Addio a Keith Levene, il musicista rock degli Anni ‘70

Keith Levene è morto all’età di 65 anni lo scorso 11 novembre, secondo quanto riportato dallo scrittore Adam Hammond attraverso un post sui social network:  “È con grande tristezza che comunico che il mio caro amico e leggendario chitarrista dei Public Image Limited Keith Levene è morto venerdì 11 novembre”.

Julian Keith Levene  nasce a Londra il 18 luglio del 1957 ed è stato un valente chitarrista e compositore britannico. Keith è ricordato soprattutto per aver dato vita a due dei più celebri gruppi musicali rock degli Anni ‘70: i Public Image e i Clash.

Il suo primo esordio nel mondo della musica è stato quello di roadie per gli Yes. Poco tempo dopo, il re del rock, riesce a prendere un accordo con Mick Jones, con il quale, da lì a poco, crea la band dei Clash. Fu proprio grazie a questo nuovo gruppo musicale che i due musicisti riuscirono a far inserire Joe Strummer nella band. Ma, malgrado la band fosse stata ideata anche da Keith, per motivi di disaccordi riguardo la direzione stilistica, fu ugualmente allontanato e, nel 1978, fondò, con l’ex Sex Pistols Johnny Rotten, i Public Image. Sembra che proprio durante la sua carriera musicale con i Public Image Keith Levene rinnovasse la funzione della chitarra; un completo cambiamento della musica rock degli Anni ‘70, la scoperta di un nuovo quanto innovativo suono che fino a quel tempo non era mai stato sperimentato.

“Tutti possono suonare la chitarra ma io non voglio farlo come nessun altro”. Le parole di Levene suonavano forti e sicure di sé proprio come la sua musica e, infatti, l’originalità del musicista britannico era proprio quella di trovare il lato positivo anche negli errori, che egli chiamava errori volontari. Trasformava ogni suo sbaglio in una nuova scoperta, in un pretesto per scoprire nuove note musicali e comporre pezzi del tutto moderni.

Alessandra Federico

Addio a Olivia Newton – John la protagonista di Grease

Grave lutto nel mondo del cinema per la morte dell’attrice Olivia Newton – John. Da molto tempo, l’attrice stava lottando contro un cancro al seno e purtroppo lo scorso 8 agosto Olivia ha perso questa battaglia. Ricordata da tutto il mondo per la strepitosa interpretazione di Sandy nel film Grease del 1978, la Newton, recitava a fianco del celebre John Travolta che, nel corso degli anni, ha più volte incontrato sul palcoscenico di diversi show e, perfino nella vita privata, i due attori hanno mantenuto saldo il loro rapporto di amicizia.

Il film Grease è stato un vero cult che ha fatto la storia del cinema americano e, infatti, sin dalla prima uscita nel lontano 1978, è riuscito ad appassionare il mondo intero grazie soprattutto alle spassose canzoni e alle meravigliose e dinamiche coreografie eseguite dagli attori all’interno dello spettacolo ed è stato, inoltre, trasmesso ogni anno attraverso diversi canali televisivi, riuscendo così a conquistare il pubblico di tutte le età, anche delle nuove generazioni e non solo, Grease continua a vivere mediante i musical rappresentati in tutti i teatri del mondo.

Nonostante le varie reinterpretazioni di Sandy, da parte di diverse attrici nel corso degli anni, quella della Newton – John  resterà unica e inimitabile, indelebile nel cuore di tutte le persone del mondo. Olivia Newton – John nacque a Cambridge il 26 settembre il 1948 da padre britannico Brinley Newton – John e mamma tedesca Irene Helene Born. Ma quando Olivia aveva da poco compiuto 5 anni, l’intero nucleo familiare si trasferì in Australia. Sin dai tempi della scuola, Olivia, dimostrò di essere dotata di una voce strepitosa e di avere una forte passione per la musica e per il canto, e, difatti, la piccola aspirante cantante non perse tempo per impegnarsi al massimo e iniziare a costruire la sua strada: Soul Four, si chiamava la band che Olivia fondò e di cui ne faceva parte assieme ad alcuni suoi compagni di scuola. Ma non passò molto tempo quando il vero successo bussò alla sua porta; vinse un concorso come solista il cui premio prometteva un viaggio in Inghilterra.

Nel 1966 incise, per la Decca Records, il suo primo singolo Till You Say Be Mine. Veloce come il vento, da quel momento in poi, la carriera da cantante per la Newton – John: nel 1970 fece parte di una band di nome Tomorrow, poco dopo iniziò la collaborazione con Bruce Welch e John Farrar. Ancora, la conoscenza con Cliff Richard fu di grande aiuto per la visibilità della Newton – John e di grande contributo per crescere e  maturare nel campo sia come cantante che come attrice. Have You Never Been Mellow è il singolo che arrivò in prima posizione nella Billboard Hot 100 e in Canada e in decima in Australia (1975).

La popolarità per Olivia arrivò alle stelle, fino ad ottenere la parte principale nel film di Grease nel 1978, riscuotendo il massimo del successo in tutto il mondo. Ed è proprio grazie al ruolo di Sandy che la star non smise mai di brillare, continuando nel mondo del cinema e del canto, incidendo tanti altri brani e recitando in tanti altri celebri film fino a qualche anno prima della sua morte.

Olivia Newton – John non ha mai abbandonato la sua vera passione bensì, il canto e la recitazione, sono stati per lei, inevitabilmente, l’unica ragione per continuare a combattere contro la malattia. L’unica fonte da cui estrarre ancora energia.

Alessandra Federico

La storia di Dragon Ball

Dragon Ball è una delle serie manga/anime più famose al mondo. La storia nasce nel 1984 da un’idea di Akira Toriyama e da lì a poco appare sulla rivista Weekly Shonen Jump, trovando, in seguito, la sua continuazione nell’adattamento televisivo dal 1986 al 1996 in Giappone, per poi riscuotere un successo a livello mondiale.

Akira Toriyama è nato il 5 aprile nel 1955 in Giappone, città di Kiyosu, ha frequentato la Prefectural High school di Tokyo e ha lavorato per la Shueisha e Bird Studio.

Ispirato dalla cultura cinese (Il viaggio in occidente classico della cultura cinese), dal cinema, in particolare dal kung-fu del noto attore Jackie Chan, dai classici del cinema western e di fantascienza (evidenti le influenze di film come Terminator, Alien, Frankestein, Dracula) e dall’animazione Disney, l’artista, ha creato una delle opere di animazione più famose e riconosciute, che ha accompagnato e avvicinato una moltitudine di generazioni per oltre un trentennio.

Il mondo di Dragon Ball presenta una visione futuristica e fantastica della terra, affiancata da elementi che richiamano all’era della Preistoria e, contemporaneamente, ad elementi tipici della magia.

Il mondo di Dragon Ball presenta specie antropomorfizzate, esseri umani, esseri artificiali, alieni e interpretazioni di figure divine.

Inizialmente, l’idea di Akira, era quella di realizzare un manga con protagonista femminile (Bulma), ma in seguito il ruolo principale venne affidato al piccolo Son Goku, giovane, forte ed esperto di arti marziali. Rimasto orfano del suo unico genitore, il giovane, vive sulle montagne e non ha mai avuto contatti con altri esseri umani, ad esclusione del suo nonno defunto.

Ed è proprio l’incontro con la giovane Bulma a determinare l’inizio del grande viaggio del protagonista alla ricerca delle fantomatiche sfere del drago.

Il percorso di Goku è un vero e proprio viaggio alla scoperta del nuovo, dell’inverosimile, dell’incredibile. La ricerca delle sfere del drago è il pretesto narrativo che porta il personaggio a crescere, a compiere delle scelte, a migliorarsi sia dal punto di vista fisico che da quello spirituale.

Il protagonista è un ragazzo dal cuore puro e lindo, libero da ambizioni materiali o di potere; e, la ricerca delle sfere capaci di esaudire i desideri, è dettata unicamente dalla volontà di abbattere una delle paure ancestrali dell’essere umano: la morte.

Goku, affronta una serie di antagonisti nel corso della storia e molti di essi sono rappresentazioni metaforiche di vari aspetti del male e delle inquietudini dell’essere umano; creature demoniache che si ispirano all’immaginario collettivo e a credenze religiose tipiche del mondo orientale. Ancora, l’esercito del Red Ribbon, nella prima serie Dragon ball, è una chiara denuncia ai sistemi totalitari che mirano alla conquista mediante la tecnologia militare e strategia del terrore. Mentre i personaggi provenienti dallo spazio rappresentano la paura dell’ignoto ma anche la consapevolezza dell’esistenza di altre forme di vita, ponendo interrogativi e riflessioni su differenze e similitudini tra umani e non.

I personaggi nati dalla mano dell’uomo, hanno un ruolo importante nella serie: essi mirano sull’evidente influenza che le macchine hanno nella vita dell’uomo, rappresentando il male che egli crea al fine di conquistare e, allo stesso tempo, sono creature che sviluppano un’intelligenza autonoma e una sorte di anima simile a quella umana. Infatti, nella serie, spesso i robot manifestano sensibilità, empatia, gentilezza e compiono scelte non dettate dai propri creatori.

L’arco narrativo di Dragon Ball Z è un metaforico viaggio che avanza una profonda critica all’uomo attraverso la sua trama lineare e apparentemente semplice. Quest’opera è riuscita ad unire, nel suo piccolo, il mondo orientale con quello occidentale, lasciando un segno indelebile nelle generazioni e nei cuori delle persone.

Alessandra Federico

Psycho di Alfred Hitchcok

Il film Psycho di Alfred Hitchcok è tratto dal romanzo di Robert Bloch, basato sulle vicende reali del serial killer Ed Gein.

La trama: Marion Crane è una giovane e avvenente segretaria che lavora in un’agenzia immobiliare. Il dirigente della filiale affida a Marion una cospicua somma di denaro da versare in banca ma la donna non sarà in grado di resistere alla tentazione: ruberà il denaro per poi scappare in auto verso un destino ignoto. Nella prima parte del film, il maestro del brivido presenta il primo e basilare concetto: la rottura della normale routine quotidiana dovuta ad un evento accidentale e l’emergere della cupidigia. Per l’autore è stato essenziale sottolineare, sin dalle prime battute, il ruolo fondamentale che la psiche ha nell’influenzare le scelte e, di conseguenza, il proprio destino.

Quello di Marion è un viaggio tormentato dall’inquietudine e dal senso di colpa; per sottolineare il ruolo della psiche nei comportamenti umani, Hitchcok, dà voce ai pensieri e alle emozioni di Marion, proiettando lo spettatore nella realtà interiore della donna, nelle sue paure e fragilità. Travolta da un temporale (elemento ‘naturale’ che rinforza la tensione narrativa) l’attenzione della giovane donna viene attirata dall’insegna di un Motel dove decide di fermarsi per la notte. Norman Bates, è il giovane proprietario e gestore del Motel, si presenta come un uomo mesto e sottomesso all’anziana madre.

I suoi tratti di dipendenza emotiva dalla madre sono stati enfatizzati dal regista per definire immediatamente il personaggio maschile come instabile e fragile, per conferirgli un aspetto poco rassicurante e per condurre lo spettatore sempre più addentro nelle dinamiche della psiche umana.

Pare proprio che, sin dall’inizio del film, Hitchcock abbia voluto far intendere che l’incontro tra Marion e Norman avrebbe segnato per sempre il destino di entrambi. Mentre Marion vorrebbe redimersi, tornare indietro, restituire il maltolto, recuperare la propria dignità, riprendere il filo della sua esistenza interrotto dall’irrompere della follia di un attimo, Norman è dilaniato dalla sua doppia personalità, anche se quel lato di sé ancora stabile ed equilibrato cerca un contatto con Marion, un disperato anelito ad una vita serena, una vita come quella delle altre persone, prevale, inevitabilmente, la parte più deviata dell’uomo, ed è proprio qui che il messaggio del regista arriva chiaro e diretto: non c’è posto per l’amore e per la serenità nella vita di chi ha subito un forte shock psichico.

Arriviamo dunque al climax dell’opera, alla celeberrima sequenza in cui Marion viene accoltellata sotto la doccia da una figura apparentemente femminile; Norman sembra sconvolto e non perde tempo per ripulire la scena del delitto e caricare il cadavere e la valigia nella macchina di Marion, (aggiungendo, infine, il giornale in cui la donna aveva nascosto il denaro rubato) per lasciarla sprofondare nelle sabbie mobili dello stagno più vicino al Motel. Tante tematiche in una sola sequenza; la beffa del destino, il tempo delle scelte che non perdona, il trionfo della morte sull’Amore. Pare proprio che qui, l’autore, abbia voluto insegnare allo spettatore una grande lezione sul senso del destino nelle storie umane; una combinazione di fatalità e di libero arbitrio in cui l’irruzione della follia può determinare esiti devastanti e definitivi. Solo alla fine si scoprirà la vera identità e la vera storia di Norman: ben dieci anni prima, egli, aveva ucciso la madre e il suo compagno. Anche se era riuscito a farla franca, diffondendo la notizia che la madre era morta suicida dopo aver assassinato il proprio compagno, il senso di colpa, per il giovane, era diventato oramai una persecuzione che aveva, col tempo, scisso in due la sua personalità: Norman aveva mummificato il corpo della madre (per illudersi di averla ancora in vita), vivendo una sorta di delirio quotidiano in cui era lui stesso ad interpretare il ruolo della madre indossando i suoi abiti e non solo, imitandone perfino la voce in modo impeccabile. La cattura del giovane da parte della polizia rivela altri particolari della sua vita di omicida, ma ciò che di questo film ha suscitato completamente curiosità, interesse, e un pizzico di incredulità è stata l’ultima scena in cui Norman, ormai completamente perduto nei meandri delle sue personalità, si rivolge al poliziotto impersonando sua madre attraverso la sua voce. La scena finale, in cui l’auto con il cadavere ed i soldi riemergono dal fango, conclude, tra l’amaro e il beffardo, le tristi storie di Norman e Marion, lasciando lo spettatore sospeso in un turbinio di emozioni e sentimenti contrastanti che spaziano dalla pietà empatica al rifiuto. Di certo, Hitchcok ha cambiato per sempre i canoni della narrazione cinematografica, ha imposto nuovi orizzonti esplorativi ed interpretativi della realtà ma, sopratutto, una concezione della normalità complessa, stratificata e suscettibile di imprevedibili, travolgenti cambiamenti.

Alessandra Federico

Bobby Solo e il difficile rapporto con il padre

Il celebre cantautore Bobby Solo, al secolo Roberto Satti, ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera, la sua storia, il rapporto che aveva con il padre e ha svelato il significato del suo nome d’arte. Sembra che, sin dalla tenera età, Bobby, non abbia mai avuto grande intesa con suo padre (Bruno Satti colonnello dell’Aeronautica, classe 1906) e che il successo del cantante sia stato, per Bruno, quasi motivo di vergogna. Il padre amava solo la musica di Wagner, Beethoven, Verdi e Puccini e non quella che vedeva protagonista il figlio. Neanche dal momento in cui Bobby aveva oramai raggiunto popolarità e fama, il padre riuscì a nutrire particolare stima per la sua attività e ad apprezzarla, al contrario, costrinse Bobby a servirsi di un nome d’arte. Quando il cantante riferì il suo nome d’arte, modificato da Roberto a Bobby dal direttore artistico, alla segretaria della casa discografica, quest’ultima gli chiese quale cognome avrebbe dovuto affiancare al nome Bobby, la risposta del giovane cantante fu “Solo Bobby”. Dunque, a quanto pare, sia stata tutta colpa di un incomprensione se ad oggi è riconosciuto in tutto il mondo come Bobby Solo.
La storia di “Una lacrima sul viso”
Il padre di Mogol chiese all’artista se avesse una canzone nel cassetto. E Bobby Solo ne aveva una che aveva composta in cucina su un tavolino di marmo mentre la madre preparava il pranzo. Il testo a detta di Mogol padre era banale ma la musica non era male. A sistemare il tutto Mogol figlio. “Una lacrima sul viso” è nata in 20 minuti all’interno di una R4 color grigio topo.
Questo meraviglioso brano è diventata una delle canzoni italiane più amate da sempre. Fu proprio grazie a questa canzone che Bobby Solo riuscì a conquistare il mondo intero. “Una lacrima sul viso” fu presentata per la prima volta a Sanremo 1964 da Bobby Solo in coppia con Frankie Laine. Appena diciannovenne Bobby era emozionatissimo perché si trovava al fianco di mostri sacri: Paul Anka, Frankie Laine e Bobby Rydell. Ricorda che era spaventatissimo e riuscì ad esibirsi solo l’aiuto del direttore artistico che lo fece cantare in playback. Ragione per la quale fu squalificato e non partecipò alla gara. Nel frattempo, però, dopo l’esibizione arrivarono alla casa discografica Ricordi 300mila ordini per il 45 giri di “Una lacrima sul viso. Un vero e proprio successo che dura ancora oggi.
Alessandra Federico

Morto Ivan Reitman il regista di Ghostbusters

Un grave lutto ha colpito il mondo del cinema per la morte di Ivan Reitman, regista di Ghostbusters. Reitman è morto (mentre dormiva) lo scorso 12 febbraio sera, all’età di settantacinque anni, nella sua casa a Montecito, in California. A comunicare la scomparsa del regista, attraverso un comunicato invitato all’Associated Press, è stata proprio la sua famiglia.

Reitam è noto soprattutto per aver diretto i primi due Ghostbusters e commedie di successo negli anni ‘80 e ‘90. Non solo, film come National Lampoon’s Animal House, Heavy Metal e Space Jam, di cui è stato produttore e da cui ottenne grande fama internazionale.

Ivan Reitman nasce il 27 ottobre del 1946 a Komàmo in Cecoslovacchia (all’epoca) quindi in Slovacchia. Figlio di famiglia ebraica, emigrò in Canada nel 1951. Ivan lavorò in diversi film poco tempo dopo essersi diplomato alla McMaster University, diretti entrambi da David Cronenberg (Il Demone sotto la pelle – 1974 e Rabid – Sete di sangue 1976). Ma è con Animal House (prodotto da Reitman nel 1978) che cominciò per lui il successo. Ancora, l’anno successivo diresse Polpette (1979). Da lì iniziò a produrre diversi film come Stripes – Un plotone di svitati (1981), Ghostbusters – Acchiappafantasmi (1984), I gemelli (1988), Ghostbusters II (1989), Un poliziotto alle elementari (1990), Dave – Presidente per un giorno (1993), Junior (1994), Due padri di troppo (1997), Sei giorni sette notti (1998) e Evolution (2001), Ghostbusters (2016) e Ghostbusters: Legacy (2020). Ma, nei primi anni novanta, Ivan, preferì svolgere il ruolo di produttore e produttore esecutivo, accantonando, solo per quei pochi anni, il lavoro da regista. Iniziò a collaborare al cartone animato Heavy Metal (1981) a Spacehunter: Adventures in the forbidden zone (1983), Beethoven (1992) e  Beethoven 2 (1993),  Space Jam (1996), e anche altri ma riscuotendo, purtroppo, meno successo. Nel 2005 rifiutò un importante incarico in cui avrebbe dovuto dirigere La Pantera Rosa, prequel della celebre saga con Peter Sellers. Il film La mia super ex-ragazza, invece, con Uma Thurman e Luke Wilson, lo diresse nel 2006. L’acclamato regista ha anche recitato nell’ultimo film di Ghostbusters prodotto interamente al femminile; Ghostbusters: Afterlife, dove interpreta Egon Spengler (in sostituzione all’attore Harold Ramis dopo la sua morte avvenuta nel 2014 a causa di una vasculite autoimmune di cui soffriva da tempo). Questo film, uscito nelle sale nel 2016, è stato dedicato proprio a Harold Ramis. Ghostbusters: Afterlife è stato prodotto da Jason Reitman, il figlio del regista. La carriera di Jason inizia nel 2005 con la commedia Thank You For Smoking. Nonostante la sua giovane età, Jason conquista subito il pubblico ottenendo una grande fama, considerato come uno dei migliori registi della sua generazione. Tre anni dopo, Jason, ottiene la sua prima nomination come miglior regista agli Oscar 2008 grazie al suo secondo lungometraggio (Juno, nel 2007) che vince il premio come miglior film al Festival del Cinema di Roma. Anche per il film Tra le nuvole, Jason è stato nominato all’Oscar per il miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatore non originale. Il nuovo capitolo della saga Ghostbusters: Afterlife (diretto da Jason Reitman nel 2019) è stato, a causa delle restrizioni di conseguenza alla pandemia per il Covid-19, trasmesso nei cinema a novembre del 2021. A quanto pare, il giovane Reitman, ha ereditato dal padre la grande passione per il cinema e non solo, sembra proprio che sia anch’egli dotato di grande bravura, talento e professionalità. Di fatti, sarà proprio lui a portare avanti la saga di Ghostbusters: Afterlife.

Alessandra Federico

 

Lutto per il mondo del cinema: Gaspard Ulliel muore in un incidente sugli sci

Il mondo del cinema è sconvolto per  la morte di Gaspard Ulliel. Erano le quattro del pomeriggio quando, lo scorso diciannove gennaio, l’attore francese Gaspard Ulliel (trentasette anni) è morto a causa di un incidente durante una sessione di sci sulle piste di Rosières nel Sud-est della Francia. Le sue condizioni, secondo quanto riportato dal canale tv BFMTV, erano evidentemente gravi già dal momento in cui è stato portato in elicottero presso l’ospedale universitario di Grenoble. Tuttavia potremo, ancora una volta, vedere Gaspard in Tv su Disney+ dal 30 marzo; avevano recentemente terminato le riprese della nuova serie Marvel Moon Knight in cui Ulliel indossa i panni di Midnight Man (antagonista). Il primo film in cui Ulliel recita la sua prima parte risale al 1999 – Alias (un cortometraggio Alias). Dopo aver recitato in diversi telefilm come “Juliette e Julien L’apprenti”. Ma la sua prima esperienza nel mondo del cinema è stato durante il periodo del liceo quando partecipò alla serie televisiva “Une femme en blanc”. In seguito decise di studiare cinematografia presso l’Università di Saint-Denis.

Raggiunse la fama quando, nel 2007, interpretò il ruolo del criminologo cannibale nel film “Hannibal Lecter – Le origini del male”. Ancora, l’anno dopo recitò nel film “Una diga sul Pacifico”. Nel 2014 interpretò l’illustre stilista Yves Saint Laurent nel film “Saint Laurent”, ricevendo il premio César come migliore attore protagonista. Mentre nel 2016, grazie alla sua eccellente interpretazione nel film “E’ solo la fine del mondo” (diretto da Xavier Dolan) vinse ancora una volta il premio César come migliore attore protagonista. Ulliel non è stato solo un memorabile attore. E’ stato, per dodici anni, modello protagonista della campagna pubblicitaria del profumo maschile Bleu de Chanel, diretta da Martin Scozzese.

La vita privata

Gaspard nasce il venticinque novembre del 1984 in Francia a Bulogne-Billancourt. Sua sorella si chiama Elizabeth Camille Ulliel e i loro genitori sono entrambi stilisti di moda. Indefinibile e impossibile descrivere il dolore che in questo momento stanno provando i suoi familiari. Nella sua vita, Ulliel, ha avuto diverse storie affettive: Cécile Cassel fu il suo primo amore (dal 2005 al 2007) . Sempre nel 2007 la sua compagna è stata Charlotte Casiraghi. Mentre dal 2008 al 2013 pare sia stato molto legato sentimentalmente alla modella Jordan Crasselle. Da fine anno 2013,  invece,  fino alla sua scomparsa, è stato fidanzato con la modella Gaelle Pietri, con la quale ha avuto un bambino nel 2016. Sin da piccolo Gaspard ha amato gli animali, lo dimostrava la cicatrice che aveva in volto; morso di un cane con il quale giocava quando aveva 6 anni. Tanti sono stati i film in cui Ulliel ha recitato: “Il patto dei lupi” (2001), “Baciate chi vi pare” (2002), “The tulse Luper Suitcases” (2004), “Una lunga domenica di passioni” (2004), “Le Dernier Jour” (2004), “La maison de Nina” (2005), “Paris je t’aime” (2006), “L’inconnu” (2007), “La legge del crimine” (2009), “La princesse de Montpensier” (2010), “L’art d’aimer” (2011), “Le 5 leggende” (2012), “E’ solo la fine del mondo” (2016), “Io danzerò” (2016), “Eva” (2018), “I confini del mondo” (2018), “Sybil” (2019).

Per la famiglia Ulliel è, immancabilmente, un momento di immensa sofferenza, ma non solo, anche per il mondo del cinema è stata una grande sconfitta quella di perdere uno degli attori più preziosi del cinema francese.

Alessandra Federico

Britney Spears: la regina del pop è finalmente libera

Britney Spears è finalmente libera. Il tribunale di Los Angeles ha stabilito che James Spears (padre della cantante) dovrà rinunciare al ruolo di tutore di sua figlia. James dovrà smettere di occuparsi delle finanze di Britney e soprattutto della sua vita privata come fino a poco fa aveva fatto (sin dal 2008).  Al posto del padre e per il momento il tutore legale della Spears sarà Jhon Zabel (commercialista). Tutto ebbe inizio quando, in seguito ad una crisi nervosa, la giovane cantante fu sottoposta ad una condizione di tutela legale in cui si trattava dell’impedimento del libero controllo del suo patrimonio e addirittura della gestione autonoma della sua vita privata.

Britney sosteneva da tempo di subire gravi forme di abuso da parte del padre ed è per questo motivo che chiedeva insistentemente che smettesse di essere il suo tutore. A dirla tutta, a inizio settembre James Spears, aveva proposto di terminare la tutela legale nei confronti della figlia e la giudice del tribunale ha accolto la sua richiesta. A causa del padre, Britney, avrebbe trascorso un lunghissimo periodo subissata dalla sofferenza. Un vero incubo per la cantante che, per tredici lunghi anni, sembra non abbia potuto vivere la sua vita liberamente ed è per questo che non voleva più debuttare fin quando il padre non sarebbe uscito dalla sua vita.

“E’ un uomo crudele, tossico e violento, Britney lo vuole fuori dalla sua vita oggi stesso e merita di svegliarsi domani sapendo che suo padre non è più il suo tutore”. L’avvocato sembra aver sostenuto anche che James fosse stata una persona violenta non solo in questi ultimi tredici anni, ma fin quando Britney era solo una bambina. “Per tutti questi anni non ho vissuto. Sto portando questa vicenda all’attenzione del pubblico perché non voglio che pensino che la mia vita sia perfetta, perché sicuramente non lo è affatto… Ovviamente ora sapete davvero che non lo è. L’ho fatto a causa del mio orgoglio ed ero imbarazzata a condividere ciò che mi è successo. Vi raccontavo che la mia vita era una completa favola: in realtà era un inferno”. Le parole della regina del pop fanno comprendere chiaramente lo stato d’animo, la sua sofferenza.  Era l’inizio del 2007 quando la vita di Britney è cambiata del tutto, quando la sua vita è finita nelle mani di chi prima l’ha messo al mondo e poi l’ha distrutta. Il padre di Britney avrebbe preso questa decisione in seguito ad una particolare vicenda; Britney, non appena aveva lasciato il centro di riabilitazione, si recò in un salone di bellezza a Los Angeles per radersi la testa, questo atto impulsivo fu causato  dal rifiuto del suo ex dopo la sua richiesta di farle vedere i figli. Da quel momento in poi Britney soffrì più volte di diverse crisi nervose e decise quindi, di sua spontanea volontà, di trascorrere un po’ di tempo in più strutture di trattamento. Nonostante ciò la giovane cantante l’anno successivo pubblicò il suo album Blackout vendendo tre milioni di copie in tutto il mondo.  Ma la vita della pop star era ugualmente sotto tutela del padre che aveva ottenuto il controllo assoluto di ogni aspetto della sua vita, da quella privata a quella professionale o sentimentale facendole perdere anche il diritto di tutela dei suoi figli; le persone sotto tutela legale non hanno il permesso di guidare, votare, nemmeno avere figli nè sposarsi. Poco tempo dopo ci fu un susseguirsi di numerose visite e valutazioni psichiatriche involontarie della durata di  settantadue ore e da quel momento in poi Britney si limitò a sopravvivere. Adesso che ha ottenuto la piena libertà le auguriamo di riprendersi tutto il tempo perso e di essere finalmente padrona della sua vita.

Alessandra Federico

Raffaella Carrà: è morta la regina della televisione italiana

“Raffaella… non posso crederci. Il cuore a pezzi. Il mio sogno da bambina era di diventare un po’ come te, ed essere ospite in una tua trasmissione era la mia più grande ambizione. Ti ho incontrata molto presto e ho anche avuto il privilegio di passare del tempo con te, fuori dal piccolo schermo, con amici e con una cara amica in particolare. Tu eri così, semplicemente meravigliosa. Eri raggiante, positiva, umile, sempre. La tua inconfondibile risata risuonerà con forza per sempre e dentro ciascuno di noi. Grazie per tutto quello che ci hai donato, grazie per tutto quello che ci hai insegnato, soprattutto. Grazie per la tua anima bella e grazie per esserci stata. “

Saluta così, Elena Sofia Ricci la sua amica Raffaella, attraverso un post su Instagram dove dimostra tutto l’affetto e la stima che nutre nei confronti della regina della televisione italiana. Tante sono state le dediche da parte di chi ha amato Raffaella perché la televisione ha perso una delle sue più grandi stelle dello spettacolo italiano.

La vita privata della Carrà

Raffaella Maria Roberta Pellone nasce a Bologna il 18 giungo del 1943. Figlia di Padre romagnolo e madre siciliana, trascorreva molto tempo, sin da bambina, nella gelateria del padre (Rimini) dove era solita seguire la trasmissione in tv  Il Musichiere e dove, grazie  a questo programma, imparò a memoria tutti i balletti e le canzoni.  E fu proprio lì che nacque la sua passione per il ballo e per la musica, infatti, all’età di soli 8 anni si trasferì a Roma per proseguire gli studi presso l’Accademia Nazionale di Danza, poi al centro sperimentale di cinematografia. Da lì a poco iniziò la sua carriera cinematografica (anni ‘50), partecipò come attrice bambina (età 8 anni) al film di Mario Bonnard Tormento del passato. Da quel momento in poi la sua carriera come attrice fu rapida e in ascesa, partecipando ad uno svariato numero di film, seppur bambina, interpretando anche piccole parti.

La vita sentimentale

La bella e affascinante Raffaella è stata fidanzata per 8 anni con il calciatore della Juventus Gino Stacchini. Ha avuto, in seguito, altre relazioni importanti tra cui quella con l’autore televisivo Gianni Boncompagni, con il regista e coreografo Sergio Japino e con il cantante Little Tony. La bella Carrà era anche molto corteggiata da Frank Sinatra con il quale divise il set del film Il colonnello Von Ryan. Purtroppo Raffaella non ha mai avuto figli ma l’adozione a distanza le è sempre stata a cuore tanto da farle adottare molti bambini in diverse parti del mondo,  nel 2006 condusse un programma televisivo chiamato amore e nel 2004 uno speciale alla tv spagnola chiamato Contigo, in cui parlava di bambini e adozioni.

Il cinema

Nel 1960 conseguì il diploma al Centro sperimentale di cinematografia e nello stesso periodo debuttò anche al teatro con Un giallo Romano (1960) Il seduttore  (1965) Processo di famiglia e tanti altri meravigliosi spettacoli. Raffaella col microfono a tracolla (1962) fu il suo primo programma alla radio. A seguire: Gran varietà (1972- 1976 Incontro con Raffaella  Carrà (1979) Carràdio che sorpresa (1996) .

In quel periodo interpretò diversi ruoli in diversi film: Tormento del passato, (1952; Valeria ragazza poco seria (1958); Europa di notte (1958);­ La lunga notte del 43 (1960); Il peccato degli anni verdi (1960); Ulisse contro Ercole (1961); L’ombra di Zorro (1962); Giulio Cesare, il conquistatore delle Gallie (1962); I compagni (1963); Dopo i buio (1964); Il colonnello Von Ryan (1965); Il santo prende la mira (1966); Rose rosse per Angelica (1968); Professione bigamo (1969); Il caso “venere privata (1970); Barbare (1980); Colpi di fortuna 2013; Ballo Ballo (2020) e tanti altri ancora.  

Lo spettacolo

“Io Agata  e tu” fu il suo primo spettacolo in cui Raffaella si cimentava nel suo stile di showgirl moderna. Poco dopo debuttò in Canzonissima al fianco di Corrado in cui mostrò per la prima volta l’ombelico durante il ballo della sigla Ma che musica maestro.  Mentre per la stagione successiva di Canzonissima entrarono in classifica tre singoli i quali Maga Maghella per il pubblico infantile, Chissà se va e il mitico Tuca Tuca . Sono ancora tanti gli spettacoli di Raffaella da citare: Musica Hotel (1963);  Il paroliere questo sconosciuto (1962-1963); Musica Hotel (1963); Incontro con la New Vaudeville Band (1967); Tempo di samba (1968); Vedettes d’America (1968); Milleluci (1974)  e il più ricordato e amato da tutta Italia Carràmba!che sorpresa. La showgirl italiana più famosa al mondo ha, inoltre, lavorato come doppiatrice e ha interpretato diversi ruoli in diverse serie tv.

Icona della televisione italiana, Raffaella, è stata, difatti, una showgirl, ballerina, attrice, cantante, autrice televisiva italiana, conduttrice televisiva, radiofonica. Presente nei palinsesti televisivi dalla fine degli anni 60 riscontra grande successo anche all’estero. La showgirl, nel corso di tutta la sua carriera, ha venduto oltre 60 milioni di dischi.

“Il Tuca Tuca lo ballai la prima volta con Enzo Paolo Turci, e L’osservatore Romano fece pressioni in Rai per stopparlo. Riuscii a riportarlo in tv solo grazie ad Alberto Sordi, a cui nessuno diceva no, io mi vestivo così, pantaloni e top corto, senza nessun secondo fine. Certo, le donne italiane hanno grande simpatia per me perché non sono una mangia uomini: si può avere sex appeal insieme a dolcezza e ironia, non bisogna per forza essere Rita Hayworth” . Dichiarava, la regina della televisione italiana.

Raffaella ha insegnato, alle donne di tutto il mondo, non solo a ribellarsi per ottenere i propri diritti (come indossare ciò che si desidera senza pensare di provocarne scandalo) e a sentirsi libera di essere ma soprattutto che la vera bellezza e sensualità non risiede nella volgarità bensì nella dolcezza e nell’eleganza di una donna, così come lo è stata lei; un mix di sensibilità, allegria, ribellione e delicata sensualità che facevano di lei una donna passionale senza cadere nella sgarbatezza. L’audace showgirl è stata una donna evoluta, capace di eliminare tabù riguardo al sesso e di andare contro ogni  pregiudizio sull’abbigliamento femminile dimostrandolo anche attraverso i suoi balli e le sue canzoni moderne. E infatti, nel 2020, è stata definita “’Icona culturale che insegnato all’Europa le gioie del sesso” dal quotidiano britannico The Guardian. Insomma, la carriera della Carrà è stata ricca di soddisfazioni e rivincite.

Raffaella Carrà è morta il 5 luglio alle ore 16.20 a Roma, all’età di 78 anni a causa di una malattia, Ma il mondo intero la ricorderà per il grande entusiasmo con il quale affrontava la vita, per l’emozione che ha trasmesso con ogni suo spettacolo, per ogni sua risata che donava a tutti gioia e spensieratezza.

Alessandra Federico

Oscar: Laura Pausini candidata con “Io Si”

Con il Golden Globe appena vinto, e la gioia ancora nel cuore, un altro ambito premio, forse il più importante, potrebbe portare Laura Pausini ad arrivare dove nessun altro cantante italiano fino ad ora è arrivato, gli Oscar. Dopo essere entrata nella shortlist dei prossimi Oscar, la cantante emiliana dovrà vedersela con le sole altre quattro canzoni finaliste: ‘Fight for you’ da ‘Judas and the blackmessiah’, ‘Hearmy voice’ da ‘The trial of the Chicago 7’, ‘Husavik’ da ‘Eurovision song contest: the story of fire saga’ e ‘Speaknow’ da ‘One night in Miami’. Se nella magica notte tra il 25 e 26 aprile, si aggiudicasse l’Oscar, sarebbe la prima volta per una canzone cantata in italiano. “Una canzone in italiano nominata agli Oscar!!!! Sono così onorata di rappresentare l’Italia in una delle cerimonie più importanti dell’industria dell’intrattenimento mondiale” ha twittato l’artista subito dopo l’annuncio “Sapere che sono nominata agli Oscar va oltre qualunque desiderio o aspettativa potessi sognare”. Una canzone che ha avuto un ruolo importantissimo per l’artista romagnola, che prima dell’estate aveva smesso di fare musica e persino di ascoltarla a causa del lockdown. Ha raccontato: “Sophia Loren mi ha detto: tu non devi cantare una canzone, devi essere la mia voce nell’ultima frase del film. Ha creduto in me, mi ha voluto e mi ha scelto, lei così attenta a ogni dettaglio, così puntigliosa. Un’intesa perfetta, e pensare che in questo anno non ci siamo mai incontrate di persona: non ce n’era bisogno e comunque non si può. Io avevo sempre detto no al cinema, spesso la canzone non c’entra niente col film. Forse me lo sentivo che un bel giorno sarebbe arrivata una cosa del genere, una storia piena di significato, un messaggio forte di inclusione. E poi, accidenti, io sarò anche Laura Pausini ma lei è la Loren”.

Nicola Massaro

1 2 3 10