegnante proprio sua madre Patrizia (pattinatrice nazionale negli anni ‘70). Ancora, la Kostner, oltre alla sua lingua madre (ladino) conosce bene la lingua italiana, il tedesco, il francese e l’inglese.  Da sempre amante dello studio decise di iscriversi alla facoltà di scienze della comunicazione di Torino, non riuscendo però, per mancanza di tempo, a portare a termini gli studi. La sua ultima storia sentimentale, per ora, risale al 2012 con Alex Schwazer.

La passione per la moda

Oltre alla passione per il pattinaggio sul ghiaccio, Caroline ha, sin dalla tenera età, custodito un altro grande sogno nel cassetto che ad oggi è riuscita a realizzare, grazie soprattutto alla sua determinazione e audaci, dando vita ad una delle più belle collezioni di moda.  In realtà Caroline, era già entrata nel mondo della moda disegnando i propri costumi da pattinaggio per la stagione -2011-2012  (donando il ricavato in beneficenza all’istituto Giannina Gaslini, in seguito alla vendita dei costumi durante un’asta) e inoltre aveva, nel 2005, collaborato con Roberto Cavalli.

Per Caroline “L’abbigliamento non è solo moda ma anche un modo di comunicare con il mondo e può trasmettere un reale valore sociale. Una filosofia di vita che ho fatto mia sul ghiaccio e che adesso desidero trasmettere attraverso i miei capi alle ragazze e alle donne di ogni età”.

Capi sportivi, alla moda e per tutti i giorni, Carolina Kostner lancia la sua prima linea di abbigliamento Icenonice: due modelli di mascherine, dodici outfit adatti a tutte le stagioni e due capi invernali. Caroline riesce finalmente a dare vita al suo sogno grazie al progetto realizzato insieme a Sagester, azienda vicentina specializzata nella produzione di abbigliamento sartoriale tecnico sportivo, coniugando insieme esigenze tecniche e stile per un outfit eco-chic: l’utilizzo del Nilit Heat, ossia una fibra creta con il carbone vegetale del caffè e recuperato dalla buccia dei chicchi, per ottenere un tessuto sostenibile che garantisce isolamento termico in modo da poter utilizzare i capi sia con il caldo che con il freddo. Insomma, l’audacia di Caroline, insegna che i sogni possono diventare realtà, basta avere fiducia in sé stessi e non smettere di impegnarsi in ciò in cui si crede.

Alessandra Federico

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