“Niente di personale”. Uno spettacolo di circo

“Niente di personale” di Doriana De Vecchi è stato definito come uno “spettacolo di circo”. E’ un’attribuzione affascinante ancorché anomala per un’opera letteraria.

Quali caratteristiche narratologiche fanno sì che le sue pagine divergano dal romanzo così come codificato?

(Sorrido). Niente di personale prima di essere un’opera letteraria è uno spettacolo di circo contemporaneo: chi legge capisce sin dalle prime pagine di perdere la definizione di lettore e, capitolo dopo capitolo, indossa gli abiti di uno spettatore. I protagonisti ed i personaggi sono atleti circensi che compiono un viaggio introspettivo ed emotivo attraverso le performance che portano sul palco (della vita). Ogni capitolo è abbinato ad una canzone che il lettore potrà cercare su Youtube e ascoltare durante la lettura, perché “Niente di Personale” è un’esperienza immersiva multisensoriale, in cui l’occhio viene catturato dalle immagini abbinate alla storia, e mentre il testo scorre tra le pagine e le dita del lettore, la musica lo avvolge nell’atmosfera. Del resto tutti noi non siamo altro che acrobati, sul filo teso della vita, tra scelte, sogni, desideri e occasioni da cogliere al volo.

Un tema affrontato è la comunicazione in una raffinata forma che valica i confini della parola e diviene complicità silente. In fondo, l’empatia è anche la capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore/spettatore con un messaggio in cui lo stesso è incline ad identificarsi. I trenta artisti che la sua narrazione segue accompagnano lo spettatore con elevata partecipazione emotiva. Quale sentimento, magari sopito, ha inteso risvegliare?

“Niente di Personale” è la storia di Peter, che non vuole guardare anche se potrebbe, e di Chiara, che non vuole parlare anche se potrebbe. Questo libro è un incontro di anime e di vite diverse; quando due persone sensibili entrano in contatto, istituiscono da subito un linguaggio diverso dal consueto, una sorta di codice emotivo, e prendono le distanze dal resto del mondo perché si appartengono a livello intimo. Vorrei trasmettere una forte sensazione di energia positiva composta da passione, amicizia, impegno, sudore, coraggio, concentrazione, comprensione, entusiasmo, libertà, perseveranza, complicità, sensibilità, fiducia, speranza, spontaneità e fragilità; uno dei miei desideri più grande è che il lettore, finito di leggere il libro, sia pervaso da una voglia incontenibile e indomita di vivere, ed affrontare a testa alta tutte le tempeste della vita. Il messaggio è alla portata del lettore sin dalla copertina che rappresenta un albero rovesciato: le nostre esperienze sono le nostre radici e vanno poste verso il cielo affinché ciò che ci è accaduto faccia parte del nostro bagaglio senza appesantire le nostre scelte quotidiane, mentre le fronde, ovvero i sogni, vanno poste sempre vicino alla realtà (alla terra) per poterli realizzare concreta(mente).

La fragilità tange i protagonisti che lei ha così poeticamente tratteggiato, rendendoli figure quasi evanescenti; eppure essi denotano una forza granitica che li eleva miracolosamente. Crede che la vera forza possa maturare dalla virtù della debolezza?

Le debolezze che superiamo nel corso della vita ci fortificano. Spesso richiamo la citazione “sette volte cado, otto volte mi rialzo”: intendo dire che nella vita si deve mettere in conto che si può cadere, ma ogni volta che accade si impara a non farlo più. Compiamo scelte ogni giorno, ogni istante, e può accadere di sbagliare, ma è importante distillare il valore positivo anche dalle esperienze negative. Le cicatrici che indossiamo sono segni tangibili della strada percorsa ma non è tutto ciò che siamo. A volte si vorrebbe dimenticare ma la “dimenticanza” è un processo lento e intimo mentre i ricordi sono bambini impertinenti che hanno sempre l’energia di correre: noi siamo i ricordi di ieri che diventano forza del nostro domani.

Lei sembra aspirare ad un romanzo multisensoriale. Ciò implica una creatività inusitata, tendente ad un sincretismo di effetti e ad una combinazione di stimoli. Quali obiettivi si è posta nella sua produzione e quali esiti quanto a ricezione?

Io vorrei avvolgere il lettore in un altro mondo, fargli dimenticare per un attimo la sua vita reale e trasportarlo semplicemente altrove. Vorrei che il mio libro fosse per lui una casa da abitare e vorrei che i protagonisti diventassero i suoi migliori amici. Spesso quando leggo tendo a finire i capitoli e alcuni libri ne hanno di lunghissimi, così quando riprendo a leggere nei giorni successivi torno indietro di qualche pagina per riprendere il filo della trama. Nell’immedesimarmi nel lettore ho voluto rendergli la lettura leggera: i capitoli di Niente di Personale sono brevi, spesso durano poco più del tempo della canzone, per gustarlo a piccoli morsi, e quando lo riprendi in mano non hai bisogno di rileggere perché l’immagine associata al capitolo ti conduce immediatamente al punto in cui ti eri fermato. Ogni porzione di storia contiene una tappa del viaggio introspettivo: dall’eterna lotta tra la ragione e l’istinto, alla voglia di lasciarsi andare, alla fatica di recidere una parte di sé per far spazio a nuove esperienze e nuovi incontri, dal superamento dei propri limiti all’identificazione di quei confini che è meglio non superare per non autodistruggersi. Niente di personale vuole urlare “volare si può”, e se non ci credi, pensa ad una situazione che ti appesantisce e poi apri a caso il mio libro: sono certa che troverai un amico con un buon consiglio tra le righe del mio romanzo.

Lei è anche un’appassionata fotografa e videomaker. Quali sue competenze artistiche ha traghettato nella scrittura e qual è il suo rapporto con il digitale?

Spesso mi dicono che il mio modo di scrivere è fotografico: persino le emozioni diventano immagini sinestetiche. Ho prodotto diversi spettacoli multiartistici, e sto attualmente lavorando, insieme ad altri artisti, allo spettacolo del mio libro, in cui (e faccio un po’ di spoiler) si susseguiranno alcuni audiovisivi (foto e musica) intervallati da recitazione e improvvisazione teatrale. Il mio rapporto con il digitale? Appena l’ho completato ho costruito un quadro sonoro con letture digitalizzate in QRcode e schede interscambiabili. Mi piace sperimentare e inventare nuove forme di comunicazione. e poi… (sorrido). “Niente di personale” è stato scritto su un cellulare, è un romanzo metropolitano, esso stesso è nato in viaggio, eppure, per quanto anch’io mi stia adeguando al mondo social a fini promozionali, penso sempre che uno sguardo, consumato in silenzio, mentre la pelle ed i gesti già tutto dicono, sia l’esperienza più autentica che si possa vivere; per questo motivo il libro è dedicato alla vita, a chi me l’ha donata, e a chi ha il coraggio di vivermi.

 

Doriana De Vecchi ha pubblicato due romanzi: “Fogli sgualciti…”, noir thriller, e “Porta di confine”, noir psicologico, partecipato all’antologia “TOnirica” e ottenuto diversi riconoscimenti regionali e nazionali. Poetry slammer, performer, video maker e docente in corsi di fotografia, organizza mostre, rassegne di audiovisivi ed eventi culturali che uniscono poesia, musica, teatro e fotografia. Condu-autrice degli spettacoli “Idea Loading”, “I colori dell’anima” e “Un treno per l’Africa”, collabora con diversi Collettivi Artistici ed è l’anima di alcuni Caffè Letterari poetici. Crede profondamente che l’arte sia il mezzo capace di restituire al mondo tutta la sua luce e bellezza. E’ una tavolozza di colori e vitalità. Sogn-attrice. Lumin-osa. Cre-attiva. Fr-agile. http://www.dorianadevecchi.wordpress.com

 

Giuseppina Capone

Positività nella tua vita: circondati di persone che fanno bene al cuore

 “Ero diventato chi non sono mai stato, mi ero incattivito e i miei pensieri erano solo negativi, ma non me ne rendevo conto, stavo davvero toccando il fondo. D’un tratto ho intuito quale fosse la causa di tutto ciò: ero avvolto da negatività. Ho allora capito quanto fosse importante circondarsi di persone positive per essere sereni perché le relazioni tossiche ti tolgono energie mentali e condizionano il tuo modo di essere”.

La mancanza d’amore verso sé stessi, a volte, ci fa credere di aver bisogno d’affetto indipendentemente da chi lo riceviamo. Di conseguenza affidiamo la nostra vita a qualcun altro, ignari del fatto che ci stiamo accontentando di un affetto qualunque e che potremmo incontrare colui che approfitta della nostra debolezza per annientarci e manovrarci.

Circondarsi di persone che fanno bene al cuore stimola la mente e arricchisce la vita. Spesso si sottovaluta l’importanza di sentirsi a proprio agio con chi si frequenta nel quotidiano e non ci si rende conto di quanto il nostro modo di essere sia spesso condizionato da chi ci circonda: amici, familiari, fidanzati, colleghi di lavoro. È fondamentale, quindi, fare una severa selezione laddove si ha la possibilità di farlo perché è importante costruire relazioni sane per condurre una vita serena. Le persone belle le riconosci perché sono quelle dall’animo sereno, quelle che, anche se hanno avuto il peggio dalla vita, non fanno ripercuotere sugli altri la loro sofferenza, quelle dall’indole sensibile e profonda, quelle che non fanno del male solo perché ricevuto. Le stesse persone che tirano fuori la parte bella di te, che ti fanno sentire a tuo agio, che emanano energia positiva, quelle con la quale una semplice conversazione diventa interessante perché il tuo cervello è stimolato a elaborare pensieri positivi poiché sono persone che lasciano libera la tua mente senza condizionarla, senza giudizio alcuno. Rispettano il tuo pensiero, rispettano il prossimo. Quelle tossiche, invece, sono pericolose e dannose per il cervello, perché non permettono di realizzare i propri obiettivi dal momento che il loro modo di essere negativo toglie energia mentale, distrugge e manipola chi ha intorno al fine del loro scopo: avere persone accanto incapaci quanto loro di non realizzarsi, essere fermi con loro nella stessa casella di gioco, in modo da non sentirsi gli unici ad aver fallito. Allontanati, dunque, da chi fa di tutto per tirare fuori la parte più brutta di te, quelle insoddisfatte della propria vita, perché rischi di farti buttare addosso tutte le loro frustrazioni, tutti i loro insuccessi. Perché in qualche modo ti fanno diventare chi non sei, ti fanno diventare come loro solo per sentirsi un po’ meglio. Frequentarsi e confrontarsi con persone positive può solo migliorare la nostra vita.

 

“Una relazione d’amicizia o d’amore deve arricchirti l’anima, non deve cercare di svuotartela, non deve cercare di spegnerti. E invece mi stava accadendo. Mi sono dunque chiesto se con le persone che fanno parte della mia vita il mio cervello elaborasse pensieri costruttivi e positivi e ho capito che il mio cervello non elaborava più e basta, perché non mi sentivo a mio agio, perché chi avevo accanto, in qualche modo e per giunta subdolo, cercava di sminuire ogni mia parola tanto da farmi sentire sbagliato e non farmi più ragionare con la mia testa. Colui che si definiva il mio migliore amico mi stava lentamente distruggendo”.

 

Nicola, trentacinque anni, napoletano, racconta la sua esperienza con Marco e come è stata la sua rinascita interiore una volta allontanatosi da lui.

 Nicola, in che modo hai conosciuto Marco ?

Ho sempre sorriso alla vita, sono sempre stato una persona gioiosa e altruista e forse proprio per questo motivo per alcune persone sono un punto di riferimento. Ma è anche vero che chi non sa essere come te cerca in tutti i modi di annientarti. Era una di quelle meravigliose giornate di primavera di ormai quindici anni fa, una di quelle in cui inizi ad uscire di casa senza cappotto, una di quelle giornate dal profumo intenso di fiori e dai bei sorrisi per strada. Decisi di trascorrere la mattinata in villa comunale di Napoli, quella di fronte al mare in via Caracciolo. Da solo ma in compagnia dei miei libri da studiare. Marco aveva avuto la mia stessa idea. “Hai visto che bella giornata?” mi chiese. Da quelle parole a diventare un “fratello” non passò molto tempo. Una bella amicizia intensa apparentemente sincera. Ma dopo diversi mesi stava diventando una relazione morbosa. Era invadente, me lo ritrovavo sempre a casa, cominciava a controllare con chi parlassi al telefono e senza accorgermene iniziavo a dargli spiegazioni per ogni cosa che facevo, anche per andare a mangiare una pizza con altri amici, quasi come se fossimo fidanzati e il dubbio che potesse essere innamorato di me iniziava a insinuarsi nella mia testa ma sarebbe stata una spiegazione troppo scontata. Era invidioso di ogni mio successo, anche per un 30 preso ad un esame all’università. Io sono laureato in Archeologia, lui è diplomato e lavora come commesso in un negozio di abbigliamento femminile e questo lo faceva sentire inferiore, ma non per me, per me era solo il mio migliore amico. Io guardo l’animo delle persone, non la posizione economica ne culturale. Mi sono laureato per passione, non per sentirmi migliore. Stavo iniziando a rendermi conto di quanto fossi stanco dopo aver trascorso una serata con lui perché tornavo a casa esausto mentalmente più di quanto potessi stremare la mia testa dopo una settimana di studio intenso. Mi stava togliendo energia vitale. Non ero più felice. Mi lasciava un senso di spossatezza.

C’è stata una vicenda in particolare che ti ha fatto capire che il problema della tua infelicità era lui?

Quando ero felice e allegro lui mi guardava male, quando ero triste lui era sereno. Mi spiego: queste persone godono dell’infelicità altrui, perché non sanno essere felici, non riescono ad esserlo e non ci provano nemmeno. Una persona solare e allegra urta la loro sensibilità, li destabilizza. Le persone come lui sono in grado di trattarti male anche senza un motivo, quasi a farti sentire in colpa di essere felice. Non ce ne rendiamo conto ma siamo fortemente condizionati e manipolati da queste persone. Sono persone che rompono l’armonia, capaci di distruggere un’atmosfera gioiosa. Ricordo perfettamente quella vicenda: era un sabato sera come un altro e alla radio passavano la mia canzone preferita “E fu la notte” di Fabrizio De Andrè la canzone che mi ha accompagnato per tutti e 5 anni di studi all’università e questo i miei amici lo sapevano. Nella mia macchina c’era un silenzio imbarazzante, stavamo andando a festeggiare il mio ultimo 30 e lode prima della laurea. A quel punto non mi aspettavo festoni e champagne ma nemmeno musi lunghi come se stessimo andando ad un funerale. La verità è che era lui che trasmetteva angoscia. Volevo accanto le persone per me importanti e invece Marco non aveva che parole di sfottò nei miei confronti e quella sera ebbi la certezza che tutto ciò che diceva era pura cattiveria. Non ero più me stesso, vivevo un senso di irrequietezza interiore. “Tra poco sarai laureato, non sei felice?Io non avrei mai scelto questa università, mi fa schifo” disse, mentre con una mano si grattava il collo fino a far uscire delle enormi macchie rosse, come se qualcosa gli stesse tremendamente dando fastidio, come se avesse un’improvvisa allergia. Non era mai stato così chiaro. Aveva, al contrario, sempre cercato di farlo in modo insospettabile, subdolo. D’altro canto il giorno della mia laurea si stava avvicinando infatti dopo pochi mesi mi sono laureto. Ma per fortuna avevo già rotto i rapporti con lui”.

Quando ha iniziato a dire parole offensive e sminuirti?

L’ha sempre fatto ma io non gli ho mai dato peso perché credevo fosse il suo modo di scherzare anche se un po’ cinico ma allo stesso tempo sembrava innocente, ma mi sbagliavo. Fin quando i miei familiari mi hanno fanno notare quanto fossi cambiato, quanto mi fossi incupito. Grazie al mio analista ho capito che il problema era Marco e che soffriva di un complesso di inferiorità, il che non è una cosa da sottovalutare ma purtroppo non potevo aiutarlo io. Decisi allora di allontanarmi. Marco cercava sempre di sminuire me in presenza di altri amici credendo che in qualche modo avrebbe potuto rendere la sua persona più interessante o che in quel caso saremmo potuti essere allo stesso livello. Io credo che ciò che più conta nella vita è essere umili, sensibili e profondi e soprattutto avere empatia per poter rispettare il prossimo. Sì, perché per avere un rapporto sano con chi ci circonda c’è bisogno soprattutto di una forte empatia. Le raccomandazioni di mia nonna le ricordo perfettamente: “sii sempre te stesso, sii buono con il prossimo e accetta tutti, ma non permettere a nessuno di spegnere il tuo sorriso”. Sono sempre stato d’accordo. Ma sono anche del parere che non si può essere buoni con tutti e per essere felici è fondamentale allontanare le persone che cercano di annientarti. Quelle non puoi cambiarle, non puoi accettarle. Quelle persone non vogliono il tuo bene e non devono far parte della tua vita.

Cosa dovrebbero fare secondo te queste persone per non avere più questo comportamento?

L’unica soluzione è quella di prendere esempio da chi si prova invidia e cercare quindi di migliorarsi, ma ad esempio Marco è una persona troppo orgogliosa per poter ammettere le sue debolezze. Io credo che l’eccessivo l’orgoglio si tramuta in stupidità, in ottusità nel momento in cui non si riesce ad ammettere i propri limiti e capire che di imparare nella vita non si finisce mai, soprattutto dal prossimo. Scambiarsi idee e opinioni e rispettare quella degli altri, aprire la mente a pensieri diversi dai propri, può insegnarci a guardare lontano, oltre il proprio naso, e può solo diventare una sana competizione necessaria per la crescita personale perché c’è differenza tra invidia e sana competizione: “mi piace come sei, voglio imparare da te” così dovrebbe essere quest’ultima, mentre l’invidia non ti fa crescere. È difficile ammettere di aver bisogno di aiuto ed è altrettanto difficile ammettere di avere dei limiti che non si riescono a scavalcare. Se non riusciamo da soli chiediamo aiuto, andare in terapia da uno psicanalista potrebbe tirarci fuori da questo tunnel. Smettiamola di pensare che ammettere di aver bisogno di aiuto è sintomo di debolezza perché è proprio da li che inizia la nostra crescita personale e diamo una svolta alla vita. Se sei infelice rendi migliore la tua vita, non cercare di rovinare quella degli altri. Ammettere che da soli non possiamo uscire da una situazione e riconoscere di aver bisogno d’aiuto è già un passo avanti.

Che consiglio ti senti di dare a chi come te ha avuto a che fare con questo tipo di persone?

Fare attenzione a chi si frequenta. Non bisogna fare selezione solo nella sfera amorosa ma soprattutto in quella dell’amicizia perché è la più pericolosa, paradossalmente. Le persone subdole, quelle false, quelle che “navigano sott’acqua” sono le più pericolose perché prima di rendertene conto hanno già ottenuto ciò che vogliono da te. Per uscire da questa situazione mi hanno aiutato i miei familiari e il mio analista, mettendomi in guardia da questo tipo di persone facendomi capire quali sono i segnali da percepire: queste persone sono apparentemente “normali” anzi, sembra che vogliano il meglio per te perché ti riempiono di belle parole, ma la verità è che ti stanno solo buttando fumo negli occhi per non farti accorgere che ti stanno manipolando. Ed è proprio qui che diventa difficile prendere coscienza del fatto che stai pian piano facendo il loro gioco. A volte siamo quello che gli altri vorrebbero che fossimo e non ce ne rendiamo conto ma non deve essere così. Se con certe persone non riusciamo più ad esprimerci per come siamo realmente, se non ci fanno sentire a nostro agio meglio dare un taglio netto alla relazione. D’ altronde non è così difficile riconoscerle: si offendono per ogni cosa, hanno manie di vittimismo cercando di farti sentire in colpa se hai qualcosa che loro non hanno o se non ottengono ciò che vogliono, ti offendono buttandola sullo scherzo, ti chiedono scusa per ogni cosa come quasi a mortificarsi anche nelle cose più banali, dove non ce n’è motivo. E alla fine, se sei una persona buona, finisci anche per impietosirti e pensare che tu stia sbagliando. Una profonda conoscenza di se stessi e una forte autostima può aiutare a riconoscere una persona trasparente da una meschina. Ad oggi penso che forse non mi amavo abbastanza. Credo che la cosa che conti più al mondo sia l’amore verso sé stessi per circondarsi di persone positive, perché infondo attiriamo ciò che decidiamo di essere.

Com’è diventata la tua vita da quando hai allontanato certe persone?

Decisamente una rinascita. Ho voluto a tutti i costi capire chi io fossi realmente senza queste persone e se il mio stato d’animo angosciato fosse davvero dipeso da loro. Ho quindi trascorso un periodo da solo con me stesso per disintossicarmi da tutta quella negatività assimilata durante quegli anni, e ho poi iniziato a circondarmi di persone positive e le cose nella mia vita sono cambiate. Io sono cambiato. Per capire la nostra vera essenza c’è bisogno anche di un periodo di solitudine, per guardarsi dentro e capire davvero come vorremmo essere e per far si che possiamo sentirci bene nella nostra pelle, in modo tale da capire anche chi vogliamo accanto nella nostra vita. È importante. Non accontentiamoci, non facciamoci andare bene le situazioni ne le persone. Io ora scelgo sempre e solo il meglio per me. Ad oggi sono fiero di come sono, perché ho imparato a mie spese quanto possa essere meschina la gente, dove è in grado di arrivare per un loro tornaconto. Sono anche felice del fatto che sono finalmente stanco di giustificare i comportamenti scorretti delle persone che hanno un vissuto difficile alle spalle, e l’ho capito solo quando ho conosciuto due persone che hanno avuto le stesse esperienze ma che hanno poi assunto comportamenti differenti. Questa per me è una delle cose fondamentali della vita per capire se sei una persona buona nell’indole o meno. Sono felice perché ho la coscienza pulita, ho il cuore in pace perché so che nella mia vita ho fatto sempre del bene. Dovrebbe star male chi ha fatto del male, dovrebbero dannarsi coloro che fanno cattiverie perché prima o poi la coscienza ti parla e ti tormenta, sempre se ne hanno una. Questo ancora non l’ho capito.

Alessandra Federico

Il sangue e lo schermo. Lo spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS

Tra canali mainstream, satellitari e Web, si registra un pullulare di delitti che divengono telenovele, dettagli eccessivi, skyline alla CSI, inchieste pseudo-giornalistiche, cacce all’assassino. Barbara D’Urso e la “tv del dolore” e l’ISIS divulgatore di terrorismo sono polarità distanti altresì, Lei scrive, legature di una medesima rete che ci muove a vivere un modello di Male incessantemente de-simbolizzato, de-storicizzato, in un impianto mediatico dove si valutano più le messinscene raccapriccianti, le drammaturgie banali, le collere da boudoir ed i romanticismi precotti che non la filiera delle ragioni di un dilemma, la loro politicizzazione, la nostra responsabilità.

Quali osservazioni può offrire a tal proposito?

Quando Gilles Lipovetsky ci vuole spiegare la fase III del Capitalismo, quella dell’uomo al massimo grado di consumerismo e isolazionismo individualista, ci dice: “Tutto accade come se, da ora in poi, il consumo funzionasse come un impero, senza tempi morti e senza confini”. Ecco, la vita, de-simbolizzata, de-socializzata nei suoi legami comunitari forti, de-conflittualizzata si trasferisce armi e bagagli nelle sue effervescenze mediatiche, nel personalismo del mordi e fuggi, dell’usa e getta, nelle accelerazioni frenetiche di ciò che va comprato e sentito intimamente, nelle taglie su misura che di ogni bene e servizio – e stato dell’anima – la Grande Sartoria del Tele-Capitalismo sforbicia, abbozza, delinea. E allora perché stupirsi se, in corrispondenza di un mondo che in pochi decenni ha slatentizzato cataclismi, rischi ambientali, guerre, terrorismi, crack informatici e bancari, virus e pandemie, città inabitabili e paranoie inconsce, questi stessi ingredienti di una civiltà nettamente al tramonto, diventino combustibile permanente di un sistema mediatico che contrabbanda fosforescenze per consapevolezza, postverità per informazione, barbarie imbellettata (per dirla alla Balandier) per rivolte popolari?

Lei scrive: “Nell’ostentazione e nell’iper-radiografia delle lacrime e delle tribolazioni altrui, la televisione non rimanda un pensiero recondito né un ipertesto fenomenologicamente avveduto, né un vero tessuto narrativo. Ma solo lo choc emotivo dello spettatore come messa in scena di una partecipazione, più o meno vergognosa, più o meno impaurita o schifata.” Come distaccarsi da siffatto vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione?

Il nesso che lega emozioni e comunicazione è di particolare attualità oggigiorno, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni. Fino a qualche decennio fa la crescita affettiva, psicologica, relazionale degli individui – e degli adolescenti in particolar modo – era costruita in base all’operato di precise agenzie sociali: la famiglia, la scuola, le strutture di tempo libero, i partiti, i contesti produttivi, mentre i media e la televisione erano considerati “satellitari” rispetto al nucleo identitario, e senza particolari interferenze con la vita reale. Oggi il rovesciamento è totale e si corre il rischio di ri-alfabetizzare la sfera comunitaria, intersoggettiva, oltre che i propri percorsi evolutivi, solo in funzione di tastiere, algoritmi, app e click compulsivi, per non parlare di informazione manipolata e reality show a ogni pié sospinto.

Mai come oggi serve una santa alleanza di menti fervide e on omologate, capaci di offrire strumenti di decostruzione e comprensione di tutti gli “specchi” della televisione e della Rete che ci assorbono, mobilitano e “ustionano” ogni giorno, nel tentativo di riportare questi ultimi alla loro missione iniziale: creare una polifonia di voci e differenze, sapere “davvero” cosa accade nel mondo, potenziare l’Umano, risvegliare le coscienze e non affossarle nella Grande Barbarie della banalità e della ripetizione.

I suoi accurati studi fanno luce su quell’oscenità sostituitasi alla pornografia. Cos’intende per oscenità? Contro chi e cosa dirige il suo j’accuse?

L’Osceno oggi non ha più nulla a che fare con un’attribuzione di tipo morale, se per morale intendiamo il senso dello scandalo, del peccato, della riprovazione verso il “rimosso”. L’Osceno è bonifica totale del senso, cooptazione e incapsulamento del reale in una Macchina mondiale che replica i suoi effetti secondo ratio e linguaggi quasi totalmente improntati alla monetarizzazione degli automatismi e alla perdita di ogni senso critico. Baudrillard diceva: “Senza l’arbitrarietà del segno niente funzione differenziale, né linguaggio, né dimensione simbolica. Il segno, cessando di essere segno, ridiventa cosa fra le cose. Cioè di una necessità totale o di una contingenza assoluta. Senza instanziazione del senso da parte del segno, non resta che il fanatismo della lingua – quel fanatismo che Rafael Sanchez Ferlosio definisce “un’infiammazione assolutista del significante””. Ecco, noi bruciamo mediaticamente di spasmi e di flash, di ardori e fuochi fatui, ma la la contemporanea secessione delle cose dal mondo delle cose e del segno dal servigio dell’implorazione verso le cose stesse, rende il mondo granitico e non decrittabile.

Professore, come ci si può riappropriare dello spirito critico che può fungere da barriera tra l’uomo ed il nulla, considerando che, probabilmente, ci siamo già mutati in un “uomo modulare”?

Fa bene a fare un chiaro riferimento a una antropologia scheggiata, dilazionata, dilapidata. Oggi siamo di fronte a un’individualità-patchwork, sabbiosa e ultraspiata, decostruita e messa a profitto, modulare e trasferibile come una moneta vivente di volgare conio, all’interno della cui griglia corriamo il rischio non solo di rimanere impigliati permanentemente, alienandoci dal suolo reale della vita, ma di essere utili solo come data-double, come doppione di noi stessi, scaffale statistico e granulare di gusti, scelte, desideri, tendenze, informazioni private, radici etniche, pensieri scritti, da estrarre come marmo da una cava, da ricomporre nel Gran Laboratorio dei mercati incrociati, da smistare al miglior offerente – multinazionale commerciale, manipolatore dell’opinione pubblica o agenzia di Intelligence che sia. Ricomporre, evitare il naufragio particellare del nostro essere, asciugare la dispersione del senso, coagulare azioni e scopi, ritrovare fermezza e cura nel sé e nel noi: queste le coordinate di una nuova sintassi dello stare al mondo.

Moltissimi format televisivi e non solo propongono la paura quale tema trainante. Perché?

La paura è una scena madre della nostra condizione umana: ne son piene le tragedie greche, il teatro, la storia, le spirali millenarie del nostro pensiero e del nostro interrogarci su chi siamo e da dove veniamo, ovvero il sale della filosofia. Come le dicevo nella prima risposta, oggi più che mai la paura, l’insicurezza, la preoccupazione per la nostra incolumità, individuale e collettiva, si intersecano perfettamente con un sostrato storico che alimenta tutto questo. Se pochi decenni fa il grande attrattore era la sessualità, dopo decenni di conservatorismo e di strapotere cattolico, oggi lo è senz’altro il dubbio sul nostro futuro immediato, con un carico di ombre e di angosce senza precedenti nel recente passato. Ma il punto è “come” affrontiamo questo gorgo di fragilità e di frantumazione di vecchie rassicuranti strutture comunitarie, se con gli strumenti della razionalità e della politica trasformatrice o, non piuttosto, con una sciocca suspense televisiva usata per fini manipolatori e mercantili, che si presta come “software” editoriale alla nostra impressionabilità, ci intasa di affanni e verosimiglianze, e corse a perdifiato, corrispondendo esattamente a quello che vediamo ogni giorno in tanti programmacci televisivi che dal pomeriggio invadono le nostre case di boschetti e ammazzamenti, di donne scomparse e di mezzi teoremi giudiziari, di musichette alla Dario Argento e di fantasmi in formalina, e su cui spicca l’orrida docenza di conduttrici televisive come Barbara D’Urso e Maria De Filippi, portatrici sane, purtroppo, di uno pseudo-giornalismo e di un patetismo cenciosi e voyeuristici, ignobili e insignificanti. Io penso che la vera sfida inaggirabile sia questa.

Carmine Castoro, filosofo della comunicazione, giornalista professionista, è stato collaboratore e inviato per quotidiani e magazine nazionali. Come autore televisivo ha firmato numerosi programmi per il palinsesto notturno della RAI e per canali Sky. E’ Professore incaricato di: Media Perception Analysis alla Link Campus University di Roma; Sociologia criminale e della devianza e Antropologia filosofica a Criminologia all’Università UCM United Campus of Malta; Intelligence nelle Telecomunicazioni ai Master di Criminologia e Psicologia investigativa all’università di Foggia. Collabora con Semiotica dei media e Filosofia del Linguaggio all’università di Bari. Collabora con Estetica dei media all’università di Varese. Fra le sue opere: “Crash Tv. Filosofia dell’odio televisivo” (2009), “Maria De Filippi ti odio. Per un’ecologia dell’immaginario televisivo” (2012), “Filosofia dell’Osceno televisivo. Pratiche dell’odio contro la tv del nulla” (2013). “Clinica della tv. I dieci virus del Tele-Capitalismo” (2015). “I” (2017). E’ stato visiting professor alle università di Modena, Pontificia di Napoli, Roma La Sapienza, Roma Tre, e all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha collaborato in Cultura con il portale-tv del Messaggero e l’Unità. Si è occupato di filosofia e media per la rivistadiscienzesociali.it e per democratica.com. Attualmente per i quotidiani nazionali La Notizia e Quotidiano del Sud.

Giuseppina Capone

Coronavirus, aumento della violenza sulle donne. Come riconoscere un uomo violento

Aumentano i casi di violenza sulle donne durante il periodo Coronavirus. Centodiciassette le vittime di violenza in Italia durante la quarantena e il 90% sono donne. La convivenza forzata è stata una complice per questi uomini violenti. Non è facile riconoscere l’uomo aggressivo e manipolatore poiché bravo a raccontare una storia perfetta di sé e diventa difficile, per chi subisce violenza, trovare il coraggio di lasciarlo o di denunciarlo.

L’uomo violento, però, manda segnali ben evidenti sin dal primo approccio, bisogna quindi imparare a riconoscerlo per evitarlo: quando la sua va oltre la semplice gelosia, quando vuole possedere anziché amare perché l’uomo aggressivo, violento e narcisista vuole solo manipolare la sua donna. Liberarsene non è semplice soprattutto quando decide di perseguitare la sua vittima recitando la parte dell’uomo affranto per ricevere perdono e ottenere ciò che si era prefissato:gestire la vita della sua preda. Esistono però metodi per riconoscere un uomo violento sin dal primo contatto.

Come riconoscere un uomo narcisista e violento

Non è facile, per chi lo vive, uscire da questo incubo, soprattutto quando si ha a che fare con un uomo manipolatore. Quest’ultimo prende il nome di narcisista, colui che danneggia la vita della propria donna in tutte le tipologie di rapporto, sminuendola e non permettendole di percepire il suo valore. Assorbe le sue energie vitali per appropriarsene ed utilizzarle a proprio vantaggio. Il narcisista si crea un’altra identità, mostrandosi, rispetto agli altri uomini, gentile, rispettoso, premuroso. Parla tanto di se raccontando storie positive sul suo conto e di quanto sia una persona impeccabile, in modo da poter conquistare la totale fiducia della sua preda e deviare ogni ipotetico sospetto. Ha un solo obiettivo: diventare insostituibile, in modo tale da essere indispensabile per la sua vittima, tanto da togliere a lei ogni capacità di muoversi da sola, fino ad arrivare a manovrarla come un burattino muovendo i fili a suo piacimento. Una recita perfetta quella che esegue, e quando è davvero sicuro di avere la situazione sotto controllo, inizia a gestire la relazione imponendo regole, diventando offensivo fino ad arrivare alla violenza fisica, alcune volte arrivando ad ucciderla.

L’amore verso se stessi

Il narcisista non è il solo a non provare affetto, ma chi subisce violenza è una persona fragile trovatasi in un periodo della vita in cui si ama e si stima ben poco, ma quando l’amore verso se stessi raggiunge un livello alto, nasce l’esigenza di amare solo chi ci fa del bene e si da il permesso di far entrare nella propria vita solo persone all’altezza di ciò che si merita.

Amare se stessi non significa peccare di presunzione cercando di sminuire gli altri per sentirsi importanti o ripetere in continuazione quanto si è perfetti, come fa un narcisista, perché questo non fa altro che trasmettere a chi abbiamo accanto di essere persone insicure e deboli in continua ricerca della approvazione degli altri.

Amarsi e rispettarsi

Amarsi significa essere consapevoli del proprio valore, al di là della posizione economica o culturale, significa conoscere il valore del proprio animo. Se questo non avviene, può portare ad assumere atteggiamenti di vittimismo e avere complessi di inferiorità diventando una persona fragile o crudele a seconda del proprio carattere, della propria indole. Inoltre, cosa fondamentale, non bisogna dare valore alla propria persona secondo un fallimento o un successo: il tuo lavoro o la tua posizione economica non fanno la persona che sei. Non permettere che i giudizi degli altri possano in qualche modo far oscillare il pensiero che si ha di se stessi.

Un’alta autostima si costruisce quando si è consapevoli delle proprie capacità. Inizia ad amare te stessa viziandoti un po’: prenditi cura del tuo aspetto e della tua salute, premia i tuoi sforzi, realizza i tuoi sogni, non badare mai al giudizio degli altri se non lo ritieni costruttivo per il tuo percorso, apprezzati, perdonati.

Come liberarsi di un uomo violento

Quando Narciso è sicuro che la preda sia di sua proprietà arriva ad assumere un atteggiamento poco equilibrato, perché sa ormai che può gestire la situazione e passerà poco prima che arrivi al primo schiaffo per poi perdere completamente il senno della ragione.

L’unico modo per liberarsene non è andargli contro ma fingere di assecondarlo. Contraddirlo potrebbe suscitare in lui la paura di non avere più il controllo sulla vita della vittima e arrivare a compiere atti davvero pericolosi. Mantenere la calma, continuare ad elogiarlo e allontanarsi con una scusa banale come quella di andare a comprare qualcosa per la cena è l’unica soluzione, anche se molto coraggiosa, per uscire e rivolgersi alla polizia.

Via dall’incubo: intervista a una ragazza vittima di violenza

“Perché queste donne non scappano?”. Questa è la domanda che molte persone pongono quando una donna è vittima di violenza. Dove c’è maltrattamento, dove c’è inganno, dove si vive nel terrore non c’è amore. Quando un uomo è aggressivo, qualsiasi atteggiamento può indurlo alla violenza e nel momento in cui accade lui non conosce limiti.

 “Non riuscivo a liberarmene, ogni volta che lo lasciavo mi perseguitava”.
Con queste parole Sveva, 26 anni, napoletana, racconta la sua esperienza con un uomo violento.

Qual è stato il primo segnale che ti ha fatto percepire di avere accanto una persona violenta?

Avevo 17 anni quando l’ho conosciuto. Mi trovavo a Ostuni, in Puglia, con la mia famiglia per le vacanza estive e Marco era il classico ragazzo della porta accanto, anche se solo per due settimane. Ogni sera, alla stessa ora, si sedeva sul secondo gradino della scalinata di legno che portava al mare e una volta passando di li mi domandò: ‘che abiti indossi quando esci sola con le amiche?’. Ecco, per me questo è stato il primo segnale. In quel momento non diedi peso a ciò che mi stava domandando, ero solo felice perché mi aveva notata e per me voleva significare che apprezzava il mio corpo. Ma ad oggi molti dei suoi comportamenti mi sono del tutto chiari, stavo avendo a che fare con un uomo aggressivo e manipolatore: un narcisista.

Quando ha iniziato a manipolarti e a diventare aggressivo?

Era il 15 agosto e davano una festa in spiaggia con tanto di chitarra e falò. Io indossavo il mio solito costume da bagno: un due pezzi rosa ricamato a uncinetto. ‘Non ti permettere più di farti vedere dai miei amici con questo costume!’. Pensavo che le parole di Marco fossero dette per amore. Mi sbagliavo. E da quel momento schiaffi, calci, pugni, almeno una volta alla settimana. Decideva lui quale abito dovevo indossare, chi dovevo frequentare e mi accompagnava a scuola la mattina, e a casa dopo la scuola, così come per la danza o per qualsiasi altra cosa io dovessi fare. Era diventato un incubo. Un incubo dal quale non riuscivo a uscirne. Non avevo il coraggio di lasciarlo: è stato il mio primo amore, se tale si può definire.

Quanto tempo è durata la vostra storia?

Un anno, dopodiché i miei genitori iniziarono a rendersi conto della situazione perché tornavo a casa con lividi e graffi sul corpo e la cosa si ripeteva ogni settimana. Decisi di lasciarlo ma non mi lasciava in pace. Me lo ritrovavo ovunque, in qualsiasi posto che frequentavo: fuori scuola,sotto casa, fuori scuola di danza.

Cosa ti impediva di scappare?

Credevo di amarlo. E quando credi di amare qualcuno saresti capace di perdonare tutto, anche l’imperdonabile e andare avanti, ma non è così. Con il tempo ho capito che per colpa sua avevo smesso di amare me stessa e che era tutto un suo piano strategico per avere il comando della mia vita. Credo che bisogna amare se stessi prima di amare un’altra persona, in modo da non permettere a nessuno di trattarti cosi, altrimenti si finisce a non riconoscere l’amore e a confonderlo con l’ossessione.

Hai mai pensato di denunciarlo?

Sì, ma non ne ho mai avuto il coraggio né la forza mentale per farlo, non avevo più energie per fare nulla. Mi aveva rubato tutto, anche la voglia di vivere. Per fortuna al mio posto ci hanno pensato mia madre e mio padre, che vedendomi tornare a casa per l’ennesima volta con lividi sulle braccia, hanno deciso di incontrare i suoi genitori e raccontare loro tutto, dicendogli che se Marco si fosse riavvicinato a me avrebbero chiamato la polizia. Non ne ebbi più alcuna traccia. Non ricevevo più quei messaggi minacciosi, né una lettera, né una telefonata. Potevo sentirmi libera di uscire con le mie amiche, andare a danza o a scuola senza vivere con il terrore di poter incontrare la persona che mi stava annullando l’esistenza.

Ti va di dare un consiglio alle donne che come te hanno subito violenza?

Al primo gesto di prepotenza, alle prime parole offensive, scappate via. La violenza psicologica è anche più pericolosa di quella fisica, alle volte. Non aspettate che vi facciano del male fisico, perché se arrivano a criticarvi e ad utilizzare parole offensive nei vostri confronti qualunque cosa voi facciate, non passerà molto tempo che arrivino alla violenza fisica. Non vi amano.

 

Aiuta te e le altre donne ad uscire da questo incubo

Per aiutare le donne vittime di violenza, il 9 e 10 marzo scorso si è svolto un percorso esperienziale dal nome “Il labirinto“, organizzato dalla Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, in cui hanno insegnato a molte donne a riconoscere un uomo violento in soli 10 minuti. Ci sono tanti percorsi da poter fare per riuscire a liberarsi di un uomo violento e trasformando la propria esperienza in risorsa: Aiuta te e tutte le donne ad uscire da questo incubo.

Il Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, dal 2013 ogni anno mette a bando parte delle sue attività. La cooperativa Novamedia Onlus offre un percorso di formazione che promuove la rielaborazione e trasformazione dell’esperienza negativa per loro stesse e per altre donne. Percorso formativo per le donne che vogliono aiutare altre donne ad uscire dalla violenza. Tutti dovrebbero comprendere il terribile calvario delle vittime di violenza, l’oppressione che subiscono e di cui sono prigioniere, la morte alla quale è condannata una donna.

La violenza domestica colpisce una donna su tre nel corso della propria vita. Centosedici donne all’anno muoiono in Italia. Otto donne su dieci non sporgono denuncia.

L’amore deve far gioire. L’amore non è sofferenza.

Alessandra Federico

Maggio dei Monumenti: “Napoli è” presenta i luoghi dei Sedili di Napoli e il Candelaio di Giordano Bruno

Appuntamento oggi alle ore 19.00 sulla pagina facebook dell’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli con l’Associazione Culturale “Napoli è”, presieduta dal giornalista Giuseppe Desideri.

Anche quest’anno l’Associazione è presente nel programma del Maggio dei Monumenti e per il 2020 partecipa nella modalità “virtuale” a causa del Covid-19 con il progetto “Giordano Bruno e il Candelaio”.

Grazie a tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di questo video che ci accompagna nelle vicende e nei luoghi dei Sedili di Napoli dove Giordano Bruno ambienta il suo “Candelaio”.

Il progetto è stato realizzato dal team di giornalisti dell’Associazione Culturale Napoli è. Ideato da Bianca e Giuseppe Desideri su testo di Rossella Marchese. Voce narrante ed editing del video Alessandra Desideri. Consulenza storico-architettonica dell’arch. Laura Bourellis.

Un grazie particolare per l’attenzione al progetto va all’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli che lo ha inserito nel programma del Maggio dei Monumenti, alla Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli e ai presidenti della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus e dell’AIMC Napoli Centro, alla dirigente scolastica e ai docenti dell’I.S. “G. Marconi”, al delegato regionale FIAF, alla direttrice del Museo dei Sedili di Napoli.

In attesa di poterci nuovamente incontrare, seguiteci  https://www.facebook.com/assessoratoallaculturaealturismodelcomunedinapoli/

Mine viandanti: l’homo viaticor come ordigno inesploso

 “Mine viandanti” di Valentina Barile è la narrazione di un viaggio. Può costituire oggetto di riflessione il viaggio velato di un alone di mistero e concepito come spostamento in un luogo sconosciuto ed ignoto laddove la realtà tecnologica in cui siamo immersi ci impone di non passare inosservati, puntando proprio sul dato noto e visibile?

La sana relazione tra passato e presente può esistere. In questo e in molti altri casi, diventa una convivenza meravigliosa.

Quale mezzo migliore per veicolare la storia a un target anagrafico medio-basso, vale a dire giovanile. E non solo. Trovo che la cultura debba democraticizzarsi molto più di quanto non lo sia già (non è abbastanza!), e i social network – per fortuna – hanno reso questo possibile. Un monumento, un sito archeologico, il basolato di una vecchia via, un paesaggio remoto possono entrare nella Home page di uno spazio Web. Possono vederlo tutti, conoscerlo, incuriosirsi ad ammirarlo dal vivo.

Il viaggio come maieutica socratica, certamente un approccio originale. Perché ha inteso applicare siffatto criterio di ricerca della verità, sollecitando le protagoniste a ritrovarla in sé stesse e a trarla fuori dalle proprie anime, osservando tuttavia il fuori da sé?

Etimologicamente, maieutico dal greco vuol dire far nascere la verità.

E la verità può affermarsi solo quando la si indaga con i propri occhi. In luogo di ciò, il sé statico ha bisogno del sé dinamico per evolversi, e trovo che uscire dal proprio habitat per mescolarsi consapevolmente a quello più vicino o più estremo, sia l’essenza dell’Homo sapiens, che altrimenti non potrebbe definirsi tale.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico ancorchè mai profanatore dei luoghi e delle genti. In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”.

Il viaggio è capire dove si vive, cosa esiste intorno a sé. Il viaggio è il motore che muove gli esseri umani – ho scritto in uno dei miei libri – o, almeno, dovrebbe esserlo. Viaggiare dovrebbe essere un diritto, come il diritto all’istruzione. Viaggiare è libertà. Conoscenza. Ma soprattutto, è l’unica soluzione a un’ulcera che fa ancora sanguinare il mondo: il razzismo.

Le sue viandanti s’inoltrano nel profondo Sud attraverso la Via Popilia-Annia. Quali riflessioni può offrirci rispetto anche alla scoperta di un passato indissolubilmente congiunto al presente?

In riferimento alla via Popilia, che da Capua portava a Reggio Calabria, guardo la strada – una pedemontana che taglia l’Appennino meridionale – e vedo l’identità delle persone che la vivono oggi. Gente di montagna, lontana dalle onde e dalla brezza marina, che vive la propria esistenza a ritmi più lenti. E talvolta, tra questa gente vi si annida la brutalità dell’ozio e dell’illegalità, che tenta di sopraffare quelle anime d’Appennino che con dignità sostengono le proprie lotte quotidiane.

Perché due viandanti sono da considerarsi mine?

La mina è un ordigno esplosivo. Nel linguaggio politico e giornalistico è usata, in senso figurato, l’espressione mina vagante per indicare un fatto, una situazione, un problema che rappresenta una minaccia latente, e che può improvvisamente acutizzarsi sconvolgendo gli equilibri esistenti.

Un individuo può fare lo stesso… per meglio dire, le sue emozioni, se tenute in silenzio per un periodo di tempo non controllato, possono produrre gli stessi effetti delle mine inesplose.

I viandanti sono ordigni inesplosi, per questa ragione hanno la necessità di partire, allontanarsi, conoscere, esplorare, evolversi in una mina di livello superiore, pronta a esplodere quando si ferma. Per poi, riprendere il processo con ciclicità.

 

Valentina Barile è narratrice di viaggio. Collabora, tra l’altro, per Donna Moderna, Confidenze e varie testate sudamericane: Convergencia Medios (Cile), Rede Brasil Atual e Alajuela Digital (Web tv di Costa Rica). Ha organizzato la Fiera del Libro di Napoli, Ricomincio dai libri. Finalista al Premio Passaggi 2015, Festival della Letteratura di Viaggio. Il suo primo diario di viaggio, #mineviandanti sull’Appia antica (2016), ottiene due riconoscimenti: il Premio “Peppino Orlando” di Borgo d’Autore, il Festival del libro di Venosa, e il Premio “Enea – Buone pratiche per l’Italia” di Come il vento nel mare, il Festival delle narrazioni e di cultura politica, di Latina.

Giuseppina Capone

Vivere a colori

Arianna Di Presa è una giovanissima ma già affermata poetessa nel panorama della lirica italiana.

Si racconti; ci spieghi la ragione per cui ha scelto proprio la Poesia come codice comunicativo.

Personalmente, reputo la poesia un linguaggio armonico, senza veli, che permette di ascoltare l’anima nei suoi battiti più profondi, navigando negli abissi, riemergendo alla luce. La massima più evocativa è riassunta in testuali parole: “Per scrivere con l’Anima è necessario un dialogo con il Dolore.” La poesia, dunque, si prefigura come un dialogo costante di analisi esistenziale in tutte le sue sfumature, persino le più dettagliate, un filo invisibile di immense intuizioni sul quale accorpare l’etimologia del mondo e dei vissuti altrui per poter arricchire il proprio.

Lei pare affrancare il linguaggio dalla necessità di riprodurre il reale e dall’obbligo di evocare, ritenuti vessilli di virtù poetica. Esemplifichi il suo rapporto con il verso e le maglie della texture che lo tessono.

Il verso è un’aulica sinfonia, un rivelatore di sfumature delicatamente forti e al contempo prepotentemente delicate che trasmette una profondità sensoriale idonea ad abbracciare il silenzio palpitante dell’anima. Il verso costituisce, dunque, note dipinte da un’interiorità dialogica complessa che desidera leggerezza in un’elevazione leggiadra verso la grandezza del senso umano.

Leggendo, ad esempio “Pelle permeabile”, pare che il suo proposito sia dare un calcio al tedio delle convenzioni, saltellando tra denotativo e connotativo. Lei parodizza il nesso linguaggio-verità a quale intento?

Il linguaggio poetico annuncia trasparenza poiché permette di sorvolare dalla mediocrità si avvale di pienezza per affermare la propria essenza e per accorpare con lungimiranza le esperienze esistenziali tra partenze ed arrivi e annunciando nuovamente altre ripartenze. Il linguaggio è il viaggio del Vero che scorre in un insieme di sguardi intrecciati verso autentici ed inaspettati orizzonti.

In “Due lune” pare che il suo proposito sia dare un calcio al tedio delle convenzioni, saltellando tra denotativo e connotativo. Lei parodizza il nesso linguaggio-verità a quale intento?

La verità è sempre stata un’esigenza dell’Anima che non ho mai rifiutato di assecondare. Il linguaggio è il mezzo più idoneo per essere costantemente alla ricerca del Vero per immergersi nell’ unicità dell’istante e coglierne la pienezza. In un mondo dove tutto muta e passa freneticamente in cui l’omologazione sembra essere l’unica soluzione ho optato per restare me stessa porgendo un’accurata attenzione verso tutte le sfumature esistenziali perché la vita stessa è un dipinto a colori, che volutamente racconto ogni giorno attraverso la musica sgorgante della Poesia.

Uno degli aspetti che colpisce del suo poetare è l’essenzialità senza sconti. Da dove deriva il bisogno di dare alle cose il proprio nome, evitando i tortuosi labirinti delle perifrasi?

Sì, confermo una delle fondanti caratteristiche del mio poetare è proprio mettere in atto la sintesi arrivando al fulcro del senso concettuale. Un binomio di parole per me esprime già l’essenziale. L’essenziale viene concepito come il viaggio di una piuma tra le nuvole, per trasportare quel candore di purezza rivelatrice che caratterizza l’essenza interiore resa volutamente esplicita nel canto poetico.

 

Arianna Di Presa è nata a San Marino il 10 Novembre 1993. Diplomata al liceo psicopedagogico nel 2013, nel 2017 si laurea presso l’Università di Bologna in Psicologia e Scienze della Formazione con un elaborato di carattere umanistico dal Titolo Michel Foucault e la valenza trasformativa dell’educazione di genere con particolare attenzione al fenomeno del femminicidio. Partecipa al Catalogo “Lo stato dell’arte ai tempi della 57ma Biennale di Venezia” con la lirica Profumo di primavera curato da Giorgio Gregorio Grasso ed è Autrice del libro Vivere a colori. Aderisce a due cataloghi promossi dalla Casa Editrice Pagine e al volume “Caro maschio che mi uccidi” poesie di donne ammazzate promosso da Fusibilia Edizioni. Il 21 Novembre 2019 presenta il primo percorso d’Arte intitolato “Profondità Universali” fornendo una conoscenza artistica ed un’esposizione critico-letteraria in merito alle opere pittoriche e scultoree di Anna Vasile.

Giuseppina Capone

Julia Mantero: Avevo fame!

La sua è un’autobiografia, un racconto retrospettivo della sua pur giovane esistenza, che mette in forte risalto la sua vita individuale ed aspetti salienti della sua crescita. La “fame” appare essere un elemento rilevante, considerando che è presente sin dal titolo: termine che può essere riferito letteralmente al bisogno di cibo ma può anche essere applicato metaforicamente a desideri di altra natura. Ci spiega l’accezione in cui l’adopera?

Come ha correttamente notato, il termine “Fame” è utilizzato nel reale significato del bisogno di cibo ma anche, simbolicamente, per dare l’idea, in primo luogo, di una fame di libertà e di una vita migliore, ed in secondo luogo, con riferimento ad oggi, fame di imparare sempre di più, di viaggiare, di scoprire il futuro giorno dopo giorno con intensità.

Lei ripercorre i giorni di una fanciullezza angosciante, dolorosa, oppressiva, asfittica. Quali sono le ragioni più intime che l’hanno indotta a rievocare un periodo tanto cupo?

Le ragioni per cui ho ripercorso un periodo cupo ma anche un periodo piuttosto positivo, diciamocelo, della mia infanzia/adolescenza è stata proprio la voglia di raccontare la storia al mondo per mettere a conoscenza le persone di realtà a loro sconosciute o poco raccontate. Per quanto l’idea di scriverne un libro girasse nella mia testa da molto tempo, ciò che mi ha dato l’input è stata proprio la mia gravidanza. Il diventare madre, capire cosa provi e cosa superi una donna per avere un figlio, mi ha fatto pensare moltissimo a mia madre. Ho voluto mettere nero su bianco il suo ricordo perché se non fosse stato per lei, nonostante le difficoltà, nonostante la tempesta, io non sarei qui a stringere mia figlia tra le braccia.

La storia è ambientata nella Russia post-sovietica, facendo intravedere la traccia della linea della transizione dalla caduta del comunismo a Putin. Può offrirci qualche dettaglio degno di curiosità?

Non torno in Russia da molto tempo, per cui, non riesco a rendermi effettivamente conto dei cambiamenti che ha subito il paese negli anni. Nel mio racconto, però, faccio notare come la Russia di allora e, molto probabilmente, anche l’attuale Federazione Russa, portino negli anni, gli effetti, i pensieri, i modi, le decisioni dell’epoca sovietica. Un esempio lampante potrebbe essere l’utilizzo del colore rosso in molti ambiti.

Lei è un’orfana, le è mancata la protezione ed il “nutrimento” dei suoi genitori; ha vissuto l’esperienza di attendere d’esser scelta per l’adozione. Quali emozioni ricorda e sente di voler condividere rispetto a quei momenti?

Le emozioni che sicuramente sono prevalse in quel momento erano la paura che qualcosa andasse storto nel processo adottivo che avevano intrapreso i miei attuali genitori (poiché il processo adottivo in Russia è davvero complicato) e la gioia di essere libera. Mi riferisco a una libertà non solo fisica ma liberta dall’imposizione delle rigide regole di convivenza all’interno dell’orfanotrofio. Direi, quindi, più una libertà mentale dalle imposizioni, forse necessarie, ma comunque troppo premature per un bambino.

Quali sono stati gli ostacoli, le difficoltà, gli inconvenienti che ha dovuto affrontare durante l’adozione e quali riverberi hanno tutt’oggi?

Questa domanda andrebbe decisamente fatta ai miei genitori. Le mie difficoltà erano solo i pensieri e l’interminabile attesa. La mia famiglia invece ha superato non pochi ostacoli per regalarmi una vita migliore.

Giusy Capone

Dark Web: contenuti e pericoli

Il dark web è quella porzione del Web ospitata dalle dark net, ma la parola dark fa subito pensare a criminali e vendite di droga e armi, mentre nelle dark net possiamo trovare di tutto, anche le versioni dark di famosi siti del Web, come il New York Times. Ne consegue che non tutti i contenuti del dark web sono illegali o pericolosi. Ne parliamo con Sara Magnoli.

Può spiegarci cosa sono le dark web, chi ci naviga e come accedervi?

Una premessa fondamentale che desidero fare, nel ringraziarla per avermi invitata a parlare del mio libro “Dark Web” pubblicato da Pelledoca Editore, è che il mio è stato ed è in generale un lavoro di tipo letterario. Ho scritto un romanzo, non un saggio. Nello scrivere questo libro ho avuto il supporto, la consulenza e la collaborazione di tecnici, come le informatiche forensi Maria Pia Izzo ed Eva Balzarotti, il vicequestore dalla polizia postale Rocco Nardulli, il sostituto procuratore della repubblica del tribunale dei minori Annamaria Fiorillo, la psicologa dell’età evolutiva Raffaella Pasquale, che, in base alle loro disponibilità, anche durante le presentazioni svolte sinora e che sono in programma del libro stesso mi hanno accompagnata proprio per rispondere alle domande come questa che sono considerazioni davvero di natura tecnica, così peculiari e non facili da spiegare.

In generale, il dark web si raggiunge attraverso software particolari. Ma, ripeto, per domande così tecniche credo sia più corretto interpellare tecnici. Io posso dire che nel mio romanzo la protagonista, Eva, non entra personalmente nel dark web, ma diventa vittima di personaggi senza scrupoli che lavorano sottotraccia nella parte “sporca” della rete.

Il dark web è uno spazio “protetto” in cui crimini orribili possono essere perpetrati ai danni degli adolescenti. Accanto alla difficoltà creata dall’anonimato, esso permette anche di scambiare materiale “a tempo”, che si autoelimina senza lasciare traccia, permettendo, quindi, di inviare e ricevere materiali che ritraggono anche violenze ai danni dei ragazzi. Lei concentra la sua narrazione proprio su una vicenda torbida inerente l’adescamento di una adolescente. Può fornirci dati in merito?

La vicenda meramente letteraria che racconto in “Dark Web” riguarda Eva, una quattordicenne che ha un sogno come tutti gli adolescenti in tutti i tempi. E lei, adolescente del 2020, sogna di fare l’influencer di moda, con un’idea però piuttosto superficiale e semplicistica per cui chiunque, basta postare una foto, può diventare, appunto, famoso e seguito. Eva insomma si muove un po’ nella logica in cui purtroppo spesso siamo bersagliati anche dai messaggi televisivi o social, la logica del tutto subito e tutto è facile, e nella sua ingenuità non si preoccupa minimamente di informarsi o acquisire consapevolezza e responsabilità nell’uso del “mezzo internet”, ma posta sue foto. Lei non visita il dark web, ma ne diventa vittima inconsapevole: è il personaggio che incontra e che le dice di essere un designer di moda che le carpisce informazioni e foto che poi fa girare nel web più profondo e nascosto come fosse merce di scambio. Eva resta comunque invischiata in questa ragnatela, si rende conto che le foto che ha mandato a questo personaggio possono finire nelle mani di chiunque, ma non riesce a uscire dalla trappola, si sente sola e persa. Il personaggio incontrato, che a Eva si presenta come Doom Lad, prima usa l’adulazione, poi il ricatto, la minaccia, l’intimidazione, che sono passaggi tipici dell’atteggiamento degli adescatori. Pur essendo opera letteraria, la storia risulta verosimile, in quanto le cronache sono piene di storie come queste, purtroppo spesso difficili da scoprire, e i dati ci dicono anche che chi resta invischiato in questi ricatti, giovani soprattutto, ma anche persone di una certa età, tenta il suicidio in una percentuale di circa il 50%. Sono dati che non possono lasciare indifferenti, così come credo non possa lasciare indifferente il fatto che i nostri ragazzi passano online moltissima parte del loro tempo. Chi legge “Dark Web” comprende sicuramente che non tutto il web e non tutto il mondo social sono pericolosi, anzi, io sono convinta che sia un mondo immenso e bellissimo, ma occorre secondo me creare una consapevolezza e una responsabilità nel suo utilizzo, occorre conoscerlo, noi adulti per primi, perché siamo poi noi adulti che possiamo aiutare i nostri ragazzi ad affrontarlo in maniera corretta e sicura.

Le pagine che ha scritto evidenziano le peculiarità delle dark web. La garanzia dell’anonimato è protetta da rigidi parametri d’ingresso. L’accesso è quasi sempre preservato da una registrazione: tuttavia bastano pochi dati ed è possibile accostarsi ad una quantità inimmaginabile di materiale fotografico e video. Ritiene che i giovani ne siano effettivamente consapevoli?

Dalla mia esperienza vissuta a contatto di moltissimi giovani nelle scuole come autrice direi che i nostri ragazzi sono pienamente consapevoli dei contenuti che possono trovare anche nel web nascosto e se non li hanno visti loro in prima persona ne hanno comunque sentito raccontare. Credo anche che spesso siano convinti di non poter mai essere loro prede e soprattutto non sono consapevoli delle conseguenze anche penali che ci possono essere dietro a un utilizzo del genere del web, ma anche dal far girare sulle chat di WhatsApp immagini rubate o video a sfondo pedopornografico che, ahimè, spesso arrivano e loro vivono come un momento “proibito”, “vietato” e dunque purtroppo spesso cercato proprio come tutti gli adolescenti che, sempre e da sempre, sono attratti da ciò che va oltre le regole. Materiale la cui detenzione e diffusione è reato, per cui si può essere indagati e perseguiti dalla legge. Quello che manca secondo me è piuttosto la consapevolezza di che cosa può accadere avendo a disposizione quel tipo di materiale, che cosa rappresenta, che non è semplicemente qualcosa di “proibito”, ma è qualcosa di pericoloso, che va denunciato.

Il protagonista del suo romanzo ha un’identità fasulla. Cosa può suggerire agli adolescenti per proteggersi dai “catfish” e, soprattutto, cosa, a suo parere, spinge una persona a creare un profilo falso, e, soprattutto, ad instaurare e mantenere relazioni nascondendosi dietro una falsa identità?

La falsa identità è un reato e questo deve essere ben chiaro anche ai ragazzi. Per accedere ai social occorre aver compiuto una determinata età e inserirne un’altra non si fa. Personalmente non mi fido di chi nasconde la propria identità dietro un nome fasullo: vero che qualcuno anagramma il proprio nome, o mette un nome che gli piace, ma questo potrebbe essere fatto nel nickname. Credo che non abbia senso frequentare un social nascondendo la propria identità a meno che tu non abbia davvero qualcosa da nascondere. Questo in generale, poi certo chiunque è libero di fare come crede e comunque spesso anche i nickname usati sono immediatamente riconducibili al profilo diretto e ben conosciuto di una persona. E questo non mi spaventa: se uso un soprannome o il nome del mio animale domestico e poi metto la mia foto o foto comunque dove sono riconoscibile, o posto commenti che mi rendono riconoscibile, da nascondere non ho proprio niente. No, è chi imbroglia su tutto che mi mette ansia e personalmente non do mai l’amicizia a chi non conosco anche di persona o a chi non è riconoscibile. E questa, credo, debba essere la prima regola da far seguire ai nostri ragazzi, oltre che seguire noi stessi.

Lei ha tessuto la trama di un romanzo young adult. Quali sono i tratti di riferimento di siffatto genere?

Sto leggendo proprio in questi giorni “Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio” di Katherine Rundell. Una frase, riportata anche sulla quarta di copertina, dice che i libri per ragazzi non sono un posto in cui nascondersi, ma sono un posto in cui cercare. “Dark Web” nasce come romanzo rivolto a un pubblico di adolescenti, per questo è definibile appunto come dice lei “young adult” che è un tipo di letteratura che si rivolge appunto a un pubblico non di bambini ma neppure di adulti, bensì di “teen”, tra gli 11/12 e 16/17 anni. I protagonisti sono ragazzi della loro età che affrontano le tappe della loro crescita, qualcosa insomma di “formazione”, ma con tematiche attuali, come vivono il rapporto con la famiglia, con la scuola, tra pari, con le tecnologie, con l’amore, con gli ostacoli o i problemi che incontrano nella vita quotidiana o che nella vita quotidiana incontrano i loro amici. E spesso questo percorso porta alla presa di coscienza della responsabilizzazione. Questo in generale, rispondendo alla sua domanda sulle caratteristiche del genere, ma se mi è permessa una sottolineatura io credo che non esistano romanzi, o comunque libri in generale, solo per adulti o solo per ragazzi o bambini. Molto dipende dalla persona che legge. Per esempio, in tanti pensano che i silent books, i libri fatti di sole immagini, possano essere dati in mano a bambini che non sanno leggere perché con le figure soltanto possono affrontarli da soli, invece il potere evocativo e le diverse interpretazioni delle immagini che questi libri hanno non solo necessitano dell’intermediazione dell’adulto, ma spesso possono farli considerare anche per un pubblico adulto. Tornando a “Dark Web” sicuramente è pensato per tematica, linguaggio, personaggi, per un pubblico di adolescenti e tocca un tema che li riguarda da vicino, ma mi auguro che possa essere una lettura utile anche per gli adulti, meno nativi digitali, più distanti dall’uso di determinate tecnologie, ma che sono i primi a dover proteggere i propri ragazzi da pericoli oggi ancor più sconosciuti.

 

Sara Magnoli vive in una casa ristrutturata che era il cinema di sua nonna. Giornalista professionista, è laureata in Lingue e letterature straniere moderne all’Università degli Studi di Milano.

Con i suoi romanzi per ragazzi e per adulti, principalmente gialli, ha vinto nu­merosi premi, tra cui la sezione ebook del Garfagnana in Giallo nel 2015, il premio della giuria culturale “L’Aringo” al premio Essere donna oggi di Gallicano (Lucca) del 2017 e il secondo premio del Milano International 2017 sezione letteratura edita.

Giusy Capone

Rocksofia. Filosofia dell’hard rock nel passaggio di millennio

Il saggio di Alessandro Alfieri  prende in esame le due differenti modalità di esperienza elettronica accolte dai Radiohead e dall’industrial rock dei Nine Inch Nails, per poi addentrarsi nella riattualizzazione di due esemplari sostanziali della storia del rock: nel Nu Metal la propensione innovativa e la rimonta dell’urto ribellistico scagionano la veemenza dei Rage Against the Machine, mentre lo spazio asfissiante e buio dei Tool non è che desiderio di disintegrazione totale; nel Neo Punk contrariamente, l’esperienza di cambiamento vissuta dai Green Day nel passaggio dai 90es agli Anni Zero si oppone al furore sfacciato e quasi spensierato del punk-hardcore dei NOFX.

 

Ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?

La politica, anche se in termini dialettici, ha un ruolo significativo all’interno della mia argomentazione, perché nell’hard rock del passaggio di millennio spesso l’intransigenza non esprime alcuna intenzionalità politica o ideologica, come nella musica dei Nirvana. Gli anni Ottanta, dopo le intense passioni politiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno rappresentato in ambito sociale la piena realizzazione dell’utopia consumistico-edonistica: la violenza di ispirazione rivoluzionaria si è tradotta nell’eccesso della stravaganza, nell’abbigliamento quanto nel look, e all’impegno politico si sostituì una stagione basata sul principio della stilizzazione e della teatralità. I Rage Against the Machine invece recuperano la tradizione funk rock, attingono agli anni Sessanta per l’attivismo politico e ai Settanta per l’indole violenta e irruenta della loro musica, per ristabilire la dimensione politica come predominante nell’immaginario hard rock.

Nei Rage against the Machine la politica si presenta come tentativo di ristabilire un principio comunitario. L’impulso politico-vitalistico però è in qualche maniera inconciliato e contraddittorio: la violenza – dei testi e della musica – è impregnata dall’ideologia socialista rivoluzionaria, e tuttavia rispetto agli anni di Woodstock è quella stessa violenza che attesta come il vitalismo politico oggi sia condannato al fallimento, perché incapace di istituire un nuovo principio di comunità.

Anche i Green Day si sono prestati al tentativo di riscatto politico convertendo la loro proposta verso le esigenze della nuova generazione (sia da un punto di vista scenografico che di scrittura musicale), e anche le intenzioni dei NOFX negli ultimi anni sono state queste, ma ancora una volta la spirale dialettica porta il tentativo di attivismo in un ulteriore capovolgimento, dove mercato e impegno politico fanno paradossalmente tutt’uno.

Lei scrive che la nascita del rock costituisce “il paradosso del rock, alla luce del fatto che la sua nascita e la sua esistenza sono iscritte all’interno della cultura di massa e dell’industria culturale». Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?

Quel paradosso si ripropone e si reitera nel corso dei decenni, ed oggi è quanto mai pregnante: nella fase globalizzata del consumo, l’impulso ribellistico connaturato al genere rock si accompagna sempre alla stimolazione commerciale. Niente funziona di più sul mercato che l’avversione al mercato stesso: pensi alle t-shirt dei Ramones, dei Nirvana e dei Sex Pistols in vendita sugli scaffali di store come H&M e Zara.

Lei evidenzia il resistere d’una fruizione della musica rock nonché dei concerti, principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che attualmente si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?

La nostalgia è decisiva, in quanto sentimento ancestrale che il mercato sfrutta sagacemente. Questo fenomeno riguarda per esempio il trionfo dei Pearl Jam e dei Radiohead in quanto band longeve che hanno attraversato i decenni e l’abisso dell’autodistruzione per approdare all’oggi in maniere diverse; soprattutto per i primi, l’uscita del “nuovo disco” e il conseguente lancio del tour sono eventi che si fondano sull’attrazione nei confronti di un “passato immediato” poiché non si tratta del ritorno di una band di mezzo secolo fa, quanto di una carriera che non si è mai interrotta e che ha rinnovato in corso d’opera il suo potenziale nostalgico. La nostalgia è infatti ricerca di soccorso nella trasfigurazione narrativa della celebrazione del passato mitico e per questo ancora una volta impulso di morte più che di vita. Questa dimensione è stata investita dal sentimento diffuso nei confronti di quella “nostalgia del presente” che caratterizza gli attuali trenta-quarantenni: una visione perciò a metà strada tra nichilismo anedonico e vitalismo.

Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?

Il rock nella sua storia ha messo in evidenza tali interrogativi, e in una sua specifica tendenza è stato espressione di un impulso autodistruttivo (una tendenza che ha origine coi Velvet Underground nel cuore degli anni Sessanta). In molti casi il rock appare come illusione di una presunta liberazione, ma in molti altri non si è trattato di un’illusione ma di un effettivo propulsore vitalista, capace di opporsi allo status quo e alle convenzioni asfissianti. Non è un caso che i Foo Fighters si siano nettamente sganciati dal peso enorme di esprimere il vuoto anedonico, anche perché i tempi sono cambiati rispetto ai Nirvana: infatti, da un lato il mercato è stato talmente potente e astuto da aver assorbito le contemporanee forme di espressione di dolore dell’anima, dall’altro, le condizioni economiche globali oggi sono precipitate un po’ per tutti, e parlare di dolore esistenziale e di incapacità di comunicare in un’epoca in cui il benessere di vent’anni fa si sta progressivamente sbriciolando, non ha più molto senso.

Lei, riprendendo Reynolds, fa riferimento al vivere inserendo la marcia della “retromania”. Pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?

Quello della retromania è un fenomeno culturale ampio, che non riguarda solo o soprattutto il rock; d’altronde, fare riferimento a molti generi vintage significa comunque proiettarsi nella dimensione retromaniaca. Credo che le considerazioni del mio volume, trattate in termini sempre dialettici e mai in tono risolutivo, dimostrino che la musica rock, ieri come oggi, sia ancora pregna di filosofia, perché in fondo meno nel fenomeno la filosofia compare in maniera didascalica, più in esso diventa rilevante la filosofia stessa come “contenuto di verità” da interpretate e scovare.

 

ALESSANDRO ALFIERI insegna Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Belle Arti di Roma e si occupa prevalentemente di cultura di massa; ha insegnato Fotografia e nuove tecnologie visuali presso l’Università di Macerata; è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università “Sapienza” di Roma; è giornalista. Tra i suoi libri Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe (Orthotes, 2015);  Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità alle serie tv (Villaggio Maori, 2017); Dal simulacro alla storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino (Le petite plaisance, 2018); Lady Gaga. La seduzione del mostro (Arcana, 2018); Galassia Netflix. L’estetica, i personaggi e i temi della nuova serialità (Villaggio Maori, 2019).

Giusy Capone

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