Come coloravano il mondo i romani?

I romani attribuivano un significato diverso dal contemporaneo a taluni pigmenti. Ciò si traduceva, chiaramente, in un uso differente dall’attuale. Il blu e l’azzurro, a mo’ d’esempio, non erano particolarmente apprezzati. Ad onor del vero, stentavano ad esser riconosciuti come colori decisi e definiti. Del resto, essi venivano bollati come i colori tipici dei popoli germanici. Si pensi, andando alla ricerca di prove lessicali, che la lingua latina non possedeva termini atti a designare i già citati pigmenti. Essi, infatti, derivano, rispettivamente dal germanico blau e dall’arabo azraq.

Nascere con gli occhi azzurri, poi, era reputato come un segno di sfortuna per le donne e di buffo per gli uomini.

C’è anche da valutare una ragione pratica: il blu e l’azzurro erano notevolmente macchinosi da ottenere e derivavano dalla lavorazione di vegetali, conseguentemente meno permanenti nel tempo.

A Pompei sono stati reperiti blocchi di color azzurro, un composto cristallino contenente silice, ossido di calcio ed ossido di rame, ottenuto con quarzo fuso, carbonati di rame e di calcio, oltre a carbonato di sodio e potassio, usato come fondente.

Il rosso porpora ed il rosso scarlatto, invece, erano di certo di gran lunga più amati. Simboli d’opulenza ed autorità. Si pensi che, durante l’età di Cesare, un minuscolo panno della dimensione di un foulard poteva costare quanto l’onorario mensile di un funzionario di livello medio! D’altro canto, la produzione di siffatta tonalità permetteva un impiego ininterrotto dei vestimenti, essendo il colore di origine animale. Marziale attribuisce alla chioma di una sua amica il rosso: “Quae crine vincit vellus”.

Il giallo, dato dall’orpimento, reperibile in natura nelle miniere d’oro e d’argento dell’Asia Minore, era molto apprezzato tanto da esser adoperato dalle esigentissime donne, in special modo durante le cerimonie pubbliche. Ovidio dipinge l’aurora di color zafferano, corrispondente al giallo: “Croceo velatur amictu.”

Il bianco ed il nero venivano indicati con più termini: “albus” e “candidus” per il bianco acceso; “niger” per il nero lucente  ed “ater” per il nero opaco. Ed ancora, ahinoi, il color laridus, pallidissimo, tanto che Orazio scriveva  “Laridus orcus”.

Giuseppina Capone

 

Tragedia nelle Marche: la tempesta di pioggia ha distrutto la regione

29Strazio e terrore in una delle regioni italiane: lo scorso 15 settembre una vera catastrofe si è abbattuta nelle Marche dove case, negozi, e strade sono state sommerse da quintali di acqua distruggendo così l’intera regione, causando 10 vittime, 3 dispersi tra cui un bambino di 8 anni.

“Sono stati momenti di vero orrore in quelle poche ore, sembrava che il cielo si stesse spaccando e ci stesse piombando addosso”.

Lucia ha 26 anni e vive a Jesi, nelle Marche. La giovane donna ha vissuto l’esperienza terrificante della tempesta d’acqua dello scorso 15 settembre. Lucia, per fortuna, si trovava in casa durante la tempesta, ma sua sorella minore Benedetta da qualche ora si era recata a scuola di danza e la loro madre Silvia era da poco uscita di casa per andare a prenderla, mentre suo marito Carlo, il padre delle ragazze, era rimasto a casa con la primogenita a causa di una leggera influenza.

La vicenda per la famiglia di Lucia si è conclusa nel migliore dei modi grazie ad una persona dal cuore grande. La signora Jolanda stava osservando la tempesta di pioggia dal balcone della cucina di casa sua che affaccia proprio sulla strada dove si trova l’accademia di danza e dove, Benedetta e Silvia, assieme ad altre 5 mamme con figlie e con la loro insegnante di ballo, si erano fermate lì, spaventate e pietrificate, indecise se scappare via in macchina o ritornare nella scuola di danza. Ma la struttura si trovava al piano terra e quindi sarebbe stato imprudente fare marcia indietro. Per buona sorte, esistono persone pronte a soccorrere il prossimo, pur mettendo a rischio la propria vita; Jolanda non ha esitato un solo istante a scendere ed aprire il portone del palazzo per far entrare quelle 14 persone terrorizzate e infreddolite, nonostante la situazione fosse rischiosa e stesse degenerando attimo dopo attimo. Tuttavia, Jolanda era ben consapevole che se non avesse aiutato quelle persone non se lo sarebbe mai perdonato.

La donna salvatrice abita al settimo piano, il mese prossimo compirà 74 anni e vive con due meravigliosi gatti, Luna e Chicco. Dunque le 15 donne, in compagnia dei due felini, hanno trascorso le ore del temporale insieme, dandosi forza e coraggio a vicenda e cercando di proteggere i gatti dai rumori frastornanti del temporale e di distrarre le bambine, quelle più piccole, con giochi e favole.

Al termine del temporale la città era distrutta e per tornare a casa hanno dovuto farsi trasportare dai Vigili del Fuoco a bordo di un gommone.

“Sono felice che sia andato tutto bene, sono però molto afflitta per le persone disperse, per quelle che hanno perso i loro parenti e per quelle che hanno perso la vita. Credo che non me ne sarei mai fatta una ragione se fosse capitato qualcosa di brutto a qualcuno a me caro.”

Lucia parla della sua esperienza durante la notte del 15 settembre a Jesi e ci narra, tramite i racconti di sua sorella minore e di sua madre, come hanno vissuto quella notte e come oggi cercano di superare il brutto accaduto.

Lucia, come hai vissuto il momento in cui tua madre e tua sorella si trovavano per strada il 15 settembre?

Ho vissuto nel terrore, nella paura più grande che potessi mai provare in tutta la mia vita: quella di non rivedere mai più mia madre e mia sorella.  Per fortuna hanno avuto la grazia di incontrare questa donna meravigliosa che le ha accolte e trattate come figlie dando loro dei vestiti asciutti, cibo e dedicando molto tempo a mia sorella e alle sue compagne di danza. Ho saputo che la signora Jolanda è stata un’insegnante alla scuola materna e che ama profondamente i bambini, forse per questo ha un animo così gentile e generoso.

Tua madre e tua sorella hanno superato la brutta vicenda?

Mia madre è ancora molto turbata anche se non vuole darlo a vedere per proteggerci, per dare lei forza a noi; lei è una donna molto altruista e non ha mai voluto mostrare le sue paure per non farci sentire il peso delle sue preoccupazioni. La piccola Benedetta, invece, inizialmente pareva stesse bene e che avesse superato alla grande e in fretta l’accaduto, o addirittura si comportava come se non fosse successo a lei. Ma dopo solo un giorno dal loro ritorno ha iniziato ad avere incubi durante il sonno; chiaramente tutti tormentati da tempeste, uragani, tornadi, o mostri fatti di acqua, perché è pur sempre una bambina e la fantasia gioca anche nei momenti bui. Anche se credo che qualcosa l’abbia pur romanzata, ma le lascio raccontare liberamente ciò che vuole, forse la creatività la aiuta a liberarsi dalle paure.

Che provvedimenti pensate di prendere per la bambina?

Deve passare un po’ di tempo prima che Benedetta si riprenda del tutto, io e mia madre abbiamo pensato di portarla in terapia da uno psicanalista per poter affrontare la situazione in modo consapevole e non solo in famiglia che, per quanto il nostro amore per lei incondizionato le sarà di supporto, non siamo in grado di sostenerla come farebbe uno specialista.

Cosa pensa Benedetta per quanto riguarda andare in terapia?

Posso dire che mia sorella, per avere solo otto anni, è una bambina abbastanza matura, forse perché i nostri genitori ci hanno dato, a mio parere, un’ottima educazione facendoci comprendere il valore delle cose materiali e dei rapporti umani, coccolandoci ma senza viziarci, essendoci di supporto ma lasciandoci anche libere di fare le nostre scelte senza condizionarci. Dunque Benedetta è contenta di andare dallo psicologo anche perché sa bene che può parlargli di qualsiasi cosa senza essere giudicata ma venendo soltanto aiutata. Lei sa bene di cosa si tratta perché nostra zia, la sorella di nostro padre, è psicoterapeuta e quindi conosce bene, tramite i racconti di zia, le dinamiche di uno psicologo con i bambini e ne pare divertita e interessata quando la ascolta. Purtroppo, però, zia Nilde non può analizzare Benedetta perché in questi casi si è coinvolti emotivamente, anche se ha ugualmente espresso il suo parere, dicendo che la bambina è molto sveglia ed ha un carattere molto forte e che quindi supererà tutto molto presto e con grande caparbia. Tutti noi speriamo che questa tragedia diventi soltanto un ricordo assopito.

Alessandra Federico

Milano Fashion Week 2022 presenta le collezioni primavera estate 2023

La settimana più entusiasmante nella sfera della moda è ormai alle porte e gli appassionati dell’alta moda potranno godersi questo momento tanto atteso dal giorno 20 al giorno 26 settembre 2022. Durante lo spettacolo scenderanno in passerella le collezioni Donna Primavera/Estate 2023 con un cospicuo calendario di incontri: 30 eventi all’interno del Fashion Show con 11 presentazioni, 210 appuntamenti e ben 68 sfilate.

Camera Moda ha rivelato, durante la conferenza stampa di presentazione, tantissime novità che ci saranno nel corso della Fashion Week; celebrazioni, esibizioni, commemorazioni, esordi e premi.

Questa volta, la Fashion Week, presenterà anche collezioni di diversi stilisti emergenti come quella di Matty Bivan (stilista sostenuto da Dolce & Gabbana) e di Stella Jean, abiti indossati e sfilati dalla affascinante  modella svizzera Bally.

Il compito di Laura Biagiotti, invece, sarà quello di chiudere lo show con la sua collezione, prima di cedere il posto agli eventi digitali che si terranno l’ultimo giorno della fashion week: il 26 settembre debutteranno Mmusomaxwell, Durazzi Milano e Viviers (Brand sudafricano supportato da Lezanne Viviers). Act N.1 invece, presenterà la sua sfilata live sul canale Instragam di Valentino. Anche Diesel presenterà la sua collezione attraverso in digitale e, inoltre, a questo evento digitale, potranno partecipare tutti gli appassionati di moda attivando semplicemente una registrazione online. Anche Andrea Incontri debutterà con la direzione creativa di Benetton e Maximilian Davis e direzione creativa di Salvatore Ferragamo. Tuttavia, ad aprire la fashion week, sarà lo stilista sardo Antonio Marras (che fa parte del team Calzedonia). Ma non finisce qui, perché oltre alla presentazione di tanti meravigliosi e accattivanti creazioni di abiti, ci sarà un altro motivo fondamentale per il quale festeggiare: due anniversari di due illustri stilisti, ad oggi fra le icone nel mondo del fashion che hanno contribuito a fare la storia della moda, Moncler e Anteprima che celebrano 70 e 30 anni di successo. Ancora, ce ne saranno delle belle, potremmo dire, per questa settimana della moda di Milano: anche stavolta hanno preferito dare voce all’arte e alla sostenibilità: il 25 settembre si terranno i Cnmi Sustainable Fashion Awards in collaborazione con la Ethical Fashion Initiative (Efi) delle Nazioni Unite, con il sostegno del ministero degli Affari Esteri, Agenzia Ice e Comune di Milano. “Siamo orgogliosi di presentare un programma ricco di attività e di grande respiro internazionale. Il programma riflette il nostro impegno verso tematiche di primaria importanza, tra cui la promozione della sostenibilità, il supporto di giovani talenti e la costruzione di una cultura della moda inclusiva.”, ha dichiarato il presidente di Camera Moda, Carlo Capassa, durante la conferenza stampa. Con queste parole, Capassa, ha consentito di celebrare la moda sostenibile con una serata esclusiva, all’interno del Teatro più importante di Milano, il Teatro alla Scala. Tanti saranno gli eventi speciali nel corso di questa Fashion Week, all’insegna della passione, divertimento, e forti emozioni che ci regalerà ogni fashion stylist.

Alessandra Federico

Carla Fracci, la regina della danza classica

Carla Fracci (Carolina Fracci), ballerina italiana, nasce a Milano il 20 agosto del 1936 e, sin da piccola, dimostra il suo talento per la danza; la sua innata eleganza, il suo portamento signorile e raffinato come quello di un cigno, l’hanno portata a diventare una delle più brave ballerine al mondo. Non a caso, dal New York Times, nel 1981, fu definita la prima ballerina assoluta.

Figlia di Luigi Fracci di origine sarde, sergente maggiore degli alpini in Russia stabilito a Milano dopo il ritorno dall’unione Sovietica e di Santa Rocca, operaia alla Innocenti di Milano, Carla, con l’arrivo della guerra, assieme all’intero nucleo familiare, si trasferisce dalla madre di Santa (Argelide) nella campagna di Volongo.

Al termine della guerra, Luigi Fracci, ottenne un posto come impiegato dell’azienda tranviaria come conducente a Milano e, da lì a poco, tornò insieme con la sua famiglia, nuovamente nella loro città natale. Carla, che aveva da poco iniziato la quinta elementare, quasi ogni pomeriggio, dopo aver terminato i compiti per la scuola, andava con la sua mamma e il suo papà al circolo ricreativo dell’azienda di trasporti dove, durante una festa di ballo, alcuni colleghi di lavoro di Luigi notarono, sin da subito, la grande capacità che la bambina aveva nel seguire a ritmo la musica riuscendo, perfettamente, a stare a passo con le note. Così, pochi giorni dopo la festa, grazie a chi l’aveva notata e convinto i genitori che fosse un talento sprecato e che studiando, probabilmente, sarebbe diventata una brava ballerina, Carla riuscì a sostenere un’audizione al Teatro alla Scala. Non fu arduo superare la selezione; la giovane aspirante ballerina fu immediatamente notata per il suo immenso talento, ma, come per tutte le passioni, anche la danza ha bisogno di tempo e dedizione, sacrifici e determinazione, inoltre, la danza classica richiede una severa disciplina e rigide regole da rispettare e, anche se questo a Carla non mancava, nei primi tempi, provò molta difficoltà ad adeguarsi in una circostanza per lei totalmente nuova e soffocante: Carla era solita danzare, correre e giocare negli spazi aperti come in campagna da sua nonna e, quindi, sentiva di dover fare grande sforzo per ambientarsi in un posto chiuso senza sentire nostalgia della libertà.

Per trovare continui stimoli, incoraggiamenti e riuscire a sentirsi ugualmente a suo agio quando danzava, Carla, pensava ai momenti trascorsi con sua nonna in campagna, momenti in cui si sentiva libera come una libellula: la libellula è stata per lei il simbolo che l’ha accompagnata durante tutta la sua carriera da ballerina, perché era per lei l’emblema della leggerezza, e questi pensieri gioiosi e positivi l’hanno sostenuta nei momenti di sconforto e aiutata a risollevarsi ogni volta che crollava sia psicologicamente che fisicamente.

Un altro pilastro della sua vita, soprattutto durante la sua carriera, per Carla è stata Margot Fonteyn, sua compagna di danza nonché migliore amica.

Margot riuscì a far sentire Carla a proprio agio, ponendole un differente punto di vista nei confronti di quella disciplina tanto severa che la Fracci spesso non riusciva a reggere: la danza le avrebbe portate lontano, magari insieme, e le avrebbe fatto viaggiare, sognare, appassionare e vivere davvero, e a queste parole, Carla, si strinse forte per tutta la vita. Margot regalò a Carla una spilla d’oro a forma di libellula che quest’ultima avrebbe portato sempre con sé, come una sorta di portafortuna.

Carla aveva una forte passione per la danza classica e stava finalmente credendo fortemente nelle sue doti, e oramai il suo talento stava diventando evidente agli occhi di tutti: dopo soli due anni di studio alla Scala, la Fracci, divenne danzatrice solista (prima ballerina). Si diplomò nel 1954 e fu il giorno più emozionante della sua vita insieme al giorno del suo matrimonio: la mitica danzatrice italiana trovò tempo anche per la sfera amorosa, sposò il regista Beppe Menegatti nel 1964 e nel 1969 diede alla luce il figlio Francesco. Beppe, da quel momento in poi, gestì la regia delle creazioni interpretate da Carla.

Il London Festival Ballet, il Sadler’s Welles Ballet (ora Royal Ballet), il Balletto di Stoccarda e il Balletto reale svedese furono le compagnie con le quali la Fracci danzò tra la fine degli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta.

Il cavallo di battaglia della Fracci era Giselle, a lei seguirono tante altre interpretazioni di ruoli drammatici e romantici come La Sylphide, Romeo e Giulietta, Coppélia, Francesca da Rimini, Medea.

La sua strada era spianata e la Fracci non poteva che godersi tutto quel successo che cresceva di giorno in giorno; Carla danzò con diversi noti ballerini come il grande Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Alexander Goduov, Gheorghe lancu, Marinel Stefanescu, e con il mitico Roberto Bolle.

La Fracci iniziò a comparire anche nelle serie televisive come quella dello sceneggiato Rai, diretto da Renato Castellani nel 1982. Mentre, alla fine degli Anni ‘80, la regina della danza diresse il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli.

Dal 1996 al 1997 diresse il corpo di ballo dell’arena di Verona. Interpretò anche ruoli nei programmi: Il pomeriggio di fauno, Onegin, La vita di Maria, A.M.W., La bambola di Kokoschka. Furono innumerevoli le sue interpretazioni nel corso di quegli anni e tutti ruoli principali. Donna forte, caparbia e temeraria era diventata la Fracci, tanto da riuscire a coprire diversi ruoli nel corso della sua vita: dal 1994 fu membro dell’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1995 fu presidente dell’associazione ambientalista Altritalia Ambiente. Ancora, nel 2004 fu nominata Ambasciatrice di buona volontà della FAO. Anche lo Zecchino d’Oro la invitò nel 1997 come ospite alla serata finale della 40esima edizione.

Per ben 10 lunghi anni diresse il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, dal 2000 al 2010. Nel 2008 fece parte dell’album “Studentessi”, con il gruppo rock “Elio e le storie tese”. Anche non più in giovane età la suprema della danza continuava a praticare le sue passioni: dicembre 2013 pubblicò la sua prima autobiografia con Arnoldo Mondadori Editore, intitolata “Passo dopo Passo” a cura di Enrico Rotelli.

Nel giugno del 2009 fino al 2014 è stata Assessore alla Cultura della Provincia di Firenze. Nel 2015 è stata ambasciatrice di Expo. Carla Fracci è morta il 27 maggio del 2021 a 84 anni. La determinazione e l’audacia della Fracci, icona nel mondo della danza classica, sarà di grande insegnamento per chiunque abbia un sogno da realizzare.

Alessandra Federico

Pure gli eroi bevono vino!

In Grecia, affinché una festa iniziasse, era essenziale che fosse dispensato il vino. “Perché attendere le lampade? Di luce, oramai, resta soltanto un dito: prendi le grandi coppe decorate. Dioniso, il figlio di Semele e di Zeus, ha fatto dono agli uomini del vino, oblio di mali. Mischia una parte d’acquae due di vino, riempi le coppe, brinda…”. Ciò scrive Alceo di Mitilene.

Più tardi, nella seconda metà del VI secolo a.C., Anacreonte di Teo rammenta l’importanza del vino nei fatti di cuore: “Porta l’acqua, ragazzo, porta il vino, porta i fiori in ghirlanda, porta tutto. Io voglio fare a pugni con Amore.” Anacreonte, sapientemente, dimostra consapevolezza che del vino si può fare cattivo uso. Infatti, colui che esagera, rischia di risultare osceno, fastidioso, sgradevole.

Non bisogna eccedere: “Su, ragazzo, presto, porta una coppa: unisci dieci mestoli d’acqua, cinque di vino. Desidero fare un baccanale ma con misura. Non voglio rumori né schiamazzi. Non facciamo una bevuta alla maniera degli Sciti! Piccoli sorsi in mezzo a canti belli.

Esisteva, orbene, un galateo del vino in terra greca: misure, dismisure, cerimoniali ed etichette da seguire, compresa la codifica della sregolatezza.

Asserisce Teognide: “E’ così buono il vino ma chi si ubriaca non mi piace.” Il che non significa, ovviamente, che si debba rinunciare al piacere di bere: “Chi nel bere ha misura non è cattivo, è buono.” Teognide ne desume una morale: “Per gli uomini sta tra due brutti estremi il Bene: sete che spossa e sgradevole ubriachezza. Starò nel mezzo: non mi convincerai a bere troppo ma neppure a non bere.

Per i greci il focus è la misura… Del resto, pure oggi, la raccomandazione è: bere con moderazione!

Per gli antichi bisogna saper bere: keránnumi vino con acqua, condividerlo con gli altri, centellinarlo e giammai ingollarlo, consci che sia il mezzo con cui calibrare la propria capacità di self control.

I protagonisti dei poemi omerici e, successivamente, la lirica simposiale si inebriano della dolcezza del frutto della vite. Dioniso con baccanti e satiri girovaga, eccitando con il vino.

Con il vino si invocavano le divinità, connettendo l’uomo con il soprannaturale, si assumevano deliberazioni, si ratificavano accordi, si solennizzava un evento di gran peso, si accoglievano gli ospiti.

I romani trasformano il sym-posion in convivium: dalla “bevuta collettiva” ad un momento beato di vita comune, abbattendo la rigida cesura tra il momento del bere e del mangiare. Analogie e differenze che l’autrice evidenzia con abilità stilistica e competenza storico-cronologica.

Certo è che pure a Roma le circostanze ed i frangenti per brindare al meglio venturo erano innumerevoli; quest’oggi come secoli fa, magari accompagnando l’auspicio con un sorso di vino. Le cenae creavano l’occasione e rappresentavano l’attimo in cui si gradiva alzare i calici in onore di una persona presente al rendez-vous. In Latino, le bollicine si esaltavano con Vivas, “Che tu viva!” od anche Bene tibi, “Bene a te!”.

Di prammatica, il brindisi, quale segno di rispetto ancorché atto di deferenza per la padrona di casa, echeggiava così: Bene dominae, “Ogni bene alla padrona!”.

Sono noti, grazie a Marziale, anche brindisi più complessi ed elaborati, vagamente enigmistici ed oltremodo galanti: alle donne corteggiate si ergeva il calice tante volte quante fossero le lettere del nome.

Cinque bicchieri si bevano per Levia

otto per Giustina

quattro per Lica

e quattro anche per Lide

e per Ida tre.

Tanti bicchieri siano per ciascuna,

quante sono le lettere del nome.

Marziale, Satire, 1, 71

Per nomi come Agrippina o Messalina l’omaggio certamente diveniva più impegnativo da sostenere!

Libro gradevolissimo, la cui conclusione cita quell’ars amatoria in cui il vino è “complice ideale degli amori clandestini”.

Giuseppina Capone

Fino al 17 settembre mostra San Gennaro e La Napoli dei Sedili

Per rievocare la storica sottoscrizione del voto del 1527 e a sostegno della candidatura Unesco come bene immateriale dell’Umanità del Culto e della devozione di San Gennaro a Napoli e nel mondo, dal 7 al 17 settembre si terrà nella Chiesa S. Maria del Rifugio  in via Tribunali n. 188 la Mostra Architettonica-Iconografica “San Gennaro e La Napoli dei Sedili” a cura di Gianmaria Lembo e dell’Associazione Culturale “Napoli è” e dal Museo dei Sedili di Napoli aperta al pubblico gratuitamente dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 18.00, il sabato e la domenica solo dalle 10.30 alle 13.00.

Napoli: la mostra di Bill Viola, il padre della videoarte

Uno dei capolavori architettonici della città partenopea torna a far sognare gli appassionati di arte; la meravigliosa chiesa del Carminiello di Napoli in via Toledo,  (via Carlo de Cesare 30, Quartieri Spagnoli) riapre per accogliere le opere dell’artista statunitense Bill Viola.

La mostra, intitolata “Bill Viola, ritorno alla vita”, é curata da Bill Viola Studio, VanitasClub e con Asso. Gio. Ca. (Associazione Gioventù Cattolica) ed è in esposizione dal 2 settembre 2022 fino al giorno 8 gennaio 2023.

Le opere di Bill Viola, che si potranno ammirare durante la sua mostra, comprendono cinque video-opere dell’artista e sono state scelte, quelle considerate pertinenti al tipo di location, volutamente dal Bill Viola Studio. Il tema della mostra è molto stimolante, emozionante, coinvolgente poiché è dedicata alla riflessione sul passare del tempo e sul processo attraverso il quale si trasforma l’interiorità di una persona; ogni quadro racconta le difficoltà che si incontrano durante la vita e, soprattutto, il timore che l’uomo ha di non poterle superare, al contempo, però, Bill Viola, attraverso le immagini, ha voluto inviare un messaggio per incoraggiare e dare forza al prossimo e, difatti, il concetto arriva forte e chiaro allo spettatore: tutto, tranne la morte, si può superare per tornare a vivere intensamente.

“Siamo orgogliosi di portare un grande Artista internazionale a riaprire al pubblico un luogo di così inestimabile valore – La parola greca martire originariamente significava ‘testimone’. Così come i martiri rappresentati da Bill Viola, oggi anche noi siamo chiamati ad essere testimoni della sofferenza degli altri, in un mondo in cui ogni forma di distanza spazio-temporale è ormai annullata dall’azione dei mezzi di comunicazione. Così l’Artista vuole spronarci, prendendo esempio dalle vite passate di azione dei martiri, a reagire alle nostre vite moderne di inazione”, afferma Francesca Orlandini di VanitasClub.

Ancora, “La chiesa, che rimarrà sempre destinata al culto, si configura come un vero e proprio gioiello che l’Associazione ha ritenuto doveroso riportare alla luce con la mostra –  dichiara Gianfranco Wurzburger, Presidente di Asso. Gio. Ca. (Associazione Gioventù Cattolica) -. Quest’ultima contribuirà, in parte, alla raccolta dei fondi necessari per completare i lavori di restauro. L’obiettivo è quello di realizzare il centro di aggregazione giovanile “Fratelli tutti”, in collaborazione anche con la Pastorale giovanile della Diocesi di Napoli”.“

Anche per la suggestiva Chiesa della Congregazione dei 63 Sacerdoti è un ritorno alla vita incuneata in quella che oggi è la facciata di un palazzo storico di Napoli, quasi nascosta, questo piccolo edificio di culto sorge a ridosso di Via Toledo, nel cuore di quei Quartieri Spagnoli che, da area a rischio, insita della sua natura di “quartiere” militare che ospitava per lo più alloggi delle guarnigioni spagnole di Pedro de Toledo, ha saputo anch’essa rinascere negli anni come luogo di interesse turistico”. Continuano dall’Arciconfraternita.

Qualche notizia su Bill Viola: nato il 25 gennaio nel 1951 a New York. Bill è stimato soprattutto per essere stato di grande contributo al miglioramento del livello di tecnologia per quanto riguarda i video, contenuto e storia. Come strumento per la conoscenza di sé utilizza proprio i video per andare a fondo ed approfondire la ricerca sui fenomeni della percezione sensoriale. Difatti, le installazioni video di Bill Viola, sono considerate uniche, inimitabili ed originalissime proprio perché utilizza tecnologie all’avanguardia.

Alessandra Federico

Peter Pan, un classico per tutte le età

Il personaggio letterario di Peter Pan, creato dallo scrittore britannico James Matthew Barrie nel 1902, ha accompagnato ed accompagna da allora intere generazioni. Il fantastico ragazzo compare a inizio secolo XX nel romanzo L’uccellino bianco e poi come protagonista di una piece teatrale dal titolo Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, per diventare definitivamente protagonista del romanzo omonimo nel 1911.

Barrie nel 1929 cedette i diritti del personaggio all’ospedale pediatrico londinese Great Ormond Street Hospital nel quartiere di Bloomsbury, dove si troverebbe la casa della famiglia Darling la cui figlia Wendy è la dolce bambina che segue Peter Pan a Neverland, l’isola che non c’è dove abita Peter insieme ai ragazzi perduti.

Dalla nascita del personaggio di questo “ragazzo che non voleva crescere”, storia che ha fatto sognare e fa sognare grandi e piccini, è stato un susseguirsi di edizioni dedicate a tutte le età. Peter Pan e i suoi amici sono stati protagonisti di film, opere di narrativa, teatro, cinema, serie televisive, musica, fumetti, oltre a gadget, ecc.

RBA ha scelto Peter Pan per la prima uscita della collana “Storie meravigliose”, disponibile in edicola e per abbonamento.  La collana propone una serie di classici di grandi autori, nell’elegante veste editoriale che recupera e reinterpreta “alcune delle edizioni più belle dell’Inghilterra di epoca vittoriana”, riccamente integrate da tavole degli artisti più famosi “dell’età dell’oro” dei libri illustrati.

Antonio Desideri

Cristina Amato: Avenida Libertador

Avenida Libertador è il nome di una via di Buenos Aires.

Qual è la ragione per cui costituisce il titolo del suo romanzo?

Avenida del Libertador è una via di Buenos Aires, emblematica quando si parla di desaparecidos, perché proprio in questa via risiede la Escuela de Mecánica de la Armada (prima Escuela Superior de Mecánica de la Armada da cui ESMA) conosciuta internazionalmente come ESMA, era la scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina di Buenos Aires, soprattutto per quanto riguardava la preparazione tecnica in ingegneria e navigazione. La ESMA cominciò la sua attività di centro di detenzione e tortura il giorno stesso del colpo di Stato argentino, vale a dire 24 marzo 1976. Già in quell’occasione vennero imprigionate le prime persone scomode, sequestrate dalle forze armate. Il mio romanzo è ambientato proprio all’interno di questa struttura, ho pensato quindi che non potesse esserci nome più emblematico per titolare il mio romanzo.

Pagarono, salutarono Esteban e si diressero verso il commissariato di Buenos Aires per cercare notizie di Lucas Tizak, un nome, un cognome e un volto che loro non volevano dimenticare”

Lei affronta il tema spinoso e drammatico dei desaparecidos. Avenida Libertador ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Materialmente ho iniziato il libro un’estate di qualche anno fa. Poi ho sentito l’esigenza di fermarmi. Ho pensato che pur essendo il romanzo un’opera di finzione volevo essere quanto più precisa e realistica nella narrazione di ciò che i protagonisti del libro avevano vissuto nel piano immaginario e in quello reale/storico riferendomi a persone esistite fuori dalla finzione. Allora ho posato il quaderno, ricordo di averlo poggiato nella parte bassa del comodino, sopra un libro di Roberto Arlt «El juguete rabioso» e ho ripreso in mano un libro pubblicato dalla Conadep (Informe de la comisión Nacional sobre la Desaparición de personas) «Nunca más» (Mai più).

Sera dopo sera, grazie a questo prezioso documento, con prefazione di Ernesto Sábato,  mi sono documentata sui centri clandestini di detenzione, ho studiato le planimetrie degli edifici, mi sono a lungo soffermata sulle procedure di sequestro. Ho  inoltre letto le testimonianze dei sopravvissuti, fascicolo per fascicolo, storie dell’orrore di chi era riuscito a uscire dall’inferno. Alla fine del libro ho deciso di fare delle ricerche mirate sul web e sono riuscita a visionare alcuni processi su YouTube. Ho ascoltato più di ottanta ore di testimonianze. Solo dopo aver approfondito tutte le questioni ho ripreso il mio taccuino e quindi la stesura del romanzo. Per descrivere gli ambienti, le case, le strade ho fatto riferimento alla mia esperienza personale. Ho vissuto a Buenos Aires nel quartiere Olivos per diversi anni e ho voluto citare le zone a me più care. In calle José Maria Paz abitavo con la mia famiglia.

La «trasformazione in narrativa» è avvenuta in maniera del tutto naturale, ho abbandonato i dati e mi sono concentrata sulle sensazioni, sulle relazioni tra i protagonisti, sulla loro caratterizzazione. Si è parlato di Avenida Libertador come testimonianza letteraria, in cui l’elemento fittivo ricrea un vissuto estraneo a molti ricorrendo all’immaginazione. Ed è proprio così, nel romanzo la realtà e la finzione si fondono continuamente . Così come succede all’inizio quando racconto dell’incontro di Eva (madre di Tamar) con Enrique. Eva è un personaggio inventato, Enrique esiste davvero è uno scrittore contemporaneo spagnolo Enrique Vila-Matas, maestro indiscusso dell’autofinzione iberica. Lo scrittore ha soggiornato davvero nella mansarda di Margherite Duras, così come è vero che in diverse interviste ha dichiarato di voler fare lo scrittore dopo aver visto Mastroianni che sposa Jean Moreau nel film «La notte» di Antonioni. Ho voluto rendere omaggio a Enrique Vila-Matas perché sono convinta che sia uno dei pochi maestri viventi di quella letteratura che Borges chiamava universale.
Ho voluto altresì omaggiare Aldo Moro, ed è per questo che lo cito in sovrapposizione con il protagonista del romanzo Lucas, credo che sia importante denunciare qualsiasi tipo di estremismo che esso sia di destra o di sinistra, ed è quello che ho voluto fare citando il famoso statista italiano.

A pensarci bene quando scrivo realtà e finzione si fondono a tal punto che spesso persone in carne e ossa diventano personaggi e i personaggi a loro volta sembrano essere miei amici fisici, veri.

La sparizione forzata è un fenomeno che si è verificato anche in numerosi paesi e in differenti momenti storici, situazioni per le quali il termine desaparecidos è divenuto una “parola mantello” d’uso comune.

Ebbene, la lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Questi tempi sono profondamente diversi da quelli in cui è ambientato il romanzo ovvero la dittatura argentina. È vero che il termine desaparecido è ormai parola mantello, ma nonostante abbia assunto un valore universale quando pronunciato ricorda subito il «processo di riorganizzazione nazionale» voluto da Videla. Un progetto che aveva come obiettivo quello di mettere a tacere con la sparizione forzata qualsiasi individuo si opponesse al regime. Un piano programmato per annientare il nemico con delle pratiche che ricordano molto quelle adottate dal regime nazista da cui i militari argentini presero ampi spunti. L’Argentina come il Cile all’epoca erano terre di accoglienza per gli ex nazisti fuggiti dalla Germania subito dopo la caduta di Hitler. Basti pensare che Eichmann è stato arrestato dalla polizia israeliana proprio a Buenos Aires nel ’60 e l’angelo della morte Josef Mengele ha vagato per tantissimi anni tra il Brasile e l’Argentina. Il processo di riorganizzazione nazionale seguiva la stessa logica hitleriana, l’annientamento dell’individuo che veniva da subito privato del nome e della propria identità e dignità, seguiva un periodo di prigionia che si concludeva o con la liberazione o con la sparizione.

I forni crematori vennero sostituiti dai voli della morte…

Ancora oggi sono 30 mila i desaparecidos e altrettante le famiglie in attesa di un impossibile ritorno. Diceva un testimone della dittatura che la cosa più difficile è questa: Non sei morto, non sei vivo: sei desaperecido. Per cui non puoi anelare alla pace dell’anima così come non possono farlo i tuoi cari.

Se vogliamo parlare dell’oggi e fare un esempio che possa toccarci da vicino, i genitori di Giulio Regeni per alcuni giorni hanno cercato il proprio figlio, desaparecido anch’esso e non in un Paese in dittatura, ma nel Paese in cui il giovane dottorando portava avanti i propri studi. Una sparizione forzata quella di Giulio per cui tanti si sono mobilitati, fino alla scoperta del suo corpo. La madre vide nel volto malconcio del figlio «tutto il male del mondo». Giulio cadavere è tornato a casa, i desaperecidos no, continuano a vagare senza la possibilità di un ritorno.

A tenere alta l’attenzione sul tema le tantissime associazioni capitanate dalla più antica Madri di Plaza de Mayo.

Il cambiamento risiede nella capacità dell’individuo di denunciare questi soprusi, nel fare in modo che sin nessuna parte del mondo si debba assistere ancora a questo tipo di fenomeni, isolati come nel caso di Giulio, collettivi come nel caso dei desaparecidos argentini.

Le forze vennero meno e cadde. Calci e pugni lo raggiunsero da ogni parte. Uno dei due uomini lo prese per i capelli, costringendolo a mettersi in piedi e gli spense una sigaretta sulla palpebra destra.”

Com’è riuscita a descrivere l’inferno?

Devo essere sincera, non lo so ancora. Era forte in me la volontà di scrivere un libro che potesse dare voce ai 30 mila desaparecidos e volevo che il racconto fosse quanto più vicino alla realtà che hanno vissuto. Sono stata ore in silenzio immaginando le scene prima di trasporle su carta. Le faccio un esempio: per descrivere il parto di Luz mi sono sdraiata a terra facendo finta di avere mani e piedi legati, ho chiuso gli occhi e ho fatto un viaggio nelle sensazioni della protagonista.

Le pagine che ha scritto grattano il fondo del realismo senza alcuna edulcorazione.

Quale messaggio etico, morale, politico ha inteso veicolare?

Soltanto con durezza si può descrivere quel periodo storico.

Il romanzo non intende veicolare nessun messaggio politico. L’ho scritto per un dovere etico nei confronti di me stessa. L’ho scritto per non dimenticare, per dare voce ai 30 mila desaparecidos, perché fin quando ci sarà memoria si potrà chiedere verità, giustizia e si potrà gridare con forza «Mai più.»

 

Cristina Amato nasce a Catania il 21 Agosto del 1980.

Figlia di un funzionario dell’ambasciata italiana, dall’età di 4 anni è in viaggio con la famiglia soggiornando, anche diversi anni, nei luoghi dove il padre viene trasferito. Sarà così che Cristina vive l’intero arco della giovinezza toccando diverse culture, dall’Australia all’Argentina fino in Svizzera, sviluppando una personalità profonda ed eclettica che la porta ad appassionarsi in modo particolare alla lettura e alla scrittura.

Nel 1995 rientra in Sicilia dove frequenta il liceo linguistico Sant’Orsola, dopo il diploma si traferisce in Svizzera dove frequenta l’università di Neuchâtel nella quale, nel 2006, consegue la Laurea in Lettere e Scienze Umane con una tesi in lingua spagnola sullo scrittore Enrique Vila-Matas dal titolo «Patologías literarias en la biblioteca infinita de Enrique Vila-Matas».
Nel 2013, dopo essere rientrata a Catania, pubblica il suo primo romanzo «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» (Inkwell edizioni, 2013), romanzo molto fortunato che le permette di conquistare la vetta dei best-seller di Amazon per ben 26 ore.
Nel 2014 pubblica anche la raccolta «Fogli Sparsi» (Inkwell edizioni, 2014) dall’omonima pagina Facebook.

Nel 2016 la 13lab editore ripubblica nuovamente «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» presentato al Teatrino delle Beffe di Palermo a marzo dello stesso anno e a Ginevra in occasione del Festival International d’Italie di Carouge.

Avenida Libertador (Divergenze, 2020) è alla sua quarta ristampa.

Attualmente lavora come Direttore Creativo presso un’agenzia pubblicitaria di Catania. Cristina è appassionata di letteratura e di cinema. Affetta da patologie letterarie, sta ancora contando i propri sogni nel cassetto ed è attualmente al lavoro sul suo terzo romanzo.

Giuseppina Capone

La regina Elisabetta II scompare a 96 anni

La notizia della scomparsa della regina Elisabetta II è stata data alle 19.30 ore italiane. Nata il 21 aprile 1926 ha regnato per ben 70 anni, affrontando gli eventi a cavallo di due secoli spesso molto complessi caratterizzati anche purtroppo da guerre, cambiamenti epocali, crisi economiche, innovazione, pandemia.

Nata il 21 aprile 1926, figlia maggiore del Duca di York, salito al trono col nome di Giorgio VI, diventa erede al trono nel 1936, in occasione dell’abdicazione dello zio Edoardo VIII.

Una vita, ben 73 anni, trascorsi con il principe Filippo Mountbatten, sposato nel 1947 e scomparso nel 2021, dal quale ha avuto quattro figli: Carlo, principe del Galles, Anna, principessa reale, Andrea, duca di York, ed Edoardo, conte di Wessex.

Alla morte del padre, mentre era lontana dal Paese, Elisabetta diventa regina ad appena venticinque anni, il 6 febbraio 1952, viene incoronata il 2 giugno 1953 nell’Abbazia di Westminster come Elisabetta II.

Ha incontrato nel suo lungo regno capi di stato, papi, primi ministri, ben 15 quelli del Regno Unito, primi ministri e governatori degli altri stati membri del Commonwealth delle nazioni.

Per tutta la giornata si sono succedute le notizie sulla gravità selle condizioni della sovrana, fino alla notizia della sua scomparsa.

Le succede il figlio Carlo III.

Bianca Desideri

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