Silvia Stucchi: A cena con Nerone. Viaggio nella cucina dell’antica Roma

Quali sono le difficoltà insite nel lavoro della divulgazione storica?
Le difficoltà del lavoro di divulgazione storica e letteraria per quanto concerne il mondo classico riguardano, per prima cosa, il contesto culturale in cui ci troviamo, in cui sempre meno diffuse sono non soltanto le cognizioni di base relative alla civiltà greca e latina, anche a causa di una sempre più decisa marginalizzazione dei contenuti relativi alla storia antica, alla storia romana, alle lingue classiche, nella scuola di ogni ordine e grado; in generale, poi, specialmente negli ultimi anni, è sempre più evanescente la consapevolezza della dimensione storica connaturata a tutti i fenomeni politici, sociali, artistici.
Lei svolge attività di ricerca sull’archeo-cucina. Ebbene, su quali campi di applicazione pratica e teorica s’incentra?
Qui c’è un fraintendimento, alimentato dal titolo, su cui abbiamo volutamente giocato: io non sono una archeo-cuoca, ma una esperta di filologia e letteratura latina, e tale è il mio occhio nell’interrogare i testi; gli esperti di archeo-cucina, che ammiro molto, sono altri. Il mio volume presenta, naturalmente, anche delle ricette, più nel solco della ricerca della continuità con il mondo antico che dell’ossequio filologico-gastronomico, ma, soprattutto, vuole essere un viaggio nella percezione del cibo e della convivialità dei nostri maiores. Quando si parla di cibo, infatti, nei documenti letterari, possiamo infatti trovare alcuni casi di autori che, effettivamente, ci spiegano il processo di preparazione di determinate pietanze (è il caso di Catone il Censore, Columella, Apicio); ma sarebbe molto ingenuo pensare che, automaticamente, se l’autore latino ci sta parlando di cibo è perché ci vuole dare una ricetta. Spesso, infatti, il cibo è pretesto e metafora per parlare d’altro: pensiamo ad Orazio, e alla polisemia del termine ius (“diritto”, ma anche “sugo”, “condimento”), o alla presentazione della cena dell’arricchito Nasidieno, confrontata con il racconto del semplice pasto dell’autore stesso. Quando Cicerone ci parla dei suoi rinnovati gusti e vezzi per l’alimentazione ricercata, nelle lettere successive a Farsalo, ci sta dicendo altro, sta parlando, sotto metafora, di politica e del suo adattamento, difficile, ma non impossibile, ai nuovi tempi. E sarebbe molto ingenuo, e non coglierebbe il senso del testo, chi pensasse che la Cena di Trimalchione di Petronio sia descrizione di un banchetto reale, e quindi ripetibile, al di là di qualche esperimento en travesti che molti possono avere fatto, con divertimento e piacere, magari al liceo. Il mio libro rappresenta quindi un viaggio non soltanto nel cibo dell’antica Roma, ma in tutto quello che gira attorno al cibo, a partire dal galateo dell’invito a cena e del banchetto.
A cena con Nerone. Viaggio nella cucina dell’antica Roma. Esistevano le diete ipocaloriche tanto in voga oggidì?
Nel mondo antico, in fondo, anche nei conviti più fastosi, l’idea di base era che il banchetto, per venire apprezzato, dovesse essere all’insegna non solo della ricercatezza e dell’eccellenza dei cibi, ma anche della loro quantità: l’opulenza era quindi un segno di ricchezza in un mondo ancora caratterizzato, per la stragrande maggioranza della popolazione, dalla penuria e dalle restrizioni alimentari: i cibi raffinati, elegantemente presentati, ma dalle porzioni risicate della nouvelle cuisine o di certi chef pluristellati odierni, non avrebbero riscosso successo. Tuttavia, non bisogna pensare che si banchettasse tutti i giorni: in fondo, io credo che ci stupiremmo di quanto fossero parchi e frugali, in condizioni normali, i pasti quotidiani anche di personaggi di un certo rilievo. E ricordiamo, non incidentalmente, che una grandissima differenza fra il nostro modo di intendere il cibo rispetto a quello che accadeva nel mondo antico è l’incidenza dei “fuori pasto” (snack, spezzafame, caffé alla macchinetta con dolcetto, etc.), che vengono spesso consumati sul luogo del lavoro: tutti elementi ovviamente sconosciuti ai Romani.
Per quanto riguarda il concetto di “dieta” che troviamo attestato nella letteratura latina, per esempio in Plinio il Giovane, che è molto attento a questi aspetti, esso è più simile al nostro concetto di “medicina olistica”, in quanto la dieta, etimologicamente indica il “regime di vita” corretto ed equilibrato, che tenga conto quindi non solo della quantità, qualità e varietà dei cibi, ma anche del ritmo di vita, dell’alternanza, fra gli impegni (gli officia) e il tempo libero (otium, che può essere inteso come otium litteratum), da trascorrere in luoghi tranquilli e dal clima favorevole e inframmezzato dalla cura del corpo e da una leggera attività fisica.
Pavoni e lingue di fenicotteri erano alla portata di tutti o esistevano anche ricette realizzate con ingredienti meno esotici e persino replicabili oggi?
Certo, alcune ricette erano riservate a occasioni speciali per consumatori d’élite, ma bisogna anche pensare che, spesso, la bizzarria, la ricercatezza, la gola, la stravaganza, le spese spropositate per i banchetti sono elementi utili – penso alla storiografia – per caratterizzare negativamente un personaggio, per esempio, un pessimo imperatore, come fa Svetonio con Vitellio o la Historia Augusta con Eliogabalo; mentre, al contrario, il buon imperatore è per definizione sobrio, parco e non indulge al vizio della gola (pensiamo a Marco Aurelio o Settimio Severo). Alcune ricette, invece, quelle più semplici, sono in fondo ancora oggi non praticabili, ma praticate: penso al laganum di cui cui parla Orazio in sat. 1, 6, che è molto simile, a quanto pare, a una ricetta salentina di pasta e legumi; ad alcuni dolci rustici descritti da Catone, che possono essere i diretti antenati degli struffoli; al garum, che non era il pestilenziale e un po’ schifoso intruglio di cui ci parla una certa vulgata, ma che doveva essere simile, nella sua forma più raffinata e filtrata (il flos gari, “fiore di garum”,) alla colatura di alici che ancora oggi si produce; e il moretum di cui ci parla l’Appendix Vergiliana e di cui Columella nel I sec. d C. ci dà alcune varianti nella preparazione era, in sostanza, una sorta di pesto rustico con cui condire una focaccia. E pensiamo alla patina, di cui ci parla Apicio: al netto dei condimenti di base, certo un po’ troppo speziati e caricati per i nostri gusti, in fondo, dato che l’ingrediente che rende una patina tale sono le uova, si tratta, di fatto, di una omelette.
Lei riporta autentiche ricette ricavate dalle opere di Catone, Columella, e, soprattutto, di Apicio, sotto il cui nome ci è giunto il più famoso corpus gastronomico. Quali sono le più eclatanti differenze quanto al gusto?
Per prima cosa, alcuni ingredienti sono, di fatto scomparsi: pensiamo al silfio, componente di base e condimento di tantissime preparazioni, che veniva coltivato solo in una ristretta fascia territoriale attorno alla città di Cirene. Ma, soprattutto, dobbiamo pensare che i nostri maiores non avevano una serie di cibi e bevande che per noi sono la normalità e che costituiscono larga parte della nostra alimentazione: niente pomodori, patate, fagioli, niente frutti che per noi oggi sono assolutamente familiari, come banane, ananas, e così via. Niente the, caffé, cioccolato, niente superacolici; per dolcificare, si usava il miele, e anche i dolci, almeno, quelli che descrive Catone il Censore, erano molto pesanti e non lievitati, senza burro, ma con il formaggio di capra e pecora. Sicuramente, il gusto era diverso: mediamente salse e condimenti erano molto elaborati, speziati, di gusto forte, e poi dalle ricette possiamo arguire che l’agrodolce, che l’accostamento di sapori per noi forse difficili da apprezzare fosse invece assai gradito.

Silvia Stucchi è dottore di ricerca in Filologia e Letteratura latina e insegna Lingua latina e Letteratura latina presso l’Università Cattolica di Milano e nei licei. Membro scientifico della Société Internationale des Amis des Cicéron e della Société Internationale d’Ètudes Néroniennes, svolge attività di giornalista pubblicista su varie testate; oltre che di numerosi articoli, è autrice dei volumi: Antiche consolazioni (2007); Osservazioni sulla ricezione di Petronio nella Francia del XVII secolo: il caso Nodot (2010); Apologia. Apuleio Platonici pro se de magia (2016); Seneca. Lettera sul suicidio (2018); Plauto. La gomena (2020). E per Ares, Come il latino ci salva la vita (2020).

Giuseppina Capone

Rosaria Catanoso: Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia

Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia: quali snodi, in particolare, del pensiero arendtiano si propone di esaminare la sua monografia scientifica?
L’intento del mio lavoro è cogliere, con l’ausilio di Hannah Arendt, le sconcertanti questioni politiche del nostro tempo, innanzi alle quali servono strumenti ermeneutici al fine di comprendere un presente sempre più in krisis. I temi della riflessione arendtiana, che mi propongo di sottolineare sono sia di natura politica e storica, sia filosofica e morale. Penetrare nel suo pensiero è valso a intendere la filosofia non come speculazione teorica, ma come la possibilità di scoprire i criteri, o almeno le modalità, con cui il giudizio si fa strumento d’azione consapevole. La sua ricerca filosofica è sollecitata da fatti e avvenimenti che offrono al lettore una prospettiva teorica di rilevante interesse filosofico, politico e storico. Dall’intreccio tra pensiero ed esperienza nasce in lei la consapevolezza che solo giudicando il reale sia possibile cambiare le sorti della storia e iniziare qualcosa di nuovo insieme agli altri. Nel dettaglio, il giudizio è la categoria con la quale comprendere gli eventi passati e scegliere come agire consapevolmente nelle circostanze in cui possano prevale dubbi ed incertezze etiche e morali. Nuovi e sempre uguali pericoli investono le democrazie occidentali. Pensiamo ai nascenti populismi, al riaccendersi della paura nei riguardi dello straniero, ai nuovi fondamentalismi religiosi e ai fenomeni terroristici. La crisi della rappresentanza mostra l’esigenza di ripensare la politica, quale spazio di apparenza e di manifestazione della parola e del discorso. In un tempo in cui, i mezzi di comunicazione multimediale si sono trasformati da strumenti a luoghi, sostituendosi prima all’ agorà e poi alle sedi di partito, diventa cogente riattivare forme di cittadinanza attiva che riavvicinino la pluralità al bene comune. Quindi, l’ultimo snodo del pensiero arendtiano su cui mi soffermo è il significato autentico del politico, nel momento in cui la studiosa prova ad immaginare una rinascita della sfera pubblica nel segno di una libertà sospinta dall’azione e dall’esercizio del giudizio politico. Diventa, in tal senso, interessante seguire la sua impresa di decontrazione della storia e dei rapporti tra la filosofia e la politica, così come si sono sviluppati sin dall’età classica. Per far emergere le esperienze autentiche del politico, Arendt analizza la condizione umana, caratterizzata da distinzioni esistenziali quali il lavoro, l’opera e l’azione. Riguardo a quest’ultima, la filosofa mette in luce lo slancio innovativo dell’azione, piuttosto che gli atti che ne risultano, proprio perché agire equivale a dare inizio a qualcosa di nuovo. L’azione politica, che si differenzia nettamente dall’opera e dal lavoro, corrisponde alla condizione della pluralità, del porsi in relazione, del comunicare con gli altri. Solo da questa forma di dialeghestaie e dalla condivisione di parole e gesti l’uomo può dar senso al suo abitare il mondo.
L’umanità al cospetto delle rovine della storia; Con il totalitarismo. La deflagrazione di storia e politica; Un “nuovo inizio” per la politica e per la filosofia; Giudicare: responsabilità storico-politica ed etica.
Ciascun capitolo si presenta come possibile oggetto di studio autonomo; ciononostante, è ravvisabile un filo rosso che consenta ai non addetti ai lavori di cogliere l’interpretazione del pensiero di Hannah Arendt?
Le sue opere, dai trattati filosofici e politici, fino ai saggi su questioni morali, esprimono il desiderio di comprendere le vicende che hanno sconvolto il Novecento. I criteri, la tradizione e gli orizzonti di senso – che avevano orientato l’agire umano per millenni – sono risultati insufficienti innanzi alla comprensione delle guerre mondiali, allo sterminio degli ebrei, all’esplosione della bomba atomica, alla guerra fredda, e al propagarsi della tecnica.
Le riflessioni sul pensare, sul volere e sul giudicare proposte nell’ultima opera, rimasta incompiuta, La vita della mente, sono il compimento delle sue analisi politiche ed interpretative su Le Origini del totalitarismo, del 1951.
La questione del totalitarismo conferisce alla sua opera, apparentemente disorganica, una grande coerenza. Innanzi al fenomeno totalitario, la pensatrice vuol comprenderlo, cogliendone il senso.
Di fronte ai crimini di massa totalitari, non sono più validi né le consuete categorie storico-politiche né quelle etico-filosofiche. Questo è il cuore della prima parte del mio lavoro. Infatti, i primi capitoli mettono in luce come la ricostruzione storica e la scrittura di un evento, quale il totalitarismo, sollevino dei problemi peculiari concernenti la riflessione generale sulla storiografia, per quanto attiene agli strumenti e ai modi della spiegazione e dell’interpretazione dei fatti. Da storica, ne Le origini del totalitarismo, Arendt utilizza, con grande disinvoltura e maestria, molti materiali: dal documento storico, alla cronaca politica, dalle opere letterarie, alla testimonianza autobiografica di vite emblematiche, mettendo fine all’idea di processuali universalizzante della storia, e alla configurazione teleologica dell’accadere storico. Tra ricostruzione storica e interpretazione filosofica si pone una circolarità. Il fatto accaduto sollecita la riflessione e questa costituisce la base da cui comprendere gli eventi stessi. Al binomio causa-effetto, sostituisce la diede elementi-cristallizzazione, dando conto storicamente delle condizioni stabilizzate in forme immutabili, entro un contesto in cui l’evento ha avuto origine. Con la metafora chimica della cristallizzazione, la filosofa indica un criterio di selezione e di ordinamento dei fatti stoici volto a ravvisare i punti di fusione di elementi eterogenei che, in un determinato momento si sono cristallizzati in un’unica esperienza. In questo modo, l’antisemitismo e l’imperialismo sono  elementi e componenti, non cause del fenomeno. Trovandosi di fronte ad un evento dirompente, innanzi al quale è forte la tentazione di considerarlo fuori dall’umano, sorge, in Arendt, la domanda su come sia possibile conoscere la storia nei suoi momenti bui. La risposta ad un tale quesito risiede nell’idea secondo la quale il passato, sopratutto quello doloroso, può essere conosciuto solo raccontando ciò che è accaduto. Per raccontare gli eventi, la comprensione è condizione necessaria. Il comprendere, come risulta nell’ultima opera La vita della mente, ha una stretta affinità con il pensare, perché non cerca la verità, ma il significato delle vicende. Il momento successivo alla comprensione è la narrazione, in cui si mette ordine nella sequenza caotica degli eventi. Allo storico, e al narratore, non solo spetta il lavoro di riscoperta degli eventi accaduti, ma anche il compito di giudicare quegli stessi fatti. Il giudizio non è una sentenza di condanna o di assoluzione dei fatti, ma è la particolare prospettiva con cui vengono interpretati gli eventi nel momento in cui, con la narrazione, si restituisce un racconto delle vicende.
L’esito conclusivo della riflessione di Hannah Arendt obbedisce all’urgenza di una riappacificazione con il mondo e con la storia.
Quali tendenze nel Novecento hanno tentato di smantellare la varietà umana, hanno provato a rendere accessoria l’azione politica ed hanno cercato di vanificare la realtà?
I nodi storici presi in considerazione sono il fallimento degli stati nazionali e della loro promessa di coniugare cittadinanza e universalità dei diritti umani; la massificazione della società, che trasforma gli appartenenti alle classi in atomi impotenti e isolati; l’illimitato desiderio espansionistico dell’imperialismo, che oltre a concorrere alla formazione di una mentalità dominatrice insegna all’Europa i metodi illegali e arbitrari messi a punto nelle colonie e che conducono al razzismo; l’antisemitismo che porta con sé il fardello di credenze legate al sangue e al suolo; l’elaborazione d’ideologie che pretendono di procedere in accordo con le eterne leggi della Natura e della Storia.
Arendt scorge nell’antisemitismo un problema politico, rintracciando l’antecedente storico della condizione umana dell’isolamento, al quale sono stati costretti gli ebrei, nel tramonto degli stati nazionali, allorché, privi di una identità politica, sono stati il bersaglio privilegiato di ogni teoria razziale e la loro ricchezza senza potere diventava causa di antisemitismo.
Sul piano delle considerazioni politiche del totalitarismo, la filosofa lo definisce una forma nuova di governo, distinta da tutte quelle fino ad allora conosciute. Per avvalorare questa sua concezione illustra i tratti inediti di questo regime politico, individuandoli nel terrore e nell’ideologia. Nei campi di concentramento e di sterminio – concepiti come il luogo dove l’idea stessi di dominio totale si manifesta in tutta la sua micidiale potenzialità distruttiva – Arendt vede il male farsi radicale, tra l’altro per aver privato ogni internato della spontaneità che contraddistingue l’esistenza umana.  Nella storia ci sono stati altri sistemi di potere arbitrario, come la dittatura, la tirannide, il dispotismo, ma nessuno di essi ha perseguito, oltre alla distruzione della capacità politica dell’uomo, l’annientamento della stessa identità umana e del suo legame con la realtà. Il totalitarismo, nel conquistare il potere, ha eliminato tutte le tradizioni sociali, politiche e giuridiche del paese, creando istituzioni nuove. Il nuovo regime politico ha portato alle sue estreme conseguenze le caratteristiche della società di massa, trasformando le classi sociali in masse d’individui intercambiabili. Inoltre, ha sostituito il sistema dei partiti con il marito unico. Non ha solo preteso la subordinazione politica delle persone, ma ha invaso la loro sfera privata. Se il totalitarismo ha annullato la libertà degli uomini, cancellando la spontaneità dell’individuo, distruggendo la possibilità per ogni persona di condividere insieme il mondo, occorre ripensare la sfera politica, come luogo in cui gli uomini possano dar vita a qualcosa di nuovo agendo insieme. Il periodo tra il primo dopoguerra e il disgelo degli anni Cinquanta in Unione Sovietica è stato un momento di rottura imprescindibile nella storia dell’umanità, poiché gli uomini sono stati privati della possibilità di riunirsi per parlare e agire politicamente. Dopo la seconda guerra mondiale e l’olocausto, dopo l’avvento di armi in grado di distruggere la razza umana, Arendt si chiede se ci siano ancora possibilità per gli uomini d’esercitare la politica, quale forma d’azione e di libertà. Solo in uno spazio garantito e curato da diritti, gli uomini possono intervenire nel mondo orlando e agendo liberamente nella loro diversità. Arendt difende diritti e libertà per tutti, indipendentemente dall’appartenenza a uno Stato o a una nazione.
Lei scrive che il valore profondo della filosofia di Arendt va reperito “nella valorizzazione assoluta della libertà umana, libertà di dare inizio all’inatteso e al nuovo, libertà di scegliere e, se liberi, di giudicare”.
E’ il thaumazein la zattera a cui aggrapparsi?
Bello il paragone con la zattera. Del resto siamo proprio, in mare aperto, privi di ogni ancoraggio con la tradizione a cui aggrapparci. La vita è composta di imprevisti e di eccezioni. La storia è ricca di stupore e di fatti imprevisti. Ecco la scelta semantica alla base del sottotitolo del mio lavoro
Le circostanze ci obbligano a scegliere e a prendere decisioni. Ogni scelta chiama in causa libertà ed azione, pensiero e giudizio. Quindi politica ed etica. Arendt stabilisce un legame tra natalità e agire, perché entrambe sono a fondamento della libertà. L’imprevedibilità, della libertà e dell’azione, produce effetti potenzialmente illimitati. Gli uomini sono in grado di dare inizio a qualcosa di nuovo, sin dalla nascita. A tal proposito, Arendt invoca l’autorità di Agostino e ricorda l’espressione del filosofo cristiano: “Perché ci fosse un’inizio l’uomo è stato creato”. In questa espressione si manifesta l’idea della libertà come capacità di cominciare, essendo l’essere umano a sua volta un “inizio”. La nascita connatura ciascuno a generare novità nel mondo. Per Arendt siamo condannati a essere liberi in ragione dell’esser nati. L’agire appartiene alla libertà, intesa come spontaneità, cioè come facoltà di iniziare un corso non prevedibile partendo da se stessi. La libertà, per quanto diritto di nascita, non è mai definitivamente stabile, ma può essere minacciata dall’isolamento, dalla violenza, dalla tirannia, dal conformismo, e dalla società di massa. La libertà non è da intendersi come un dono, ma è da cogliere come una caratteristica vulnerabile dell’uomo, che può andare perduta. Quindi, occorre difenderla e salvaguardarla. Da qui sorge il continuo appello a pensare la pratica della libertà in termini di diritti collettivi e di impegno comune.
Arendt è conosciuta dal grande pubblico per l’espressione “la banalità del male”.
Dove sta la radice del “male”, Dottoressa Catanoso?
Male banale. Sintagma difficile che le è costato tante critiche. Ma andiamo direttamente alla risposta. Aver visto negli occhi, a Gerusalemme, in gabbia, Eichmann, ha ridimensionato la famosa espressione kantiana sul “male radicale”. Il processo a Gerusalemme è stato il momento durante il quale coglie cosa comporti la scissione tra pensiero ed azione. Il non pensare ha come conseguenza l’incapacità a giudicare. Quindi a scegliere. Obbedire, senza porsi domande diventa il segnale di un male che dall’ambito morale, diventa etico e politico.  A caratterizzare Eichmann non è cattiveria, o stupidità, ma assenza di pensiero. Arendt, invece di dipingerlo come un demonio, restituisce il ritratto di un uomo qualunque. Tutti cercano un demone, intravedono mostruosità, Arendt scorge solo un uomo incapace d’attivare il giudizio, e la facoltà del pensare per porre domande a se stesso. E come lui ce n’erano tanti, nessuno perverso né sadico. Il male nella sua cruda banalità si mostra ogni volta in cui persone terribilmente normali divengono irresponsabili delle proprie scelte e delle proprie azioni. Il male va liberato da ogni sostanzialità oggettiva e ricondotto ad una responsabilità individuale, svincolandolo, così da ogni natura metafisica o demoniaca. Per giudicare bisogna farlo decidendo volta per volta. Entro una cornice di crimini autorizzati, in cui la  distinzione tra il bene e il male può esser compromessa, e la decisione libera ed autonoma può essere stordita da una collettività che agisce come se fosse una sola persona, i pochi che conservano una capacità di discernimento morale la esercitano in solitudine. Ecco perché si è sempre responsabili. Si è personalmente responsabili, anche dell’irresponsabilità che accompagna ogni azione. La responsabilità dei propri atti è sempre individuale, nessuno può schermarsi dietro l’avallo di un sistema o di un’organizzazione. Questi, alla maniera di Socrate, del maestro Jaspers, mostrano con la loro vita, con il loro lavoro come sia possibile discernere, giudicare, esprimendosi con coerente equilibrio sui temi pubblici.
Il cancro del male, emblematicamente rappresentato da Eichmann, può riproporsi ogni volta in cui si cede al non pensare al non volere ed al non giudicare. Dal processo contro Eichmann ciò che si rileva è la questione della responsabilità e della colpa di quanti, pur non essendo criminali comuni, hanno svolto una funzione all’interno del regime; ma anche di quanti sono rimasti in silenzio tollerando. L’incapacità a pensare e a giudicare, prima di ogni scelta e di ogni azione, mostra una vera e propria frattura con il mondo all’interno del quale viviamo; ciò, però, non ci emancipa dal dover rispondere dell’azione compiuta.
Rosaria Catanoso è docente di filosofia e storia nei Licei e dottore di ricerca in Metodologie della filosofia.
Giuseppina Capone

Pensare in maniera critica

“Colui che impara e impara e non mette in pratica ciò che sa, è come colui che ara e ara e non semina” Platone.

I filosofi per aiutare a pensare, in edicola una biblioteca essenziale per avvicinarsi alla filosofia. Protagonista del primo numero è Platone.

“Nell’epoca dell’iperconnessione, della sovrabbondanza e della varietà dell’informazione, Imparare a pensare è una collezione che ti offrirà gli strumenti necessari per riflettere e indagare su tutte le questioni fondamentali della realtà che ci circonda. Un ponte tra i grandi filosofi di tutti i tempi e il tuo pensiero” è quanto si legge nella presentazione dell’opera “Imparare a Pensare”.

Giustizia, etica, conoscenza, vita sociale, senso dell’esistenza, verità sono alcuni dei temi ai quali ci avvicineranno i protagonisti di questa collana di 60 volumi.

Giuseppina Capone

 

Dolce&Gabbana danno voce ai giovani stilisti emergenti

“Miss Sohee è una vera artista, e già i suoi primi lavori ne sono una prova. La sua visione e l’identità del suo stile ci hanno colpito da subito. Conoscendola, abbiamo anche avuto l’opportunità di apprezzare la genuinità e la freschezza del suo approccio al lavoro, molto vicino al nostro. La sua dedizione e l’amore per il fatto a mano ci hanno convinto a supportare questo progetto, siamo davvero felici di poterle essere accanto in questo momento speciale: il futuro è dei giovani”. Dichiarano Dolce&Gabbana durante un’intervista. Miss Sohee è una giovane stilista emergente coreana e grazie a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Shoee realizzerà presto il suo più grande sogno; i re della moda italiana saranno entusiasti di darle l’opportunità di partecipare alla Milano Fashion Week che si terrà a febbraio, dove potrà  presentare la sua prima collezione. Davvero un programma interessante quello di supportare i giovani stilisti emergenti e, grazie proprio a questa meravigliosa iniziativa partita da Dolce e Gabbana, che la Camera Nazionale della Moda Italiana e lo stilista Valentino hanno appena confermato che a breve si terrà un nuovo progetto che partirà  a febbraio durante Mfw e Marco Rambaldi sarà il protagonista: si tratta di una serie di appuntamenti digitali in cui sarà ospite un giovane designer della moda e dove, sul canale Instagram di @maisonvalentino,  presenteranno la collezione propria gli stilisti emergenti. Ancora, il progetto di menthorship è un’idea di Alessandro Dell’Acqua e Tomorrow Ltd in cui sostengono i nuovi talenti. Già dal novembre 2020 alcuni designer presentavano la collezione attraverso fashion film sulle piattaforme digitali Gucci, gli stessi stilisti che oggi mostreranno le proprie collezioni all’interno della piattaforma polifunzionale digitale Vault di Gucci, dove si trova il concept store creato da Alessandro Michele direttore creativo di Gucci.

“Sono davvero entusiasta di vedere la mia visione prendere finalmente vita. Sono estremamente grata a Domenico e Stefano per il loro generoso supporto e per questa opportunità unica. Sapere di poter contare su di loro e che incoraggiano la mia creatività è un vero onore”. Afferma Miss Sohee.

Nonostante la sua giovane età il marchio di Miss Shoee è già amato da molte celebrità: Shoee Park, è la griffe stimata da Bella Hadid, Miley Crus e Ariana Grande.

Alessandra Federico

Gli Uffizi apre la collana Musei del mondo

I lettori del Corriere della Sera in questi ultimi giorni del 2021 hanno ricevuto in omaggio due pubblicazioni: Uffizi e Il cielo è di tutti riservate a due pubblici diversi, il primo agli amanti della cultura e dell’arte, il secondo ai piccoli lettori in età prescolare. Due grandi nomi per le due pubblicazioni: Philippe Daverio e Gianni Rodari.

Uffizi dà il via alla serie su i “Musei del mondo”, un viaggio attraverso 40 musei in tutto il mondo alla scoperta dei tantissimi capolavori più o meno conosciuti custoditi in questi gioielli d’arte e cultura. Un omaggio all’opera di artisti italiani e stranieri ed anche allo storico e critico d’arte Daverio scomparso lo scorso anno. Un modo per viaggiare anche senza muoversi da casa propria attraverso i volumi riccamente illustrati, rigorosi scientificamente ma dal taglio divulgativo. Ogni volume racconta una collezione con aneddoti e curiosità e approfondimenti su una selezione dei capolavori più significativi. Giotto, Beato Angelico, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Leonardo, Botticelli, Bellini, Perugino, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio e tanti altri artisti sono i protagonisti dei volumi.

Gli Uffizi sono stati incoronati quest’anno dal periodico culturale “Timeout” come miglior museo al mondo in una top ten in cui ha superato Louvre, Ermitage o Moma.

Giuseppina Capone

La moda come protagonista del Natale 2021

La  moda è stata la protagonista di questo Natale; il settore dell’abbigliamento, secondo le indagini Ebay di Nielsen, è stato la tipologia di acquisti più amato dal 64% degli italiani in questo periodo dell’anno e in particolare in questo Natale 2021. In totale, secondo gli studi, sarebbero circa 1.000 gli adulti di età compresa tra i 18 e i 65 anni ad aver acquistato maggior numero di doni per Natale effettuando, in complesso, una spesa media di 300 euro a persona. I prodotti più richiesti, sempre nel settore del fashion, oltre ai capi d’abbigliamento  e fino ad oggi, sono anche i prodotti di cosmetica e profumeria (acquistato da donne dai 45-54 anni), seguito da prodotti per casa e arredamento. Gli uomini e i giovani, secondo gli studi, quest’anno hanno preferito i prodotti tech, quelli per il collezionismo e per gli hobby. Riguardo gli acquisti online, invece, il numero maggiore di coloro che hanno preferito questo metodo sono stati i genitori e i giovani che hanno poco tempo a disposizione.

La maggior parte delle persone, secondo gli esiti delle interviste, ha riservato un budget per i regali che varia dai 100 e i 300 euro, pochi sono stati coloro che avevano intenzione di spendere 400 o 500 euro per Natale e ancora di meno il numero di persone disposte a spendere cifre maggiori. È interessante, anche, conoscere l’atteggiamento che assume l’italiano nel momento delle compere per il Natale; ci sono state persone che hanno preferito vivere  intensamente l’adrenalina,  dunque fare spese per i cari il giorno della vigilia di Natale,  e ci sono state persone, invece, che hanno atteso con ansia l’arrivo del Natale e si sono precipitate ad acquistare i regali per i familiari sin dalla metà del mese di ottobre. Ognuno vive lo spirito del Natale a modo proprio, ma nessuno rinuncerebbe all’emozione di trovare almeno un dono sotto l’albero, soprattutto i bambini che hanno atteso con impazienza l’arrivo di Babbo Natale. Questo dicembre, tutti gli alberi di Natale situati all’interno delle gallerie delle grandi città, al centro delle piazze, nei centri commerciali, sono stati stracolmi di lettere scritte dai bambini per chiedere i doni a Santa Claus. Malgrado abbiamo vissuto e  ancora viviamo un momento difficile a causa del Covid19, che rende tutti un po’ più tristi e malinconici, una sorpresa sotto l’albero è stata un buon pretesto per portare allegria e un sorriso in ogni famiglia.

Alessandra Federico

Una passione per tutti: la fotografia

L’origine della fotografia, da dove deriva il nome, il fotografo che salvò la vita di Kim Phuc, la bambina sopravvissuta alla guerra in Vietnam.

La visione della vita per l’uomo cambiava quando, dalla metà del 1800, iniziavano le scoperte tecnologiche tra cui l’invenzione della fotografia; il Dagherrotipo, nel 1839, realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre, fu il primo aggeggio per lo sviluppo di immagini, anche se questo strumento non era capace di riprodurle. Si trattava di una scatola di legno all’interno della quale si trovava una fessura per la lastra di rame e un obiettivo in vetro e ottone  che, esposta ai vapori dello iodio, e grazie soprattutto all’effetto della luce, (la luce alterava le sostanze utilizzate e passando attraverso il foro proiettava l’immagine), doveva stare posizionata per diversi minuti davanti al soggetto che si voleva riprendere. Una volta ottenuta l’immagine riprodotta si lavava in sale marino e nel mercurio per eliminare i residui di ioduro. Il tutto doveva obbligatoriamente avvenire in una camera oscura. Si scoprì, però, che l’utilizzo di vapori di mercurio rendeva la produzione di Dagherrotipi un procedimento che avrebbe poi, col tempo, recato danni alla salute di chi la utilizzava.

La luce ha avuto un’influenza notevole nella scoperta della fotografia e infatti “Scrittura di luce” è il vero significato della parola fotografia. Luce e grafia sono due parole greche che unite hanno dato vita a questo termine. Il primo apparecchio fotografico italiano fu prodotto l’8 ottobre del 1839 a Torino da Enrico Federico Jest assieme al figlio Carlo Alessandro e Antonio Risetti. Con l’invenzione della Calotipia ci fu la vera innovazione  per quanto riguarda lo sviluppo di immagini riproducibili con la tecnica del positivo/negativo che, a differenza del Dagherrotipo, dava la possibilità di riprodurre diverse copie di un’immagine. Questo metodo era più pratico ed economico perché permetteva di realizzare un diverso numero di macchine di dimensione piccola fino ad arrivare alla prima compatta della Kodak.

Arte e fotografia

Anche l’arte si univa finalmente alla fotografia: Nadar è  stato il primo fotografo artista che riusciva ad unire l’arte fotografica con la pittura. Era un vignettista e le sue caricature erano su tutti i giornali importanti dell’epoca e non solo,  i suoi lavori artistici e le sue fotografie le aveva racchiuse tutte all’interno del suo studio dove, nel 1874, ci fu la prima mostra degli impressionisti. La passione per l’arte e la fotografia, per Nadar, cresceva sempre di più e decise quindi di comprare uno dei primi aerostati per fotografare Parigi dall’alto. Ancora, fotografava personaggi importanti come politici, artisti e attori. Ma la storia della fotografia non termina qui: la verità è che nel 1813 Niépce studiava i perfezionamenti alle tecniche litografiche e insieme al fratello Claude iniziò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d’argento fino ad ottenere la sua prima immagine fotografica nel 1816. Ma andiamo ancora indietro nel tempo: il filosofo Aristotele riuscì già a notare che la luce, passando attraverso un piccolo foro, era in grado di proiettare un’immagine circolare e nel 1039; lo studioso arabo Alhazen Ibn Al- Haitham, definì camera oscura la scatola dove all’interno la luce che attraversava il foro riproduceva l’immagine. Oculus Artificialis, (la celebre camera oscura leonardiana) così le diede il nome Leonardo da Vinci dopo aver studiato la riflessione della luce sulle superfici sferiche nel 1515. Si può dedurre, dunque, che il metodo per riprodurre un’immagine sia stato scoperto molto tempo fa, ma che solo dopo diversi studi durati diversi anni si sia riuscito ad ottenere un’autentica fotografia. Ad oggi si crede che la fotografia sia solo un metodo per immortalare i momenti belli della nostra vita. La storia ci insegna che è da sempre stata uno strumento per raccontare, per rivelare, per mandare informazioni; e infatti, grazie alla fotografia, il fotografo Nick Ut salvò la vita a Kim durante la guerra in Vietnam.

La storia della bambina sopravvissuto alla guerra in Vietnam

“Quando si fotografano persone a colori si fotografano i loro vestiti. Quando si fotografano persone in bianco e nero si fotografano le loro anime”. Ted Grant

Era proprio questo l’intento di Nick mentre fotografava la piccola Kim; tutto il resto attorno non c’era più, anche il boato insopportabile delle bombe era diventato inesistente,  per Nick c’era solo il volto disperato della bambina che, con il corpo ricoperto da un ustione di primo grado, scappava, urlava e piangeva.  Per Nick c’era solo la voglia di fotografare l’anima di Kim, per raccontare la sua sofferenza, per dare voce a chi come lei vive uno strazio simile.

La fotografia ha salvato la vita di Kim. Kim Phuc era una bambina di soli 9 anni che ha vissuto la guerra in Vietnam. Si era rifugiata in un tempio con la sua famiglia quando, nel 1972, Trang Bang, un villaggio occupato dai nordvietnamiti viene attaccato da un aereo militare sudvietnamita che per errore lancia bombe al napalm (sostanza acida e infiammabile) sui civili sudvietnamiti.  I vestiti di Kim vengono completamente e istantaneamente disintegrati e il corpo gravemente ustionato. Presa dal dolore fisico, dallo spavento, dallo strazio, Kim, suo fratello e i loro cugini corrono più veloce che possono per trovare aiuto e rifugio. Durante la strada viene immortalata nella fotografia di Nick Ut (fotografo Associated Press) che  decide subito di portare la piccola in ospedale insistendo per far si che fosse trasferita in un ospedale americano dove le avrebbero dato le giuste cure e dove resterà poi per quattordici mesi in seguito a diverse operazioni.

Oggi Kim ha cinquantotto anni, vive in Canada con suo marito ed è madre di due bambini.  Da molti anni è guida di una fondazione “Kim Phuc Foundation”  che aiuta i bambini in situazioni di guerra fornendo loro assistenza medica e psicologica. Sebbene la vita per Kim non sia stata facile, malgrado le situazioni di terrore e le angosce che ha dovuto assorbire e che le hanno inevitabilmente lasciato un segno indelebile, ha trovato l’energia e l’audacia di non demordere e di soccorrere e sostenere coloro che hanno avuto un trascorso arduo, esattamente come l’ha vissuto. Esattamente con la stessa forza che  Kim bambina trovò per correre più forte che poteva.

Alessandra Federico

Napoli: Operazione Napoli Città Pulita aiuta i senza tetto e fa rifiorire la città

Questa volta, l’obiettivo di “Operazione Napoli città pulita”, progetto nato grazie all’associazione Comitato italiano per la Tutela della Salute, con l’intento di far riemergere la città di Napoli in collaborazione con altre associazioni, è quello di aiutare i senza fissa dimora a trovare un caldo alloggio e una seria assistenza, magari prima delle feste natalizie.

Lo strumento principale del progetto è come in altre occasioni la fotografia sociale come strumento di segnalazione e di risveglio delle coscienze. Tanti sono gli edifici pubblici o privati che potrebbero offrire loro ospitalità, eppure molti si limitano a portare del cibo freddo o delle coperte. Non sono pochi i senza tetto che muoiono per il freddo, per questo motivo, Operazione Napoli città pulita, si preoccuperà di chiedere a tutti i rappresentanti delle istituzioni di intervenire urgentemente secondo le loro competenze. I media potrebbero essere di grande aiuto, se, attraverso i loro servizi giornalistici, parlassero di più delle condizioni attuali di queste persone e della città, usufruendo di tante informazioni che anche il CITS potrebbe fornire. Solo il sindaco di Napoli, con una ordinanza agli uffici della polizia Municipale, però può far si che si possa finalmente eliminare questa situazione di disagio sia per la città che per i senza tetto, offrendogli una nuova quanto meritevole vita.

Gli organizzatori del progetto, però, hanno ritenuto opportuno premettere una cosa fondamentale: l’intenzione non è quella di mandar via i senza tetto abbandonandoli  e peggiorando la loro condizione di vita, al contrario, l’obiettivo prevede innanzitutto, di metterli in salvo da tutto ciò che di brutto potrebbe capitare loro (perche vivendo e, soprattutto, passando la notte sulle panchine, marciapiedi , strade della città corrono il rischio di prendere malattie gravi o addirittura di morire di freddo) e quindi, offrire loro una dignitosa vita alla pari di qualsiasi altra persona che ha il diritto di avere un tetto sulla testa, del cibo sano ogni giorno e assistenza psicologica.

Perché queste persone arrivano a vivere in queste condizioni?

A proposito di assistenza psicologica, è quasi raccapricciante sentire frasi del tipo: “è stata una loro scelta quella di vivere così”. Ed è proprio quando la scelta è personale che la faccenda diventa più chiara di quanto sembri: queste persone hanno bisogno anche di un sostegno psicologico, spirituale, vanno supportate proprio perché alcuni di loro potrebbero anche soffrire di disturbi mentali legati anche a una forte depressione dovuta a gravi perdite come familiari o traumi non risolti. Sono persone che hanno un vissuto difficile. Dunque, sono tanti e tutti diversi i motivi per i quali ognuno di loro finisce per condurre questo tipo di vita. Si lasciano andare, si abbandonano. È una condizione critica sulla quale nessuno dovrebbe scherzare e nessuno dovrebbe denigrarli. Non  diventa difficile, a questo punto, immaginare a quante persone sarà capitato, purtroppo, di assistere a scene poco piacevoli come quella di un passante che aggredisce un senza tetto perché  “deve andare via perché c’è troppa puzza a causa loro”. Una domanda sorge allora immediata alla mente di chi è dotato di una maggiore empatia: perché alcune persone sono cosi prepotenti, come si fa a non possedere alcuna coscienza, a vivere senza alcun minimo di senso di umanità, di emotività, di sensibilità? Basterebbe che pensassero, anche per un istante solo, se al posto di quel barbone ci fosse un loro fratello, il padre o anche un amico, sarebbe sufficiente per smettere di assumere comportamenti ripugnanti e, principalmente, per concepire che si tratta di persone che soffrono e che vanno assistite sotto ogni punto di vista compreso quello psicologico. Il primo passo per porgere loro il nostro aiuto è proprio quello di non aggredirli, ma rivolgerci a qualcuno che ha i requisiti giusti per cambiare la situazione. Assalirli in modo violento non è di certo la strada più giusta per risolvere le cose. Si può serenamente trovare una soluzione per non recare danni alla città e per non  aggravare ancora di più la loro vita già difficile di per sé.

Ed è proprio per questo che, i partecipanti di “Operazione Napoli città pulita”, intendono impegnarsi al massimo per raggiungere grandi risultati al fine di poter vivere in una città migliore lavorando, prima di tutto, sul piano umanitario. In sostanza, lo scopo del progetto è soprattutto quello di mettere in salvo queste persone e ottenere, poi, le strade più pulite. Il messaggio che vogliono trasmettere, tramite questa iniziativa i rappresentanti del progetto, non può essere equivocata: “vogliamo una città più pulita, più ordinata, di certo non abbandonando i senza tetto, ma, da come si può ben capire, il nostro primo obiettivo è quello di aiutarli. Inoltre, ci impegneremo anche per ottenere un atteggiamento corretto da parte del cittadino per far sì che quest’ultimo ami e rispetti la sua città e il nostro programma sarà molto più proficuo di quanto si immagina; abbiamo diverse proposte per far rinascere Napoli, come ad esempio quello del vuoto a buon rendere e tanti altri ancora in programmazione”.

Alessandra Federico

Il Natale 2021 a Porto Torres. Ripartono gli eventi in città

“Questo cartellone è il frutto di un gran lavoro di squadra che ha coinvolto il consiglio comunale insieme al mondo associativo e commerciale turritano. C’è stata da parte di tutti una grande disponibilità a collaborare: il risultato è un calendario di appuntamenti adatto a tutte le fasce d’età e ai differenti gusti culturali. Ci sono diversi eventi in grado di richiamare pubblico da tutto il territorio. Stiamo gettando le basi per rendere l’offerta culturale di Porto Torres attrattiva per tutto il Nord Ovest della Sardegna”.

Con un sentito incipit Maria Bastiana Cocco, Assessore alla Cultura al Comune di Porto Torres, ha avviato la presentazione del palinsesto di eventi programmato dalla Giunta comunale nel centro turritano.

Alla conferenza stampa tenutasi nella mattinata del 7 dicembre presso la sala giunta dell’amministrazione comunale, ha partecipato una nutrita delegazione politica della maggioranza di governo presente nell’assemblea consiliare.

La stella polare che ha guidato con virtuosa sinergia l’amministrazione comunale e l’associazionismo cittadino coordinato dalla consulta del volontariato, ha illuminato e ampliato, nella maggiore estensione del termine, il tema della partecipazione.

Un’idea volta a portare le luci del Natale in tutti i quartieri cittadini, non solo con la rete di luminarie sistemate nelle vie cittadine.  Per attuare questo obiettivo condiviso dalla pluralità delle forze politiche e civili della comunità cittadina, sono aumentate le iniziative d’intrattenimento che contemplano un piccolo contributo economico da parte cittadini. Un gesto che distribuirà una quota sugli incassi, destinata a troppi cittadini caduti in gravi difficoltà per le terribili ricadute della pandemia Covid19 sul tessuto economico e sociale della città.

In linea con questo fil rouge buona parte dei trenta eventi che delineeranno il percorso festivo che culminerà, come di consueto, il prossimo 6 gennaio con un primo ritorno in presenza con la “Befana in piazza”. L’atteso appuntamento per la gioia dei più piccoli, inaugurato molti anni fa per la prima volta proprio nel comune portotorrese.

In questa direzione gli eventi di questa rinnovata edizione, la prima dopo la sospensione dello scorso anno imposta dalla quarantena sanitaria.

L’intero programmaè fruibile al link del portale istituzionale : https://www.comune.porto-torres.ss.it/Comunicazione/Notizie/Il-cartellone-del-Natale-turritano-2021

Luigi Coppola

 

(Nella foto allegata da sx: Presidente commissione cultura Antonello Cabitta – Assessore Cultura Maria Bastiana Cocco – Consiglieri comunali Gavino Ruiu  e  Gavino Sanna

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