La storia di una donna tenace

“Un’emozione grandissima, un obiettivo inseguito con grande impegno e passione. Fin da bambina ho avuto modo di confrontarmi con figure educative e questo ha fatto scaturire il desiderio di diventare pedagogista”. Margherita Campanelli  (Fano) è una giovane donna di 30 anni affetta dalla sindrome di Down.

Margherita, lo scorso 25 novembre, ha finalmente realizzato il suo sogno: conseguire la laurea magistrale in Scienze pedagogiche all’Università di Macerata. “Il gioco come strumento e pratica inclusiva al nido. Le prospettive e dinamiche educative nello spazio 0-6”. Questo è il titolo della tesi con cui la giovane ha ottenuto 110 e lode. Una giornata ricca di soddisfazioni per Margherita e per la sua famiglia che, nonostante abbiano incontrato diversi impedimenti e ingiustizie nella vita da parte della società (atti di bullismo e discriminazioni), non si è mai persa d’animo ed è da sempre pronta a sostenerla e a spronarla in qualsiasi circostanza. La ragazza ha sempre dimostrato di essere dotata di grande coraggio, di un’intelligenza acuta e grande forza di volontà tanto da riuscire a lavorare in un asilo nido (dopo la laurea triennale come educatore) nonostante stesse studiando all’università.  Francesca Salis è la relatrice, nonché professore della cattedra di Pedagogia delle disabilità di Macerata, che ha seguito Margherita per tutto il percorso di studi. La professoressa nutre una forte stima nei confronti della neo laureata e le sue parole  sono di grande incoraggiamento e arrivano dritte al cuore di quest’ultima: “è riuscita ad andare oltre i luoghi comuni e non ha permesso alla disabilità di prendere il sopravvento e compromettere il suo progetto di vita. Quella di Margherita è una storia straordinaria, generata da una parte da una personale determinazione, dall’altra dalla forza dell’interazione sociale inclusiva. Ora potrà trasmettere a bambini e bambine i valori dell’inclusione in maniera diretta, non solo con la teoria ma attraverso la sua esperienza incarnata in modo emozionale ed esperienziale”. “Nell’ambito dell’approccio narrativo, – aggiunge la professoressa Salis – pedagogico inclusivo, che io insegno ai futuri pedagogisti, Margherita è una testimone validissima, capace di trasmettere con efficacia la sua storia, gli elementi educativi che l’hanno caratterizzata, la necessità di superare i pregiudizi. Margherita, continuerà a collaborare con me. Adesso da stimata collega”.

Margherita è da sempre stata molto determinata e ha da sempre avuto le idee ben chiare riguardo il suo futuro e chi sarebbe voluta diventare; il suo sogno più grande è quello di aprire un “agrinido” per dare l’opportunità ai bambini di crescere approcciando alla natura. La storia di Margherita non può che essere di grande insegnamento per tutti coloro che rincorrono i propri sogni; insegna che per raggiungere un obiettivo e poterlo concretizzare c’è bisogno di costanza, tenacia e volontà.

Alessandra Federico

IV edizione de “Le Voci Celate”: Oltre il confine. Contro il fenomeno della violenza di genere

La triste condizione delle donne nei paesi del Medio oriente, vittime di violenza e limitazione dei principali diritti sanciti dalle moderne democrazie. Questo, il leit motiv della IV edizione de “Le Voci Celate”, manifestazione di riflessione sul fenomeno della violenza “di genere”, che vuole focalizzare, per quest’anno, l’attenzione alla condizione della donna nei paesi del medio oriente, rispetto agli ultimi accadimenti che hanno visto le donne dell’Afganistan e dell’Iran al centro di proteste per l’affermazione dei propri diritti.

L’evento è un momento di confronto che mira a creare una rete che, oltre a favorire lo scambio di conoscenze e la collaborazione tra le scuole e l’ente locale con le Associazioni attive sul territorio, si fa promotrice di buone pratiche di solidarietà e di contrasto alla discriminazione e alla violenza, attraverso nuovi linguaggi più efficaci e di maggiore appeal per le nuove generazioni. Con l’informazione e il dialogo, arricchiti dal contributo di esperti del settore forense, del giornalismo, della psicologia e pedagogia, della musica, del teatro e dell’arte, è possibile costruire un nuovo percorso culturale che porti i ragazzi a riflettere diversamente sulla figura e sul ruolo femminile all’interno della società a livello globale.

Da un’idea di NomoΣ Movimento Forense, la Consulta delle Associazioni, delle Organizzazioni di Volontariato e degli altri Enti del Terzo Settore Municipalità 2 Napoli presenta la IV edizione di “Voci Celate. Oltre il confine”. L’evento, aperto alla cittadinanza, patrocinato dalla Municipalità 2 del Comune di Napoli, si svolgerà lunedì 28 novembre, dalle ore 10:30 alle ore 13:00, presso l’Aula Magna del 31° I.C. Paolo Borsellino (Via E. Cosenz, 47 – Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi) e vedrà gli studenti del 31 I.C. P. Borsellino, protagonisti nel dialogo-confronto con i rappresentanti delle associazioni della Consulta delle Associazioni, delle Organizzazioni di Volontariato e degli altri Enti del Terzo Settore Municipalità 2 Napoli e le istituzioni locali nonché con professionisti, artisti e con la cittadinanza.

Sensibilizzare e condividere, quindi, trasferire informazioni ma anche comunicare le proprie esperienze riguardanti il fenomeno della violenza, nelle sue varie manifestazioni.

Dopo la prima edizione del 30 novembre 2017 (presso il Liceo A. Genovesi) la seconda edizione del 28 novembre (presso l’I.C. Cuoco – Schipa), la terza edizione del 29 novembre 2019 (presso il 31 I.C. P. Borsellino) Le Voci Celate – per quest’anno – ritornano a gridare il proprio dissenso in riferimento alla repressioni delle libertà fondamentali e dei diritti umani.

Programma

Porteranno i saluti agli studenti, Valentina Bertocco, Assessore Pari Opportunità, Sport e Attività scolastiche della Municipalità 2 eLuciano Maria Monaco, Dirigente scolastico 31 I.C. Paolo Borsellino.

Introdurranno agli interventi Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 e Argia di Donato, Presidente di NomoΣ Movimento Forense.

Apriranno la manifestazione gli studenti delle classi 1B, 2D, 3A, 3B e le docenti del 31° IC Borsellino con “Riflessioni e pensieri sulla violenza di genere” a cura di Carmela Gargano, professoressa e referente Funzione Strumentale delegata ai rapporti con gli enti esternidel 31°IC Borsellino.

Seguiranno “Alla ricerca di altre strade”, a cura dell’associazione Donne Architetto, con Giovanna Farina e Rossella Russo, architetti, e “Noi e loro: oltre il confine”, confronto dialettico con gli studenti a cura di NomoΣ Movimento Forense, con Argia di Donato, avvocato e Presidente.

Sarà la volta poi di “Tutela dei diritti umani”, excursus dei principali diritti a cura della Fondazione Casa dello Scugnizzo, con il presidente Antonio Lanzaro, già docente di diritto internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza Università degli Studi di Napoli “Parthenope” e Bianca Desideri, giornalista e giurista, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”della Fondazione.

A seguire “Cultura e informazione per andare “oltre il confine” a cura dell’Associazione culturale Napoli è con Bianca Desideri, giornalista e vicepresidente.

Gli spunti di riflessione continuano con “Ali spezzate. Dalla morte alla rigenerazione”, dell’Associazione Annalisa Durante e con Salvatore Avallone e Nunzia Pastorini e con “Testimonianza di Diba Abdollahi” a cura di Less Società Cooperativa Sociale.

Ulteriori contributi saranno offerti da Psicologi in Contatto Onlus con “Tra Limiti e Confini: Lo spazio Meta della Realtà odierna” con  Salvatore Rotondi, psicologo, e da ENS APS di Napoli con “Violenza di genere e Sordità” con Elvira Sepe.

Chiudono l’incontro “Specchio Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame” di Nea Mood, con dott.ssa Maria Soria e dott.ssa Francesca Buono e “Le attività di Cidis: costruire ponti per l’inclusione dei cittadini stranieri”  di CIDIS Onlus, con Giordana Curati e Sara Cotugno.

Intervengono, con riflessioni e testimonianze, Francesco Grandullo, vice presidente Commissione Scuola Municipalità 2, Lorenzo Iorio assessore Attività produttive, Turismo e Legalità  Municipalità 2 e Enrico Platone consigliere Municipalità 2.  Comitato organizzatore: Direttivo della Consulta delle Associazioni, ODV e ETS della Municipalità 2 di Napoli

Incontro alla Casa dello Scugnizzo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”

 Oggi alle ore 10.30, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli”, in piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, organizza un incontro di informazione e formazione dal titolo “Una nuova stagione di diritti: contro ogni violenza”.

“L’incontro – evidenzia Antonio Lanzaro, presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus – si inserisce nel programma di iniziative celebrative per il centenario della nascita di Mario Borrelli, fondatore della Casa dello Scugnizzo, il quale ha speso tutta la sua vita in difesa e supporto dei diritti dei più deboli, dei bambini, delle donne, e della pace”.

Un momento di riflessione che non si esaurisce con l’incontro previsto per il 25 novembre ma che vuole essere un appuntamento costante per parlare di diritti e di concreta tutela degli stessi in un periodo di particolare complessità quale quello che stiamo vivendo.

A portare i saluti il Presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus Prof. Antonio Lanzaro e dell’Arch. Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2 del Comune di Napoli.

Interverranno: Dott.ssa Bianca Desideri, Giornalista-Giurista, Direttore “Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, condirettore della nostra testata giornalistica; Avv. Gelsomina La Gatta, esperta di diritto dell’immigrazione; Dott.ssa Assunta Landri, Psicologa-Psicoterapeuta, Consulente alla Procura presso il Tribunale di Napoli, Sportello d’ascolto psicologico ”FocsAscolto”; Dott.ssa Matilde Colombrino, assistente sociale, Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus.

Storie di grandi donne: Maria Montessori

Chi non ha mai sentito parlare di Maria Montessori? Una donna che, nonostante sia vissuta in un’epoca in cui l’università non era un luogo per le donne è diventata una scienziata e un’umanista eccezionale, nota in tutto il mondo.

Una donna, una delle prime a laurearsi in medicina in Italia, ha introdotto con il suo “metodo” per l’insegnamento definito tutt’oggi “metodo Montessori”, una vera e propria rivoluzione nell’educazione prescolare e primaria dei bambini di ogni classe sociale.

Nella presentazione della biografia uscita in edicola nella collana “Grandi donne” edita da RBA ci ha colpito il punto dove parlando dei suoi molteplici interessi e impegni come medico, scienziato, antropologa, femminista, educatrice, pacifista, viaggiatrice, viene sottolineato che Maria Montessori ebbe il coraggio di incarnarli tutti senza timore in un’epoca in cui alla donna veniva riconosciuto quasi come esclusivo il ruolo di angelo del focolare. E in un tale contesto la Montessori fu capace di essere protagonista e brillare di una luce che ancora oggi illumina la storia del progresso delle donne e dell’educazione scolastica. Il suo metodo si basava e si basa “sul potenziamento della creatività, sull’autonomia didattica dell’alunno e sull’apprendimento significativo” che nulla avevano a che fare con i metodi didattici allora seguiti. Una nuova stagione per tantissimi bambini ed educatori.

Alessandra Desideri

Maschilismo: necessario un cambio di mentalità

La donna lotta da sempre per ottenere diritti alla pari di quelli degli uomini e, nonostante sia riuscita a conquistare alcuni diritti, non gode ugualmente di tutti quelli di cui  beneficia il genere maschile. Nei paesi orientali, ad esempio, la donna è ancora totalmente sottomessa all’uomo, (prima dal padre e poi dal marito). Nei paesi occidentali, invece, con la democrazia la donna può vivere in uno stato di libertà. Questa libertà, però, pare celarsi dietro ad una realtà fatta ancora di mentalità profondamente maschilista: al lavoro, ad esempio, le donne non ricevono lo stesso stipendio degli uomini. A quanto pare, tale mentalità, consiste sempre in una sorta di prevaricazione sulla donna, basta pensare che gli incarichi più importanti sono da sempre stati ricoperti dai maschi; le prime riviste di moda erano scritte da uomini con pseudonimi femminili per poter dettare leggi sull’abbigliamento e sull’aspetto estetico delle donne. Viene perfino considerata di facili costumi colei che decide di vivere relazioni non costanti, a differenza dell’uomo che, anche se sposato, al quale è sempre stata concessa completa libertà.

La donna viene tuttora considerata quasi un oggetto, viene ancora costretta a concentrarsi eccessivamente sul suo aspetto estetico e indotta a rassegnarsi che sia questo l’unico obiettivo da perseguire. Sembra, pertanto, che la donna debba ancora combattere per conquistare gli stessi diritti, lo stesso rispetto, e la stessa considerazione che ha l’uomo.

Ma cos’è che ostacola la fine della mentalità maschilista? Forse anche alcuni comportamenti a volte agiti dalle donne possono favorire la persistenza di questa scorretta mentalità. Sembra che a volte la donna stessa, un minoranza, esiga ancora che ci siano ruoli da rispettare, soprattutto nel momento in cui pretende che sia sempre l’uomo, in qualsiasi occasione, quello che deve pagare. D’altronde, questo potrebbe essere uno dei motivi che autorizza l’uomo ad avere sempre il dominio sulla donna e a convincersi che chi ha i soldi possiede anche il potere. Ma non solo, a volte la donna dimostra di sottomettersi ad un uomo anche quando cerca continue approvazioni da parte sua (quando si sottopone addirittura a chirurgie plastiche pur di compiacere loro) sottovalutando che, in questo modo, non diventa  altro che un burattino nelle sue mani. Ragion per cui, se la donna vuole ottenere ogni diritto alla pari di quello di un uomo, deve continuare a combattere per i propri diritti e per un cambio complessivo di mentalità di entrambi i sessi.

“Ho trascorso gran parte della mia vita credendo che ciò che mi diceva mio padre fosse la verità assoluta. Ora credo sia arrivato il momento di ragionare con la mia testa perché una donna maschilista non può che essere deleteria per una società ancora retrograda. Bisogna completamente rinnovare la propria struttura mentale, le proprie consuetudini di pensiero, le proprie abitudini, le tradizioni, la cultura.”

Marisa, donna di trentaquattro anni, racconta la sua storia e come ha lottato per ribellarsi alla mentalità maschilista.

Marisa, cos’è che ti ha insegnato tuo padre?

Sin da quando ero molto piccola amavo studiare, leggere ed acculturarmi. Mio padre, invece, pensava che sarebbe stato inutile perché diceva che quello che soddisfa una donna è trovare un buon marito (un buon partito). Mi sono quindi sposata all’età di ventitre anni, naturalmente con un uomo benestante. Il mio coniuge si chiama Franco ed è un architetto. Mio padre, con tanta prepotenza, mi ha imposto (più che insegnato) ad avere una mentalità maschilista come la sua. Dunque, per anni e anni, mi sono convinta che tutto ciò di cui io avessi bisogno è di un uomo accanto che si prendesse cura di me.

Tu volevi lavorare?

Il mio sogno era quello di diventare medico pediatra. Sono però cresciuta con il pensiero che un uomo doveva fare tutto al mio posto e quindi anche pagare ogni volta che uscivamo a cena, quindi anche guidare la macchina e tanto altro. Mi sono resa conto, ad un certo punto, che la prima ad avere una mentalità maschilista ero proprio io, conseguenza di tutto ciò che mi aveva inculcato mio padre.

Cosa hai fatto per ribellarti?

Ho detto a mio marito che voglio studiare e lavorare e così sto facendo: un paio di sere a settimana lavoro in un pub (giusto per essere indipendente su alcune cose, anche se gli studi me li paga lui per adesso) e di mattina seguo i corsi all’università. Sono rinata. Abbiamo anche tre splendidi bambini io e Franco: Damiano, Massimiliano e Penelope.

Come l’ha presa tuo marito al riguardo?

Non benissimo ma non può impedirmelo. Mi ha ribadito che inizialmente i patti erano altri: lui avrebbe lavorato e io badato ai bambini. Ma io non ero felice, nonostante i miei figli siano stati la gioia più grande della mia vita, sento il bisogno di sentirmi appagata, fiera di me, come donna e poi come mamma, soprattutto per poter crescere i miei figli nel modo migliore possibile e potergli dare amore, senza rimpianti personali. Ma Franco, purtroppo, è quel tipo di uomo che si spaventa al pensiero che la moglie potrebbe diventare una donna in carriera, o peggio ancora guadagnare più soldi di lui. Per me deve farci l’abitudine, perché potrebbe accadere.

Riuscite a seguire i vostri figli così?

Certamente, per me una cosa non esclude l’altra; posso riuscire a concretizzare i miei sogni ed essere una mamma presente e amorevole. Mentre i piccoli sono a scuola io seguo i corsi all’università. Nel pomeriggio, invece, mentre loro eseguono i compiti io studio per gli esami, e nel tempo libero facciamo tante attività  insieme. E poi per fortuna c’è Lara, una meravigliosa donna che ci aiuta con le faccende domestiche. Quando le due sere a settimana lavoro, Franco si occupa dei bambini, è giusto così. Penso che tutte le donne abbiano il diritto di fare quello che desiderano, di sentirsi libere di essere. Oramai, al giorno d’oggi, per alcune è stato più facile raggiungere i propri obiettivi, ma posso confermare con certezza che non per tutte è così, almeno non lo è per chi nasce in una famiglia all’antica che ti annulla la personalità. In una famiglia in cui ti convincono che da sola non puoi farcela, e invece fuori c’è un mondo che ti aspetta e tutte noi donne dobbiamo essere pronte a conquistarlo.

Alessandra Federico

 

 

 

 

Carla Fracci, la regina della danza classica

Carla Fracci (Carolina Fracci), ballerina italiana, nasce a Milano il 20 agosto del 1936 e, sin da piccola, dimostra il suo talento per la danza; la sua innata eleganza, il suo portamento signorile e raffinato come quello di un cigno, l’hanno portata a diventare una delle più brave ballerine al mondo. Non a caso, dal New York Times, nel 1981, fu definita la prima ballerina assoluta.

Figlia di Luigi Fracci di origine sarde, sergente maggiore degli alpini in Russia stabilito a Milano dopo il ritorno dall’unione Sovietica e di Santa Rocca, operaia alla Innocenti di Milano, Carla, con l’arrivo della guerra, assieme all’intero nucleo familiare, si trasferisce dalla madre di Santa (Argelide) nella campagna di Volongo.

Al termine della guerra, Luigi Fracci, ottenne un posto come impiegato dell’azienda tranviaria come conducente a Milano e, da lì a poco, tornò insieme con la sua famiglia, nuovamente nella loro città natale. Carla, che aveva da poco iniziato la quinta elementare, quasi ogni pomeriggio, dopo aver terminato i compiti per la scuola, andava con la sua mamma e il suo papà al circolo ricreativo dell’azienda di trasporti dove, durante una festa di ballo, alcuni colleghi di lavoro di Luigi notarono, sin da subito, la grande capacità che la bambina aveva nel seguire a ritmo la musica riuscendo, perfettamente, a stare a passo con le note. Così, pochi giorni dopo la festa, grazie a chi l’aveva notata e convinto i genitori che fosse un talento sprecato e che studiando, probabilmente, sarebbe diventata una brava ballerina, Carla riuscì a sostenere un’audizione al Teatro alla Scala. Non fu arduo superare la selezione; la giovane aspirante ballerina fu immediatamente notata per il suo immenso talento, ma, come per tutte le passioni, anche la danza ha bisogno di tempo e dedizione, sacrifici e determinazione, inoltre, la danza classica richiede una severa disciplina e rigide regole da rispettare e, anche se questo a Carla non mancava, nei primi tempi, provò molta difficoltà ad adeguarsi in una circostanza per lei totalmente nuova e soffocante: Carla era solita danzare, correre e giocare negli spazi aperti come in campagna da sua nonna e, quindi, sentiva di dover fare grande sforzo per ambientarsi in un posto chiuso senza sentire nostalgia della libertà.

Per trovare continui stimoli, incoraggiamenti e riuscire a sentirsi ugualmente a suo agio quando danzava, Carla, pensava ai momenti trascorsi con sua nonna in campagna, momenti in cui si sentiva libera come una libellula: la libellula è stata per lei il simbolo che l’ha accompagnata durante tutta la sua carriera da ballerina, perché era per lei l’emblema della leggerezza, e questi pensieri gioiosi e positivi l’hanno sostenuta nei momenti di sconforto e aiutata a risollevarsi ogni volta che crollava sia psicologicamente che fisicamente.

Un altro pilastro della sua vita, soprattutto durante la sua carriera, per Carla è stata Margot Fonteyn, sua compagna di danza nonché migliore amica.

Margot riuscì a far sentire Carla a proprio agio, ponendole un differente punto di vista nei confronti di quella disciplina tanto severa che la Fracci spesso non riusciva a reggere: la danza le avrebbe portate lontano, magari insieme, e le avrebbe fatto viaggiare, sognare, appassionare e vivere davvero, e a queste parole, Carla, si strinse forte per tutta la vita. Margot regalò a Carla una spilla d’oro a forma di libellula che quest’ultima avrebbe portato sempre con sé, come una sorta di portafortuna.

Carla aveva una forte passione per la danza classica e stava finalmente credendo fortemente nelle sue doti, e oramai il suo talento stava diventando evidente agli occhi di tutti: dopo soli due anni di studio alla Scala, la Fracci, divenne danzatrice solista (prima ballerina). Si diplomò nel 1954 e fu il giorno più emozionante della sua vita insieme al giorno del suo matrimonio: la mitica danzatrice italiana trovò tempo anche per la sfera amorosa, sposò il regista Beppe Menegatti nel 1964 e nel 1969 diede alla luce il figlio Francesco. Beppe, da quel momento in poi, gestì la regia delle creazioni interpretate da Carla.

Il London Festival Ballet, il Sadler’s Welles Ballet (ora Royal Ballet), il Balletto di Stoccarda e il Balletto reale svedese furono le compagnie con le quali la Fracci danzò tra la fine degli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta.

Il cavallo di battaglia della Fracci era Giselle, a lei seguirono tante altre interpretazioni di ruoli drammatici e romantici come La Sylphide, Romeo e Giulietta, Coppélia, Francesca da Rimini, Medea.

La sua strada era spianata e la Fracci non poteva che godersi tutto quel successo che cresceva di giorno in giorno; Carla danzò con diversi noti ballerini come il grande Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Alexander Goduov, Gheorghe lancu, Marinel Stefanescu, e con il mitico Roberto Bolle.

La Fracci iniziò a comparire anche nelle serie televisive come quella dello sceneggiato Rai, diretto da Renato Castellani nel 1982. Mentre, alla fine degli Anni ‘80, la regina della danza diresse il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli.

Dal 1996 al 1997 diresse il corpo di ballo dell’arena di Verona. Interpretò anche ruoli nei programmi: Il pomeriggio di fauno, Onegin, La vita di Maria, A.M.W., La bambola di Kokoschka. Furono innumerevoli le sue interpretazioni nel corso di quegli anni e tutti ruoli principali. Donna forte, caparbia e temeraria era diventata la Fracci, tanto da riuscire a coprire diversi ruoli nel corso della sua vita: dal 1994 fu membro dell’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1995 fu presidente dell’associazione ambientalista Altritalia Ambiente. Ancora, nel 2004 fu nominata Ambasciatrice di buona volontà della FAO. Anche lo Zecchino d’Oro la invitò nel 1997 come ospite alla serata finale della 40esima edizione.

Per ben 10 lunghi anni diresse il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, dal 2000 al 2010. Nel 2008 fece parte dell’album “Studentessi”, con il gruppo rock “Elio e le storie tese”. Anche non più in giovane età la suprema della danza continuava a praticare le sue passioni: dicembre 2013 pubblicò la sua prima autobiografia con Arnoldo Mondadori Editore, intitolata “Passo dopo Passo” a cura di Enrico Rotelli.

Nel giugno del 2009 fino al 2014 è stata Assessore alla Cultura della Provincia di Firenze. Nel 2015 è stata ambasciatrice di Expo. Carla Fracci è morta il 27 maggio del 2021 a 84 anni. La determinazione e l’audacia della Fracci, icona nel mondo della danza classica, sarà di grande insegnamento per chiunque abbia un sogno da realizzare.

Alessandra Federico

Non sei il tuo senso di colpa. Riflessioni contro il mito della “supermamma”

Una madre perfetta è: sorridente, organizzata, ben vestita, in carriera, attenta all’ecologia e alla cucina sana. Quanto i social media hanno contribuito all’edificazione di quest’immagine?

La costruzione dell’immaginario femminile viene da lontano, si pensi alle pubblicità degli anni ‘50 e alle rappresentazioni cinematografiche con protagoniste donne sorridenti e figli sorridenti, con il grembiulino e i capelli all’ultima moda intente a preparare la cena per il marito e i figli.

Negli ultimi decenni si sono aggiunti i social media, che hanno cambiato il linguaggio e che hanno permesso alla quotidianità di divenire modello. Da iniziale spazio di evasione stanno rischiando di trasformarsi in spazio di frustrazione. È difficile confrontarsi con i modelli che si trovano scorrendo i propri feed, spesso si incappa in modelli materni che appaiono perfetti: corpi perfetti a poche settimane dal parto, madri aggiornate su tutte le più recenti linee guide (alimentazione, sicurezza, ecologia, etc.) e pronte a metterle in pratica nella vita di tutti i giorni, tavoli ricchi di proposte educative stimolanti per i figli, famiglie sempre in viaggio o impegnate in gite fuoriporta super accattivanti, etc. Tale confronto sicuramente rischia di condurre tante madri, alle prese con le difficoltà della vita di tutti i giorni, verso un profondo senso di frustrazione, di colpa e di inadeguatezza. Ma credo che sia importante riportare l’attenzione sul verbo “apparire”: ciò che viene proposto è un montaggio di momenti felici della giornata, si ha la percezione che le stories caricate siano tutto il vissuto, ma non è così! Tutte le famiglie attraversano momenti di difficoltà, momenti di frustrazione e devono fare i conti con i litigi con i propri figli… solo che si sceglie di non mostrare questo pezzo di realtà e ciò è dannoso, perché sembra non esistere.

Preoccupazione, tristezza, frustrazione, senso di colpa, paura e rabbia: per quali ragioni l’immaginario collettivo non riesce a contemplare che la nascita di un bambino e la nascita come madre non portano solo emozioni di felicità? 

A parer mio ci sono molteplici risposte a questa domanda: da una parte, si tema che l’associare la maternità a sentimenti contrastanti (come paure, delusioni, incertezze e molto spesso anche rabbia) possa spaventare e porterebbe così le donne a non scegliere questo percorso tanto difficile sia fisicamente che emotivamente. Dall’altra, una madre arrabbiata o triste spaventa in quanto sembra arrabbiata o triste verso il proprio figlio, verso quella creaturina per cui dovrebbe provare solo amore incondizionato. Ma dar spazio a questa differente narrazione permetterebbe di capire quanto il problema non sia nel rapporto madri-figli, quanto in quello madri-società. E ammettere che esse si trovino in difficoltà nel condurre il proprio ruolo a causa di una società che non le sostiene, ma che le mette costantemente sotto pressione, ci farebbe capire quanto il modello di vita proposto sia sbagliato e nocivo.

Elisabetta Franchi ha recentemente asserito che non assume in ruoli dirigenziali donne prima degli “anta”, “perché se poi rimangono incinte è un casino”.

Non trova che abbia dato voce ad un pensiero che è di molti, donne comprese? Come si scardina un’opinione così vetusta?

Purtroppo, ancora oggi, nel 2022, una donna che si assenta dal luogo di lavoro per maternità viene vista come una lavoratrice che porta un danno all’azienda di cui è parte.

Storicamente ci è stato insegnato che la donna è più utile all’interno delle mura domestiche e che essere madri sia una condizione che va a discapito della carriera, perché bisogna sacrificare un pezzettino di noi stesse e scegliere se avere figli felici o soddisfazioni lavorative.

Il cambio di mentalità potrà avvenire quando si riconoscerà che avere madri felici e appagate porti ad avere anche nuove generazioni più serene. Nel momento in cui un bambino riconosce i traguardi raggiunti dai propri genitori e ne condivide i successi sarà parte di una famiglia felice e potrà così essere un adulto propositivo. Infatti, il pensiero che la propria madre abbia dovuto dedicarsi alla prole in toto rinunciando a soddisfare le proprie aspirazioni non è sano nemmeno per i figli, conduce a nuovi sentimenti di colpa irrisolti.

Inoltre, una donna quando diventa madre sviluppa e affina molte capacità che saranno una risorsa preziosa anche sul luogo di lavoro, quali: il problem solving, l’essere multitasking, la capacità di rimanere lucida anche in un momento di crisi e di forte stress, l’apertura al dialogo e all’ascolto, il miglior utilizzo del tempo e così via.

Martina Borsato lo ha mostra nel suo contributo “Un’altra storia”: essere più “cose”, rivestire più ruoli nella vita non è un handicap, ma una risorsa che ci permette di migliorarci in molteplici direzioni, anche in quella lavorativa.

Molti reputano che la maternità comporti una diminuzione delle facoltà intellettive e lavorative della donna. Qual è la sua idea in merito?

Nonostante ci siano ricerche scientifiche che dimostrano quanto il cervello di una neomamma “perda pezzi” per potersi allineare ed empatizzare con più facilità con quello del proprio bambino, sono estremamente convinta, come spiegavo nella risposta precedente, che di rimando ci siano capacità che nascono e che si sviluppano e che sono risorse estremamente preziose per la famiglia, per il lavoro e per la società in generale.

Inoltre, credo che troppo spesso le donne vengano catalogate come inferiori quando poi spetta a loro l’arduo compito di accudire e crescere le nuove generazioni, ovvero gli adulti di domani.

Il libro raccoglie i contributi di diverse professioniste (alcune madri, altre no) su diversi aspetti della maternità, dalla sociologia alla sostenibilità, dal baby wearing alla pedagogia. C’è un filo rosso che le inanella?

Il filo rosso che collega i diversi saggi presenti nel volume è la volontà condivisa di far spazio a un’altra narrazione materna, diversa da quella mainstream con cui ognuna di noi ha dovuto fare i conti nel proprio privato e nella quale abbiamo fatto fatica a riconoscerci. L’esperienza della maternità è talmente personale che non dovrebbe essere racchiusa in stereotipi, ma dovrebbe tener conto delle diversità di ciascun individuo (madre o padre che sia) che la affronta.

Il senso di colpa di cui parliamo è quello causato dal non riuscire o dal non volere o ancora dal non potere soddisfare gli standard che ci sono stati proposti e che ci hanno fatto sentire sbagliate, mancanti, frustrate.

Il nostro è un racconto corale al femminile, che parte dalla nostra esperienza in quanto donne, madri e professioniste, che vuole proporre una differente visione e una narrazione autentica lontana da falsi miti. Speriamo, così, di creare momenti di condivisione e confronto per permettere a tante altre di riuscire a nominare le proprie emozioni negative, di fare i conti con la propria situazione, di chiedere aiuto quando serve e di smettere di sentirsi sbagliate solo perché è la società a farcelo credere.

 

Alice Brioschi è laureata in Cultura e storia del sistema editoriale, ha lavorato per anni come organizzatrice di eventi culturali per poi approdare in una casa editrice indipendente.

Oggi gestisce una libreria a Milano. È specializzata nel settore degli albi illustrati e alla letteratura per l’infanzia.

Giuseppina Capone

 

Eliana Di Caro: Le Madri della Costituzione

Il 2 giugno del 1946 gli italiani scelsero la Repubblica e il 25 giugno si insediò l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri. Quali sono le peculiarità della componente muliebre?

Sono 21 donne di diverse generazioni (la più anziana era Lina Merlin, nata nel 1887, la più giovane Teresa Mattei, nata nel 1921), di diversa estrazione sociale (alcune provenivano da famiglie borghesi – per esempio Elsa Conci, la stessa Mattei, Maria de Unterrichter – e altre da un contesto molto umile, come Teresa Noce, Adele Bei, Filomena Delli Castelli), di diverso colore politico: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, un’eletta nel Fronte dell’Uomo Qualunque. Eppure, nonostante le differenze, furono capaci di fare sintesi nel nome del bene comune.

Lei ha affermato: “Senza le loro battaglie, diversi articoli della Costituzione, compresi i principi fondamentali, non sarebbero gli stessi”. Ventuno donne pressoché dimenticate dai più. Penso a Teresa Mattei. Un’avanguardia modesta, solo il 3,7 per cento. Quale fu il loro contributo nella modernizzazione dell’Italia?

Fu un contributo fondamentale, perché lottarono per il principio di parità sancito dall’articolo 3 e dagli altri articoli della Costituzione che riguardano la famiglia e il lavoro: senza il loro apporto, il loro “sguardo”, probabilmente non si sarebbe arrivati a un risultato che migliorava non solo la condizione della donna ma dell’intera società.

I Costituenti furono filosofi, giuristi, personalità della cultura e della vita politica antecedente il fascismo. Quali ostacoli dovettero saltare le 21 Costituenti rispetto al rapporto con la componente maschile? In fondo, Giovanni Leone aveva asserito: “La femminilità e la sensibilità sono antitetiche alla razionalità”.

Va ricordato che la donna, al tempo, era in una condizione di subalternità totale, non aveva alcuna voce nello spazio pubblico ma neanche all’interno della famiglia (vigevano la potestà maritale e la patria potestà, l’adulterio femminile era sanzionato, a differenza di quello maschile, ecc.). Nonostante questo humus culturale e sociale (o forse proprio per questo!) le ventuno elette, reduci dalla determinante conquista del diritto al voto, seppero far valere le loro ragioni. E anche laddove persero le loro battaglie, come accadde per l’accesso delle donne al concorso in magistratura (che fu consentito solo con la legge del 1963), aprirono una strada.

Le Madri della Costituzione, scattando una fotografia di gruppo, sono davvero differenti tra loro: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste ed una proveniente dalle file dell’Uomo Qualunque. Diverse quanto a formazione politico-ideologica ma tutte antifasciste e resistenti. Ebbene, riuscirono a tessere una relazione efficace?

Come accennato prima, sì, perché avevano chiaro il loro obiettivo e agirono unite per conquistarlo. Certamente la comune lotta antifascista, la spinta alla costruzione della democrazia e alla rinascita del Paese cementò la loro azione all’Assemblea Costituente.

Quale fu la loro sorte a lavori terminati e conclusi?

Alcune proseguirono il loro percorso in Parlamento, nelle successive legislature (Nilde Iotti è stata la prima presidente della Camera dei deputati, nel 1979), diverse diventarono sindache, altre invece furono emarginate dai loro stessi partiti. Nel tempo, quasi tutte loro sono state dimenticate, nonostante la loro lezione e il segno che hanno lasciato nella Carta. Per questo, nel mio piccolo, ho voluto dare un contributo di conoscenza con Le Madri della Costituzione, anche andando alla ricerca dei discendenti, di cui ho riportato le testimonianze.

 

Eliana Di Caro è giornalista al Sole 24 Ore dal 2000: dopo aver lavorato al mensile Ventiquattro e alla redazione Esteri del quotidiano, dal 2012 è al supplemento della Cultura “Domenica”, nel ruolo di vice caposervizio e curatrice delle sezioni di Storia ed Economia e società. È tra le autrici di Donne della Repubblica (il Mulino, 2016), Basilicata d’autore (Manni, 2017), Donne nel 68 (il Mulino, 2018), Donne al futuro (il Mulino, 2021). Ha pubblicato Andare per Matera e la Basilicata (il Mulino, 2019) e Le vittoriose (Il Sole 24 Ore, 2020). Scrive dei temi legati alle donne – dei loro diritti e dell’emancipazione femminile – e della terra lucana. Appassionata di tennis, ogni tanto recensisce qualche libro sull’argomento.

Giuseppina Capone

“Napoli è” partecipa alla Race for the Cure

L’Associazione Culturale Napoli è, nata nel 1994, dall’idea di un gruppo di giornalisti, professionisti, esperti e operatori culturali napoletani, che opera in Campania e sul territorio nazionale, anche quest’anno partecipa con una sua squadra alla Race for the Cure organizzata da Komen Italia che dal 20 al 22 maggio è presente a Napoli in piazza del Plebiscito con il Villaggio della Salute per sostenere le “donne in rosa”.

La sensibilizzazione alla lotta contro i tumori al seno, ritiene l’Associazione, è importante per la prevenzione e per la salute delle donne.

La scomparsa di Catherine Spaak ha lasciato un vuoto nel mondo del cinema e della tv

Il cinema italiano e la tv hanno19 perso una delle sue brillanti stelle: Catherine Spaak è morta lo scorso diciassette aprile a settantasette anni, era nata a Boulogne- Billancourt (Francia) il 3 aprile del 1945. Figlia di madre attrice, Claudie Clèves, e padre sceneggiatore cinematografico, Charles Spaak, anche sua sorella Agnès è stata un’attrice prima di diventare fotografa. Sua zia, invece, era Suzanne Spaak (partigiana belga, salvò centinaia di ebrei durante l’olocausto). Ancora, lo zio Paul-Henri ricoprì il ruolo di primo ministro del Belgio.

Bella, affascinante e temeraria, la Spaak iniziò molto presto ad intraprendere la strada del cinema; a soli quattordici anni recitò una piccola parte nel film “Il buco” di Jacques Becker. Nel 1960, in Italia, debuttò con “Dolci inganni” di Alberto Lattuada. E fu proprio grazie al ruolo da adolescente spregiudicata che interpretò nel film di Lattuada, la carriera da attrice per Catherine fu rapida e in ascesa, di fatti, sempre nelle vesti di adolescente spregiudicata, nella prima metà degli Anni ‘60,  apparve in diversi film: “Diciottenni al sole”, “La noia”, “La parmigiana”, “Il sorpasso”, “La calda vita”, “La voglia matta”, “La bugiarda”.

Nel 1964 vennero pubblicati i suoi primi 45 giri in seguito ad un contratto offerto dalla casa discografica italiana “Dischi Ricordi”. In poco tempo diventarono successi da Hit parade. Da li a poco riuscì a diventare una presenza ricorrente nella commedia all’italiana e a continuò a lavorare con i più celebri registi e autori e, nel 1964, le venne attribuita la Targa d’oro ai David di Donatello. Nel musical televisivo tratto dall’omonima operetta, la Spaak interpretò nel 1968 la “Vedova allegra” per la regia di Antonello Falqui, mentre nel 1978-79, interpretò il ruolo di Rossana nella commedia musicale “Cyrano” di Domenico Modugno e Riccardo Pazzaglia con la regia di Daniele D’Anza.

La star del cinema italiano, dal 1970, ha anche collaborato per alcune testate giornalistiche come Amica, il Corriere della sera,  TV Sorrisi e Canzoni, Il Mattino, Marie Claire. Ma il suo curriculum nel mondo dello spettacolo si arricchì della presenza televisiva: condusse, per tre edizioni di fila, dal 1985 al 1988 “Forum” all’interno di “Buona Domenica”. La stima del pubblico nei confronti della Spaak era ormai arrivata all’apice, soprattutto come autrice e conduttrice di talk show.

Nella vita privata, Catherine è stata sposata 4 volte; il suo primo amore nacque sul set del film “La voglia matta” dove incontrò,  per la prima volta, Fabrizio Capucci negli anni sessanta. I due attori si innamorarono e si sposarono e poco tempo dopo diedero alla luce Sabrina, la quale è diventata  attrice di teatro, mentre Gabriele è il secondo figlio della Spaak nato dal matrimonio con Johnny Dorelli (1972 – 1979).  Dopo la fine del suo secondo matrimonio è stata sentimentalmente legata all’attore italiano Paolo Malco. Con l’architetto Daniel Rey è stata sposata dal 1993 al 2010, e con Vladimiro Tuselli dal 2013 al 2020.

Alessandra Federico

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