Firenze: tassista aggredisce una giovane donna, per ora sospensione della licenza

E’ diventato istantaneamente  virale sui social network il video girato da un passante  a Firenze  la notte tra il 13 e il 14 gennaio. Nel video appare in modo chiaro la reazione violenta del tassista fiorentino (53enne) contro una giovane turista 33enne di origine americana: un calcio e poi uno schiaffo forte.  La motivazione sarebbe, secondo la giustificazione del 53enne, l’assurda pretesa della turista di ottenere un prezzo più basso sulla corsa. Una pattuglia della polizia è arrivata poco dopo in via Tornabuoni in seguito alla richiesta della turista, fatta alle persone presenti, di chiamare subito la polizia alla quale la ragazza ha raccontato che la lite era iniziata quando i due erano in automobile e che il tassista le avrebbe sputato in viso dopo aver spaccato con tanta violenza il divisore Anti- Covid.

“Senza riserve il comportamento del collega, qualunque siano gli accadimenti in precedenza occorsi” sono state queste le severe parole dei membri della società cooperativa tassisti dopo essere venuti al corrente del video.  “Pur comprendendo lo stato di frustrazione del collega, tra crisi lavorativa e la gravità dei fatti subìti l’altra notte, non possiamo che condannarne la reazione, sia come cittadino che come esercente di un pubblico servizio, ricordandogli che soprattutto chi lavora la notte, questi fatti li subisce con drammatica frequenza, ma senza scadere in reazioni di quel tipo” dichiara uritaxi.   Mentre il Comune di Firenze ha già preso provvedimenti: “pur in attesa delle procedure di accertamento dei fatti da parte delle autorità, ha già attivato i propri uffici competenti in materia di taxi ed ha convocato d’urgenza la commissione comunale taxi per esaminare l’accaduto e adottare i necessari provvedimenti”.  Per adesso è stata disposta l’immediata sospensione della licenza del tassista in attesa della riunione della commissione che è stata convocata per il prossimo mercoledì 19 gennaio. Mentre il sindaco di Firenze  Dario Nardella ha annunciato che la questione è stata segnalata al Questore del capoluogo toscano e che si aspetta un’indagine approfondita e una pena esemplare per il tassista non degno di svolgere un servizio pubblico. “Questa non è Firenze” ha scritto poi su twitter Nardella, definendo la vicenda inaudita e deprecabile. Intanto la giovane donna ha evitato per ora la denuncia ma ha  raccontato  la vicenda sui social network descrivendo Firenze come una città poco sicura, ha inoltre lanciato un appello per fermare la violenza sulle donne.

Alessandra Federico

Fotografia sociale: il primo fotografo sociologo

La fotografia è un vero e proprio mezzo di comunicazione. Il  messaggio che si può inviare tramite una fotografia può variare a seconda dell’obiettivo che si prefigge e, di conseguenza, il suo valore si valuta attraverso l’informazione che fornisce a coloro che la osservano. La fotografia sociale, ad esempio, si concentra non solo sulla ricerca di un’immagine perfetta dal punto di vista tecnico ma la sua priorità è dare spazio al tema sociale; la peculiarità della fotografia sociale (che si impone l’obiettivo di raccontare), quindi, è la ricerca tra estetica, stile personale, racconto, e, soprattutto, documentazione. Difatti, la fotografia sociale, viene utilizzata per raccontare storie di persone che spesso vengono trascurate ed è proprio attraverso quest’ultima che gli osservatori sono invogliati ad iniziare un cambiamento sociale. In sostanza, questo tipo di fotografia si impone, come requisito fondamentale, la ricerca di una verità e di un’obiettività, mediante l’uso dell’immagine soprattutto riguardo le realtà sociali e critiche che la maggior parte delle volte si preferisce ignorare. La prima fotografia sociale fu scattata la Lewis Hine.

 La prima fotografia sociale

“Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica”  Lewis Hine

L’intento di Hine, infatti, era proprio quello di raccontare, attraverso la fotografia,  storie che a parole non si riuscivano a descrivere e che venivano, quindi, prese poco in considerazione. Lewis W.Hine nacque a Oshkosh (Wisconsin) nel 1874. Era figlio di un’insegnante e di un veterano della guerra civile. Quest’ultimo perse la vita nel 1892 e Hine fu costretto a prendersi cura della sua famiglia sin da quando era molto giovane, iniziando a lavorare in una fabbrica di tappezziere per mobili e guadagnando poco più di 4 dollari alla settimana, eseguendo 13 ore di lavoro al giorno. In seguito lavorò in una compagnia di filtri per l’acqua e in banca poi. Solo nel 1900 e dopo enormi sacrifici, riuscì finalmente a frequentare l’Università di Chicago seguendo la facoltà di Scienze dell’Educazione. Continuò gli studi presso la New York University e la Columbia.

Hine fu il primo fotografo capace di dare un’importanza ulteriore alla fotografia utilizzandola  per promuovere nuove riforme sociali, come ad esempio mandare informazioni riguardo il lavoro minorile.

Dopo la laurea ottenne il ruolo di insegnante di Sociologia presso la Ethical Culture School di New York e da lì a poco iniziò a realizzare i suoi primi reportage, mirati principalmente sulle grandi città come New York.

Hine credeva che l’educazione fosse un ottimo strumento di trasformazione sociale, anche se non bastava per comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Decise così di accompagnare l’insegnamento con la fotografia in modo da orientare i giovani verso una consapevole percezione della realtà. Sentiva il bisogno di dare valore al tema dell’immigrazione dell’America del primo Novecento, optando per la fotografia come  unico mezzo efficace per far essere tutti al corrente di ciò che stava avvenendo. Nacque così il reportage ad Ellis Island. Tantissimi erano gli immigrati che raggiungevano New York nel primo decennio del Novecento. Così, insieme ai suoi alunni, Hine decise di attraversare le strade dell’isolotto newyorkese, il principale punto d’ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. E attraverso la fotografia, Hine, racconta lo stile di vita degli immigrati, ritraendo queste persone durante le ore di lavoro (sottopagate) persino nelle loro baracche poco pulite, umide e senza luce. Nel 1908, il National Child Labor Committee (NCLC) gli commissiona  un’inchiesta sul lavoro minorile. Decide di dedicarsi del tutto alla fotografia. Il lavoro minorile, nel primo Novecento, era considerato normale in America, ma per Hine non era assolutamente accettabile. Intraprese così lunghi viaggi, (percorrendo oltre ottantamila chilomentri, tra Florida e Chicago) della durata di 10 lunghi anni, per documentare le condizioni lavorative dei bambini nelle miniere, nelle piantagioni e nelle fabbriche.

Le foto di Hine ritraggono bambini che lavorano, con vestiti consumati e sporchi, le lacrime agli occhi e i volti stanchi, nelle industrie, per strada, nelle campagne, e nelle miniere. Per riuscire a documentare le condizioni di questi bambini, però, era costretto a fingersi fotografo industriale o un venditore di bibbie; chi gestiva le miniere o le fabbriche voleva tenere nascosto il lavoro minorile.

Fotografie che hanno girato il mondo intero quelle di Lewis Hine con l’intento di dare voce a chi la voce era stata rubata, per far conoscere la cruda e triste realtà che si ignorava o di cui addirittura non si era a conoscenza.

Le fotografie di Hine sono state fondamentali per scoprire tante crude realtà e riuscire in tempo a soccorrere tante persone in difficoltà, sono state, le fotografie di Lewis, di grande contributo ai fini dell’abolizione del lavoro minorile nel 1916.

“Poeta della fotografia” così è stato definito Lewis Hine  grazie alla sua grande facoltà di comunicare l’animo di un critico tempo storico.

Alessandra Federico

Il mi nonno. Storie e storielle del mio paese

Uno sguardo alle storie e alle leggende del suo paese d’origine, Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia, è il leit motif ispiratore de Il mi Nonno. Storie e storielle del mio paese, pubblicato nel 2010, poco prima della scomparsa del suo Autore Antonio Desideri.

Il volume, ripubblicato dall’Associazione Culturale “Napoli è” nel 2021 per ricordare la scomparsa dello scrittore e collaboratore di varie testate giornalistiche e della stessa Associazione, raccoglie gli scritti dell’Autore dal 2002 al 20024.

Verità e non-verità (estetica e sociale) della cultura popular

Professor Marino, Theodor W. Adorno è un esponente di spicco della teoria della critica della società legata alla Scuola di Francoforte. Ebbene, quale ruolo ha giocato il confronto con l’industria culturale e con l’esperienza estetica che la caratterizza?
Per prima cosa, ci tengo a esprimere un sincero ringraziamento per il suo interesse per il mio lavoro filosofico: è una cosa che apprezzo molto, che non va mai data per scontata, e per la quale dunque la ringrazio. Poi, rispondendo alla sua domanda, direi che, a differenza di quanto si tende spesso a credere, quello che lei ha appropriatamente chiamato il confronto con l’industria culturale e con l’esperienza estetica che la caratterizza ha giocato un ruolo molto importante (e, quindi, niente affatto trascurabile o “secondario” rispetto ad altre occupazioni tipicamente considerate “primarie” o più serie) all’interno dell’itinerario di pensiero di Adorno come filosofo, sociologo e musicologo – dato che il pensatore francofortese, com’è noto, sapeva coniugare e intrecciare fra loro queste tre dimensioni della sua attività di teorico critico della società. In altre parole, in base all’interpretazione che ho offerto nel mio ultimo libro (Verità e non-verità del popular. Saggio su Adorno, dimensione estetica e critica della società, 2021), nel momento in cui Adorno dedica il proprio tempo e le proprie energie alla stesura di saggi come Sulla situazione sociale della musica (1932), Sul jazz (1936), Il carattere di feticcio della musica e la regressione nell’ascolto (1938) e 16 (1941), non concepisce questa attività di confronto con la musica leggera e la sua fruizione spesso distratta come una “distrazione” rispetto ad attività a prima vista più serie e importanti come la decifrazione filosofico-sociologica della musica d’avanguardia di Schönberg, Berg, Webern e Stravinskij, alla quale non a caso si dedica con attenzione e passione esattamente negli stessi anni. Se, come scrive Adorno in modo molto enfatico nel suo capolavoro di “musicologia filosofica”, Filosofia della musica moderna (1949), “le forme dell’arte registrano la storia dell’umanità più esattamente dei documenti”, ciò implica, per il teorico critico che voglia sviluppare una teoria estetica davvero completa e adeguata (come Adorno cercherà di fare fino alla fine della sua vita, approdando all’incompiuta e postuma Teoria estetica uscita nel 1970), di confrontarsi seriamente con entrambe le sfere della cultura, ovvero sia quella “seria” che quella “leggera”, intese da Adorno come “le due metà, strappate l’una dall’altra, della libertà integrale, che però non si lascia ridurre alla loro mera somma” (lettera di Adorno a Benjamin del 18 marzo 1936). Naturalmente, ciò non toglie che nella stragrande maggioranza dei casi, a partire dai saggi dei primi anni Trenta per arrivare all’Introduzione alla sociologia della musica (1962) e altri scritti, il confronto di Adorno con la popular music, l’industria culturale e l’esperienza estetica che la caratterizza, sia stato un confronto critico, spesso molto duro e talvolta, a mio avviso, persino un po’ eccessivo nella riconduzione di tutta la musica leggera a un’implacabile standardizzazione. Tuttavia, ciò non toglie in alcun modo che gli strumenti analitici e concettuali forniti da Adorno per un’analisi della cultura popular in chiave di teoria critica della società siano ancora molto preziosi e utili, per non dire in alcuni casi indispensabili, soprattutto ai fini di una comprensione non meramente acritico-descrittiva, bensì critico-normativa, di tali fenomeni.
Il pensiero di Adorno possiede una natura dinamica, aperta e plurale volta ad investigare la tematica della verità del non-vero e della non-verità che spesso inerisce al vero. Quali riflessioni scaturiscono dal confronto critico con la popular music novecentesca?
In primo luogo, come ho cercato di mostrare nel mio precedente libro (Le verità del non-vero. Tre studi su Adorno, teoria critica ed estetica, 2019), nonostante Adorno, a differenza di molti altri filosofi a lui contemporanei, non abbia mai scritto un’opera specificamente dedicata al tema della verità in quanto tale, cionondimeno questa tematica è fortemente presente nella sua opera a tutti i livelli, cioè ad esempio a livello sia filosofico che sociologico che musicologico. Inoltre, in un modo che è caratteristico in generale del suo approccio dialettico al pensiero, tale tematica è presente in Adorno soprattutto nella forma di un’indagine sull’intreccio di verità e non-verità: “la filosofia si attua come tale nella permanente disgiunzione del vero e del falso”, scrive Adorno nei Tre studi su Hegel (1963), ma sempre con la consapevolezza che un certo fenomeno o evento (filosofico, musicale, sociale, culturale, storico), anche quando è dotato di ciò che egli chiamava “contenuto di verità”, non per questo può considerarsi del tutto esente da tratti di non-verità se osservato da una prospettiva più ampia e approfondita. Nel mio libro del 2019 ho provato a verificare la portata di questa idea soprattutto tramite un’analisi delle interpretazioni critiche di Adorno della filosofia di autori come Kant, Hegel, Nietzsche e Spengler, nonché della musica di Stravinskij, laddove nel mio libro del 2021 il tema del rapporto dialettico fra vero e non-vero è stato messo alla prova sul terreno della cultura di massa, con un focus specifico sulla popular music (intesa come musica “leggera”, “di massa” e “di consumo”, più che come musica “popolare” nel senso del richiamo alle tradizioni popolari). Per rispondere quindi alla seconda parte della sua domanda, direi che, in primo luogo, è sempre bene tenere presente che oggi, nel 2021, quando leggiamo i saggi di Adorno sul jazz, la popular music, il feticismo in musica e la regressione dell’ascolto, le nostre fonti sonore e i nostri riferimenti musicali e culturali sono parzialmente (sebbene non per forza interamente) diversi da quelli di Adorno. Ciò è stato oggetto di studi specifici, spesso molto accurati a livello storiografico-musicale, fra i quali mi limito a citare quelli di J. Bradford Robinson, R. Leppert, M. Paddison e altri ancora. Solo sulla base di questo dato di fatto, relativo alla formazione di Adorno sia a contatto con le poetiche d’avanguardia primo-novecentesche, sia a contatto con un certo “pseudo-jazz” tedesco degli anni ’20-’30 e poi con un certo jazz ballabile negli U.S.A. negli anni ’30-’40, si spiegano alcune posizioni molto critiche del filosofo di Francoforte nei confronti di tutta la popular music (compreso tutto il jazz), talvolta chiaramente denotanti un’incomprensione verso certi fenomeni, nonché una mancanza di feeling per l’improvvisazione e altro ancora. D’altra parte, ciò non toglie che, anche qualora vengano applicate alla comprensione di fenomeni musicali più recenti, molte categorie introdotte da Adorno nella sua “musicologia filosofica” (come le categorie di standardizzazione e pseudo-individualizzazione, nel caso della sua teoria della popular music) rivelino ancora oggi una straordinaria pregnanza, attualità e capacità di dischiudere nuovi orizzonti interpretativi, soprattutto se ripensate, rimodellate a contatto con fenomeni diversi da quelli a lui noti, e se adottate con flessibilità anziché con rigidità. Sia i saggi dei miei colleghi Alessandro Alfieri, Colin Campbell, Giacomo Fronzi e Marco Maurizi raccolti nel libro Adorno and Popular Music che ho curato nel 2019, sia le analisi che ho svolto con la mia tesista Eleonora Guzzi nel libro La filosofia dei Radiohead (2021), vanno un po’ in questa direzione.
Lei, talvolta, marcia contro Adorno, analizzando i rapporti tra arte e società. Quale potenziale politico possiede, a suo avviso, la popular culture?
Come dicevo, la scelta, in diversi miei articoli e libri recenti, di approcciare la popular culture con gli strumenti di una teoria estetica, come quella di Adorno, declinata in chiave di teoria critica della società, deriva dalla convinzione che perlomeno alcuni fra i numerosi strumenti di analisi forniti a suo tempo da questo autore conservino ancora oggi una straordinaria capacità di penetrazione intellettuale nel campo di questi fenomeni. Chiaramente, però, tutto ciò è valido solo a patto di non assumere un atteggiamento di adesione immediata e acritica nei confronti di ciò che Adorno ha pensato e scritto (perlopiù in modo pessimistico e polemico, com’è noto) a proposito dell’industria culturale e della popular music, bensì di assumere un atteggiamento vigile e critico nei confronti delle sue stesse categorie interpretative. A mio avviso, del resto, ciò è altrettanto vero nel caso dello studio del pensiero di altri autori o altre autrici, nel senso che se c’è una cosa che in filosofia non andrebbe mai fatta, questa è proprio l’adozione di un atteggiamento acritico o persino dogmatico nei confronti della dottrina filosofica che si sta studiando e approfondendo: la filosofia va sempre studiata in modo critico, seppure a partire da un senso di grande rispetto (e talvolta persino di gratitudine) nei confronti dell’autore o l’autrice con cui ci si confronta, e dunque evitando assolutamente che ciò che sto provando a definire in termini di atteggiamento o approccio critico degeneri in presunzione, arroganza e sciocca hybris intellettuale. Detto altrimenti, se mi occupo del pensiero di Kant, che è per certi versi il filosofo critico par excellence, è bene che io lo faccia essendo animato da un sano e magari anche intransigente atteggiamento critico nei confronti del suo stesso criticismo, ma senza mai perdere l’umiltà e la ragionevolezza di riconoscere che, in ogni caso, il mio autore è il grande Immanuel Kant e io, anche qualora scorgessi delle “fratture” (come amava chiamarle Adorno) nel suo sistema, in confronto a lui rimango comunque un piccolo Stefano Marino. Tornando alla sua domanda, in alcuni miei contributi recenti su Adorno mi sono servito a volte per comodità di formule sintetiche (e indubbiamente un po’ semplificative, ma dotate in compenso del pregio della chiarezza) come “approccio adorniano ortodosso/eterodosso” per indicare l’atteggiamento metodologico e interpretativo che sto provando qui a chiarire. Anche in Verità e non-verità del popular ho cercato di mantenermi fedele a tali presupposti nell’approcciare i fenomeni dell’industria culturale e della popular music, procedendo quindi “con Adorno” e però, ove necessario, al contempo anche “contro Adorno”. Da un lato, dunque, si tratta di accostarsi ad Adorno (così come al pensiero di qualsiasi altro pensatore o altra pensatrice, come dicevo) in modo critico, cioè senza fargli sconti, senza lasciarsi condizionare dalla sua indiscutibile autorità in campo filosofico e musicale, e senza privarsi della libertà di mettere in luce ambiguità o problematicità presenti nella sua prospettiva interpretativa, là dove queste ultime emergano; dall’altro lato, però, si tratta di riconoscere al contempo il carattere raro e talvolta unico delle sue analisi dei fenomeni culturali (compresi quelli musicali e, fra questi ultimi, inclusi anche quelli popular). Sotto questo punto di vista, da un lato ritengo legittima in linea di principio qualsiasi obiezione e disamina critica rivolta al pensiero di Adorno, anche sul terreno della sua polemica corrosiva nei confronti della popular culture, purché supportata da valide ragioni e argomentazioni; dall’altro lato, ritengo al contempo che sia un grave errore far sfociare le obiezioni alla critica adorniana della cultura di massa in versioni stereotipate o persino caricaturali del pensiero di Adorno, come purtroppo è capitato spesso e forse continua ancora oggi ad accadere. Fra questi due poli, sintetizzati col ricorso ai semplici termini “con” e “contro”, si è sviluppato negli ultimi anni il mio confronto con la riflessione adorniana, ovvero in uno spazio definito da un atteggiamento di adesione ragionata e condizionata (e dunque mai aprioristica o incondizionata) e di critica articolata e argomentata (e dunque mai banalmente distruttiva e fine a se stessa, ma auspicabilmente costruttiva). Quanto alla questione del potenziale politico insito nella dimensione estetica, compresa l’esperienza estetica spesso “distratta” e immersa nella quotidianità della popular culture, credo la questione sia enorme e di grandissimo interesse anche per l’influenza e l’impatto che la cultura di massa può avere sulle nostre idee, valutazioni e scelte a tanti livelli, non escluso quello etico e politico. A tal proposito, in riferimento ai pensatori francofortesi direi che ciò che possiamo imparare di davvero importante dalle riflessioni di Adorno e anche di Marcuse è come spesso la cosiddetta questione dell’“impegno”, in campo artistico (compreso il caso di una canzone pop-rock), sia più una questione di sperimentazione sul piano della struttura e della forma che una questione di trasmissione immediata di un contenuto o messaggio “politicizzato”. Una prospettiva di questo tipo, infatti, dischiude orizzonti molto interessanti ai fini di un’interpretazione non banalizzante o immediata, ma viceversa mediata e attenta a sfumature e dettagli spesso meno percettibili ma comunque presenti nelle opere d’arte o nelle performance: la lettura delle esecuzioni femminili di brani della tradizione blues che è stata offerta dalla celebre teorica femminista Angela Davis (che, da giovane, fu allieva diretta di Marcuse) rappresenta in tal senso un valido esempio di uno sviluppo ulteriore della succitata prospettiva interpretativa, come ho potuto apprendere recentemente dalla tesi di una mia studentessa, Ines Zampaglione (giacché, sì, a volte sono i/le docenti a imparare dai lavori dei propri studenti e delle proprie studentesse!). In riferimento ad altri autori o autrici che hanno elaborato la questione del rapporto fra dimensione estetica e potenziale politico sulla base di altre categorie di riferimento e all’interno di altre tradizioni filosofiche, direi che, nel caso di arti particolarmente legate alla dimensione performativa, un grande ruolo sia svolto anche dalla componente somatica, cioè dall’uso del corpo del/della performer (compreso il/la musicista rock) allo scopo di veicolare certi significati a livello sia formale che contenutistico; a tal riguardo, la riflessione recente di un filosofo pragmatista come Richard Shusterman può offrire stimoli estremamente interessanti e originali.
Musica e moda possono rivelarsi armi subdole e infide, in grado di sollecitare i più imprevedibili esotismi e razzismi?
Così, su due piedi, e in modo molto spontaneo, mi verrebbe da rispondere a questa domanda che la musica o la moda (così come, in generale, anche l’arte, la filosofia, la politica, lo sport e forse ogni altra cosa) sono un po’ come l’amore, cioè qualcosa che, a seconda delle circostanze, del contesto, delle persone coinvolte, del momento particolare della tua vita ecc., può rappresentare sia una salvezza, sia viceversa una rovina. Come canta Sting con i Police, “love can mend your life” ma, al contempo, “love can break your heart”; come canta Chris Cornell con i Temple of the Dog e i Soundgarden, “love heals all wounds with time” ma, al contempo, a volte “love’s like suicide”. Come si domanda il protagonista di Love, il controverso film di Gaspar Noé del 2015: “Love is strange. How can something so wonderful bring such great pain?”. Ecco, al di là del paragone con l’amore (che, come dicevo, mi è venuto in mente in modo spontaneo e che, essendo piuttosto sensibile a questo tema, ho voluto concedermi di citare), direi che, mutatis mutandis, oscillazioni di tipo analogo possono verificarsi più o meno in ogni esperienza umana. Nessuna pratica umana ne è esente a priori, nessuna è garantita in linea di principio dal capovolgersi nel suo opposto, cioè dal rovesciarsi in ciò che, a prima vista, non tenderemmo ad associare a essa. Ciò (o chi) ha la funzione di educare, a volte può rivelarsi diseducativo; ciò (o chi) ha il ruolo di sgomberare il campo dai pregiudizi, a volte può rivelarsi prigioniero e portavoce di altri stereotipi e preconcetti; ciò (o chi) può apparire in prima battuta come dotato di una funzione progressiva, a volte può rivelare in seconda battuta tratti regressivi; ciò (o chi) suscita in noi l’aspettativa di aprire nuovi orizzonti che favoriscano dialogo e comprensione reciproca, può impercettibilmente ma fatalmente (e a volte inconsapevolmente) scivolare verso nuove forme di chiusura e discriminazione, compreso, nei casi più gravi, il razzismo da lei citato (o il sessismo, aggiungerei). Mi torna in mente, a tal proposito, un passaggio tratto da Prismi, là dove Adorno avverte che non basta semplicemente “diffamare la barbarie e confidare nella salute della civiltà”, ma piuttosto, in modo meno ingenuo e più disincantato, si deve cogliere “l’elemento di barbarie che pervade la stessa civiltà”, cioè bisogna osare sfidare “l’idea di civiltà non meno che la realtà della barbarie”. Ora, proprio perché il significato e la funzione di un’opera, di un’esperienza, di un evento, di un fenomeno storico-culturale o anche semplicemente di una parola o un’azione non sono garantiti una volta per tutte, ma possono talvolta paradossalmente capovolgersi nel proprio opposto (in virtù del contesto, delle situazioni contingenti o anche, per dirla con Gadamer, di una certa “storia degli effetti”), rimane valido il lucido avvertimento contenuto in un brano magnifico dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti: “Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi / Occorre essere attenti”. Tutto ciò, però, stando attenti al contempo a non essere troppo attenti (!), ovvero prestando sempre attenzione al fatto che lucidità, serietà e padronanza di sé non soffochino la propria spontaneità, e al fatto che il disincanto (che così bene e così giustamente si sposa alla lucidità e all’attenzione) non privi del tutto di una componente di incanto e anche di ingenuità la nostra esperienza con il mondo e la nostra interazione con le altre persone. Comunque, al di là di queste mie osservazioni di carattere un po’ generale, quanto ai punti specifici e particolari toccati dalla sua domanda (che citano moda, musica e razzismo), vorrei solo aggiungere due cose. Primo, che in tempi recenti anche la filosofia della moda (al pari dell’estetica della popular music, del design, del cinema e di molte altre pratiche non contemplate dall’estetica tradizionale nel senso ristretto di “filosofia delle belle arti” e della cosiddetta “grande arte”) ha avuto un significativo riconoscimento e sviluppo, come testimoniato dai lavori di autori come Nickolas Pappas, Lars Svendsen e altri: per chi fosse interessato/a, mi permetto di rimandare in tal senso al libro Philosophical Perspectives on Fashion che curai anni fa con Giovanni Matteucci per l’editore Bloomsbury. Secondo, che proprio Adorno è stato accusato talvolta di razzismo per via dei suoi giudizi estremamente critici sul jazz, in parte dovuti alla sua scarsa comprensione del senso dell’improvvisazione musicale e alla sua conoscenza solo parziale della cultura musicale afro-americana; tuttavia, se, come dicevo, è senz’altro lecito e anzi opportuno studiare Adorno (come ogni autore e autrice) in modo critico, nel caso di un’obiezione del genere ci si trova di fronte a un fraintendimento grossolano e anche pericoloso, di cui peraltro si accorse già negli anni Cinquanta lo stesso Adorno, il quale infatti nel breve testo Replica a una critica a “Moda senza tempo” (incluso nella raccolta Variazioni sul jazz. Critica della musica come merce, edita nel 2018) scrisse: “proteggere i neri proprio dalla mia arroganza bianca – quella di uno che è stato cacciato da Hitler – è grottesco. Piuttosto, per quel che permettono le mie deboli forze vorrei difendere i neri dall’umiliazione di cui sono vittima quando si abusa della loro capacità espressiva trasformandola nella prestazione di un clown eccentrico. Che tra i fan [del jazz] vi siano sinceri contestatori, bramosi di libertà, lo so: il mio saggio menziona il fatto che ‘l’eccessivo, il non-sottomesso nel jazz […] viene ancora sentito insieme a esso’. […] Ma credo che il loro anelito, forse a causa dell’ignobile privilegio culturale in campo musicale che domina nel mondo, sia sviato verso una falsa primordialità e pilotato autoritariamente”.
Professore, qual è oggidì la funzione della cultura?
La sua domanda è quanto mai ampia e ambiziosa, e dunque non è facile fornire una risposta univoca e sintetica. Ciò, in primo luogo, per via del semplice ma evidente fatto che il concetto stesso di “cultura”, al pari di altri concetti di pari ampiezza, complessità e profondità (come, ad esempio, “arte”, “storia”, “scienza”, “filosofia”, “gusto”, “giudizio”, per non parlare poi di “essere”, “divenire”, “spirito”, “verità”, ecc.), non ha un’unica definizione ma, al contrario, può essere (e, di fatto, è stato) definito in modi diversi, a seconda dei presupposti teorici di partenza, degli scopi finali della riflessione e di molto altro ancora. Come scrive Dick Hebdige in apertura a un libro importante e influente come Sottocultura: “la cultura […] è un concetto notoriamente ambiguo. Rifratta in secoli d’uso, la parola ha acquisito una serie di significati assai differenti e spesso contrastanti fra loro”. Detto ciò, comunque, e tenendo conto del senso e del contesto specifico del discorso sviluppato in questo colloquio (ovvero, un contesto di teoria critica e incentrato sul rapporto fra vero e non-vero, intesi adornianamente come rappresentativi, rispettivamente, di un rapporto critico-negativo o, viceversa, acritico-affermativo verso il reale), le risponderei che, come si legge in Dialettica dell’illuminismo, “la cultura è una merce paradossale”, nel senso che, da un lato, perlomeno a partire dalla tarda modernità e la successiva estetica del pop (con la celebre definizione dell’arte come “prostituzione” da parte di Baudelaire e, un secolo dopo, la non meno celebre e provocatoria aspirazione di Warhol a trasformare definitivamente l’arte in un business), essa non può fare a meno di constatare l’avvento della mercificazione anche al proprio interno, ma dall’altro lato, e al contempo, la vera cultura non può neanche fare a meno di interrogarsi criticamente su stessa e tentare di mettere anche solo parzialmente in discussione lo stato di cose presente o, con una terminologia più francofortese, l’esistente. Nel caso specifico di quel particolare prodotto culturale che è un’opera d’arte, in Teoria estetica Adorno spiega che l’opera d’arte, sottoposta oggi alla mercificazione e al feticismo, è tenuta a fare i conti con tali processi, incorporarli in sé e trascenderli immanentemente per configurarsi alla fine come una cosa che sa spogliarsi della propria cosalità, come una sorta di merce che è capace di trascendere se stessa. Scrive Adorno: “nell’apparenza estetica l’opera d’arte prende posizione nei confronti della realtà, che essa nega diventando una realtà sui generis. L’arte fa obiezione alla realtà con la propria obiettivazione. […] Nel pieno dell’utilità dominante l’arte [è] l’altro, ciò che è esente dal meccanismo del processo di produzione e riproduzione della società, ciò che non è sottoposto al principio di realtà”. Una tale dinamica, eminentemente dialettica e in qualche modo anche paradossale, viene talvolta esemplificata da Adorno col riferimento al “gesto del barone di Münchhausen, che si solleva dallo stagno afferrandosi per il codino” (Minima moralia, §46). Oltre a ciò, tornando alla questione più generale del significato della cultura oggi, mi piace concludere la mia risposta alla sua domanda con un rimando all’idea di una perdurante e ancora valida (nonostante tutto) funzione critica della cultura, cioè di una capacità e, in un certo senso, una necessità, da parte della cultura, di favorire l’elaborazione e lo sviluppo di un atteggiamento critico (e, per questo motivo, attivo, anziché rassegnato, sottomesso e passivo) verso il reale. In un recente contributo filosofico-politico sulla pandemia (in uscita a inizio 2022 in un volume da me curato dal titolo Estetica, tecnica, politica: immagini critiche del contemporaneo), la mia collega Valentina Antoniol ha richiamato l’attenzione sulla definizione foucaultiana della filosofia come “superficie d’emergenza di un’attualità” di cui proporre “un’ontologia”, dunque come un’ontologia dell’attualità che è anche “un’ontologia critica di noi stessi”. Pur non essendo possibile, ovviamente, sovrapporre sic et simpliciter la prospettiva critica di Foucault a quella di Adorno, una definizione di questo tipo della filosofia (e, in senso più ampio, del sapere e della cultura come “strumenti” per prendere posizione nei confronti della realtà) si può incrociare e abbinare bene, a mio avviso, alla concezione adorniana della filosofia come “ontologia della condizione falsa”: come si legge in Dialettica negativa, “un’ontologia della cultura dovrebbe includere ciò in cui la cultura in genere ha fallito”. Penso che si tratti, in entrambi i casi, di indicazioni estremamente stimolanti e ancora proficue ai fini di un confronto aperto con il senso e la funzione della conoscenza e della cultura oggi, e non escludo che uno dei progetti futuri a livello di studio e di pubblicazione possa riguardare proprio il confronto fra due autori come Foucault e Adorno su ragione, storia, libertà e cultura.
Stefano Marino è Professore Associato di Estetica presso l’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull’ermeneutica filosofica, la teoria critica, il neopragmatismo, la filosofia della musica e l’estetica della moda. È autore delle monografie Verità e non-verità del popular. Saggio su Adorno, dimensione estetica e critica della società (2021), La filosofia dei Radiohead (con E. Guzzi, 2021), Le verità del non-vero. Tre studi su Adorno, teoria critica ed estetica (2019), Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer (2015), Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno (2015), La filosofia di Frank Zappa (2014), Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization (2011). Ha tradotto i libri di Th. W. Adorno, Variazioni sul jazz (2018), di C. Korsmeyer, Il senso del gusto. Cibo e filosofia (2015) e di H.-G. Gadamer, Ermeneutica, etica, filosofia della storia (2014) e Che cos’è la verità (2012). Ha pubblicato come co-curatore i volumi: The “Aging” of Adorno’s Aesthetic Theory (2021), Pearl Jam and Philosophy (2021), Aesthetics and Affectivity (2021), Romanticism and Popular Music (2021), Kant’s “Critique of Aesthetic Judgment” in the 20th Century (2020), The Culture, Fashion, and Society Notebook 2020 (2020), “Be Cool!” Aesthetic Imperatives and Social Practices (2020), Deconstruction (2020), Adorno and Popular Music (2019), Populismo, femminismo, popular culture (2019), Filosofia del jazz e prassi di libertà (2018), Philosophical Perspectives on Fashion (2016), Theodor W. Adorno: Truth and dialectical experience (2016), Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice (2015), Filosofia e Popular Music (2013), Da quando siamo un colloquio. Percorsi ermeneutici nell’eredità nietzschiana (2011), Domandare con Gadamer (2011) e I sentieri di Zarathustra (2009). È inoltre batterista rock-jazz e autore di due raccolte di poesie, Frammenti di agonia umananimale (2015) e Fratture multiple alle ossa e al cuore (2019).
Giuseppina Capone

Paris Fashion Week 2022

Per gli appassionati dell’Alta moda è arrivato il momento più atteso dell’anno: l’Haute couture torna ad illuminare le passerelle della capitale francese per presentare le nuove collezioni moda primavera-estate 2022 dal ventiquattro al ventisette gennaio.

Ad aprire la settimana della moda parigina sarà Schiaparelli; intanto, per dare l’opportunità a tutti gli ospiti di assistere all’evento (gli spettatori saranno divisi per gruppi a causa delle restrizioni per il covid19) la collezione Dior sfilerà ben due volte il giorno ventiquattro gennaio alle 14.30 e alle 17.00. Anche la nuova collezione primavera estate 2022 Chanel la vedremo due volte il venticinque gennaio alle 10.00 e alle 12.00. Ancora, si attende con ansia la nuova collezione primavera estate di Valentino il giorno ventisei gennaio alle ore 10.00. Anche Louis Vuitton volerà a Parigi per presentare la sua nuova collezione all’interno della quale mostrerà l’ultimo lavoro di Virgil Abloh (Direttore artistico di Vuitton venuto a mancare lo scorso ventotto novembre).

L’attenzione da parte degli spettatori, probabilmente, sarà dedicata esclusivamente a Gurum Gvasalia nuovo direttore artistico di Vetements  (marchio francese di calzature fondato da Demna Gvasalia nel 2014). Ma non sarà l’unica New Entry durante la Paris Fashion Week; la vincitrice del premio Andam 2021 è una nuova stilista emergente britannica Bianca Saunders, che presenterà per la prima volta la sua nuova collezione primavera estate 2022 durante lo show parigino. Tanti saranno i giovani stilisti che parteciperanno a questa Fashion week come Airei e Winnie dagli Usa, Namesake da Taiwan, Songzio da Singapore Youths in Balaclava, Lukhanyo Mdingi, dal Sudafrica, Vuarnet e Passaro dalla Francia, dal Messico Liberal Youth Ministry e, infine, Solid Homme dalla Corea che in realtà ha già partecipato alla Milano fashion week la stagione scorsa. Non potevano di certo mancare le due nuove griffe francesi  Bluemarble (fondato dallo stilista Anthony Alvarez ) ed EgonLab (disegnata dal duo Florentin Gl è marec e Ké vin Nompeix).

A presentare la collezione prêt-à-porter femminile primavera estate 2022 saranno Paco Rabanne e Alaïa. Ancora una volta, la circostanza creata a causa del virus Covid19, porterà allo show ulteriori severe restrizioni ma non abbastanza da fermare uno degli eventi più importanti dell’anno nel mondo del fashion.

Calendario Paris Fashion Week

24 gennaio

Schiaparelli

Ulyana Sergeenko

Iris Van Herpen

Georges Hobeika

Christian Dior

Azzaro Couture

Christian Dior

Maison Rabih Kayrouz

Giambattista Valli

25 gennaio

Chanel

Alexis Mabille

Stéphane Rolland

Julien Fournié

Alexandre Vauthier

RVDK Ronald Van Der Kemp

Giorgio Armani Privé

26 gennaio

Franck Sorbier

Zuhair Murad

Valentino

Jean Paul Gaultier

Viktor&Rolf

Elie Saab

Rahul Mishra

Charles de Vilmorin

27 gennaio

Aelis

Yuima Nakazato

Julie de Libran

Christophe Josse

Fendi Couture

Imane Ayissi

Alessandra Federico

Il re degli dèi. Zeus e le divinità greche: le meravigliose storie del mondo antico

Professor Gelain, lei è autore del noto podcast Mitologia. Qual è stata la chiave del successo per un tema che apparentemente, forse, è sideralmente distante dai gusti contemporanei?
Come ben afferma lei, apparentemente la mitologia sembra essere un argomento lontano dal velocissimo mondo di oggi e le confesso che era quel che pensavo pure io, all’inizio del mio percorso. La mia sorpresa è stata scoprire che in realtà le cose non stavano così. Negli ultimi mesi sono apparse diverse pubblicazioni riguardo la mitologia, non solo greco-romana… posso immaginare che il desiderio di conoscere un po’ di più la cultura antica che ci ha prodotti sia maggiormente diffuso di quanto uno si aspetti. Quando ho iniziato a produrre il podcast, il mio scopo era di fornire ai miei studenti del materiale didattico da ascoltare a tempo perso, magari in autobus venendo a scuola o tornando a casa… La narrazione divulgativa di miti greco-romani, con linguaggio diretto a coinvolgere l’ascoltatore nel racconto, ha avuto un buon successo; il podcast ha preso piede anche al di fuori delle mura scolastiche, segno che pure altre fasce di età sono “aperte” a questa mia proposta.
Come dico nel podcast, il mito è uno specchio che ci riflette e che ci permette di riflettere su noi stessi, arrivando a comprendere meglio noi stessi, il nostro pensiero, la nostra cultura.
Zeus accompagna il lettore in un viaggio di scoperta affascinante ed in percorso acquisitivo ammaliante. Perché ha scelto “Il re degli dei” come guida d’eccellenza per spiegare le origini del mondo antico?
Zeus è la chiave di volta del passaggio dall’era titanica a quella degli dei beati: è la divinità delle divinità, colui che governa e regge il mondo. Con i suoi due fratelli, Poseidone e Ade, condivide la sovranità sulla Terra, ma ad essi comanda in quanto superiore per potere ed intelletto. Lui, il figlio più giovane di Rea e di Crono, è il dio che tutti gli altri supera anche solo per la stessa lungimiranza… Tutte le divinità dell’Olimpo manifestano caratteristiche spesse volte umane: invidie e gelosie, tranelli ed inganni, giochi di potere e vendette sono all’ordine del giorno nel palazzo degli dei: l’unico che riesce a gestire questo intricato gruppo di famiglia è proprio Zeus. Nel libro, dunque, ho considerato la figura di Zeus come lo spartiacque tra quello che c’è prima della sua salita al potere e quello che c’è dopo: il titolo del libro, in questo modo, è venuto da se’.
Tra le donne del mito campeggia Pandora, donna malvagia, perché sarà lei per la sua incontrollabile curiosità a diffondere livore, conflitto, malanno, decesso, aprendo il celebre vaso sigillato da Zeus.
Il mito ha contribuito alla misoginia?
Con questa domanda LEI apre un vaso di Pandora! La mitologia ha una marcata venatura misogina! Innumerevoli sono gli esempi di donne scriteriate o incontinenti, ingannatrici e dedite al tradimento, spergiure e violente. Altrettanto abbondano racconti in cui c’è una avvenente principessa da salvare da qualche pericolo: fatalmente arriva l’eroe di turno che uccide il cattivo e sposa la bella. Da un lato come dall’altro la figura femminile è vilipesa come inferiore raffrontandola all’altro sesso.
Poche sono le figure femminili che risaltano per gesti che possano essere anche solo messi a confronto con quelli degli eroi maschi.
Il quadro che viene così dipinto sembrerebbe sconsolante, vero? Per fortuna abbiamo la possibilità parlare ed approfondire liberamente questi temi: notare come questa impronta che limita nel mito la figura femminile sia evidente a chiunque si fermi un attimo a pensare, diviene una spinta a mettere a critica il nostro mondo d’oggi. Voglio dire che ancor di più bisogna soffermarsi a considerare quali ingiustizie, sociali e morali, le donne sono costrette a subire al giorno d’oggi!
Riguardo a Pandora, la prima bellissima donna, costruita da Efesto e ricca di tutti i doni che gli dei hanno abbondantemente riversato nel suo spirito (Pandora: colei che reca in se’ ogni dono), ella nasce con lo scopo di portare scompiglio tra gli uomini. Viene fatta sposare a forza con Epimeteo (colui-che-riflette-dopo-aver-agito), il fratello poco accorto di Prometero (colui-che-riflette-prima-di-agire).
In una versione dimenticata, ma che a me piace riproporre, Pandora porta il suo vaso dall’Olimpo alla casa coniugale. Ad entrambi è stato ordinato di custodire quel vaso e di non aprirlo mai. In questa versione è proprio Epimeteo che, roso dalla curiosità, libera tutte le magagne sugli uomini. Non ci stupisce che ci venga sempre e solo propinata la “versione ufficiale” di questa storia, in cui la curiosità (debolezza esclusivamente femminile…)  consiglia a Pandora di commettere l’atroce gesto…
Per rispondere in breve alla sua domanda riguardo al contributo ad una visione misogina, reputo che la mitologia abbia invece testimoniato, per così dire, il sentimento culturale dell’epoca.
Quali sono i testi che ha letto e consultato per redigere il suo scritto?
Sono sempre stato appassionato della mitologia, ma il mio primo vero acquisto in questo campo è stato “I miti greci” di Robert Graves: la mia copia, che tutt’ora uso, ha più di quarant’anni. È un testo complesso e richiede un certo esercizio nell’affrontarlo, talmente è pieno di citazioni e rimandi. Gli altri due pilastri del mio lavoro sono Gli dei della Grecia, di Walter Otto e Gli dei e gli eroi della Grecia, di Karoly Kerenyi (formidabili). I due Meridiani dedicati al mito di Guidorizzzi. Le altre fonti sono Esiodo con la sua Teogonia e Apollodoro con la “Biblioteca”. Poi opere specifiche (testi teatrali, testi e inni omerici, ecc…).
Eroiche imprese, annientamenti clamorosi e conquiste insanguinate, tra orditi, frodi e predizioni. Quali riflessi possiede il mondo antico sull’oggi?
C’è solo l’imbarazzo della scelta. Il mito, parlando al nostro cuore più intimo, ci racconta non solo di fatti, ma di pensiero, destino, capriccio, ostilità, prevaricazione e pura e semplice cattiveria; ci parla di astuzie e scorciatoie, di tranelli e tradimenti. Al tempo stesso ci racconta però di conseguenze di certe azioni e soprattutto della impossibilità di sfuggire alle leggi della natura o del Fato.
Questo significa che il mito non è solamente un testimone di qualcosa che accade, non è solo la spiegazione di quel che succede attraverso l’invenzione o l’immaginazione: è anche un potente strumento per affrontare la vita, con consigli e riflessioni.
Come ci viene tramandato, gli antichi greci fondavano la propria visione del mondo a partire dall’Iliade e dall’Odissea, due testi che formavano la mente del giovane che si apre alla vita.
Come accennavo più sopra, il mito ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e la realtà in cui viviamo. Antigone e la sua lotta impari contro Creonte non ci commuove solamente, ma ci fa comprendere come la linea che separa “giusto” ed “ingiusto” sia spesso netta ma come, allo stesso tempo, possa essere non facile scegliere da che parte stare. Medea che abbandonata uccide i suoi stessi figli per la sua oscura vendetta; Atteone con la sua metamorfosi in cervo che lo porta ad essere sbranato dai suoi fedeli cani; Edipo che per fuggire dal suo terribile destino gli va incontro… sono solo alcuni esempi di come il mito ci induca a riflette sul nostro “stare-nel-mondo”, nel nostro tempo attuale, questo terribile e complesso tempo che viviamo.
Alessandro Gelain è insegnante di filosofia a Noventa Vicentina. Ha una grande passione per il teatro: ha vinto diversi premi come migliore attore, tiene corsi di avvicinamento al teatro per le scuole e co-dirige corsi e laboratori per adulti, organizzati dalla Compagnia Prototeatro di Montagnana. Creator di YouTube, nel 2019 ha dato vita al canale podcast Mitologia: le meravigliose storie del mondo antico.
Giuseppina Capone

Stefano Berni: Etiche del sé. Foucault e i greci

Stefano Berni, quali sono le tensioni etiche della società greca secondo Foucault?
Innanzitutto non sono un grecista o uno storico della filosofia del pensiero antico. Di fatto neanche Foucault era uno studioso del pensiero greco, e le critiche da parte degli specialisti del settore circa le sue interpretazioni eretiche e eterodosse non mancarono. Il fatto è che occorre comprendere cosa sia la storia per Foucault: è un coacervo di verità nascoste e di linee divergenti. Si tratta di cercare il rimosso, attraverso lo scavo archeologico e genealogico, per ridare dignità ad un pensiero scomparso ma che avrebbe una funzione critica specifica nel presente. La risposta che andava cercando risiedeva nell’etica degli ellenisti, di coloro cioè che rivalutavano “le ragioni del corpo”.
Foucault ha offerto i suoi ultimi anni di vita al tema dell’”etica della verità”. Ebbene, che importanza ha per il singolo e per la società disporre di individui capaci di dire la verità?
Tra gli ellenisti Foucault si concentra in particolar modo sui cinici. Essi avevano il coraggio di affrontare il potere e di dire in faccia ai tiranni ciò che pensavano delle loro leggi e dei loro atteggiamenti. Di fronte all’arroganza del potere essi non temevano per la propria vita e dicevano francamente quello che spesso era il pensiero di molti. L’atteggiamento etico coincideva con un atteggiamento politico e sociale per rivoltarsi contro le ingiustizie. Pertanto la verità non coincide con l’affermare un principio valido scientificamente o inteso come qualcosa che, religiosamente, sia legato alla fede.  La verità, per Foucault, coincide col dire ciò che si pensa, liberamente.
Gli antichi greci avevano decretato che, per enunciare la verità, occorra dire tutto ciò che si ha in mente. La parresìa suppone che non vi sia scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice. Perché Foucault parla di coraggio?
Non si tratta tanto di dire quello che si pensa, ma di dirlo argomentando e mostrando le contraddizioni del potere. Per dire la verità al potere occorre una forte dose di coraggio, perché ovviamente il potere si esercita con la costrizione o con la forza. Mettersi contro il potere significa innanzitutto rischiare di essere emarginati, esclusi, reclusi, uccisi. Ma spesso significa anche mettersi in una situazione di solitudine e di emarginazione perché gli altri preferiscono tacere per paura o per un interesse personale o per convinzione, e allora ti escludono, ti evitano, parlano male, prendono le distanze, fino a giungere ad una sorta di sanzione morale come esercitare un linciaggio vero e proprio.
Qual è il senso del richiamo alla tradizione del pensiero greco da parte di Foucault?
Come accennavo prima, Foucault rivolta, interpreta, corregge le interpretazioni degli storici in modo strumentale. Lui è interessato principalmente all’etica del sé, a quel tipo di comportamento finalizzato al miglioramento e al potenziamento della propria vita. Fare di sé un’opera d’arte. Diventare ciò che si è. La finalizzazione è raggiungere la vita buona teorizzata dai filosofi greci: l’eudemonia, che per Foucault passa dai piaceri del corpo, per raggiungere una vita temperante, fatta di incontri, di amicizie, di relazioni sociali, una vita spesa alla ricerca del bello per poter dire con Nietzsche: vorrei rivivere eternamente questa vita.
Lei ha condotto un’indagine circa il pensiero di Michel Foucault in relazione alla filosofia greca. In che misura Foucault se ne discosta?
Difficile rispondere a quest’ultima domanda dopo aver detto appunto che Foucault estrae dalla filosofia greca una parte a cui lui era interessato: c’è poco Platone e poco Aristotele; apparentemente non ci sono gli epicurei. Semmai Foucault ripercorre dei tratti salienti come appunto la parresia, la cura di sé, il miglioramento di sé, contro altri paradigmi che purtroppo invece, a causa del cristianesimo, si sono imposti come vincenti: la rinuncia di sé, l’ascesi, il pastorato, la coscienza di sé. Questi ultimi concetti sono vere e proprie tecnologie del sé che il sapere-potere ha utilizzato per addomesticare i soggetti, controllare la popolazione, assoggettare gli individui. Tornare ai Greci significherebbe abbandonare tutta questa serie di atteggiamenti che ancora oggi ci accompagnano e sono risultati vincenti nel corso della storia. Tornare alle etiche del sé dei Greci significherebbe liberarsi finalmente di un potere che ci ha governato per secoli.
Stefano Berni, insegnante di filosofia e scienze sociali nei licei, è stato dottore di ricerca, assegnista e professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena. Ha pubblicato su numerose riviste. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista «Officine filosofiche» e vicepresidente della sezione di Prato della Società Filosofica Italiana. Tra le sue opere ricordiamo: Nietzsche e Foucault. Per una critica radicale della modernità, Milano 2005; Epigoni di Nietzsche. Sei modelli del Novecento, Firenze 2009; Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, (con Ubaldo Fadini) Firenze 2010; Fare giustizia. Due scritti sulla vendetta (con Giovanni Cosi) Milano 2014; Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, Pisa 2019.
Giuseppina Capone

Massimo Prati: Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova

Massimo Prati, la storia di Genova, la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria”, la storia delle rivoluzioni sono i suoi argomenti ricorrenti. In quale relazione cronologica e tematica si pone “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”?
Da un punto di vista cronologico, se come criterio si prende in considerazione la data di pubblicazione, questo romanzo è il mio quarto libro. Prima di esso sono usciti “I Racconti del Grifo” (in due edizioni, nel 2017 e nel 2020), “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano” (2019) e “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità” (2020), libro – quest’ultimo – che consiglio a tutti coloro i quali amano la storia sociale e la storia del movimento operaio. Ma, se invece consideriamo l’anno di redazione del testo, allora i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” rappresentano il primo lavoro della mia produzione di autore. Scrissi, infatti, questi racconti nella seconda metà del 1996.
Da un punto di vista tematico, come giustamente da lei evidenziato nella domanda, in questo mio primo testo narrativo sono presenti molte suggestioni che passano trasversalmente e si ripropongono in tutti i miei libri successivi, anche in quelli che rientrano nella categoria della saggistica. In effetti, i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” anticipano in qualche modo quelli che saranno i miei temi ricorrenti: la storia di Genova (sotto molteplici sfaccettature), la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria” (Carloforte, Bonifacio, Monte Carlo, Saint-Tropez, Nueva Tabarca, Gibilterra, la Boca, Tristan da Cunha). E poi, ancora, la storia sociale, la storia delle rivoluzioni, la storia del movimento operaio, l’attenzione per l’arte e in particolare per la pittura e per la musica dei vari periodi storici presi in esame.
Vibrante e sempre pertinente è il suo sguardo verso il Novecento: la Rivolta antifrancese in Corsica, il Primo conflitto mondiale, l’ascesa del Fascismo, la Guerra civile spagnola, la Seconda guerra mondiale e la Liberazione, procedendo dal singolo ai grandi avvenimenti storici: la lotta sociale è il filo rosso della narrazione nel suo complesso?
Sì, in effetti, come dico in un’avvertenza al lettore che ho chiamato “avviso ai naviganti”, questo libro non narra vicende di un singolo uomo bensì la vita di tante persone, di gente semplice che ha fatto la storia. Vicende di comuni mortali, ma essere umani per niente anonimi, orgogliosi di se stessi, capaci di nobili azioni e grandi ideali. Un libro, quindi, che vuole essere un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà. Affinché non dimentichino e affinché non siano dimenticati.
Detto questo, vorrei fare una precisazione sulle vicende storiche rievocate nel mio libro. In generale, pur trattandosi di un testo di narrativa, il contesto storico è realistico e dettagliato: le vicende dell’ascesa del Fascismo, del Fronte Popolare Francese, della Rivoluzione Spagnola, della dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana e della Seconda Guerra Mondiale sono documentate e rispondenti a rigorose ricostruzioni storiche. Nel caso della rivolta in Corsica del 1899, invece, mi sono concesso una libertà letteraria, nel senso che, per esigenze narrative, ho trasposto e adattato, eventi, luoghi e personaggi storici del Settecento collocandoli alla fine dell’Ottocento.
Nella sua opera ricorrono cenni biografici di persone non sempre “direttamente associabili o collegabili ai fatti narrati”. Chi sono e qual è il loro legame con il pensiero socialista, radicale ed anarchico?
Alla fine del libro, in una sorta di postfazione,  cito una decina di persone realmente esistite: Faustine Gaffori, Stefano Vallacca, Toussaint Louverture, Gaetano Lavarello, Andrea Repetto, Mario Traverso, Umberto Pini, Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati, Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano. In alcuni casi si tratta di miei parenti, (Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati: rispettivamente prozio, zio paterno e fratello minore di mio nonno), in altri casi di amici o persone che ho conosciuto (Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano). Ma sono tutte persone che in qualche modo hanno “accompagnato” la narrazione dei miei racconti, perché le loro vicende biografiche sono state per me fonte d’ispirazione.
Alcuni di loro sono stati esponenti dei movimenti socialista e libertario: Mario Traverso è stato un anarchico genovese, volontario in Spagna, Wilebaldo Solano è stato dirigente del POUM (un partito socialista antistalinista) e Francisco Piqueras è stato un miliziano della celebre Colonna Durruti.
Oltre a loro, nel romanzo parlo di altri importanti esponenti italiani, francesi e spagnoli del movimento socialista e del movimento anarchico. I primi tre esempi che mi vengono in mente sono Camillo Berneri, François Pivert e Andres Nin.
Scorrendo le pagine si notano citazioni ad inizio capitolo. Hanno un nesso con il contenuto del capitolo?
Sì, come spiego nella prefazione, nel romanzo c’è anche un forte ricorso all’intertestualità, intesa sia come meccanismo narrativo sia come rimando, cioè come relazione che lega un testo letterario ad altri testi letterari. Un tipo di relazione che, nella fattispecie, in questo libro si manifesta regolarmente proprio con le citazioni ad inizio capitolo. Citazioni, quindi,  che non sono concepite come semplici richiami fini a se stessi a testi letterari, ma che servono a stabilire un nesso con il contenuto del capitolo stesso. Tanto per fare alcuni esempi: nel capitolo in cui parlo dei pirati saraceni c’è all’inizio una citazione dei versi di Fabrizio De André tratta dalla canzone “Sinàn Capudan Pascià” e il capitolo in cui il protagonista ritorna a Genova in transatlantico dopo una ventina d’anni, inizia con i versi della canzone di Ivano Fossati “Chi Guarda Genova”: quella nella quale il cantautore genovese ricorda che “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.
Il suo libro è “un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà”. Quali sono, a suo giudizio, ad oggi, i pericoli al godimento delle libertà?
Direi che nell’epoca storica attuale i pericoli per la libertà sono numerosi e di natura diversa: dall’estremismo islamico al riemergere di gruppi fascisti e filonazisti. E poi, ancora le dittature o le derive autoritarie di molti paesi: Cina, Birmania, Egitto, Russia, Turchia. Senza contare che pericoli autoritari ci sono anche nei paesi occidentali. È una situazione che spesso mi porta ad un certo pessimismo. Anche se, poi, mi viene da pensare come, anche nei momenti più bui, l’umanità sia sempre riuscita a trovare il modo superare i periodi peggiori. Per questo motivo, alla fine, in me prevale la speranza che si possano trovare forme di vita sociale a misura d’uomo  e di ambiente.
Massimo Prati si è laureato all’Università di Genova in Comunicazione Interculturale. Ha proseguito gli studi in Linguistica all’Università di Ginevra, nell’ambito del DEA, e in English Literature al St Claire’s College-Oxford. È inoltre formatore a Supercomm-Ginevra e insegnante nel College Aiglon.
Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020; della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. Infine, coautore, con Emmanuel Bonato, del libro di didattica della lingua italiana, “Imbarco Immediato”, Fanalex Publishing, Ginevra, 2021. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.
Giuseppina Capone

Porto Torres: lo sport come attività d’inclusione sociale

A Porto Torres parte la rigenerazione urbana con la cittadella sportiva.

“Porto Torres sarà un riferimento del Nord Sardegna per le strutture sportive. Con nuovi impianti che avranno un’accessibilità aperta a tutti.”.

Il beneaugurante annuncio è stato pronunciato nella sala consiliare del comune turritano nella mattinata del sette gennaio dalla dottoressa Simona Fois, durante una conferenza stampa.

La Vicesindaca, Assessora con delega ai Servizi sociali e allo Sport, ha illustrato i contenuti del progetto di rigenerazione urbana, finanziato con cinque milioni euro, grazie al bando pubblicato dal ministero dell’Interno insieme al MEF e al MIMS.

L’obiettivo del bando era finanziare progetti volti alla riduzione di fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale, insieme al miglioramento della qualità del decoro urbano e del tessuto sociale ed ambientale.
I comuni con popolazione tra 15mila e 50mila abitanti potevano chiedere fino a un massimo di cinque milioni di euro. Sono 483 gli enti locali italiani che sono stati premiati da questo finanziamento.

Le linee guida dell’amministrazione comunale dettagliata dalla Fois si sviluppano in tre focus distinti nell’intero dossier.

Il primo insiste sulla riqualificazione dei campi due e tre situati in Viale delle Vigne. L’attuale dissestato manto in terra battuta sarà adeguato al più performante sintetico con una spesa preventivata in due milioni e duecentomila euro.

Il secondo capitolo riguarda la realizzazione di due tensostrutture polivalentisituate sul retro dell’ex bocciodromo con una dote in cassa di due milioni di euro.

Il progetto contempla anche un centro fitness (ottocentomila euro impegnati).

Il cronoprogramma ministeriale prevede l’appalto dei lavori entro il giugno del 2023, la conclusione per il 2026.

“Non potevamo lasciarci sfuggire questa opportunità–ha ribadito l’assessora Fois – perché ci consentirà di cambiare l’aspetto di un’area degradata.”

Azioni riconducibili al programma di governo municipale, presentato ai cittadini nella campagna elettorale, che premiò nel novembre del 2020 l’attuale giunta di centro sinistra guidata dal sindaco Massimo Mulas.

Il quale ha ricordato le scelte politiche, non sempre condivise, di vari decenni fa, d’investire risorse importanti sulle strutture sportive.

“Questa è una città che ha anticipato i tempi – ha dichiarato il primo cittadino – con una base di partenza solida per offrire spazi ricreativi ai giovani e meno giovani.”.

Il sindaco ha evidenziato il ruolo della macchina amministrativa ringraziando in particolare gli uffici tecnici. Decisivi nello sforzo di chiudere a buon fine, in tempi molto stretti, l’istruttoria necessaria nello scorso maggio per conseguire il risultato utile nel bando ministeriale.

In piena sintonia, Simona Fois, ricordando i lavori di adeguamento strutturale al Palazzetto dello sport “Alberto Mura”, ha ringraziato l’azione corale dei colleghi di giunta e del consiglio comunale, capace di “fare squadra”. Presenti alla stessa conferenza: l’assessora ai lavori pubblici Maria Bastiana Cocco, i presidenti delle commissioni sport e urbanistica, Antonello Cabitta e Gavino Sanna.

Luigi Coppola

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