Luis Enrique: quando il dolore non incrina uno spirito puro

L’allenatore del calcio spagnolo, la perdita di sua figlia Xana e le sue eloquenti parole per il calcio italiano.  

“Nostra figlia Xana è venuta a mancare questa sera all’età di nove anni dopo aver lottato per cinque lunghi mesi contro un osteosarcoma. Ci mancherai tantissimo, ma ti ricorderemo ogni giorno della nostra vita, con la speranza che un giorno ci incontreremo di nuovo. Sarai la stella che guiderà la nostra famiglia. Riposa in pace, Xanita”, dichiaravano Luis e la sua famiglia in seguito alla morte della piccola, il 26 agosto del 2019.

Non si dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. Eppure la vita a volte è ingiusta. Luis Enrique (Allenatore della CT della Nazionale spagnola) ha perso sua figlia di soli 9 anni il 26 agosto 2019. Tuttavia, malgrado la forte sofferenza, l’allenatore ha, con grande forza di volontà, trovato la grinta per andare avanti dimostrando, inoltre, di possedere una grande intelligenza e  un animo sensibile, umile e altruista.  Luis  è ad oggi stimatissimo anche dagli italiani che, alla vittoria della partita contro la Spagna dello scorso 6 luglio, sono rimasti colpiti dalla sua straordinaria umiltà:

“Sono felice per quello che ho visto. Ho goduto di una partita di alto livello, con due squadre forti che cercavano di giocare un bel calcio, è stato uno spettacolo per i tifosi. Voglio fare i complimenti all’Italia, spero che in finale possa vincere questo Europeo. Tiferò per gli azzurri”, ha dichiarato.

“L’errore che non dobbiamo commettere – aveva detto alla vigilia – è non essere la Spagna. Poi potremo perdere, vincere o pareggiare, ma so che la mia squadra sarà fedele al nostro spirito”.

Il messaggio di Enrique ha voluto trasmettere diversi significati: la sofferenza non deve portare a diventare meschini e a perdere fiducia nella vita.

Al contrario, Luis ci insegna che le tragedie devono far sì che il proprio punto di vista sulla vita possa mutare affinché si arrivi a comprendere quali sono le priorità e per cosa valga la pena soffrire o gioire. Ancora, ci ha insegnato a esultare anche per la vittoria del prossimo e che la competizione è giusta solo se è sana.

La passione per il calcio

La sua passione per il calcio nasce da bambino: gioca nelle giovanili dello Sporting Gijòn e da lì a poco diventa calciatore fino a divenire allenatore. Ha trascorso la maggior parte della sua vita in campo, l’unico momento in cui ha preso una pausa è stato per una giusta quanto delicata causa: 19 giugno 2019 si dimette da allenatore della Spagna per ben sei mesi per stare accanto a sua figlia Xana di nove anni che, per sei lunghi mesi, ha combattuto una dura lotta contro il cancro alle ossa ma purtroppo non l’ha vinta.

Di caloroso conforto fu il calcio italiano per Luis che, con gesti d’amore e tante parole d’affetto, gli ha dimostrato di essergli accanto. Non solo, tante sono state le dediche per Luis ricche di parole di conforto, di sostegno  e di incoraggiamento per una persona di un grande valore d’animo che avrebbe dovuto sopravvivere alla scomparsa della propria figlia.  Christian Vieri: “Xana è volata in cielo, preghiamo per la famiglia di Luis Enrique”.  “Una notizia che mi addolora molto, a te e alla tua famiglia vanno le più sentite condoglianze”, scrisse Roberto Mancini. Francesco Totti: “Non ci sono parole. Riposa in pace piccola stella” . E tante altre dediche colme di parole d’affetto che Luis porterà sempre nel cuore.

Alessandra Federico

 

 

 

 

 

 

 

Alessandria: donna uccide il marito per le troppe violenze subite

È accaduto lo scorso 11 luglio a Borghetto di Borbera in provincia di Alessandria. La donna, (sessantenne, ha ucciso il marito di 64 anni sedandolo e strangolandolo con i lacci delle scarpe. La donna ha immediatamente telefonato i carabinieri per confessare l’omicidio e il  motivo per il quale ha commesso questo omicidio. Sembrerebbe che quest’ultima sia stata vittima, per anni, di violenze (fisiche e psicologiche) da parte del marito. La moglie era disperata e sembrerebbe, dunque, che questo gesto sia stato dettato dall’esasperazione, per difendere sé stessa e suo figlio dalle botte subite per anni all’interno delle mura di casa.

Poche ore prima dell’omicidio, l’uomo si era recato in ospedale a causa delle ferite che aveva in volto in seguito ad un litigio con sua moglie, ma veniva dimesso poco dopo essendo in ottime condizioni di salute.

La donna ha raccontato che il marito, nel pomeriggio prima dell’omicidio,  aveva avuto una forte lite con suo figlio arrivando anche a lanciarsi bottiglie. La situazione stava decisamente degenerando, soprattutto nel momento in cui l’uomo rimane ferito ad un orecchio. Decidono entrambi di chiamare i carabinieri. Secondo quanto raccontato dalla donna, l’uomo, negli ultimi 3-4 anni, sarebbe diventato più aggressivo e prepotente, anche se non c’erano mai state denunce prima d’ora da parte della donna per i maltrattamenti subiti dal marito. Di fatti,  gli investigatori escludono che la questione andasse avanti davvero da anni. Soprattutto perché, i due coniugi, erano considerati due persone gentili e amorevoli dai loro concittadini, quindi nessuno (nemmeno tra amici più intimi) avrebbe mai sospettato ci fosse violenza tra loro.  Ma c’è anche da dire che spesso l’apparenza inganna e che dall’esterno non si è a conoscenza del vero rapporto di una coppia.

 “Ero stanca delle botte a me e a mio figlio”. Arrivare  a compiere un atto del genere senza preoccuparsi delle conseguenze, avviene nel momento in cui si arriva davvero all’esasperazione.

La violenza sulle donne è più frequente di quanto si possa immaginare. La violenza fisica o anche quella psicologica è all’ordine del giorno e la si riscontra in una coppia su tre. In questo caso, la donna ha deciso di sacrificarsi e di rinunciare alla sua libertà pur di porre fine a tutto lo strazio, alle sofferenze, e alle umiliazioni subite per anni dal marito, pur di difendere  e mettere in salvo suo figlio, soprattutto.

Ad oggi la donna è stata sottoposta a fermo nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. La protagonista della vicenda ha dimostrato, senza ombra di dubbio, di possedere un forte coraggio, e che i figli vengono prima di ogni altra cosa.

Ma c’è qualcosa che possiamo fare noi donne prima di arrivare a questo? E’ anche vero che, quando la mente umana viene plagiata, assillata, esasperata, si può arrivare a compiere  atti estremi come questo omicidio. La soluzione potrebbe essere quella di scappare via al primo schiaffo, alla prima minaccia, alla prima aggressione anche se verbale. Bisognerebbe trovare immediatamente il coraggio di dare un taglio netto alla storia anche se dura da tutta una vita, perché alla prima parola offensiva significa che da quel momento in poi la situazione non può che peggiorare. Quando si ha difficoltà nel trovare il coraggio di troncare, è necessario chiedere aiuto a qualcuno, raccontare ciò che si sta vivendo. Ogni donna non deve mai dimenticare che la sua libertà è la cosa che conta di più e che non ne vale mai la pena sacrificarla per un uomo, chiunque esso sia.

Alessandra Federico

Un mito, una leggenda, addio a Raffaella Carrà, la più amata dagli italiani

 

Raffaella Carrà, una delle più grandi showgirl italiane, ci ha lasciato all’età di 78 anni a Roma, in una clinica. A dare l’annuncio è stato Sergio Japino, regista di tutti i suoi spettacoli e, per lunghi anni, suo compagno di vita. “Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre”, ha detto, “unendosi al dolore degli adorati nipoti Federica e Matteo, di Barbara, Paola e Claudia Boncompagni, degli amici di una vita e dei collaboratori più stretti”.

Raffaella Carrà il cui vero nome era Raffaella Maria Roberta Pelloni era nata a Bologna il 18 giugno del 1943. Aveva iniziato la sua sterminata carriera nel mondo dello spettacolo, cantante, ballerina, conduttrice, attrice, autrice all’età di 9 anni, nel 1952: e nonostante l’enorme successo in tutto il mondo è riuscita a rifuggire dalla mondanità, dalle ospitate e dai gossip.

Si è spenta dopo una malattia che, ha spiegato sempre Japino, “da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia. Una forza inarrestabile la sua, che l’ha imposta ai vertici dello star system mondiale, una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata, facendo si che nulla trapelasse della sua profonda sofferenza. L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non avesse a turbare il luminoso ricordo di lei”. La Carrà, la più amata dagli italiani, era famosissima non solo in Italia, ma anche in Spagna ed in America Latina, “icona gay per le mie canzoni e la mia allegria”, come aveva raccontato a Massimo Gramellini, era stata celebrata lo scorso novembre da un lungo articolo del quotidiano britannico «Guardian», che metteva in fila alcuni dei passaggi più noti del suo percorso artistico, dall’ombelico mostrato durante Canzonissima a «A far l’amore comincia tu», da «Tanti auguri» al Tuca Tuca con Enzo Paolo Turchi, salvato dalla censura Rai da Alberto Sordi e la incoronava la «pop star italiana che ha insegnato all’Europa la gioia del sesso».

Icona della tv e dello stile, dal 1970 la grande artista, infatti, ha venduto oltre 60 milioni di copie in 37 Paesi nel mondo e ha conquistato 22 dischi di platino e d’oro. L’ultimo progetto discografico pubblicato risale al 2018, in occasione delle festività natalizie: “Ogni volta che è Natale”. “Quando la Sony mi ha proposto di incidere un album di Natale ci ho pensato a lungo, ha detto Raffaella in quell’occasione è stata la garanzia di avere carta bianca nella scelta dei brani e degli arrangiamenti a convincermi. Sono felice di averlo fatto. Dirò di più: nel mio ufficio ho una parete tappezzata di album d’oro e di platino. Ho ancora uno spazio libero, con questo disco mi piacerebbe chiudere il cerchio”. Sono 23 gli album pubblicati da Raffaella Carrà in Italia e nel mondo e 45 singoli. Il primo album ad essere tradotto per il mercato spagnolo è stato “Felicità tà tà” del 1974, distribuito in Spagna nel 1975 con il titolo “Rumore”.

I funerali si sono svolti venerdì 9 luglio nella chiesa di Santa Maria in Ara Coeli.
“Chiedo a tutti i suoi fan, in Italia, nel mondo, nelle chiese dei piccoli paesini come in quelle delle grandi città, di darsi appuntamento alle ore 12 di questo venerdì, per offrire tutti insieme l’ultimo saluto virtuale a Raffaella», è stato il messaggio commovente lanciato da Sergio Japino, per anni compagno dell’artista scomparsa.

Nicola Massaro

Il Marconi va in scena… al tempo del Covid. Protagonisti l’amore e i Sedili di Napoli

Mercoledì 30 giugno 2021 alle ore 17.30 andrà in onda sul canale canale youtube all’indirizzo https://youtu.be/hpt69k1i_0o l’evento online “Il Marconi va in scena”… al tempo del Covid-19 realizzato dagli studenti dell’I.S. “G. Marconi” di Giugliano in Campania, dirigente scolastica prof.ssa Giovanna Mugione.

Nato originariamente come “musical” con il progetto  PER CHI CREA SIAE, promosso dal MiBAC e SIAE, ha dovuto necessariamente fare i conti con tutte le problematiche legate al Covid-19 che hanno limitato la possibilità di studiare e stare a scuola in presenza e di conseguenza di portare avanti l’iniziativa.

La tenacia della prof.ssa Giovanna Mugione, dirigente scolastico del Marconi, e la disponibilità delle studentesse e degli studenti, dei docenti e di tutto il personale del prestigioso Istituto campano coinvolto nel progetto e degli esperti esterni, hanno fatto sì che, nonostante le difficoltà, si completasse il lavoro per la messa in scena finale.

Nessuno, all’inizio del percorso, avrebbe mai potuto pensato che invece di un palcoscenico su cui esibirsi, i giovani studenti del Marconi sarebbero diventati protagonisti di un lavoro in cui si è riusciti a coniugare tecnologia, arte, fotografia, recitazione, musica.

Tutti protagonisti, nelle loro varie specificità e ruoli, le attrici e gli attori in erba, i futuri tecnici di ripresa e fotografi, per realizzare quello che si può definire come sottotitolo “L’amore al tempo dei Sedili” di Napoli e aggiungiamo della Dad. Ebbene sì anche la Dad è entrata alla fine in questo progetto diventandone una protagonista indispensabile in questo periodo pandemico così come lo è stata del percorso di studi dei nostri ragazzi in questi ultimi due difficili anni.

“Voglio ringraziare innanzitutto – evidenzia il dirigente scolastico Giovanna Mugione – tutte le studentesse e gli studenti che hanno mostrato attaccamento e passione per questa iniziativa e che nei giorni peggiori hanno chiesto con insistenza se l’esperienza che avevano iniziato prima della pandemia avrebbe avuto seguito per vedere in scena il loro lavoro. Un forte ringraziamento va a tutto il personale coinvolto e soprattutto ai docenti che hanno seguito le attività didattico-organizzative e realizzative del progetto: Erminia Di Niola che ha coordinato le attività, Francesco S. Marsicano, Carmine Palumbo, Antonello Picciano. Un grazie a tutti gli esperti che sono stati chiamati a fornire la loro professionalità: Giuseppe Desideri, giornalista e sceneggiatore, Antonio Vitale regista che ha attualizzato la storia alla Dad, Alessandra Desideri giornalista-coreografa, Laura Bourellis esperta di beni artistici e storici, Bianca Desideri giornalista che ha curato la comunicazione”. All’iniziativa hanno dato la loro adesione e collaborazione come partner l’Associazione Culturale “Napoli è” che dal 1997 si occupa della riscoperta e promozione della storia dei Sedili di Napoli; la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; l’Associazione Teatro Sancarlino Il Teatro del Popolo “che ringrazio per l’attenzione al progetto e la promozione dello stesso – aggiunge il dirigente scolastico Giovanna Mugione”. I costumi di scena sono di Astro Sartoria di Pietro Rocco.

Il lavoro di organizzazione e realizzazione è stato molto più complesso di quanto preventivato alla partenza delle attività didattiche ma gli studenti-protagonisti di questo straordinario impegno dagli attori ai tecnici audio-video, hanno mostrato un entusiasmo che ha travolto tutti e a permesso nonostante il Covid il completamento dello stesso.

Una sfida vinta che ha mostrato come nonostante tutto non bisogna mai arrendersi.

Vi aspettiamo oggi 30 giugno alle ore 17.30 sul canale youtube all’indirizzo https://youtu.be/hpt69k1i_0o, con gli studenti del Marconi protagonisti con i loro personaggi di questa storia d’amore ambientata tra presente e passato nei luoghi dei Sedili di Napoli.

Buona visione a tutti!

 

Alta Roma torna a Cinecittà, Roma torna capitale della moda

Roma diventa protagonista dell’alta sartoria maschile e femminile, quando, nel 1871,  subisce una forte trasformazione economica, culturale, politica e di costume. L’insediamento della corte sabauda, l’avvento del personale ministeriale, danno il via ad una severa ricerca dei migliori sarti italiani.

Da lì a poco le vetrine dei negozi della Roma di fine Ottocento si arricchiscono di meravigliosi abiti sartoriali mentre gli abiti confezionati, invece, riempiono i grandi magazzini nel primo Novecento.

Con la nascita degli atelier, la fondazione delle prime case di moda e delle griffe dell’alta sartoria romana, (grazie alla precisione nei tagli e nei ricami a mano) la moda femminile diventa autarchica, ispirata ai modelli francesi, grazie soprattutto ai primi tentativi dell’indipendenza femminile, diventando i capi più ricercati dai vip e dai reali di quel tempo. Roma diviene, così, capitale della moda.

Alta Roma

“I nostri designer sono gli ambasciatori delle più alte espressioni dell’artigianato e sartorialità del made in Italy, tornare a sfilare in presenza è un segnale forte che vogliamo dare per ribadire l’importanza di Altaroma, come punto di incontro e di promozione per tutte quelle giovani realtà indipendenti che vogliono iniziare il loro percorso all’interno del sistema moda”. Dichiara Adriano Franchi, direttore generale di Altaroma.

Difatti, Alta Roma è un vero e proprio trampolino di lancio per i nuovi stilisti emergenti poiché da loro la possibilità di presentare le loro creazioni e realizzare i loro sogni.

Alta Roma torna a farci sognare. Gli studi di Cinecittà a Roma a ospiteranno la prossima edizione della Roma fashion week dal 7 al 10 luglio.  Per garantire le distanze di sicurezza segnalate dalle normative anti Covid-19 per i designer saranno presenti una ristretta selezione di addetti ai lavori. La Roma fashion week sarà disponibile in tempo reale sulla piattaforma online Alta Roma Digital Runway.

Il calendario di sfilate e performance verrà svelato nei prossimi giorni. Lo storico concorso promosso da Altaroma e Vogue Italia, come sempre, premierà il vincitore di Who is on next? Ancora, non mancheranno i brand di Showcase. Si tratta di un progetto della manifestazione che ha selezionato 72 designer (tra cui 30 nuovi) che permetterà loro di entrare in contatto e iniziare nuove collaborazioni con i buyer e tanti altri grandi gruppi. Roma fashion week Verrà trasmessa in live- streaming ogni giorno e si aprirà con fashion talk organizzati con la 24ore Business School.

Alessandra Federico

Caroline Kostner: dal pattinaggio sul ghiaccio alla moda

Un sogno nato da bambina, quando disegnavo costumi tutti colorati che ritagliavo e conservavo gelosamente in una scatolina che ancora oggi custodisco come un piccolo tesoro. Adesso quel sogno è diventato realtà e l’emozione di dare vita a qualcosa che tante persone avrebbero potuto indossare è stata grandissima. Ho pensato di trasferire la mia idea di eco-chic nei capi, per coniugare il mondo del ghiaccio con la vita di ogni giorno”.

Caroline Kostner è la più celebre pattinatrice artistica italiana sul ghiaccio. È nata a Bolzano l’8 febbraio del 1987. Vincitrice di molti campionati italiani, europei e del mondo per diversi anni, la regina del ghiaccio, ha anche concluso tre stagioni consecutive come prima al mondo nella classifica dell’ISU. Caroline, ad oggi, insegna pattinaggio nella categoria bambini dell’Ice Club Gardena. Ha iniziato a pattinare all’età di soli quattro anni avendo come insegnante proprio sua madre Patrizia (pattinatrice nazionale negli anni ‘70). Ancora, la Kostner, oltre alla sua lingua madre (ladino) conosce bene la lingua italiana, il tedesco, il francese e l’inglese.  Da sempre amante dello studio decise di iscriversi alla facoltà di scienze della comunicazione di Torino, non riuscendo però, per mancanza di tempo, a portare a termini gli studi. La sua ultima storia sentimentale, per ora, risale al 2012 con Alex Schwazer.

La passione per la moda

Oltre alla passione per il pattinaggio sul ghiaccio, Caroline ha, sin dalla tenera età, custodito un altro grande sogno nel cassetto che ad oggi è riuscita a realizzare, grazie soprattutto alla sua determinazione e audaci, dando vita ad una delle più belle collezioni di moda.  In realtà Caroline, era già entrata nel mondo della moda disegnando i propri costumi da pattinaggio per la stagione -2011-2012  (donando il ricavato in beneficenza all’istituto Giannina Gaslini, in seguito alla vendita dei costumi durante un’asta) e inoltre aveva, nel 2005, collaborato con Roberto Cavalli.

Per Caroline “L’abbigliamento non è solo moda ma anche un modo di comunicare con il mondo e può trasmettere un reale valore sociale. Una filosofia di vita che ho fatto mia sul ghiaccio e che adesso desidero trasmettere attraverso i miei capi alle ragazze e alle donne di ogni età”.

Capi sportivi, alla moda e per tutti i giorni, Carolina Kostner lancia la sua prima linea di abbigliamento Icenonice: due modelli di mascherine, dodici outfit adatti a tutte le stagioni e due capi invernali. Caroline riesce finalmente a dare vita al suo sogno grazie al progetto realizzato insieme a Sagester, azienda vicentina specializzata nella produzione di abbigliamento sartoriale tecnico sportivo, coniugando insieme esigenze tecniche e stile per un outfit eco-chic: l’utilizzo del Nilit Heat, ossia una fibra creta con il carbone vegetale del caffè e recuperato dalla buccia dei chicchi, per ottenere un tessuto sostenibile che garantisce isolamento termico in modo da poter utilizzare i capi sia con il caldo che con il freddo. Insomma, l’audacia di Caroline, insegna che i sogni possono diventare realtà, basta avere fiducia in sé stessi e non smettere di impegnarsi in ciò in cui si crede.

Alessandra Federico

Alcolismo: le conseguenze sui figli di un padre alcolista

“Vivevo nel terrore ogni volta che sentivo i suo passi. Mio padre era un alcolizzato, beveva perché era debole e non sapeva affrontare i problemi della vita e questo lo portava ad essere violento. È stato il mio incubo e quello di mia madre per diversi anni”

Rifugiarsi nell’alcool per fuggire alle difficoltà della vita non può essere un rimedio anzi, si finisce per far soffrire chi si ha attorno, soprattutto quando a pagarne le conseguenze sono i figli. Difatti, per i figli, vivere con genitori che incutono terrore giorno e notte, li fa crescere con il timore di poter essere aggrediti in qualsiasi momento e da chiunque, anche quando si è fuori pericolo. Questo può portare ad avere difficoltà soprattutto durante l’adolescenza e non solo, corrono il rischio di trascinarsi questa paura fino all’età adulta. Le difficoltà che incontrerà colui che ha vissuto con un padre violento possono essere di diverso genere: ansia, paura dell’abbandono, difficoltà a relazionarsi con i coetanei, difficoltà nello studio, iperattività o, al contrario, si chiude in sé stesso, si isola o si circonda di troppe persone (di chiunque e spesso anche compagnie sbagliate perché si accontenta, perché crede di non poter meritare di più). Ancora, corre il pericolo di poter essere anaffettivo, oppure rischia di vivere con il continuo bisogno di affetto ma allo stesso tempo riscontrando problemi nelle relazioni, soprattutto quelle amorose.

“Perché se mio padre non mi ama come può amarmi qualcun altro?” è questo il quesito che si pone chi è cresciuto con una figura paterna violenta. Oltre alla carenza d’affetto, al perenne timore di essere aggredito e al vuoto che può lasciare nel cuore di un bambino un padre assente, si aggiunge la violenza verbale: parole offensive sminuiscono e svalutano il valore di chi le subisce, finendo per credere davvero in ciò che gli viene detto, ossia di non poter essere all’altezza di realizzare ciò che desidera.

Spesso, tanta tensione accumulata si somatizza in varie forme di malessere o, addirittura, nel peggiore dei casi, in gravi malattie. È fondamentale, quindi, chiedere aiuto qualora non si avesse la forza di reagire da soli ma bensì una grande volontà di farlo, perché  razionalizzare, prendere atto della sofferenza subita e riuscire a esternarla, ci regala la possibilità di lasciarla andare via per poter mettere una distanza tra noi e quella persona che per anni ci ha recato tanto dolore e dispiacere, in modo tale da riuscire ad accantonare quei brutti momenti e far si che diventino ricordi  lontani e magari il punto di forza da cui ricominciare. L’importante è comprendere che chi soffre non è chi subisce, ma chi fa del male. La vittima, prima o poi, se ne libera e va avanti, chi fa del male non può che continuare a vivere nell’infelicità e nell’incapacità di gioire della vita.

“Ho capito che l’unica soluzione sarebbe stata quella  di farmi aiutare e allontanarmi da lui perché solo così sarei riuscito a buttarmi tutto alle spalle e ricominciare da capo. Perché tutta quell’angoscia io la somatizzavo in forti mal di stomaco”. Emiliano 29 anni, napoletano racconta la sua esperienza con un padre alcolizzato.

Emiliano, ricordi quando tuo padre ha iniziato ad essere violento?

Da  sempre. Anche solo in piccole dinamiche, anche solo verbalmente o con i toni con cui si rivolgeva a me. Mia madre dice che quando erano fidanzati o all’inizio del matrimonio lui non era così, ha iniziato ad esserlo quando lei aspettava me, lui non voleva avere figli. Fabio (mi padre) suonava il pianoforte in una band e faceva concerti in piazza. Non solo, dipinge, ama disegnare ed è anche molto bravo, obiettivamente parlando. Si definiva un’artista, ma io credo che l’artista abbia un animo gentile, sensibile ed empatico, soprattutto. L’unica cosa buona che mi ha trasmesso è questa forte passione per l’arte. Per tutto il resto io sono e voglio essere una persona completamente diversa da lui.

Quanti anni avevi quando siete andati via di casa insieme a tua madre?

Avevo cinque anni quando una notte mio padre tornò ubriaco alle tre e voleva mettersi a suonare con i suoi amici. Mia madre glielo impedì e lui reagì malamente. Quella stessa notte, con la bocca sanguinante, mi prese in braccio e corse a casa di sua madre (mia nonna materna). Tutt’oggi, mamma si rammarica per non avermi portato via prima da quel mostro ma io non ce l’ho con lei anzi, capisco che era la vittima e quando è così non si ha la forza di reagire. Per fortuna, quando in quella casa si è toccato veramente il fondo, ha avuto il coraggio di andare via.  Purtroppo, però, io ci ho impiegato anni per buttarmi alle spalle tutti quegli episodi di violenza che abbiamo subito, tra calci e insulti.

Ti fa ancora male ricordare quegli episodi?

Con la maturità di adesso no, mi fa ancora rabbia solo per le conseguenze che hanno avuto i suoi comportamenti violenti su mia madre. Ma grazie all’affetto di mia nonna, mia mamma e del suo nuovo compagno sono riuscito ad andare avanti anche se ho riscontrato diverse difficoltà sia a concentrarmi nello studio sia nei rapporti umani, e soffrivo anche di forti mal di stomaco. Crescendo ho chiesto aiuto ad uno psicanalista e insieme abbiamo affrontato il mio passato, razionalizzandolo e accantonandolo per sempre. L’allontanamento da Fabio (mio padre) è stato, col tempo, solo una rinascita per me. Ho capito che è una persona perennemente infelice, incapace di apprezzare qualsiasi cosa della vita e quindi non può che suscitarmi tanta pena e tristezza, perché io che ho subito posso andare avanti, lui non saprà mai essere felice.

Quando hai iniziato a chiamarlo per nome e non più papà?

Da quando, verso i 10 anni, io e mia madre siamo andati a vivere a casa del suo compagno. Ho quindi iniziato a considerare lui mio padre, anche perché si comportava da tale e, di conseguenza, chiamavo mio padre biologico per nome. Per porre, una volta per tutte, questo distacco tra me e lui. In realtà, fino a quando avevo 9 anni, Fabio, veniva a casa di nonna a trovarmi ma io spesso fingevo di dormire avendo come complice nonna. Adesso vive fuori Napoli, per fortuna, e allora ho preso la palla al balzo per allontanarmi del tutto da lui.

Quali sono i ricordi belli e brutti che hai di lui?

Quando ancora vivevo con lui aveva dei momenti di lucidità e mi portava al parco, alle giostre, anche se spesso vedevo le sue reazioni eccessivamente aggressive anche con il prossimo, anche per cose molto futili dove non ce ne sarebbe stato bisogno. Ho anche trascorso dei momenti piacevoli con lui da bambino perche sapeva essere, a volte,  una persona divertente ma passava da uno stato d’animo all’altro e questo mi scombussolava. Ho deciso di perdonarlo per me stesso ma non voglio più averci a che fare. Anche se è colui che mi ha messo al mondo io non lo considero mio padre e credo fermamente che non basti avere lo stesso sangue. Per me non è, e non sarà mai mio padre.

Alessandra Federico

Il MARCONI va in scena… al tempo del COVID

Gli studenti dell’I.S. “G. Marconi” di Giugliano impegnati nel progetto realizzato nell’ambito dell’iniziativa “PER CHI CREA” promosso dal MiBAC e SIAE

E’ già ripreso con fervore da alcune settimane dopo una lunga pausa causata dalla situazione che si è generata dalla pandemia e dal lockdown, nel rispetto delle norme anti Covid-19, il lavoro di preparazione per la messa in scena nella nuova modalità online del lavoro che vede protagonisti gli studenti dell’I.S. “G. Marconi” di Giugliano in Campania. 

Nato originariamente come “musical”, con il sostegno del MiBAC e di SIAE nell’ambito dell’iniziativa PER CHI CREA, ha dovuto necessariamente fare i conti con tutte le problematiche legate al Covid-19 che hanno limitato la possibilità di studiare e stare a scuola in presenza e di conseguenza di portare avanti l’iniziativa.

La prof. Giovanna Mugione, dirigente scolastico del prestigioso Istituto, che ha conquistato nel corso degli anni importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali, però, non si è arresa all’impossibilità di andare in scena con il musical “Il Marconi va in scena” e insieme ai docenti impegnati nel progetto, all’autore, al regista, agli esperti (storica dell’arte, giornalista, musicista, coreografa) coinvolti nel lavoro ha ripensato l’iniziativa attualizzandola all’odierna situazione.

Gli studenti del Marconi saranno quindi i protagonisti con i loro personaggi di questa storia d’amore ambientata tra presente e passato nei luoghi dei Sedili di Napoli.

Certo, il lavoro di organizzazione e realizzazione è e sarà più complesso ma gli studenti-protagonisti di questo straordinario impegno, dagli attori ai tecnici audio-video, non hanno perso l’entusiasmo iniziale anzi hanno accettato con interesse e impegno la nuova sfida lanciata certi di portare a termine questa nuova importante esperienza.

 

 

Tansgender: i coraggio di essere liberi. La storia di Marcello

“Io non mi sento a mio agio, questo corpo non è mio, quando mi guardo allo specchio non riesco a vedere la mia anima.” Marcello, trentotto anni, napoletano, racconta la sua storia.

Marcello, quanti anni avevi quando hai scoperto di essere attratto da persone del tuo stesso sesso?

Prima di provare attrazione verso una persona del mio stesso sesso, io ho da sempre sentito il desiderio di essere donna, al di là di tutto. Avevo solo 7 anni. Una domenica mattina stavo passeggiando con mia madre quando vidi passare una meravigliosa donna (ad oggi credo almeno al 7 mese di gravidanza) e nel guardarla provai una sensazione di invidia. Invidia, perché già a quella tenera età pensavo che quella di creare una vita dentro sé fosse la gioia più grande che una donna possa provare e che io, essendo maschio, non avrei mai potuto provare una sensazione simile. Diventando grande, questa voglia di voler essere donna cresceva sempre di più, ma, allo stesso tempo, è sempre stata una sofferenza per me perché mio padre non mi accettava. Mio padre era uno di quegli uomini che avrebbe preferito avere un figlio drogato anziché omosessuale. Mio padre ha sempre maltrattato me e mia madre. La sofferenza che mi porto dietro da bambino ha segnato tutta la mia vita. Avevo sedici anni quando provai a dire a mio padre che non sarei mai stato con una ragazza e che un giorno avrei voluto diventare donna a tutti gli effetti. La sua reazione fu tremenda. “Meglio avere un figlio delinquente o tossicodipendente, ma io un figlio come te non lo voglio, non l’ho fatto io”- disse – naturalmente, da bravo maschilista- facendo ricadere tutta la colpa su mia madre, dicendole che, non mi aveva concepito con lui o che, peggio ancora, non era stata una buona madre perché aveva fatto venir su “un uomo che non è uomo”, come diceva lui- adesso ho trentotto anni e sono stato in terapia dallo psicanalista (portato con la forza da mio padre) per ben tredici anni. Ho dovuto fingere di essere tornato etero o, meglio ancora normale, come voleva sentirsi dire mio padre. Odiavo quell’uomo. Solo due anni fa ho avuto il coraggio di andare via e prendere casa con mia madre. Mio padre è morto un anno fa. Io non riesco a sentire la sua mancanza. Ora vivo la vita che voglio.

Pensi di realizzare presto il tuo sogno?

Sì, presto andrò a vivere dall’altra parte del mondo, proprio perché il mio desiderio più grande è quello di diventare donna a tutti gli effetti e vivere tranquilla senza essere giudicata ogni giorno come accadrebbe se restassi a vivere qui in Italia. Voglio potermi guardare allo specchio e vedere la mia anima nel corpo giusto. Voglio poter essere me stessa e con chiunque, senza dovermi nascondere o vivere con il terrore di essere giudicata, maltrattata. Voglio scendere per le strade della città vestita da donna, truccarmi e portare tacco dodici di Jimmy Choo, poter interagire con altre donne ed essere considerata tale. Io sono una donna, lo sono sempre stata. Tra meno di un anno realizzerò tutti i miei sogni. Ma c’è un pensiero che mi tormenta: sono felice ora che mio padre non c’è più. Mi tormenta perché mi fa credere di essere una persona crudele, anche se mia madre mi ripete in continuazione che questo nostro stato di felicità ora è comprensibile perché quell’uomo ci ha reso la vita un incubo per anni. Molte persone mi dicevano che sono un debole perché solo a trentasei anni ho avuto il coraggio di andar via. Forse è cosi, ma chi non l’ha vissuto non può provare quello che ho provato io. Purtroppo io dipendevo mia madre che a sua volta dipendeva da lui. Lei non riusciva a mandarlo via, è come se avesse per anni avuto una sorta di dipendenza da lui e questo ha fatto si che di conseguenza anche io dipendessi da qualcun altro: da mia madre, ero morbosamente legata a lei e in realtà lo sono ancora tutt’ora. Non riuscivo ad andare via di casa finché non è venuta anche lei con me. E, soprattutto, la mancanza d’affetto che avevo da parte di mio padre ha fatto si che io mi sentissi sempre un po’ bambino.

Come hai trovato la forza di andare via nonostante tutto e di portare tua madre con te?

Ero stanco, esausto. Ero esasperato. Da quando sono nato non ho mai vissuto la vita che volevo e ho più volte addirittura pensato di farla finita ma un giorno, tornando da lavoro, trovai mia madre per terra con il labbro sanguinante e mio padre che dormiva sul divano con una bottiglia di liquore, allora pensai che se fossi finito io, nessuno avrebbe salvato mia madre. Avevo il sospetto, sin da bambino, che lui fosse violento con lei, ma mia madre aveva da sempre negato. Quando ti toccano la cosa che hai più cara al mondo, puoi arrivare a tirar fuori tutta la forza che non credevi nemmeno di poter avere. Mio padre, oltre ad essere una persona violenta, era un alcolista. Credo che in quel momento mi si sia annebbiata la vista perché mai avevo visto mia madre in quelle condizioni. Ad oggi credo sia stato un bene, forse, paradossalmente. Perlomeno quella vicenda ci ha fatto trovare il coraggio di andar via. Tutto l’odio represso che avevo provato da sempre nei confronti di mio padre l’avevo finalmente e improvvisamente scaricato in quel momento. Per la prima volta in tutta la mia vita sentii un senso di liberazione e soprattutto avevo io, anche se solo per poco, la situazione in mano. Presi mia madre per mano e racimolammo un po’ di cose da portar via e alloggiammo per qualche notte a casa di sua sorella fino a quando abbiamo trovato la casa dove finalmente abitiamo adesso. Dopo circa un anno mio padre morì con una brutta malattia. Sono ovviamente andato al funerale. Non ne sento la mancanza.

Adesso com’è la tua vita?

Decisamente migliore. Sono libera, almeno in casa, di essere come sono e dire ciò che voglio. Fuori casa ancora c’è qualcuno che mi giudica per come parlo o per come mi vesto. Ora che mio padre non c’è più io sono rinata e con me anche mia madre.

Nessuno ha il diritto di rovinare la vita degli altri e nessuno dovrebbe permettere al prossimo di farsi rovinare la vita. Mia madre era sua succube, la sua martire, la sua schiava. Lei ora è un’altra persona. Vederla sorridere, vestirsi e truccarsi come desidera, addirittura trovarsi un lavoro e uscire con le amiche, le sue nuove amiche, mi riempie il cuore di gioia. Adesso la mia vita ha un altro sapore, mi pento solo di non aver avuto prima la forza di liberarmene, avrei potuto iniziare a vivere molti anni fa. Anche se, per anni e ogni giorno, cercavo di fare il lavaggio del cervello a mia madre ma con scarsi risultati. Ho trascorso tanti anni vivendo così, soffriva lei e soffrivo io. “Mamma, fallo per me” le dicevo sempre. Lei mi guardava e piangeva e diceva che per me si sarebbe fatta ammazzare e che la cosa che più le faceva male era che non riusciva a reagire per suo figlio, allora mi supplicava ogni giorno di andarmene ma io senza lei non riuscivo a farlo. Adesso, la cosa che conta, è che entrambi abbiamo avuto la forza di andar via. Bisogna avere il coraggio di ribellarsi e di liberarsi di queste persone, maggiormente se fanno parte della famiglia, anche se è difficile. Personalmente, oltre a questa situazione demoralizzante con mio padre, io dovevo affrontare ogni giorno le critiche delle persone di quartiere, a scuola, al catechismo e in ogni luogo io mettessi piede. Ho subito atti di bullismo sin dalle elementari, e per me, vivere così dentro e fuori casa non mi dava la forza di lottare. Mi sentivo solo.

Come hai affrontato le critiche e i bulli?

Naturalmente ogni giorno andavo a scuola e ogni giorno subivo. Parole offensive, sgambetti, mi rubavano la merenda. “ Marcella 5 stelle” mi chiamavano. Perché amavo indossare braccialetti con dei ciondoli luccicanti e loro dicevano che somigliavano ai lampadari di un albergo a 5 stelle. Quando tornavo a casa, le persone del quartiere mi deridevano, e parlavano a bassa voce e c’era chi accennava un sorriso o chi addirittura rideva senza ritegno. Alcuni ragazzini con il motorino mi bloccavano e non mi facevano passare. Quando tornavo a casa, cercavo conforto dai miei genitori ma da mio padre ottenevo solo insulti. Mio padre litigava con tutto il quartiere per far capire loro che io fossi etero e che lui un figlio “anormale” non ce l’aveva. Intanto, però, continuava a trattarmi male perché diceva che dovevo parlare e camminare come fa un uomo. Mi iscrisse a calcetto, mi comprava giornaletti porno, ovviamente con immagini di donne. Credeva fosse una malattia, ne era convinto e lo è stato fino alla fine. Allora dopo questi lunghi tredici anni di terapia dallo psicanalista ho dovuto poi fingere di essere etero.

Non avevi nessuno amico che ti supportava?

A parte mia madre, avevo la mia migliore amica Alice. Per il resto ho avuto sempre problemi a relazionarmi con le persone, a crearmi amicizie e soprattutto ero molto insicuro e non mi fidavo di nessuno. Credevo, inoltre, di non essere capace a fare nulla, nemmeno di laurearmi e di realizzare i miei sogni, perché mio padre mi aveva da sempre fatto sentire un buono a nulla. Ora ho preso consapevolezza di ciò che sono e di quanto valgo e quindi di poter raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo alla pari di chiunque altro. È una sicurezza che ho acquisito col tempo, quando mi sono reso conto della bella persona che sono. Alice è ancora la mia migliore amica anche se per un periodo lei è stata innamorata di me. Ma questo poco conta. Ora è sposata con Diego e hanno una bambina bellissima. Alice mi ha aiutato tanto nei momenti di sconforto, quando tutti mi andavano contro e quando nemmeno con mia madre potevo parlare perché era occupata a fare da schiava a quel mostro che aveva sposato. Se c’è una cosa che penso spesso è che se non avessi avuto lui come padre, la mia vita sarebbe stata completamente diversa, io sarei stata un’altra persona, magari più sicura di me. Adesso sono felice, anche se la morte di una persona dovrebbe portare sofferenza, io mi sento una persona nuova. Penso che per le cattiverie che si fanno prima o poi la vita ti presenta il conto tutto all’improvviso. E così è stato per lui. Spesso mi domandano come faccio ad essere così buona e altruista dopo tutto quello che ho subito dalla gente e soprattutto avendo avuto un padre così. La mia risposta è stata semplice: “proprio perché ho avuto un padre così, so bene come voglio essere, e di certo non come lui. Mi aveva rovinato la vita, avevo grandi ambizioni, volevo studiare biologia ma non l’ho mai fatto perché mi perdevo, mi smarrivo come se non riuscissi a mettermi sulla retta via e condurre una vita stabile. Ho quindi sempre lavorato come magazziniere. Mi sentivo disperso, la mia situazione personale e familiare mi faceva stare sempre male, ho praticamente vissuto da sempre in uno stato di disorientamento totale. Adesso sono già al secondo anno di università. Voglio riprendere la mia vita in mano. Non importa quanti anni io abbia e quanto ritardo possa fare nel realizzarmi. Conta solo quanto, da oggi in poi, quanto io possa vivere davvero come desidero. Ho solo paura di essere ancor più preso in giro ed emarginato una volta aver cambiato corpo, perché conosco storie di diverse persone che hanno avuto problemi ad inserirsi anche nel mondo del lavoro. Ma io credo che andrò via, oltre oceano, dove potrò sentirmi vivo davvero.

Alessandra Federico

 

Lavoro, Banche, Territorio, Sindacato: attualità e prospettive al tempo del Covid-19

La web conference della Segreteria e Presidenza UNISIN Regionale della CAMPANIA, tenutasi lo scorso 23 marzo, dal titolo “Lavoro, Banche, Territorio, Sindacato: attualità e prospettive al tempo del Covid-19”, è stata occasione di spunti per interessanti riflessioni da parte dei tanti intervenuti.

L’organizzazione del convegno è stata curata da Bianca Desideri, Segretario Regionale responsabile di UNISIN Regionale CAMPANIA, giornalista e direttore della testata giornalistica Professione Bancario che ha moderato l’incontro e introdotto gli interventi degli illustri relatori.

L’on. Gennaro Migliore, componente della Commissione Affari Esteri e Comunitari e della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali anche straniere, nel suo intervento ha ricordato la priorità, in ogni situazione, di riconoscere i diritti fondamentali dei lavoratori. Il diritto al lavoro deve essere sempre anche diritto alla salute ed alla salvaguardia contrattuale. Ha, quindi, sottolineato la necessità di un raccordo tra territorio e credito, soprattutto in questo momento di forte crisi per tante categorie economiche, in modo particolare per le piccole imprese e per le partite IVA, che soffrono di una grande crisi di liquidità. Un puntuale intervento governativo è ora fondamentale. In questo particolare momento i lavoratori del credito sono stati sempre presenti, a beneficio di tutte quelle persone in difficoltà economica a causa della attuale crisi. Sarà, comunque, prioritaria una decisa attività, volta ad impedire che la criminalità approfitti di questo momento di crisi economica e finanziaria per conquistare nuovi spazi.

La Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli Isabella Bonfiglio ha rappresentato i tanti e gravi problemi che in questo particolare momento affliggono molte lavoratrici e lavoratori, anche degli istituti di credito, che vivono la situazione del lavoro agile con particolare difficoltà, ormai aggravata dalla attuale situazione determinata dal COVID-19. In particolar modo è diffuso il fenomeno del cosiddetto straining, che viene attuato con un comportamento vessatorio nei confronti del lavoratore, che subisce una sorta di isolamento, con la mancanza di formazione e la mancata indicazione del lavoro da eseguire. La lavoratrice e il lavoratore in agile affrontano un grande stress, per la mancanza di carichi di lavoro adeguati e la conseguente necessità di presidiare la propria postazione di lavoro in attesa di avere qualcosa da fare. Purtroppo, tale situazione porterà ad un’aumentata necessità di assistenza psicologica nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che subiscono tale comportamento.

Domenico Falco, vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, nel suo intervento, ha sostenuto la necessità che le forze politiche facciano squadra al fine di porre rimedio alla fragilità strutturale dell’economia del territorio meridionale, aggravata ancora di più dall’attuale pandemia, così da poter essere al fianco della vera imprenditoria meridionale e dell’imprenditoria giovanile. Sarà necessaria una interlocuzione tra le varie istituzioni, così che la perdita dei centri decisionali che erano rappresentati dai due banchi meridionali, siano compensati da un’opera concreta di credito al Sud.

Il segretario generale di UNISIN Emilio Contrasto nel suo intervento, tra le altre cose, ha avuto modo di ricordare come i bancari abbiano continuato a svolgere il loro lavoro in questo periodo e come il settore abbia registrato vittime del Covid-19. Ha, inoltre, evidenziato come, alla fine di questa emergenza sanitaria, il lavoro agile dovrà rientrare in un’ottica di volontarietà, con i limiti temporali previsti dall’attuale CCNL, garantendo il diritto alla disconnessione. Ha ricordato come questa pandemia sia intervenuta su una situazione economica già di per sé non florida, peggiorandola oltremodo, con il rischio, o meglio la certezza, che negli anni si aggraverà sempre più la situazione dei cosiddetti “crediti deteriorati”. Infine, poiché l’erogazione del credito è legata a coefficienti patrimoniali definiti a livello europeo, l’aumento delle sofferenze porterà necessariamente ad una minore capacità delle banche di concessione del credito. Invece è prioritario che le banche seguano in modo adeguato le famiglie, le piccole e medie aziende, i giovani e l’imprenditorialità giovanile. Con l’utilizzo appropriato dei fondi Next Generation Eu sarà possibile favorire il rilancio di tutto il Paese, con una particolare attenzione al Sud.

Per Giuseppe Scalera, già Senatore della Repubblica, giornalista, scrittore, medico, l’epidemia di Covid-19 ha portato un cambiamento nei rapporti interpersonali e nella vita di tutti i giorni, per ognuno di noi, a causa della mancanza di contatto. Si sostituisce a tutta una serie di attività svolte da sempre in un certo modo, qualcosa di nuovo con cui, in futuro, dovremo abituarci a convivere. Anche per tanti aspetti, quali il lavoro agile o la didattica a distanza, ci saranno delle sfide da affrontare,occorrerà comprendere le varie interconnessioni, anche psicologiche, correlate. In questo momento il discorso vaccinazioni è importante, occorre che ognuno affronti l’aspetto che riguarda la propria disciplina, le proprie conoscenze, però è anche necessario fondersi e abbracciare più aree del sapere per farle dialogare tra di loro. Un messaggio importante che la pandemia ci lascia è che bisogna percorrere nuovi territori e sviluppare percorsi multidisciplinari, ci saranno nuovi appuntamenti e nuove sfide e si dovrà cercare di trasformare in qualcosa di positivo questo straordinario momento di cambiamento.

L’on.le Stefano Caldoro, già presidente della Regione Campania, ha sottolineto la difficoltà che esiste al Sud per quel che riguarda la questione del credito e il ruolo delle istituzioni locali, che dovrebbero complessivamente lavorare insieme per migliorare la situazione del territorio. La mancanza di centri decisionali dovrebbe essere compensata da un gioco di squadra moderno e dalla necessità di fare proprie le migliori esperienze che si sono avute in ambito europeo, facendo l’esempio della unificazione delle due Germanie, quando il più grande fattore di divario europeo, che era appunto quello tedesco, fu notevolmente ridotto, permettendo alla Germania di fare passi da gigante. Una simile azione dovrebbe essere messa in atto per ridurre il divario tra Nord e Sud nel nostro Paese. Quando non c’è nessuna nuova idea bisogna fare proprio quanto di meglio hanno fatto gli altri, in questo caso quanto di meglio è stato fatto in Europa. Sarà, però, necessario che tutti collaborino. Questo sarà soprattutto compito del governo centrale, perché non possiamo lasciare alle autonomie locali la possibilità di risolvere problemi che le autonomie non possono risolvere. Soltanto lo stato centrale puòattivare misure speciali volte a garantire un flusso di credito per il rilancio dell’economia, un sostegno alle imprese meridionali e affrontare i vari temi, quali la sfida del Recovery Fund.

Massimiliano Iannaccone, presidente di UNISIN Regionale CAMPANIA, ha parlato dell’opera del sindacato a fianco delle colleghe e dei colleghi impegnati nel garantire l’attività di un servizio essenziale, con le turnazioni e con filiali che chiudono per effetto della pandemia. La mancanza di sedi decisionali di grandi banche al Sud si sente anche per il mancato gettito fiscale che una volta era assicurato dalla presenza nelle regioni meridionali delle sedi legali di istituti di credito importanti a livello nazionale. Le banche operano nel meridione, mai benefici reddituali non restano al Sud. Sempre più importante è sostenere le imprese meridionali ed è necessario che ci siano assunzioni di giovani meridionali e che i giovani assunti al sud non vengano dirottati a lavorare al Nord, abbandonando quindi la propria terra. Occorre una maggiore coesione organizzativa, strutturale, economica e finanziaria per permettere di invertire questo trend di impoverimento economico e culturale del Sud.

I tre Vicesegretari di UNISIN Regionale Campania Andrea Brancaleone, Francesco Grandine e Luigi Sarro, hanno portato le testimonianze di come ha vissuto quest’anno il Sindacato, in prima linea, nelle rispettive banche Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e Intesa Sanpaolo.

Umberto Aleotti, docente di diritto internazionale alla Scuola Superiore per mediatori linguistici di Maddaloni, ha evidenziato l’importanza del rapporto tra le fonti del diritto dell’Unione Europea e quelle del diritto italiano.

Antonella Batà, docente di diritto alla facoltà di Ingegneria dell’Università degli studi di Napoli Federico II, ha trattato vari aspetti riguardanti il lavoro agile, con un’analisi dei vantaggi e degli svantaggi ed una particolare riflessione sul diritto alla disconnessione, sull’attuale normativa e le prospettive future.

Negli ulteriori interventi, Giovanna Mugione, dirigente scolastico dell’Istituto Superiore “G. Marconi” di Giugliano in Campania ha trattato le nuove normative che impattano su scuola professionale e territorio; l’avvocato giuslavorista Neil MacLeod, cultore del diritto presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha portato la testimonianza relativa alla propria esperienza di legale impegnato con il Sindacato, in relazione all’attuale situazione; Assunta Landri, psicologa e psicoterapeuta consulente della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, nonché psicologa dello Sportello d’Ascolto QUIperTE UNISIN Regionale CAMPANIA, nel suo articolato intervento ha considerato le varie implicazioni di carattere psicologico legate alla pandemia, al lockdown ed al lavoro agile.

Andrea Brancaleone

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