Il trauma erotico affettivo. A Porto Torres l’otto marzo con Pier Pietro Brunelli

“E quando tutto sembra perduto, quando il dolore diventa insopportabile e ci si sente di impazzire, di essere precipitati in un inferno dal quale non si uscirà mai più, bisogna ricordarsi che quello che si sta vivendo nella carne della propria anima, sono le spine di rovi che presto potranno trasformarsi in rose.”

La chiosa di Eliana Loi fa sua una citazione intrisa di poesia e speranza che termina un otto marzo da ricordare e rilanciare a Porto Torres come in tutto il Paese.

I versi scelti sono tratti da un altro libro dell’ospite arrivato da Milano nel profondo e sempre più isolato nord Sardegna, nel giorno dedicato alla donna.   “Amori distruttivi e vampirizzati”, il titolo di uno dei saggi più indicativi nella ricerca e nella professione di Pier Pietro Brunelli.

Psicologo e psicoterapeuta, iscritto all’ordine degli Psicoterapeuti della Lombardia, Brunelli da molti anni lavora sulla diagnosi e la cura dei traumi amorosi.  Dopo la prima laurea conseguita al DAMS di Bologna con il professor Umberto Eco e una specializzazione all’Università Cattolica in Comunicazioni Sociali, gli studi e la laurea in Psicologia approfondiscono la Psicoterapia analitica junghiana che mettono lo studioso come un referente di primo piano in Europa.

I percorsi di auto analisi condotti da Brunelli approdano in situazioni socio-terapeutiche che, attraverso la ricerca e la conoscenza di se stessi, favoriscono l’approfondimento animista grazie all’interazione con altre discipline artistiche dei linguaggi umani, con uno sguardo privilegiato al teatro e alla musica. Esperienze maturate con gruppi laboratori ali arricchiti dal confronto con alcuni profili di scuola internazionale. La prima attrice del Teatr Laborarium fondato da Jerzy Grotowsky in Polonia, Rena Mirecka ad esempio, assurge a stella polare.

Pier Pietro Brunelli, a suo agio in Sardegna dove coniuga l’attività professionale con meditazioni individuali nelle brevi escursioni vacanziere, fa il suo debutto a Porto Torres, ospite nel progetto PASSARE OLTRE… promosso dall’associazione A.G.D’H.O.S  diretta da Eliana Loi e Cristina Barletta.  L’incontro con il terapeuta, presidente del Collettivo culturale Albedo, chiude una trilogia d’appuntamenti pertinenti le dinamiche relazionali, inaugurati il 3 dicembre 2017 con la professoressa Flavia Dragani e proseguiti lo scorso trentuno agosto con la partecipazione della criminologa Cinzia Mammoliti.

La conferenza intitolata “Il trauma erotico – affettivo” si consuma nella serata dell’otto marzo presso le Tenute Li Lioni, sponsor dell’iniziativa insieme alla struttura alberghiera Il Melo di Porto Torres.  La coincidenza della data sdogana o prova a farlo, una serie di stereotipi che ricorrono puntuali non solo in coincidenza dell’otto marzo quanto nella cronaca quotidiana, macchiata irreversibilmente dal rosso del sangue femminile versato (in troppi eventi di maltrattamenti, vessazioni sino ai più efferati femminicidi), rispetto a tante sfumature o disquisizioni in rosa sul ruolo della donna. Davanti ad una platea di circa settanta persone in larga maggioranza donne (a conferma del radicamento culturale stereotipato), Brunelli affronta il nucleo delle criticità affettive nei rapporti di coppia come in qualsiasi altro nucleo familiare.  “Se la donna ha acquistato la sua liberazione sessuale, la liberazione del cuore è il programma per i prossimi cinquanta anni.” Da questa enunciazione il confine labile con la sfera delle relazioni sentimentali squilibrate è varcato con una narrazione fluida che intercetta la concentrazione unanime dei presenti. I concetti di “vampirizzazione” enunciati nello stesso libro citato in apertura, fanno il paio con efficaci metafore della mitologia greco romana richiamate nell’ultimo pamphlet di Andrea Camilleri (Conversazioni su Tiresia, Sellerio Editore).

Analizzando le fasi e i comportamenti tipici, ben noti in un’ampia percentuale della società italiana, sale l’attenzione in sala sulle definizioni codificate nel DSA, spesso svalutate in una vulgata non sempre adeguata anche e soprattutto dai media.  In particolare Brunelli destruttura l’archetipo del “narcisista” dimensionandolo su un profilo molto diverso secondo i casi trattati. Molti quelli con situazioni complesse dove i “mostri” o le “vittime” non appaiono con norme definite. Una “questione idiopatica” nel pensiero di Brunelli che racchiude una serie di esperienze vissute con alcuni dei suoi pazienti nel suo ultimo libro, “Se l’amore diventa un inferno” (Rizzoli 2016).  Il testo si rivela come uno strumento utile a riconoscere e prevenire dinamiche disturbate e relazioni tossiche. Una serie di testimonianze emerse anche nel forum online moderato dallo stesso Brunelli attraverso il suo blog http://www.albedoimagination.com/ si dissolvono rapidamente oltre tre ore dove il dibattito è sostenuto da molte domande dei partecipanti. Emerge l’approccio Junghiano proposto dal relatore dove l’elemento sentimentale e animista dell’individuo esercita una percentuale decisiva nel processo di riabilitazione e guarigione del soggetto. Altra storia per i trattamenti terapeutici e l’impiego dei relativi operatori in un sistema di salute pubblica italiana inevitabilmente distante dagli standard di altri paesi occidentali.  I canali informativi circa l’approccio con queste patologie dell’anima sono sempre più importanti e necessari.

“Se un sorriso è neutralizzatore dell’aggressività, il vero antidoto è l’amore.”

La dichiarazione di Brunelli appare una certezza, in ogni caso un auspicio da perseguire.

Luigi Coppola

La “nave asilo” Caracciolo e l’esperienza di Giulia Civita Franceschini  

Un esperimento educativo del tutto particolare nacque a Napoli nel 1913, negli stessi anni in cui in Italia si andava diffondendo la navigazione a vapore e, assieme ad essa, una tradizione di scuole nautiche e formazione di figure specifiche che avrebbero dato lustro all’intera Nazione.

In quel contesto storico l’esperienza della nave asilo Caracciolo fu un unicum.

Grazie all’educatrice Giulia Civita Franceschini, quello che poteva rimanere un semplice tentativo di togliere piccoli scugnizzi dalle strade e farne manovalanza per i cantieri marittimi di Castellammare di Stabia e per le navi, si trasformò in un’impresa pedagogica unica che attirò l’attenzione e i complimenti, tra gli altri, di Maria Montessori, Enrico Ferri, Edouard Claparède.

La memoria di questa esperienza scolare è oggi conservata in un ricco archivio costituito da molte  foto e lettere, materiale a stampa, documenti ufficiali, materiale relativo all’istituzione, all’amministrazione e alla gestione della nave, nonché appunti personali e minute di Giulia Civita e testi di interventi pronunciati in manifestazioni pubbliche; tutto materiale preziosissimo di proprietà di Ornella Labriola, deceduta nel 1991, e per sua volontà pervenuto al Museo del Mare di Napoli attraverso i discendenti di un “caracciolino”, Gennaro Aubry, legato alla signora Giulia Civita Franceschini da un rapporto filiale.

Il progetto, ispirato dal principio del “mare redentore” che influenzò la Franceschini, si svolse dal 1913 al 1928 e consentì alla donna di salvare dalla delinquenza e dall’abbandono più di 700 bambini che sulla Caracciolo vivevano come in una comunità a se stante ed autonoma.

La Caracciolo si distaccava da un comune istituto di ricovero e si configurava piuttosto come una particolare modalità di adozione. Gli accolti infatti erano considerati i figli adottivi di una famiglia culturale, non biologica. In tal modo Giulia volle rovesciare lo statuto del bambino orfano o abbandonato, privo di una rete di protezione familiare, predisponendo intorno a questo soggetto debolissimo un ambiente protettivo, vicario della famiglia, il più possibile lontano dalle atmosfere del riformatorio e dell’orfanotrofio.

La prova più efficace del successo di questo modello sta nelle parole della stessa Giulia che a distanza di anni, ripensando ai suoi “caracciolini” e al legame affettivo che continuava a mantenersi vivo tra loro, scriveva:  “moltissimi hanno famiglia, qualcuno ha persino nipoti; eppure ancora, con affetto immutato, rammentano me e tutti coloro che con me collaborarono e che spianarono ad essi la via. […] Resta ancora tra loro, vivissimo, il senso di stretta fratellanza che, dopo tanti lustri, ancora prova che io ottenni quello che volli”.

Ciò che appare ancora attualissimo è la qualità della sperimentazione educativa che si attuò a bordo della nave. Essa si basava su principi avanzatissimi, soprattutto perché praticati in una realtà sociale in cui un intervento di tipo assistenzialistico era generalmente ritenuto più che sufficiente. Al contrario, Giulia Civita non si accontentò di una mera forma di assistenza né di un esclusivo addestramento ai lavori marinareschi: i ragazzi venivano lasciati liberi di scegliere i compiti da svolgere, seguendo le proprie inclinazioni; a tutti i marinaretti, poi, non appena in grado di scrivere, veniva chiesto di mettere per iscritto un racconto della propria vita, anticipando il modo in cui oggi viene intesa la narrazione autobiografica nei percorsi di crescita, ed ancora, il rapporto con gli animali, di cui prendersi cura, aveva un ruolo importante nel percorso educativo sulla Caracciolo.

Questi elementi, assieme ad altri, fecero del progetto di Giulia Civita Franceschini un unicum irripetuto nella storia italiana, che l’avvento del Fascismo interruppe, purtroppo, bruscamente, assimilando gli sforzi della donna nel sistema educativo corporativo.

Rossella Marchese

 

 

 

Contro la Violenza sulle donne

Organizzato da Cinzia Del Giudice, Valentina Barberio, Anna Cigliano e Giorgio Cinquegrana, oggi, al Vomero, alle 10,30, nella Sala “Silvia Ruotolo” della Municipalità, convegno dal titolo “Violenza sulle donne: la rete territoriale e la costruzione di percorsi integrati”.
Copiosi gli interventi previsti, dal presidente della V Municipalità, Paolo De Luca, al direttore dell’Azienda Ospedaliera Cardarelli, Ciro Verdoliva, ad Elvira Reale, di Centro Dafne, Fiorella Palladino e Flora Verde, di Percorso Rosa, Simona Marino e Roberta Gaeta, del Comune di Napoli, il fondatore dell’associazione “Maschile Plurale”, Alberto Leiss, e, delle Forze dell’Ordine, il vice commissario Lidia Pastore ed i comandanti Luca Mercadante e Gaetano Frattini.

Fernana: la capitale delle bambine domestiche

 

In Tunisia circa il 10% dei minori tra i 5 e i 17 anni, lavora, nonostante la legge lo vieti; mentre i bambini vengono impiegati generalmente nel commercio e nell’agricoltura, alle bambine tocca una sorte diversa, impiegate come domestiche presso ricche famiglie alle quali vengono vendute in cambio di soldi sicuri e costanti.

Fernana, una città di 5mila abitanti, nel nord-ovest del Paese, è considerata la capitale di questa tratta; lì avvengono le trattative e lo scambio delle “merci”. Questo è un altro volto della Tunisia: povero e marginalizzato, dove i più deboli, in questo caso bambine tra i 9 e i 10 anni (questa è la fascia di età preferita dai padroni), vengono brutalizzate a colpi di legnate per imparare a pulire o a badare ad altri bambini, figli più fortunati di loro, ma anche seviziate e violentate. Alcune di queste bambine non riescono a superare il trauma e si suicidano.

Il problema esiste, anche se le autorità che prima tolleravano oggi cercano di attrezzarsi per combatterlo, ma la questione è ancora sentita come un enorme tabù. Quasi sempre sono le famiglie a tacere ed insabbiare, anche se è risaputo che le bambine vendute per fare le domestiche subiscono di tutto nelle case che le accolgono.

Lo scorso anno, però diversi casi hanno rotto il silenzio. Proprio a Fernana è stato fondato un gruppo di attivisti che si occupa di monitorare il territorio e denunciare casi sospetti di sparizione di minori; una decina di abitanti, inoltre, si sono riuniti e hanno organizzato una manifestazione per denunciare il lavoro domestico delle bambine: era la prima volta che Fernana vedeva una tale iniziativa.

Slah Hyadri, il commissario regionale per la donna, il bambino, la famiglia e gli anziani, nella regione di Jenduba, ha preso molto sul serio il problema, parlando con le madri delle bambine ed integrandole in  un programma per impedire che le figlie siano costrette a lavorare.

A luglio 2017 il Parlamento ha votato all’unanimità una legge contro le violenze sulle donne, una parte è dedicata specificamente al lavoro delle minorenni.

Il problema è storico, come ammette anche Neziha Labidi, la Ministra della Donna, della Famiglia e dell’Infanzia: «la sfida più grande che abbiamo è sensibilizzare i genitori che pensano solo a guadagnare soldi ma anche gli intermediari e questo per noi è un modo di lottare contro la violenza e la corruzione».
Nel febbraio 2017, la Tunisia si è dotata della sua prima piattaforma nazionale contro la tratta degli esseri umani. Il caso delle lavoratrici domestiche è uno dei più classici che gestisce.

Due numeri verdi e un sito internet ricevono le segnalazione che ogni cittadino può fare.

Nel 2016, al livello nazionale, i servizi di protezione dei minorenni hanno ricevuto 141 segnalazioni di bambini sfruttati lavorativamente, una cifra stabile, mentre sarebbero più di 200mila i minorenni che lavorano nel paese.

Rossella Marchese

La House of Sharing a Seoul, per non dimenticare

Si tratta di una casa di riposo a tutti gli effetti, ma le sue ospiti sono davvero particolari. Sono le superstiti della Seconda Guerra Mondiale, le comfort women che l’esercito nipponico utilizzò come schiave del sesso al fronte per soddisfare i propri soldati.

Una ospite della struttura, ad esempio, nacque da una famiglia di umili origini. Non poté studiare e appena adolescente venne messa a servizio presso una famiglia abbiente. Nel 1942, mentre camminava per strada, venne rapita da due uomini, un coreano e un giapponese, e portata a Yanji, nel nordest della Cina, dove venne impiegata in una comfort station e costretta a prostituirsi per l’esercito giapponese, allora di stanza in Manciuria. Lavorò nel bordello di Yanji per tre anni e, a causa delle ripetute iniezioni di medicine contro la sifilide, divenne sterile. Liberata dalle truppe americane, alla fine della guerra rimase in Cina, dove si sposò con un coreano conosciuto a Yanji, anch’egli costretto dai giapponesi a servire nell’esercito. Si stabilì con lui a Baodaozhen, nella provincia dello Jilin, ma allo scoppio della guerra di Corea il marito venne di nuovo arruolato e scomparve nel nulla. Si risposò di nuovo dopo dieci anni e nel 2000, alla morte del secondo marito, rientrò finalmente in Corea del Sud andando a vivere nella House of Sharing, tirata su nel 1992 attraverso una raccolta fondi di gruppi civici e diverse organizzazioni buddiste che accoglie le halmoni (nonne), come affettuosamente vengono oggi chiamate in Corea del Sud le comfort women.

Anche le altre donne della House of Sharing hanno alle spalle una storia di deportazione ed orrore, ma rappresentano la parte delle favorite dalla sorte che, scampate al conflitto mondiale sono riuscite, pur fortunosamente, a fare ritorno nella loro terra natia; molte altre, la maggior parte, finita la guerra e con essa la loro utilità, dovettero continuare a prostituirsi per poter sopravvivere, oppure si uccisero per la vergogna o, semplicemente sparirono, inghiottite dall’indifferenza generale.

Si parla di circa 300mila donne, taiwanesi, thailandesi, filippine, indonesiane, ma soprattutto coreane,   rapite e deportate con la forza in Cina, dove l’esercito nipponico aveva necessità di consolidare la propria posizione durante la guerra, e impiegate come schiave del sesso nei bordelli gestiti direttamente dal governo di Tokyo. Il governo giapponese, infatti, impegnato nella conquista della Cina, pensò all’epoca di creare una rete di bordelli militari allo scopo di arginare il problema degli stupri contro la popolazione civile dei territori occupati, che causava non solo una perdita di immagine, preziosa per un paese che aveva come scopo il controllo di tutta l’Asia orientale, ma anche un fastidioso aumento delle malattie veneree tra i soldati stessi. La quotidianità nelle comfort station era scandita dalle visite: soldati semplici al mattino, graduati al pomeriggio e ufficiali la sera.

Per le superstiti di questo orrore, dunque, è stata creata una apposita struttura, una rete che protegge queste donne e tiene alta la memoria, visto che nella House of Sharing c’è anche un museo, The Museum of Sexual Slavery by Japanese Military, che racconta la storia di queste donne. Inoltre è proprio dalla House of Sharing che si rinnova ogni mercoledì, dal gennaio del 1992, la protesta davanti all’ambasciata giapponese a Seoul per chiedere le scuse ufficiali dal governo nipponico, che ancora tergiversa riguardo al suo coinvolgimento nella vicenda delle comfort women.

Rossella Marchese

L’emancipazione della donna nel mondo orientale

 Il tema è quanto mai complesso, ricco di sfaccettature che possono apparire anche poco comprensibili agli occhi dell’occidentale che legge la questione interamente sotto il lume dei movimenti femministi del Novecento, eppure il tema esiste, perché esiste la questione dell’emancipazione femminile per le donne  del medio e dell’estremo Oriente.

Prendiamo la storia dell’eroina baha’i Tahirih, nata da radici azere, simbolo ed ispirazione dell’Azerbaijan: è stata una campionessa per l’uguaglianza tra uomo e donna nel XIX secolo.

Fátimih Zarrín Táj Baragháni, o Táhirih, “la Pura” in persiano, fu una influente poetessa ed intellettuale, menzionata e riconosciuta come esempio di coraggio nella lotta per i diritti delle donne.

Lo scorso 25 gennaio, il Museo di storia nazionale dell’Azerbaigian ha tenuto una celebrazione per l’istruzione femminile nei secoli XIX e XX durante la quale sono stati riconosciuti la dedizione e i contributi di Tahirih all’avanzamento delle donne. “Tahirih è tenuta in grande considerazione. Non è famosa solo all’interno della Fede baha’i, ma è anche molto conosciuta e rispettata in tutto l’Oriente”, ha spiegato Azer Jafarov, professore dell’Università di Baku.

La poetessa che ha influenzato la letteratura moderna, perorato l’emancipazione delle donne e ha avuto un profondo impatto sulla coscienza pubblica oggi è studiata nelle scuole di tutto il Medio Oriente e la sua vita è portata come esempio di espressione del libero pensiero. La sua grande personalità, che le costò in vita la persecuzione e l’arresto per essersi battuta per vedere riconosciuta l’autonomia della fede baha’i rispetto all’Islam, di cui riconosceva il Corano ma rifiutava la Sharì’a, è stata omaggiata da scrittori cristiani, atei e musulmani. Ed oggi, non solo le donne dell’Est, ma tutte le donne possono imparare dal suo carattere e dalla sua vita cosa sia la libertà di pensiero, l’emancipazione delle donne e l’atteggiamento di ricerca indipendente della verità.

Oggi, infatti, la statua di una donna che si toglie il velo è stata eretta nel centro di Baku, una rappresentazione della storia di Tahirih.

Il monumento, noto come “la statua di una donna emancipata”, è stato creato nel 1960 dallo scultore Fuad Abdurrahmanov.

Rossella Marchese

 

Phyllis Omido, eroina keniota per i diritti civili, in Italia per la prima volta

In prima linea nella lotta contro l’inquinamento e lo sfruttamento di uomini e territori nel grande continente africano, questa è la missione di Phyllis Omido che nel 2012 ebbe il coraggio di denunciare la Metal Refineries Epz Ldt di Mombasa, che scaricava i suoi veleni industriali nei pressi della grande città costiera, favorita da un sistema di collusione tra politica e multinazionali.

Pur lavorando come impiegata della fonderia, nello slum Owino Uhuru di Mombasa, svolgendo  le proprie mansioni in ufficio e non a diretto contatto con i processi produttivi, il latte con cui allattava suo figlio risultò avvelenato dal piombo. Riuscì a salvare la vita al piccolo solo grazie a un’immediata assistenza medica, dopo che gli esami avevano riscontrato nel suo sangue una percentuale di piombo 35 volte superiore al limite stabilito dall’OMS. Così iniziarono le sue indagini alla ricerca della verità dietro quel male, rischiando più volte l’arresto e scampando ad un tentativo di rapimento; finché emerse che nel piccolo corso d’acqua che attraversava lo slum, l’azienda scaricava i rifiuti tossici prodotti dalle proprie lavorazioni. Da lì, l’impegno di Phyllis Omido contro gli avvelenatori della sua terra è diventato totale, coinvolgendo oltre 3.000 concittadini, vittime come lei, in una class action senza precedenti in Africa e fondando l’Ong “Center for Justice, Governance and Environmental Action”, diventata presto nota in tutta l’Africa, per i suoi sit-in e per le manifestazioni contro l’inquinamento che distrugge la terra e le genti del continente.

I media e le organizzazioni internazionali si sono interessati al suo caso, poi è venuto l’impegno dell’Onu e delle associazioni per i diritti umani. Phyllis Omido ha ricevuto nel 2015 il Goldenman Prize, il cosiddetto “Green Nobel”, destinato a coloro che si battono strenuamente per la difesa dei diritti umani, eppure, nonostante il risalto internazionale della sua opera,  rimane ancora bersaglio di minacce e intimidazioni che la costringono a cambiare casa continuamente per proteggere la propria incolumità e quella del figlio.

In questi giorni la Omido è in Italia, su invito del Consiglio Nazionale Forense, per raccontare la sua storia ed il suo impegno, e per ricevere il tesserino honoris causa direttamente dalle mani del Presidente Mascherin. Incontrerà, poi, alla Camera dei Deputati il Presidente Fico, con il vertice del CNF, prova che il riconoscimento e il sostegno per il suo operato arrivano anche dal nostro Paese.

Rossella Marchese

Lazzare e Felici alla Seconda Municipalità

Giovedì 15 marzo  alle ore 10.00 presso la Sala del Consiglio della Municipalità 2 proseguono gli eventi previsti nel calendario “Lazzare e Felici: la creatività delle donne per una città sostenibile” dedicato alle Donne in occasione del mese di marzo.

Aprirà i lavori il saluto di Francesco Chirico, Presidente Municipalità 2, modererà gli interventi l’architetto Giovanna Farina, presidente della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità.

Seguiranno: “Donne per la città. Il volto femminile e creativo di Partenope” a cura dell’Associazione Culturale Napoli è con l’intervento della giornalista Bianca Desideri. “Il viaggio delle Donne. Focus sulla migrazione femminile a cura dell’Associazione Centro Antiviolenza Teresa Buonocore Onlus con l’intervento dell’avvocato Claudia Esposito. “Passato e presente a confronto” a cura dell’Associazione NOMOS Movimento Forense con l’intervento dell’avvocato Argia di Donato.

Alessandra Desideri

Marzo Donna della Seconda Municipalità

Un calendario ricco di eventi quello della Municipalità 2 presieduta da Francesco Chirico per il Marzo napoletano dedicato alle Donne. L’evento dello scorso 9 marzo organizzato a cura della Consigliera Maria Alifuoco e della Commissione Scuola e Pari Opportunità, ha trattato un tema importante, a partire dal documentario della bravissima Simona Cappiello per ripercorrere insieme una storia eroica, emozionante, una pagina sociale, prima ancora che politica, davvero poco nota, eppure esemplare: Una nazione in difficoltà l’Italia del secondo dopoguerra che si mobilita incondizionatamente per proteggere i figli di tutti!
Grazie allo sforzo di tante di donne che si attivarono anche politicamente nell’intento comune di dare una speranza alla parte più indifesa della popolazione.
Il documentario è ricco di testimonianze tra le quali  quella dell’ex sindaco di Napoli, il Senatore Maurizio Valenzi, e della moglie Litza Cittanova e la discussione è stata arricchita dalla presenza di Lucia Valenzi.

La provocazione dietro il quadro preraffaellita del museo di Manchester

 Lo scorso 2 febbraio è accaduto un evento alquanto insolito, che non tutti, compresi media internazionali e opinione pubblica di mezzo mondo hanno letto in maniera univoca: all’Art Gallery di Manchester, sotto disposizione della curatrice della collezione d’arte contemporanea del museo, mrs Clare Gannaway, è stato rimosso il dipinto del pittore preraffaellita John William Waterhouse, Hylas and the Nymphs, perché veicolatore di messaggi in contrasto con la campagna #metoo.

Inutile dire che la scelta ha provocato un dibattito di tale portata che non solo il dipinto è stato rimesso al suo posto, ma la Gannaway si è dovuta affrettare a spiegare quella che chiaramente voleva essere una provocazione e che, invece, è risultata un’azione poco riuscita e palesemente fraintesa.

Innanzitutto l’opera: Hylas and the Nymphs fu dipinto dal dotato Waterhouse nel 1896, una fantasia vittoriana frutto del clima artistico e letterario di quei tempi, tra romanticismo e decadentismo, che rappresenta il mito di Ila, il giovane amato da Eracle rapito e ucciso dalle bellissime Ninfe che lo trascinano nel fiume con loro.

Facendo riferimento ai sensuali ed adolescenziali corpi nudi delle giovanissime Ninfe ritratte, Clare Gannaway ha fatto tirare giù il quadro dalla parete ed al suo posto ha fatto esporre un avviso che spiegava dell’intento non di promuovere la censura ma di stimolare il dibattito; ma che tipo di dibattito? Forse una provocazione attorno ad una più generale visione del corpo delle donne nell’arte, degli artisti maschi e di coloro che di quell’arte hanno fruito, per lo più maschi.

Eppure si avverte qualcosa di difficilmente tollerabile nel gesto comunque quasi oscurantista della Gannaway; censurare un’opera d’arte che potrebbe offendere il moderno pudore di chi battaglia per la parità di genere apre, effettivamente, degli scenari quanto meno perturbanti e nuovi quesiti morali. È opportuno parlare di oscenità dei corpi, sempre, anche nell’arte? Fino a che punto si può rifiutare un’immagine?

C’è da rifletterci su.

Intanto, il caso di Manchester non è il solo; già in precedenza era stato censurato un dipinto di Balthus, Thérèse dreaming, che raffigura una ragazzina, pare, in atteggiamenti provocanti, esposto al Metropolitan Museum di New York, e contro il quale era stata lanciata una petizione da più di 8mila firme per la quale l’opera, realizzata nel 1938 dall’artista franco-polacco, doveva essere rimossa in quanto “promotrice di pedofilia”.

Si spera che questi atteggiamenti non diventino apparati specificamente preposti a prendere tali iniziative, ma rimangano appannaggio di singoli, e non trovino appoggio in professionisti inquadrati nelle istituzioni, più o meno compiacenti nel farsi pubblicità, che decidono di provvedere, per convinzione o opportunismo, in nome di un popolo in buona e cattiva fede.

Rossella Marchese

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