Contro la violenza sulle donne. Non possiamo fermarci

Ogni lotta contro la violenza maschile sulle donne è lotta contro la discriminazione.

Ed ogni manifestazione in tal senso deve avere come obiettivo la sensibilizzazione contro questa violenza trasversale che travolge il corpo delle donne tra le mura domestiche, sul posto di lavoro e per strada. Nessun luogo è sicuro e non c’è un tempo dedicato alla lotta. Anche in un periodo straordinario e ricco di incertezze come quello attuale, in cui gli spazi si restringono e le piazze non possono accogliere le voci della protesta, non possiamo fermarci e dobbiamo parlare.

La discriminazione si perpetua viscida e sistematica a seconda degli ambiti e delle varie parti del mondo in cui si trovano le femmine e quando sfocia nella violenza fisica lo fa fisiologicamente.

Nel mercato del lavoro queste dinamiche non sono un’eccezione: salari più bassi a parità di mansioni, estrema difficoltà nel rivestire cariche apicali, stalking, mobbing, sfruttamento, in un’escalation di comportamenti aggressivi che mirano ad annientare la vittima in quanto persona rendendola ostaggio del proprio aguzzino. E a volte sono gli Stati ad avallare determinate pratiche che favoriscono discriminazione e violenza di genere.

È il caso del Kafala, parola araba che indica un sistema di garanzia o patrocinio, meglio tradotto in inglese con il termine sponsorship, adottato dai Paesi del Golfo per regolare l’ingresso e la residenza legale nei loro confini dei migranti economici.

Kafala è un sistema di controllo. Nel contesto della migrazione è un modo per i governi di delegare la supervisione e la responsabilità dei migranti a cittadini o aziende privati. Il sistema offre agli sponsor (datori di lavoro) una serie di capacità legali per controllare i lavoratori: senza il permesso del datore di lavoro, i lavoratori non possono cambiare, lasciare un lavoro o lasciare il Paese. Se un lavoratore lascia un lavoro senza permesso, il datore di lavoro ha il potere di annullare il visto di residenza, trasformando automaticamente il lavoratore in un residente illegale nel paese. I lavoratori i cui datori di lavoro annullano i loro visti di residenza spesso devono lasciare il paese attraverso procedure di espulsione e molti devono trascorrere del tempo dietro le sbarre.

Declinato sulla pelle delle donne questo sistema è diventato legittimazione di abusi e torture.

Come sempre tutto comincia con la promessa di una vita migliore. Una volta preso servizio nelle case saudite, le lavoratrici si ritrovano spesso a vivere alla stregua di schiave; costrette dalla necessità a sottostare al volere del loro sponsor molte non riescono ad affrancarsi, non ricevono salario e non possono denunciare qualcosa che è consentito dalla legge.

Il forum bengalese Samajtantrik Mohila denuncia che nei primi otto mesi di quest’anno 859 donne sono rientrate in Bangladesh per sottrarsi a condizioni di vita insopportabili, mentre si calcola intorno a 5000, negli ultimi 3 anni, il numero complessivo delle migranti rientrate in patria a causa delle violenze subite.  Almeno 19 invece si sono tolte la vita dal 2016 a oggi.  Prima di poter ritornare a casa le donne senza passaporto e senza la garanzia dello sponsor devono aspettare mesi, se non anni, alloggiate in strutture gestite dall’Ambasciata del Bangladesh in Arabia Saudita. Una volta rimpatriate, rischiano l’emarginazione sociale a causa delle violenze sessuali che in molti casi hanno subito, non solo da parte dei datori di lavoro sauditi, ma spesso anche nelle agenzie di reclutamento.

Queste ultime ottengono vantaggi cospicui operando da intermediari, arrivando a guadagnare fino a 120 dollari per ogni donna ingaggiata, una cifra consistente in un Paese  con un PIL pro capite ancora estremamente basso.

E tutto accade sembra con la compiacenza del governo di Dacca le cui  relazioni con l’Arabia Saudita si fanno sempre più strette in materia di commercio e investimenti.

Lo scorso anno il Bangladesh è uscito dalla lista dei Paesi meno sviluppati, sia secondo le Nazioni Unite che per la Banca Mondiale e proprio in un’ottica di espansione economica i rapporti con l’Arabia Saudita non possono essere compromessi, per cui su questa situazione si tace.

Al contrario di ciò che accade in altri Stati, come ad esempio in Indonesia o in Pakistan, in cui sono stati introdotti divieti che impediscono alle lavoratrici di recarsi in alcune zone del Golfo in seguito a ripetuti casi di abusi, il governo bangladese continua a promuovere l’emigrazione di lavoratrici domestiche poiché gli introiti derivati dalle rimesse costituiscono una fonte di entrate irrinunciabile.

Sul corpo delle donne passano investimenti e scelte politiche, si costruiscono voci d’incasso per alcuni governi e per tutti si potrebbero basare opportunità di crescita economica e sociale, basterebbe una maggiore considerazione di quei corpi.

Rossella Marchese

Vali per ciò che sei non per ciò che fai

“Io valgo per quello che sono, non per quello che faccio ma la maggior parte delle persone valuta sé stesso e gli altri in base a ciò che hanno realizzato nella propria vita. Credo che si dovrebbe misurare il valore di una persona per quello che ha nel profondo e per come tratta il prossimo, prima di ogni cosa.  Eppure ci si continua a giudicare in base alle scelte personali, che sia per la carriera o per la posizione culturale o economica. Se iniziassimo a osservare il mondo anche col cuore  la nostra vita cambierebbe, vivremmo davvero. Ho trascorso anni avendo una visione della vita sbagliata, superficiale, ora voglio andare oltre.”

Non è mai troppo tardi per cambiare direzione, per osservare la vita da un’altra prospettiva.  Per farlo bisogna adottare l’intelligenza anche nella sfera emotiva oltre in quella razionale. Come sostiene lo psicologo, nonché insegnante ad Harvard e collaboratore scientifico di New York  Times, Daniel Goleman: “Essere intelligenti non consiste solo nel sapere comprendere concetti complessi come la metafisica kantiana o le equazioni differenziali: intelligenza è (anche) le capacità di riconoscere le proprie emozioni, di mettersi nei panni del prossimo, di provarne empatia. È guardar la vita con la mente aperta e comprenderne il significato vero.”

Osservare la vita con la mente aperta può portare giovamenti per ognuno di noi,  al fine di mutare la propria, qualora se ne  abbia una, distolta percezione delle cose e del mondo e, soprattutto, per cogliere la vera essenza di sé e degli altri per poterne poi riconoscere il valore vero. Spesso ci si sente valorosi soltanto per ciò che si fa, ci si sente orgogliosi solo in base ad un buon risultato raggiunto di un obiettivo che ci prefissiamo quale lavorativo o universitario e, di conseguenza, si tende a valutare anche gli altri in base a tali requisiti senza pensare che non bastano per pesarne il valore.  Il valore di una persona si misura per la sua ricchezza d’animo e per come si comporta con il prossimo. D’altronde, sembra che questo vivere di futilità e frivolezze ci abbia portato a giudicare gli altri in modo superficiale. O, addirittura, in modo distolto. Perché spesso si tende  a dimenticare ciò che  davvero conta dando più importanza alle apparenze, senza riuscire ad andare oltre. In sostanza, una persona dotata di una profondità d’animo e che rispetta il prossimo è più rara di quanto si possa immaginare.

Rispettare il prossimo: la prima regola per stare al mondo

Un basilare concetto eppure in pochi lo sanno:  se si rispetta il prossimo si ha già capito come si sta al mondo. È la prima disciplina da imparare e finché non saremo soli sulla terra ci saranno delle regole da rispettare per poter vivere con gli altri.  Iniziamo,  dunque, a considerare ciò che davvero conta: il rispetto.  Una tematica apparentemente banale ma di vitale importanza perché quando quest’ultimo viene a mancare si può già considerare terminato un rapporto, perché sono queste le fondamenta che sostengono ogni tipo di  relazione.  È quindi fondamentale aprire la mente, guardare lontano, andare oltre ogni preconcetto, ogni pensiero di luogo comune, eliminando la presunzione e assumendo una gran dose di umiltà per tenere sempre la porta della nostra mente aperta in modo da lasciar entrare  nella nostra testa ogni nuova esperienza perché se la terremo chiusa ogni situazione nuova che vivremo, anche la più interessante ed entusiasmante, non ci insegnerà nulla.

Sin dalla tenera età

Se si spiega ai bambini che la cosa fondamentale della vita è la profondità d’animo e il rispetto verso il prossimo si avrà già insegnato loro come si sta al mondo e abbasseremo questo stereotipo di perfezione: “sei bravo solo se vai bene a scuola o se diventi qualcuno di importante per la società e guadagnerai tanto”. È questo che spesso diciamo ai nostri bambini.  Studiare e realizzarsi è fondamentale ma non bisogna sentirsi importanti o amati solo per questo.  Questi potrebbero essere alcuni dei motivi per cui tanti bambini, una volta diventate adulti, assumono atteggiamenti quali: egoismo, presunzione,  prepotenza, egocentrismo. Oppure, al contrario, fragilità e insicurezza  perché crede di meritare affetto solo se è bravo nelle cose che fa. Sarà quindi sempre alla continua ricerca della perfezione di sé. Spiegare, dunque, quali sono le cose fondamentali della vita prima di ogni altra cosa, e capiranno, sin dalla tenera età, che il rispetto verso il prossimo è la prima cosa, e conosceranno l’umiltà e il valore di sé stessi e di un qualsiasi tipo di rapporto. E questo, al contrario del pensiero di molti, vale molto di più di qualsiasi altra cosa.

 

“In passato pensavo che le persone si valutassero per ciò che fanno e non per ciò che sono, ma mi sbagliavo.  Ho voluto cambiare modo di vedere vita, ora mi piacciono le persone vere, quelle che ti guardano l’anima.”
Con queste parole Gaia, 28 anni, napoletana. Racconta il suo cambiamento di vita.

Gaia, cos’è che ti ha fatto cambiare modo di vedere la vita?

Provengo da una famiglia benestante. Ho studiato nelle scuole di alto prestigio e le persone che mi circondavano erano tutte in un ceto alto. Sono nata e cresciuta con questa concezione della vita e cioè che valgo solo se raggiungo i miei obiettivi e di conseguenza valutavo le persone solo per quello che fanno. Ad un tratto tutto questo iniziava a farmi stare male e decisi quindi di circondarmi di persone che mai nella mia vita avrei pensato potessi  considerare, persone semplici nell’apparenza ma ricche dentro. Quelle persone alle quali non importa cosa fai ma come sei. A dirla tutta, in passato ne andavo fiera di tutto quello che mi circondava: macchine di lusso, vestiti costosi, mai un capello fuori posto e unghie sempre perfette. Ma da un po’ di tempo stavo iniziando a sentire una sensazione di vuoto nell’anima  e quando stavo con amici non vedevo l’ora di andar via. Come se tutto quello che mi aveva reso felice, improvvisamente mi rendeva infelice, cercavo altro. Qualcosa di vero. Ciò che cercavo era  qualcosa che mio il cuore desiderava, qualcosa che in quella cerchia di gente nessuno avrebbe potuto darmi. Ho allora deciso di provare a cambiare vita allontanandomi da casa e andando a vivere da sola.

Che rapporti hai adesso con la tua famiglia?

Mi hanno criticata e ancora lo fanno, non i miei genitori ma parenti e vecchi amici. Perché il mio abbigliamento è cambiato: niente più abiti firmati, niente macchine di lusso, ne capelli sempre perfettamente in ordine, ne labbra gonfie e questo per loro è eresia. “Hai la possibilità di vivere come una regina e sempre alla moda  e hai scelto di essere una pezzente, quante donne darebbero l’anima  al posto tuo” dice spesso mia zia, sorella di mio padre. Credo che abbiamo un opinione diversa di ricchezza. La ricchezza la si cerca dentro di se, non nelle cose materiali. “Venderebbero l’anima al diavolo per essere ricche soltanto quelle ragazze tremendamente vuote d’animo. Io do valore all’essenza di una persona e questo mi basta per la vita per essere ricca”.  Le rispondo. Il mondo del lusso è ormai un lontano ricordo per me, questo non vuol dire che non mi prendo più cura del mio aspetto estetico ma non ne faccio più un ossessione o l’unico scopo della vita. Adesso vivo a Roma con il m io ragazzo per di più  mio compagno di università e per vivere lavoriamo nel week end, io come barista e lui come cameriere in un pub.  Siamo felici.

Non ti mancano i tuoi vecchi amici e la tua vecchia vita?

No, perché  i miei vecchi amici sono persone che non ti lasciano niente nel profondo. Spesso capita che può mancarti una persona che hai frequentato per pochi mesi e invece non sentire alcuna mancanza per una persona che hai vissuto anni e anni. Ciò che ti regala una persona non equivale al tempo che ci trascorri insieme ma a ciò che ti lascia nel profondo.  I miei nuovi amici sono persone sensibili.  Il mio vecchio stile di vita non mi manca nemmeno un po’. Continuare a Vivere in quel  mondo di apparenze mi avrebbe rovinato la vita e avrei represso tutto ciò che sento e che realmente sono.  Tre mesi fa ho scoperto di essere incinta  e ne sono felice anche se ancora non ho terminato gli studi, ma avere accanto un giusto compagno di vita, giuste amicizie e soprattutto un nuovo quanto giusto modo di vedere la vita, mi fa sentire sicura di me e avere la certezza di potercela fare. E poi non vedo l’ora di stringerla tra le mie braccia e insegnarle le cose importanti della vita.

Quali saranno le prime cose che insegnerai a tua figlia?

Guardare la vita attraverso il cuore. E poi le spiegherò il significato della parola empatia, perché  dovrà  cercare sempre di mettersi nei panni degli altri prima di giudicare; che dovrà  valutare le persone per come sono nel profondo e non solo per ciò che fanno e rispettare il prossimo, chiunque esso sia, qualunque lavoro faccia,  e da qualunque paese venga; che deve fare del bene o che almeno non deve fare del male.  Le dirò che deve tanto a chi merita,  che deve accettare i suoi limiti e non avere paura delle sue debolezze e di apprendere soltanto da chi crede sia migliore di lei, senza provare invidia, perché lei sarà capace di raggiungere ogni obiettivo alla pari di qualsiasi altra persona. Ed ancora di essere responsabile e razionale nelle scelte importanti della vita ma di prenderne qualcuna anche di pancia perché vivere e lasciarsi trasportare dalle emozioni e fare qualche follia certe volte fa bene al cuore e ti fanno sentire viva. Le dirò di raggiungere i suoi obiettivi, qualsiasi essi siano, ma di non farne un dramma qualora non dovesse riuscirci perché se non è brava in una cosa magari lo è in un’altra, m di provarle tutte prima di arrendersi.  E ancora che non è necessario piacere a tutti.  Non per forza.   Di non accontentarsi mai di un’amicizia ne tantomeno di un amore; che una piccola parte di sé rimanga sempre bambina perché a volte la vita diventa pesante e c’è bisogno di un po’ di leggerezza, almeno la giusta dose. Le insegnerò ad essere umile e gentile, ma sveglia e scaltra. E, ancora, ad avere gli occhi aperti su tutto e tutti e se qualora qualcuno dovesse ferirla le spiegherò che dovrà,  in un qual modo, trarre il lato positivo, perché è meglio essere troppo buoni che troppo cattivi. Le dirò che ogni tanto potrà anche vivere fuori dagli schemi, fuori dalle regole che impone la società; che la vita è sua e nessuno deve dirle come deve condurla.  Ma l’unica cosa che non dovrà mai dimenticare è che la sia mamma sarà sempre dalla sua parte.

Te la sentiresti di dare un consiglio a chi vuole cambiare vita?

La prima cosa da capire è che bisogna ignorare il giudizio degli altri altrimenti si finisce per condurre una vita che non sentiamo nostra. È la cosa più sbagliata del mondo. Bisogna essere se stessi e sentirsi a proprio agio prendendo scelte che ci rendono felici. Anche se nella vita ci saranno spesso situazioni difficili da affrontare o cose che faremo con meno piacere, è inevitabile. Ma nessuno deve decidere per noi. Ho l’impressione che molte persone abbiano paura di mostrarsi  per come sono e di parlare col cuore e di lasciarsi andare. Assumono un atteggiamento palesemente ovvio ai fini di volersi proteggere senza rendersi conto che così non vivono davvero.  Per intelligenza nelle sfera sentimentale si intende, oltre ad avere la mente aperta, anche vivere col cuore per vivere realmente ciò che si vuole.  Se si diventa forti e sicuri di sé si può anche mostrare per ciò che si è davvero senza paura di essere distrutti o giudicati da chi vive in un mondo di clichè. Perlomeno questo è quanto ho capito. Basta solo un po’ di coraggio, e non dimenticarci di vivere mentre viviamo.

Alessandra Federico

Coronavirus, aumento della violenza sulle donne. Come riconoscere un uomo violento

Aumentano i casi di violenza sulle donne durante il periodo Coronavirus. Centodiciassette le vittime di violenza in Italia durante la quarantena e il 90% sono donne. La convivenza forzata è stata una complice per questi uomini violenti. Non è facile riconoscere l’uomo aggressivo e manipolatore poiché bravo a raccontare una storia perfetta di sé e diventa difficile, per chi subisce violenza, trovare il coraggio di lasciarlo o di denunciarlo.

L’uomo violento, però, manda segnali ben evidenti sin dal primo approccio, bisogna quindi imparare a riconoscerlo per evitarlo: quando la sua va oltre la semplice gelosia, quando vuole possedere anziché amare perché l’uomo aggressivo, violento e narcisista vuole solo manipolare la sua donna. Liberarsene non è semplice soprattutto quando decide di perseguitare la sua vittima recitando la parte dell’uomo affranto per ricevere perdono e ottenere ciò che si era prefissato:gestire la vita della sua preda. Esistono però metodi per riconoscere un uomo violento sin dal primo contatto.

Come riconoscere un uomo narcisista e violento

Non è facile, per chi lo vive, uscire da questo incubo, soprattutto quando si ha a che fare con un uomo manipolatore. Quest’ultimo prende il nome di narcisista, colui che danneggia la vita della propria donna in tutte le tipologie di rapporto, sminuendola e non permettendole di percepire il suo valore. Assorbe le sue energie vitali per appropriarsene ed utilizzarle a proprio vantaggio. Il narcisista si crea un’altra identità, mostrandosi, rispetto agli altri uomini, gentile, rispettoso, premuroso. Parla tanto di se raccontando storie positive sul suo conto e di quanto sia una persona impeccabile, in modo da poter conquistare la totale fiducia della sua preda e deviare ogni ipotetico sospetto. Ha un solo obiettivo: diventare insostituibile, in modo tale da essere indispensabile per la sua vittima, tanto da togliere a lei ogni capacità di muoversi da sola, fino ad arrivare a manovrarla come un burattino muovendo i fili a suo piacimento. Una recita perfetta quella che esegue, e quando è davvero sicuro di avere la situazione sotto controllo, inizia a gestire la relazione imponendo regole, diventando offensivo fino ad arrivare alla violenza fisica, alcune volte arrivando ad ucciderla.

L’amore verso se stessi

Il narcisista non è il solo a non provare affetto, ma chi subisce violenza è una persona fragile trovatasi in un periodo della vita in cui si ama e si stima ben poco, ma quando l’amore verso se stessi raggiunge un livello alto, nasce l’esigenza di amare solo chi ci fa del bene e si da il permesso di far entrare nella propria vita solo persone all’altezza di ciò che si merita.

Amare se stessi non significa peccare di presunzione cercando di sminuire gli altri per sentirsi importanti o ripetere in continuazione quanto si è perfetti, come fa un narcisista, perché questo non fa altro che trasmettere a chi abbiamo accanto di essere persone insicure e deboli in continua ricerca della approvazione degli altri.

Amarsi e rispettarsi

Amarsi significa essere consapevoli del proprio valore, al di là della posizione economica o culturale, significa conoscere il valore del proprio animo. Se questo non avviene, può portare ad assumere atteggiamenti di vittimismo e avere complessi di inferiorità diventando una persona fragile o crudele a seconda del proprio carattere, della propria indole. Inoltre, cosa fondamentale, non bisogna dare valore alla propria persona secondo un fallimento o un successo: il tuo lavoro o la tua posizione economica non fanno la persona che sei. Non permettere che i giudizi degli altri possano in qualche modo far oscillare il pensiero che si ha di se stessi.

Un’alta autostima si costruisce quando si è consapevoli delle proprie capacità. Inizia ad amare te stessa viziandoti un po’: prenditi cura del tuo aspetto e della tua salute, premia i tuoi sforzi, realizza i tuoi sogni, non badare mai al giudizio degli altri se non lo ritieni costruttivo per il tuo percorso, apprezzati, perdonati.

Come liberarsi di un uomo violento

Quando Narciso è sicuro che la preda sia di sua proprietà arriva ad assumere un atteggiamento poco equilibrato, perché sa ormai che può gestire la situazione e passerà poco prima che arrivi al primo schiaffo per poi perdere completamente il senno della ragione.

L’unico modo per liberarsene non è andargli contro ma fingere di assecondarlo. Contraddirlo potrebbe suscitare in lui la paura di non avere più il controllo sulla vita della vittima e arrivare a compiere atti davvero pericolosi. Mantenere la calma, continuare ad elogiarlo e allontanarsi con una scusa banale come quella di andare a comprare qualcosa per la cena è l’unica soluzione, anche se molto coraggiosa, per uscire e rivolgersi alla polizia.

Via dall’incubo: intervista a una ragazza vittima di violenza

“Perché queste donne non scappano?”. Questa è la domanda che molte persone pongono quando una donna è vittima di violenza. Dove c’è maltrattamento, dove c’è inganno, dove si vive nel terrore non c’è amore. Quando un uomo è aggressivo, qualsiasi atteggiamento può indurlo alla violenza e nel momento in cui accade lui non conosce limiti.

 “Non riuscivo a liberarmene, ogni volta che lo lasciavo mi perseguitava”.
Con queste parole Sveva, 26 anni, napoletana, racconta la sua esperienza con un uomo violento.

Qual è stato il primo segnale che ti ha fatto percepire di avere accanto una persona violenta?

Avevo 17 anni quando l’ho conosciuto. Mi trovavo a Ostuni, in Puglia, con la mia famiglia per le vacanza estive e Marco era il classico ragazzo della porta accanto, anche se solo per due settimane. Ogni sera, alla stessa ora, si sedeva sul secondo gradino della scalinata di legno che portava al mare e una volta passando di li mi domandò: ‘che abiti indossi quando esci sola con le amiche?’. Ecco, per me questo è stato il primo segnale. In quel momento non diedi peso a ciò che mi stava domandando, ero solo felice perché mi aveva notata e per me voleva significare che apprezzava il mio corpo. Ma ad oggi molti dei suoi comportamenti mi sono del tutto chiari, stavo avendo a che fare con un uomo aggressivo e manipolatore: un narcisista.

Quando ha iniziato a manipolarti e a diventare aggressivo?

Era il 15 agosto e davano una festa in spiaggia con tanto di chitarra e falò. Io indossavo il mio solito costume da bagno: un due pezzi rosa ricamato a uncinetto. ‘Non ti permettere più di farti vedere dai miei amici con questo costume!’. Pensavo che le parole di Marco fossero dette per amore. Mi sbagliavo. E da quel momento schiaffi, calci, pugni, almeno una volta alla settimana. Decideva lui quale abito dovevo indossare, chi dovevo frequentare e mi accompagnava a scuola la mattina, e a casa dopo la scuola, così come per la danza o per qualsiasi altra cosa io dovessi fare. Era diventato un incubo. Un incubo dal quale non riuscivo a uscirne. Non avevo il coraggio di lasciarlo: è stato il mio primo amore, se tale si può definire.

Quanto tempo è durata la vostra storia?

Un anno, dopodiché i miei genitori iniziarono a rendersi conto della situazione perché tornavo a casa con lividi e graffi sul corpo e la cosa si ripeteva ogni settimana. Decisi di lasciarlo ma non mi lasciava in pace. Me lo ritrovavo ovunque, in qualsiasi posto che frequentavo: fuori scuola,sotto casa, fuori scuola di danza.

Cosa ti impediva di scappare?

Credevo di amarlo. E quando credi di amare qualcuno saresti capace di perdonare tutto, anche l’imperdonabile e andare avanti, ma non è così. Con il tempo ho capito che per colpa sua avevo smesso di amare me stessa e che era tutto un suo piano strategico per avere il comando della mia vita. Credo che bisogna amare se stessi prima di amare un’altra persona, in modo da non permettere a nessuno di trattarti cosi, altrimenti si finisce a non riconoscere l’amore e a confonderlo con l’ossessione.

Hai mai pensato di denunciarlo?

Sì, ma non ne ho mai avuto il coraggio né la forza mentale per farlo, non avevo più energie per fare nulla. Mi aveva rubato tutto, anche la voglia di vivere. Per fortuna al mio posto ci hanno pensato mia madre e mio padre, che vedendomi tornare a casa per l’ennesima volta con lividi sulle braccia, hanno deciso di incontrare i suoi genitori e raccontare loro tutto, dicendogli che se Marco si fosse riavvicinato a me avrebbero chiamato la polizia. Non ne ebbi più alcuna traccia. Non ricevevo più quei messaggi minacciosi, né una lettera, né una telefonata. Potevo sentirmi libera di uscire con le mie amiche, andare a danza o a scuola senza vivere con il terrore di poter incontrare la persona che mi stava annullando l’esistenza.

Ti va di dare un consiglio alle donne che come te hanno subito violenza?

Al primo gesto di prepotenza, alle prime parole offensive, scappate via. La violenza psicologica è anche più pericolosa di quella fisica, alle volte. Non aspettate che vi facciano del male fisico, perché se arrivano a criticarvi e ad utilizzare parole offensive nei vostri confronti qualunque cosa voi facciate, non passerà molto tempo che arrivino alla violenza fisica. Non vi amano.

 

Aiuta te e le altre donne ad uscire da questo incubo

Per aiutare le donne vittime di violenza, il 9 e 10 marzo scorso si è svolto un percorso esperienziale dal nome “Il labirinto“, organizzato dalla Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, in cui hanno insegnato a molte donne a riconoscere un uomo violento in soli 10 minuti. Ci sono tanti percorsi da poter fare per riuscire a liberarsi di un uomo violento e trasformando la propria esperienza in risorsa: Aiuta te e tutte le donne ad uscire da questo incubo.

Il Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, dal 2013 ogni anno mette a bando parte delle sue attività. La cooperativa Novamedia Onlus offre un percorso di formazione che promuove la rielaborazione e trasformazione dell’esperienza negativa per loro stesse e per altre donne. Percorso formativo per le donne che vogliono aiutare altre donne ad uscire dalla violenza. Tutti dovrebbero comprendere il terribile calvario delle vittime di violenza, l’oppressione che subiscono e di cui sono prigioniere, la morte alla quale è condannata una donna.

La violenza domestica colpisce una donna su tre nel corso della propria vita. Centosedici donne all’anno muoiono in Italia. Otto donne su dieci non sporgono denuncia.

L’amore deve far gioire. L’amore non è sofferenza.

Alessandra Federico

Il Benessere delle Donne, se ne parla con Napoli è

Domani pomeriggio 26 marzo alle ore 16, si terrà presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo in Napoli (piazzetta San Gennaro a Materdei, 3), l’incontro dal titolo “Il Benessere delle Donne” iniziativa organizzata dall’Associazione Culturale Napoli è, presieduta dal giornalista Giuseppe Desideri, ed inserita nel programma “8 marzo 2019 Non solo Mimose” promosso dalla Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli.

E sarà proprio Isabella Bonfiglio, Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli, ad aprire i lavori dell’incontro. Seguiranno i saluti di Antonio Lanzaro, Presidente Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus e Giuseppe Desideri, Presidente Associazione Culturale Napoli è.

Interverranno: Assunta Landri, Psicologa-psicoterapeuta; Antonella Verde, Avvocato – Consigliera FoCS; Raffele Picardi, Presidente Associazione Italia PER il Mondo; Enzo Grano, Massmediologo; Maria Aprile, Presidente Associazione Donne a confronto; Matilde Colombrino, Assistente sociale, Spazio Donna FoCS; Pina Canestrelli, Artista.

Saranno presenti gli Amici dell’Associazione Rinascita Artistica Partenopea e gli Amici del Cenacolo “Napoli è”.

A moderare gli interventi la giornalista ed esperta di politiche di genere e pari opportunità a livello nazionale, Bianca Desideri.

Un momento di interessante confronto per parlare delle Donne e promuovere una sana cultura perché il benessere e la salute psico-fisica delle Donne sia al centro delle azioni concrete nella nostra società.

 

Marzo Donna 2019: prima edizione di  “Felice di Essere…” alla Municipalità 2

Nell’ambito della rassegna ideata e promossa dal Comune di Napoli Marzo Donna 2019 – Se tutte le donne del mondo…”, la Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2 di Napoli presenta la prima edizione di “Felice di essere…”, incontro aperto al pubblico per omaggiare la donna ed esaltare il ruolo della stessa all’interno della società.

L’evento, patrocinato dalla Municipalità 2 del Comune di Napoli, si svolgerà mercoledì 27 marzo dalle ore 10:00 alle ore 13:00, presso la Sala della Pace e della Solidarietà della Municipalità 2 (Piazza Dante, 93 Napoli) e vedrà – in uno all’adesione delle scuole I.C. VI Circolo Fava-Gioia e I.I.S.G. Marconi di Giugliano in Campania – l’intervento delle associazioni presenti sul territorio e la partecipazione della cittadinanza al dibattito/confronto, attraverso le arti e il “dialogo”.

Programma

Porteranno i saluti, Francesco Chirico, Presidente della Municipalità 2 di Napoli, Giovanna Farina, Presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato, Municipalità 2, Assunta Bottone, Dirigente scolastico del I.C. VI°circolo Fava – Gioia, Giovanna Mugione, Dirigente Scolastico I.I.S. G. Marconi di Giugliano in Campania eAssunta Cimminiello, assessore alla Scuola e Welfare Municipalità 2.

La manifestazione si aprirà con la video proiezione del brano musicale “Mi sento bene”, a seguire l’Associazione Psicologi in Contatto Onlus, con il Dott. Salvatore Rotondi, Presidente e la dott.ssa Alice Carella, psicologa psicoterapeuta psicodrammaticista, proporrà “Le forme archetipali del Femminile”, drammatizzazione di eventi recitati e narrati sulla capacità creativa e generatrice femminile in generale e della donna in particolare.

Gli alunni della III F dell’I.I.S. “G. Marconi” di Giugliano in Campania si confronteranno con “Felici di essere… protagonisti del nostro tempo”, reading poetico ispirato al personaggio di Frida Kahlo con la presentazione di alcune creazioni di moda realizzate durante il percorso formativo in un dialogo confronto con l’Associazione Napoli è e con la dott.ssa Bianca Desideri, la dott.ssa Assunta Landri, l’avv. Antonella Verde, la prof.ssa Paola Boggi ed il prof. Francesco Marsicano.

Il dibattito proseguirà con la video proiezione de “L’Arte dei laureati”, storytelling con Sara Montenera e Fabiana D’Iglio de l’Arte dei Laureati – laboratorio artigianale di ceramiche e con l’Associazione Donne Architetto – Napoli che esporrà “In salute e in Sicurezza”, riflessioni pratiche sostenibili con l’arch. Emma Buondonno presidente, l’arch. Giovanna Farina e l’arch. Rossella Russo.

Il terzo momento della manifestazione vedrà l’intervento dell’Associazione NomoƩ Movimento Forense con “Le voci delle donne”, reading poetico/letterario e body painting partecipativo/simbolico a cura dell’avv. Argia di Donato, Presidente, “Donne a colori” performance poetica a cura degli studenti della VE dell’I.C. VI°circolo Fava – Gioia con la prof.ssa Elena Varriale, poeta (referente Area didattica) e “La felicità delle donne: una vittoria di squadra” con l’avv. Emanuela Monaco, Segretario.

Chiuderà l’incontro, la performance a cura della sinergia tra l’Associazione Ritual Project Procida e l’Associazione Centro Antiviolenza Teresa Buonocore OnlusBalliamo sul mondo”, danza  tradizionale del sud del mondo con l’avv. Claudia Esposito, Presidente.

Sono previsti gli interventi della dott.ssa Sabrina Acampora psicologa, della dott.ssa Maria Alifuococonsigliera Commissione Scuola Municipalità 2,  di Chiara Carlomagnoeducatrice, di Lino Cavallaroartista presidente emerito dell’Associazione Rinascita Artistica Partenopea,  della dott.ssa Clara Capraro – Coordinatrice GPA Municipalità 2, di Francesco Grandullo –Presidente Commissione Scuola e Pari Opportunità Municipalità 2, della prof.ssa Cristina Morone, del Prof. Antonello Picciano, del Dott. Federico Ponepsicologo, degli Amici del Cenacolo Poetico Napoli è, del prof. Livio Severino e del prof. Carlo Valledocente I.I.S. “G. Marconi” di Giugliano in Campania.

 

 

 

 

Il trauma erotico affettivo. A Porto Torres l’otto marzo con Pier Pietro Brunelli

“E quando tutto sembra perduto, quando il dolore diventa insopportabile e ci si sente di impazzire, di essere precipitati in un inferno dal quale non si uscirà mai più, bisogna ricordarsi che quello che si sta vivendo nella carne della propria anima, sono le spine di rovi che presto potranno trasformarsi in rose.”

La chiosa di Eliana Loi fa sua una citazione intrisa di poesia e speranza che termina un otto marzo da ricordare e rilanciare a Porto Torres come in tutto il Paese.

I versi scelti sono tratti da un altro libro dell’ospite arrivato da Milano nel profondo e sempre più isolato nord Sardegna, nel giorno dedicato alla donna.   “Amori distruttivi e vampirizzati”, il titolo di uno dei saggi più indicativi nella ricerca e nella professione di Pier Pietro Brunelli.

Psicologo e psicoterapeuta, iscritto all’ordine degli Psicoterapeuti della Lombardia, Brunelli da molti anni lavora sulla diagnosi e la cura dei traumi amorosi.  Dopo la prima laurea conseguita al DAMS di Bologna con il professor Umberto Eco e una specializzazione all’Università Cattolica in Comunicazioni Sociali, gli studi e la laurea in Psicologia approfondiscono la Psicoterapia analitica junghiana che mettono lo studioso come un referente di primo piano in Europa.

I percorsi di auto analisi condotti da Brunelli approdano in situazioni socio-terapeutiche che, attraverso la ricerca e la conoscenza di se stessi, favoriscono l’approfondimento animista grazie all’interazione con altre discipline artistiche dei linguaggi umani, con uno sguardo privilegiato al teatro e alla musica. Esperienze maturate con gruppi laboratori ali arricchiti dal confronto con alcuni profili di scuola internazionale. La prima attrice del Teatr Laborarium fondato da Jerzy Grotowsky in Polonia, Rena Mirecka ad esempio, assurge a stella polare.

Pier Pietro Brunelli, a suo agio in Sardegna dove coniuga l’attività professionale con meditazioni individuali nelle brevi escursioni vacanziere, fa il suo debutto a Porto Torres, ospite nel progetto PASSARE OLTRE… promosso dall’associazione A.G.D’H.O.S  diretta da Eliana Loi e Cristina Barletta.  L’incontro con il terapeuta, presidente del Collettivo culturale Albedo, chiude una trilogia d’appuntamenti pertinenti le dinamiche relazionali, inaugurati il 3 dicembre 2017 con la professoressa Flavia Dragani e proseguiti lo scorso trentuno agosto con la partecipazione della criminologa Cinzia Mammoliti.

La conferenza intitolata “Il trauma erotico – affettivo” si consuma nella serata dell’otto marzo presso le Tenute Li Lioni, sponsor dell’iniziativa insieme alla struttura alberghiera Il Melo di Porto Torres.  La coincidenza della data sdogana o prova a farlo, una serie di stereotipi che ricorrono puntuali non solo in coincidenza dell’otto marzo quanto nella cronaca quotidiana, macchiata irreversibilmente dal rosso del sangue femminile versato (in troppi eventi di maltrattamenti, vessazioni sino ai più efferati femminicidi), rispetto a tante sfumature o disquisizioni in rosa sul ruolo della donna. Davanti ad una platea di circa settanta persone in larga maggioranza donne (a conferma del radicamento culturale stereotipato), Brunelli affronta il nucleo delle criticità affettive nei rapporti di coppia come in qualsiasi altro nucleo familiare.  “Se la donna ha acquistato la sua liberazione sessuale, la liberazione del cuore è il programma per i prossimi cinquanta anni.” Da questa enunciazione il confine labile con la sfera delle relazioni sentimentali squilibrate è varcato con una narrazione fluida che intercetta la concentrazione unanime dei presenti. I concetti di “vampirizzazione” enunciati nello stesso libro citato in apertura, fanno il paio con efficaci metafore della mitologia greco romana richiamate nell’ultimo pamphlet di Andrea Camilleri (Conversazioni su Tiresia, Sellerio Editore).

Analizzando le fasi e i comportamenti tipici, ben noti in un’ampia percentuale della società italiana, sale l’attenzione in sala sulle definizioni codificate nel DSA, spesso svalutate in una vulgata non sempre adeguata anche e soprattutto dai media.  In particolare Brunelli destruttura l’archetipo del “narcisista” dimensionandolo su un profilo molto diverso secondo i casi trattati. Molti quelli con situazioni complesse dove i “mostri” o le “vittime” non appaiono con norme definite. Una “questione idiopatica” nel pensiero di Brunelli che racchiude una serie di esperienze vissute con alcuni dei suoi pazienti nel suo ultimo libro, “Se l’amore diventa un inferno” (Rizzoli 2016).  Il testo si rivela come uno strumento utile a riconoscere e prevenire dinamiche disturbate e relazioni tossiche. Una serie di testimonianze emerse anche nel forum online moderato dallo stesso Brunelli attraverso il suo blog http://www.albedoimagination.com/ si dissolvono rapidamente oltre tre ore dove il dibattito è sostenuto da molte domande dei partecipanti. Emerge l’approccio Junghiano proposto dal relatore dove l’elemento sentimentale e animista dell’individuo esercita una percentuale decisiva nel processo di riabilitazione e guarigione del soggetto. Altra storia per i trattamenti terapeutici e l’impiego dei relativi operatori in un sistema di salute pubblica italiana inevitabilmente distante dagli standard di altri paesi occidentali.  I canali informativi circa l’approccio con queste patologie dell’anima sono sempre più importanti e necessari.

“Se un sorriso è neutralizzatore dell’aggressività, il vero antidoto è l’amore.”

La dichiarazione di Brunelli appare una certezza, in ogni caso un auspicio da perseguire.

Luigi Coppola

La “nave asilo” Caracciolo e l’esperienza di Giulia Civita Franceschini  

Un esperimento educativo del tutto particolare nacque a Napoli nel 1913, negli stessi anni in cui in Italia si andava diffondendo la navigazione a vapore e, assieme ad essa, una tradizione di scuole nautiche e formazione di figure specifiche che avrebbero dato lustro all’intera Nazione.

In quel contesto storico l’esperienza della nave asilo Caracciolo fu un unicum.

Grazie all’educatrice Giulia Civita Franceschini, quello che poteva rimanere un semplice tentativo di togliere piccoli scugnizzi dalle strade e farne manovalanza per i cantieri marittimi di Castellammare di Stabia e per le navi, si trasformò in un’impresa pedagogica unica che attirò l’attenzione e i complimenti, tra gli altri, di Maria Montessori, Enrico Ferri, Edouard Claparède.

La memoria di questa esperienza scolare è oggi conservata in un ricco archivio costituito da molte  foto e lettere, materiale a stampa, documenti ufficiali, materiale relativo all’istituzione, all’amministrazione e alla gestione della nave, nonché appunti personali e minute di Giulia Civita e testi di interventi pronunciati in manifestazioni pubbliche; tutto materiale preziosissimo di proprietà di Ornella Labriola, deceduta nel 1991, e per sua volontà pervenuto al Museo del Mare di Napoli attraverso i discendenti di un “caracciolino”, Gennaro Aubry, legato alla signora Giulia Civita Franceschini da un rapporto filiale.

Il progetto, ispirato dal principio del “mare redentore” che influenzò la Franceschini, si svolse dal 1913 al 1928 e consentì alla donna di salvare dalla delinquenza e dall’abbandono più di 700 bambini che sulla Caracciolo vivevano come in una comunità a se stante ed autonoma.

La Caracciolo si distaccava da un comune istituto di ricovero e si configurava piuttosto come una particolare modalità di adozione. Gli accolti infatti erano considerati i figli adottivi di una famiglia culturale, non biologica. In tal modo Giulia volle rovesciare lo statuto del bambino orfano o abbandonato, privo di una rete di protezione familiare, predisponendo intorno a questo soggetto debolissimo un ambiente protettivo, vicario della famiglia, il più possibile lontano dalle atmosfere del riformatorio e dell’orfanotrofio.

La prova più efficace del successo di questo modello sta nelle parole della stessa Giulia che a distanza di anni, ripensando ai suoi “caracciolini” e al legame affettivo che continuava a mantenersi vivo tra loro, scriveva:  “moltissimi hanno famiglia, qualcuno ha persino nipoti; eppure ancora, con affetto immutato, rammentano me e tutti coloro che con me collaborarono e che spianarono ad essi la via. […] Resta ancora tra loro, vivissimo, il senso di stretta fratellanza che, dopo tanti lustri, ancora prova che io ottenni quello che volli”.

Ciò che appare ancora attualissimo è la qualità della sperimentazione educativa che si attuò a bordo della nave. Essa si basava su principi avanzatissimi, soprattutto perché praticati in una realtà sociale in cui un intervento di tipo assistenzialistico era generalmente ritenuto più che sufficiente. Al contrario, Giulia Civita non si accontentò di una mera forma di assistenza né di un esclusivo addestramento ai lavori marinareschi: i ragazzi venivano lasciati liberi di scegliere i compiti da svolgere, seguendo le proprie inclinazioni; a tutti i marinaretti, poi, non appena in grado di scrivere, veniva chiesto di mettere per iscritto un racconto della propria vita, anticipando il modo in cui oggi viene intesa la narrazione autobiografica nei percorsi di crescita, ed ancora, il rapporto con gli animali, di cui prendersi cura, aveva un ruolo importante nel percorso educativo sulla Caracciolo.

Questi elementi, assieme ad altri, fecero del progetto di Giulia Civita Franceschini un unicum irripetuto nella storia italiana, che l’avvento del Fascismo interruppe, purtroppo, bruscamente, assimilando gli sforzi della donna nel sistema educativo corporativo.

Rossella Marchese

 

 

 

Contro la Violenza sulle donne

Organizzato da Cinzia Del Giudice, Valentina Barberio, Anna Cigliano e Giorgio Cinquegrana, oggi, al Vomero, alle 10,30, nella Sala “Silvia Ruotolo” della Municipalità, convegno dal titolo “Violenza sulle donne: la rete territoriale e la costruzione di percorsi integrati”.
Copiosi gli interventi previsti, dal presidente della V Municipalità, Paolo De Luca, al direttore dell’Azienda Ospedaliera Cardarelli, Ciro Verdoliva, ad Elvira Reale, di Centro Dafne, Fiorella Palladino e Flora Verde, di Percorso Rosa, Simona Marino e Roberta Gaeta, del Comune di Napoli, il fondatore dell’associazione “Maschile Plurale”, Alberto Leiss, e, delle Forze dell’Ordine, il vice commissario Lidia Pastore ed i comandanti Luca Mercadante e Gaetano Frattini.

Fernana: la capitale delle bambine domestiche

 

In Tunisia circa il 10% dei minori tra i 5 e i 17 anni, lavora, nonostante la legge lo vieti; mentre i bambini vengono impiegati generalmente nel commercio e nell’agricoltura, alle bambine tocca una sorte diversa, impiegate come domestiche presso ricche famiglie alle quali vengono vendute in cambio di soldi sicuri e costanti.

Fernana, una città di 5mila abitanti, nel nord-ovest del Paese, è considerata la capitale di questa tratta; lì avvengono le trattative e lo scambio delle “merci”. Questo è un altro volto della Tunisia: povero e marginalizzato, dove i più deboli, in questo caso bambine tra i 9 e i 10 anni (questa è la fascia di età preferita dai padroni), vengono brutalizzate a colpi di legnate per imparare a pulire o a badare ad altri bambini, figli più fortunati di loro, ma anche seviziate e violentate. Alcune di queste bambine non riescono a superare il trauma e si suicidano.

Il problema esiste, anche se le autorità che prima tolleravano oggi cercano di attrezzarsi per combatterlo, ma la questione è ancora sentita come un enorme tabù. Quasi sempre sono le famiglie a tacere ed insabbiare, anche se è risaputo che le bambine vendute per fare le domestiche subiscono di tutto nelle case che le accolgono.

Lo scorso anno, però diversi casi hanno rotto il silenzio. Proprio a Fernana è stato fondato un gruppo di attivisti che si occupa di monitorare il territorio e denunciare casi sospetti di sparizione di minori; una decina di abitanti, inoltre, si sono riuniti e hanno organizzato una manifestazione per denunciare il lavoro domestico delle bambine: era la prima volta che Fernana vedeva una tale iniziativa.

Slah Hyadri, il commissario regionale per la donna, il bambino, la famiglia e gli anziani, nella regione di Jenduba, ha preso molto sul serio il problema, parlando con le madri delle bambine ed integrandole in  un programma per impedire che le figlie siano costrette a lavorare.

A luglio 2017 il Parlamento ha votato all’unanimità una legge contro le violenze sulle donne, una parte è dedicata specificamente al lavoro delle minorenni.

Il problema è storico, come ammette anche Neziha Labidi, la Ministra della Donna, della Famiglia e dell’Infanzia: «la sfida più grande che abbiamo è sensibilizzare i genitori che pensano solo a guadagnare soldi ma anche gli intermediari e questo per noi è un modo di lottare contro la violenza e la corruzione».
Nel febbraio 2017, la Tunisia si è dotata della sua prima piattaforma nazionale contro la tratta degli esseri umani. Il caso delle lavoratrici domestiche è uno dei più classici che gestisce.

Due numeri verdi e un sito internet ricevono le segnalazione che ogni cittadino può fare.

Nel 2016, al livello nazionale, i servizi di protezione dei minorenni hanno ricevuto 141 segnalazioni di bambini sfruttati lavorativamente, una cifra stabile, mentre sarebbero più di 200mila i minorenni che lavorano nel paese.

Rossella Marchese

La House of Sharing a Seoul, per non dimenticare

Si tratta di una casa di riposo a tutti gli effetti, ma le sue ospiti sono davvero particolari. Sono le superstiti della Seconda Guerra Mondiale, le comfort women che l’esercito nipponico utilizzò come schiave del sesso al fronte per soddisfare i propri soldati.

Una ospite della struttura, ad esempio, nacque da una famiglia di umili origini. Non poté studiare e appena adolescente venne messa a servizio presso una famiglia abbiente. Nel 1942, mentre camminava per strada, venne rapita da due uomini, un coreano e un giapponese, e portata a Yanji, nel nordest della Cina, dove venne impiegata in una comfort station e costretta a prostituirsi per l’esercito giapponese, allora di stanza in Manciuria. Lavorò nel bordello di Yanji per tre anni e, a causa delle ripetute iniezioni di medicine contro la sifilide, divenne sterile. Liberata dalle truppe americane, alla fine della guerra rimase in Cina, dove si sposò con un coreano conosciuto a Yanji, anch’egli costretto dai giapponesi a servire nell’esercito. Si stabilì con lui a Baodaozhen, nella provincia dello Jilin, ma allo scoppio della guerra di Corea il marito venne di nuovo arruolato e scomparve nel nulla. Si risposò di nuovo dopo dieci anni e nel 2000, alla morte del secondo marito, rientrò finalmente in Corea del Sud andando a vivere nella House of Sharing, tirata su nel 1992 attraverso una raccolta fondi di gruppi civici e diverse organizzazioni buddiste che accoglie le halmoni (nonne), come affettuosamente vengono oggi chiamate in Corea del Sud le comfort women.

Anche le altre donne della House of Sharing hanno alle spalle una storia di deportazione ed orrore, ma rappresentano la parte delle favorite dalla sorte che, scampate al conflitto mondiale sono riuscite, pur fortunosamente, a fare ritorno nella loro terra natia; molte altre, la maggior parte, finita la guerra e con essa la loro utilità, dovettero continuare a prostituirsi per poter sopravvivere, oppure si uccisero per la vergogna o, semplicemente sparirono, inghiottite dall’indifferenza generale.

Si parla di circa 300mila donne, taiwanesi, thailandesi, filippine, indonesiane, ma soprattutto coreane,   rapite e deportate con la forza in Cina, dove l’esercito nipponico aveva necessità di consolidare la propria posizione durante la guerra, e impiegate come schiave del sesso nei bordelli gestiti direttamente dal governo di Tokyo. Il governo giapponese, infatti, impegnato nella conquista della Cina, pensò all’epoca di creare una rete di bordelli militari allo scopo di arginare il problema degli stupri contro la popolazione civile dei territori occupati, che causava non solo una perdita di immagine, preziosa per un paese che aveva come scopo il controllo di tutta l’Asia orientale, ma anche un fastidioso aumento delle malattie veneree tra i soldati stessi. La quotidianità nelle comfort station era scandita dalle visite: soldati semplici al mattino, graduati al pomeriggio e ufficiali la sera.

Per le superstiti di questo orrore, dunque, è stata creata una apposita struttura, una rete che protegge queste donne e tiene alta la memoria, visto che nella House of Sharing c’è anche un museo, The Museum of Sexual Slavery by Japanese Military, che racconta la storia di queste donne. Inoltre è proprio dalla House of Sharing che si rinnova ogni mercoledì, dal gennaio del 1992, la protesta davanti all’ambasciata giapponese a Seoul per chiedere le scuse ufficiali dal governo nipponico, che ancora tergiversa riguardo al suo coinvolgimento nella vicenda delle comfort women.

Rossella Marchese

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