Ricordando Ermanno Corsi e Nicola Amore al Circolo Nautico di Torre del Greco

Un pomeriggio denso di emozioni e cultura quello che si è svolto mercoledì 5 novembre presso il Circolo Nautico di Torre del Greco dove il Lions Club Napoli Europa Gianpalo Cajati ha organizzato il convegno “Nicola Amore, l’uomo del fare” con la presentazione del libro del giornalista e scrittore Ermanno Corsi “Nicola Amore. Il sindaco che costruì il futuro portando Napoli nello Stato e lo Stato a Napoli”, per i tipi di Arnaldo De Nigris Editore.

L’iniziativa culturale è stata curata dalla professoressa Brigida Musella Pappalardo, responsabile distrettuale de “Le città che sogniamo”, la quale ha brillantemente introdotto i lavori lasciando al Segretario dell’Ordine dei Giornalisti della Campania dott. Enzo Colimoro il compito di moderare i lavori e di presentare la figura umana e professionale di Ermanno Corsi, per 18 anni presidente dell’Ordine.

Dopo i brevi indirizzi di saluto dell’arch. Enzo Capone, presidente del Lions Club Napoli Europa Gianpaolo Cajati e del I Vice Governatore prof. Bruno Canetti, si è entrati nel vivo del convegno ascoltando le parole dei relatori: dott.ssa Bianca Desideri, giornalista e portavoce del Governatore del Distretto 108 Ya Lions International la quale preliminarmente ha portato i saluti del Governatore Pino Naim e della presidente del suo Club di appartenenza Nola Host Giordano Bruno Giovanna Sepe e ha ricordato sia dal punto di vista della conoscenza personale sia professionale la figura di Ermanno Corsi entrando poi nel vivo del volume su Nicola Amore; dott. Francesco Manca, presidente dell’Associazione Prometeo di Torre del Greco il quale ha parlato del volume e della sua esperienza e amicizia con l’Autore; dott. Giuseppe Sbarra, giornalista, amico e coetaneo di Corsi con un intervento che ha commosso e toccatole corde dell’anima e i ricordi dei presenti in particolare dei relatori e del moderatore che con Ermanno Corsi hanno avuto legami di amicizia e colleganza.

Molto atteso l’intervento del figlio del giornalista toscano di nascita ma napoletano di adozione, ing. Giovanni Corsi. Anche il dott. Tommaso di Napoli, immediato Past Governatore del Distretto 108 Ya Lions International nel suo intervento ha ricordato i momenti di incontro con il giornalista Corsi ricordando alcuni episodi che li avevano visti protagonisti.

Ha chiuso i lavori il prof. Ermanno Bocchini, past Direttore Internazionale il quale ha tirato le conclusioni del pomeriggio culturale mettendo in luce le due figure protagoniste dell’incontro, il giornalista e scrittore Ermanno Corsi e il politico e sindaco di Napoli Nicola Amore. Due uomini che hanno lasciato un’impronta significativa, ognuno nel proprio campo di azione, nella città e nella cultura di Napoli. (a.d.)

 

(Si ringrazia per la gentile concessione delle foto il dott. Hubert Bowinkel, presidente Lions Club Megaride)

Istituto Italiano dei Castelli Campania: domani alle Gallerie d’Italia a Napoli conferenza sulla pianta Dupérac Lafréry

Domani 4 novembre alle ore 17 presso le Gallerie d’Italia, in via Toledo 177, promossa dall’Istituto Italiano dei Castelli, si terrà la conferenza del prof. Leonardo Di Mauro “La pianta Dupérac Lafréry e il suo studio per la conoscenza della città contemporanea”

La pianta di Napoli del 1566 incisa da Etienne Dupérac ed Antoine Lafréry è la più importante raffigurazione della città di Napoli nel XVI secolo. I limiti del territorio rappresentato sono ad oriente il Ponte della Maddalena, lo stradone per Poggioreale ed il borgo di Sant’Antonio Abate; a nord la collina di Capodimonte; la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta ad occidente. La data di edizione è contemporanea alle prime prammatiche vicereali e ad una delle più antiche descrizioni della città di Napoli, quella di Giovanni Tarcagnota. Con l’estrema precisione del rilievo la pianta sembra rispondere alla domanda che nel 1566 si poneva proprio il Tarcagnota: “Ora per gratia ditemi chi mi saprà mostrare di qui a cento anni dove fosse porta Petruccia, porta Reale, porta di San Spirito, porta Donnorso? Chi mi saprà di qui a poco dove la Duchesca si fosse? Chi dimandasse di qui a cento anni, dove il Tribunale della Vicaria, o della Sommaria, o del Sacro Consiglio si fosse, come saprebbe huomo renderne conto, se da alcuno scrittore non se lascerà qualche memoria ai posteri?”

Fondazione Provinciale della Comunità Comasca e Fondazione Casa dello Scugnizzo si incontrano a Napoli

Un proficuo scambio di idee, opinioni, esperienze ha caratterizzato l’incontro di mercoledì 29 ottobre che si è svolto a Napoli presso la sede della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus tra i giovani protagonisti del progetto YouthBank della Fondazione Provinciale della Comunità Comasca onlus, il direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borreli” della Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus (FoCS), l’assistente sociale della FoCS e partecipanti alle attività socio-culturali della struttura di Materdei.

Un momento di incontro che è stata l’occasione per gettare le basi di una possibile futura collaborazione.

Alle Gallerie d’Italia a Napoli conferenza dell’Istituto Italiano dei Castelli Campania

Martedì 4 novembre alle ore 17 presso le Gallerie d’Italia, in via Toledo 177, promossa dall’Istituto Italiano dei Castelli, si terrà la conferenza del prof. Leonardo Di Mauro “La pianta Dupérac Lafréry e il suo studio per la conoscenza della città contemporanea”

La pianta di Napoli del 1566 incisa da Etienne Dupérac ed Antoine Lafréry è la più importante raffigurazione della città di Napoli nel XVI secolo. I limiti del territorio rappresentato sono ad oriente il Ponte della Maddalena, lo stradone per Poggioreale ed il borgo di Sant’Antonio Abate; a nord la collina di Capodimonte; la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta ad occidente. La data di edizione è contemporanea alle prime prammatiche vicereali e ad una delle più antiche descrizioni della città di Napoli, quella di Giovanni Tarcagnota. Con l’estrema precisione del rilievo la pianta sembra rispondere alla domanda che nel 1566 si poneva proprio il Tarcagnota: “Ora per gratia ditemi chi mi saprà mostrare di qui a cento anni dove fosse porta Petruccia, porta Reale, porta di San Spirito, porta Donnorso? Chi mi saprà di qui a poco dove la Duchesca si fosse? Chi dimandasse di qui a cento anni, dove il Tribunale della Vicaria, o della Sommaria, o del Sacro Consiglio si fosse, come saprebbe huomo renderne conto, se da alcuno scrittore non se lascerà qualche memoria ai posteri?”

Campus Salute a Scampìa: Oltre 3000 prestazioni mediche gratuite e il Festival della letteratura sportiva

Campus Salute a Scampìa con oltre 3000 prestazioni mediche gratuite per tutti e la diffusione della cultura della prevenzione “che insieme a corretti stili di vita rappresenta il primo farmaco per la salute”, come ha spiegato la coordinatrice scientifica professoressa
Annamaria Colao, al taglio del nastro dell’iniziativa ospitata quest’anno negli ambienti della Chieda di Maria SS del Buon Rimedio a Scampìa. Durante i tre giorni del Campus Salute ETS presieduto da Pasquale Antonio Riccio sono state elargite centinaia di visite gratuite, come sempre realizzate grazie al contributo dei numerosi medici e dei volontari che hanno offerto le loro prestazioni in tanti ambulatori specialistici: Prevenzione Osteoporosi, Geriatria, Gastroenterologia, Dermatologia, Cardiologia, Senologia, Ginecologia, Eco Tiroide, Pneumologia, Nutrizione, Ecodoppler venoso, Ecodoppler arterioso, Andrologia, Prevenzione Diabete, Fisioterapia, Attività Fisica Adattata.
Anche quest’anno, inoltre, si è svolto il Festival della letteratura sportiva organizzato da Tommaso Mandato con la presentazione di numerosi libri accolti soprattutto da un pubblico di giovanissimi.
Infine c’è stata anche l’opportunità di approfondire il ruolo della comunicazione nel volontariato e per la prevenzione nell’ambito del seminario promosso con l’Ordine dei Giornalisti della Campania.

“La scelta per il secondo anno consecutivo di Scampia è dettata dalla volontà di essere sempre più vicini ai cittadini che più hanno bisogno di cure”, ha dichiarato la professoressa Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio nazionale di Sanità.
“Intendiamo raggiungere le aree periferiche e più distanti dalle grandi strutture ospedaliere e avvicinare alla cultura della prevenzione le fasce sociali maggiormente in difficoltà della popolazione”, ha concluso il presidente del Campus Salute Ets Pasquale Antonio Riccio.

La nascita della filatelia Lions. La Ventiquattresima Convention. Avana, 1940

Molte associazioni di servizio, come gli Scout, Croce Rossa, Rotary sono onorate spesso dai Paesi nei quali operano da emissioni filateliche che ne celebrano l’operato. Anche i Lions hanno i loro riconoscimenti filatelici con emissioni che ne tracciano la storia e l’evoluzione. Quando le emissioni raggiungono un certo numero allora comincia anche il collezionismo. Si tratta di un tipo di collezionismo definito “Tematico” per il suo esclusivo interesse. Ed allora anche la nascita della filatelia Lions che ora conta centinaia di emissioni riveste un particolare interesse tanto essa si intreccia con la vita dell’Associazione. La nostra filatelia nasce ufficialmente (prima c’erano stati decine di annulli filatelici in varie nazioni ma non emissioni in senso stretto) il 23, 24 e 25 luglio 1940 quando si tenne all’Avana la ventiquattresima Convention Internazionale dei Lions. Fu la prima fuori dal continente americano.

A Cuba, all’epoca, il Presidente facente funzioni era Federigo Laredo Brù, che fu sostituito il 10 ottobre 1940, pochi mesi dopo la Convention, dall’ex Generale Fulgencio Batista, che rimase in carica fino al 1944. In quei mesi, ci fu un tentativo di dare a Cuba una Costituzione, ma alla fine tutto crollò con la rivoluzione castrista.

I presidenti, uscente ed entrante, del Lions International erano Alexander Wells di New York e Karl Sorrick del Michigan. I giornali dell’epoca avevano pubblicizzato ampiamente la Convention cubana a quella di New York dell’anno precedente: quindi la partecipazione dei Lions fu serrata. Un mese prima, per conto dei Rotary, Hemingway era stato il testimonial della pesca al marlin blu nelle calde acque di Cuba.

Fin dalla nascita dei Rotary e dei Lions ci fu una lunga serie di annulli postali, culminata infine a Cuba, dove fu emesso il primo francobollo dedicato. Il primo francobollo Rotary vide la luce nel 1940, ma qualche mese prima. In effetti nel 1931, in occasione del Congresso internazionale Rotary di Vienna, le Poste austriache celebrarono l’evento con una serie di sei francobolli raffiguranti paesaggi di località turistiche austriache. Adottarono infatti la tecnica della sovrastampa: ovvero, lo stemma dei Rotary con la dicitura “Convention-Wien 1931” venne sovrapposto a una serie turistica preesistente – piuttosto triste dal punto di vista grafico – emessa due anni prima. Come è tipico della sovrastampa, l’effetto non è particolarmente brillante, ma il francobollo aveva valore legale; quindi, non ci sarebbe nulla da eccepire sulla primogenitura della filatelia Rotary. Ma per ottenere un francobollo dedicato ed originale bisogna aspettare il 1940 per entrambe le Associazioni.

Nel frattempo, in Europa, la gente combatteva e moriva per ideologie assurde, e le associazioni di servizio venivano chiuse perché diffondevano idee di libertà. Vale la pena considerare che in Germania alcuni Rotary club furono costretti ad espellere i soci ebrei per sopravvivere un po’ più a lungo. In Europa, i Lions arrivarono dopo la guerra, ma questa è un’altra storia.

A quella Convention, Cuba onorò la presenza dei Lions emettendo un francobollo originale dedicato all’Associazione, dando così inizio alla filatelia Lions, che in seguito conquistò i soci grazie all’entusiasmo di Melvin Jones, tenace filatelico. Le cose non furono però semplici. A quei tempi le emissioni di Cuba erano molto frequenti e ad alta tiratura. Per questo motivo le autorità postali cubane tentarono, nella fase preliminare, di riciclare per i Rotary e i Lions un francobollo che avevano emesso in 25 milioni di esemplari, con la sovrastampa dell’emblema ripetendo l’operazione Vienna di 9 anni prima – abbiamo l’acetato di prova – ma grazie alla forza delle due associazioni alla fine cedettero ed emisero un francobollo originale prima per i Rotary e poi per i Lions.

Per noi si trattò di un francobollo rosso carminio, da 2 centesimi, emesso in una tiratura di 250.000 fogli (totale 2 milioni e mezzo di esemplari), che presentava il “centro-foglio”, una bellissima combinazione che fungeva da marchio di fabbrica delle emissioni filateliche cubane degli anni ’40. In effetti, questo tipo di emissione, particolarmente elegante, fu utilizzato anche per altri eventi e personalità da commemorare.

Il nostro primo francobollo raffigurava la bandiera cubana e lo stemma dei Lions in primo piano, con la scritta “Convention – L’Avana 1940”; sullo sfondo, tre palme e, nell’angolo in basso a destra, il valore (2 centesimi) (Scott # 363). Per chi ama le coincidenze, il 1940 segnava il centenario del primo francobollo, il famoso penny black.

Ma perché le palme sul nostro francobollo, se Cuba è sempre stata ed è la patria di grandi sigari e tabacco pregiato? È semplice: il simbolo del tabacco era già stato utilizzato per la trentunesima Convention Internazionale del Rotary International di Cuba dal 9 al 14 giugno 1940. Particolare curioso: durante la Convention Rotary, la vignetta fu a lungo sbeffeggiata come “pianta di thè” data la grande somiglianza ad una pianta del thè della pianta di tabacco che voleva raffigurare.

Per avere una nuova emissione filatelica i Lions dovranno aspettare il primo Congresso Distrettuale di Manila, dal 2 al 4 giugno 1950 quando le Filippine emisero una serie di quattro emissioni: arancione, viola, verde e blu, con l’emblema Lions al centro. Da quel momento, le emissioni divennero molto più frequenti fino a costituire un corpus degno di una collezione tematica e nel 1951 nacque ad Atlantic City il primo Club Filatelico Lions voluto dall’instancabile segretario Melvin Jones.

Antonio Marte

Past Governatore Distretto 108 Ya Lions International

Lions Club Filatelico Italiano

 

Fig. 1. Il primo francobollo Lions. Cuba 1940 (Scott# 363)

 

Fig. 2. Il primo francobollo Rotary. Cuba 1940 (Scott# 362)

 

Fig. 3.  Il bellissimo “Centro de Hoja” del Cuba 1940

Istituto Italiano dei Castelli Campania: alle Gallerie d’Italia a Napoli conferenza sulla pianta Dupérac Lafréry

Martedì 4 novembre alle ore 17,00 presso le Gallerie d’Italia, in via Toledo 177, promossa dall’Istituto Italiano dei Castelli, si terrà la conferenza del prof. Leonardo Di Mauro “La pianta Dupérac Lafréry e il suo studio per la conoscenza della città contemporanea”

La pianta di Napoli del 1566 incisa da Etienne Dupérac ed Antoine Lafréry è la più importante raffigurazione della città di Napoli nel XVI secolo. I limiti del territorio rappresentato sono ad oriente il Ponte della Maddalena, lo stradone per Poggioreale ed il borgo di Sant’Antonio Abate; a nord la collina di Capodimonte; la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta ad occidente. La data di edizione è contemporanea alle prime prammatiche vicereali e ad una delle più antiche descrizioni della città di Napoli, quella di Giovanni Tarcagnota. Con l’estrema precisione del rilievo la pianta sembra rispondere alla domanda che nel 1566 si poneva proprio il Tarcagnota: “Ora per gratia ditemi chi mi saprà mostrare di qui a cento anni dove fosse porta Petruccia, porta Reale, porta di San Spirito, porta Donnorso? Chi mi saprà di qui a poco dove la Duchesca si fosse? Chi dimandasse di qui a cento anni, dove il Tribunale della Vicaria, o della Sommaria, o del Sacro Consiglio si fosse, come saprebbe huomo renderne conto, se da alcuno scrittore non se lascerà qualche memoria ai posteri?”

Simonetta Tassinari: Il sapere dell’anima. Tre filosofe al confine tra ragione e fede

Cosa l’ha spinta a scegliere proprio queste tre filosofe come protagoniste del suo libro?

Mi interessava indagare il punto in cui il pensiero femminile incontra la trascendenza, ma senza rinunciare alla ragione. Le tre protagoniste del libro – diverse per epoca, contesto e linguaggio – condividono una tensione comune: cercare Dio o il senso ultimo del reale non come dogma, bensì come esperienza conoscitiva. Ognuna di loro, a modo suo, fa filosofia con il corpo, con la visione e con la parola poetica. In loro il pensare è anche un modo di guarire il mondo.

In che modo la loro riflessione rappresenta un “confine” tra ragione e fede?

Il “confine” non è una linea che divide, ma uno spazio vivido, attraversato dal pensiero. È un territorio dove la ragione e la fede non si escludono, ma si interrogano a vicenda.
Le filosofe di cui parlo non scelgono un campo contro l’altro: abitano il varco, il punto in cui la ricerca razionale si apre al mistero senza smarrirsi.
In Ildegarda di Bingen, per esempio, la conoscenza nasce dalla luce interiore, ma si organizza in un vero e proprio sistema del sapere: mistica e metodo, visione e logica convivono.
In lei la fede non spegne la ragione: la accende, la rende più profonda e luminosa.

Pensa che oggi esista ancora una contrapposizione tra filosofia e spiritualità, o si sta trasformando?

Credo che si stia trasformando. Dopo secoli di separazione, la filosofia sembra riscoprire la dimensione interiore, la vulnerabilità, la domanda di senso.
Molti filosofi contemporanei – da Hadot a Ricoeur, fino a Vattimo – hanno dimostrato che pensare non significa solo argomentare, ma anche prendersi cura di sé e del mondo.
Oggi non è più scandaloso parlare di spirito, purché lo si faccia senza retorica.

Quale delle tre figure l’ha più colpita a livello personale, e perché?

Senza esitazioni: Ildegarda di Bingen.
È una donna che dirige un monastero, compone musica, scrive trattati di medicina e di filosofia naturale, e nel contempo si esprime con un linguaggio di pura luce.
Mi affascina la sua capacità di “vedere con l’anima” e di tradurre le visioni in parole concrete, utili alla vita. È una filosofa che non impone verità: cura, ascolta, guida le consorelle, affronta lunghi e difficili viaggi per diffondere la parola divina. E poi è modernissima: la sua idea di equilibrio tra corpo, mente e natura anticipa persino l’ecologia contemporanea.

Come hanno contribuito queste pensatrici a ridefinire il ruolo delle donne nella filosofia?

Hanno dimostrato che il pensiero femminile non è un’appendice della filosofia maschile, ma una forma autonoma di conoscenza.
Non cercavano di “fare come gli uomini”, ma di pensare da sé, partendo dal vissuto, dal corpo, dal simbolico.
La loro voce ha aperto una possibilità in un mondo che non prevedeva monache né mistiche né filosofe: eppure, malgrado tutto, si sono imposte come autorità intellettuali.

Il titolo parla di “sapere dell’anima”: come lo descriverebbe in termini contemporanei?

Il “sapere dell’anima” è una conoscenza che unisce logos e pathos, ragione e vita interiore.
Oggi potremmo chiamarlo intelligenza emotiva, coscienza ecologica, o semplicemente consapevolezza.
È un sapere che non pretende di dominare, ma che accoglie la complessità invece di ridurla. È la sapienza che nasce dal silenzio, non dal rumore.

Quali sono, secondo lei, le principali difficoltà che queste filosofe hanno incontrato nel far accettare il loro pensiero?

Prima di tutto, naturalmente, la semplice evidenza di essere delle donne. Dovevano giustificare ogni parola, scrivere “per obbedienza” o fingere di essere solo strumenti di una rivelazione divina per poter essere ascoltate.
In realtà, sapevano benissimo ciò che stavano facendo: trasformavano la marginalità in uno spazio di libertà.
Ma la difficoltà più grande era – ed è ancora – essere prese sul serio non come mistiche, ma come pensatrici.

C’è un legame tra la loro ricerca interiore e le sfide del nostro tempo, come la crisi di senso o la perdita di valori?

Senza dubbio. In un’epoca che misura tutto ma non sa più dove andare, queste filosofe ci ricordano che la conoscenza senza interiorità è vuota.

Ildegarda, ad esempio, direbbe che l’uomo moderno ha perso la “viriditas”, la linfa vitale che connette spirito e natura.
La loro lezione è attualissima: non si tratta di tornare alla fede dogmatica, ma di riscoprire una spiritualità del pensare, una dimensione del senso che non si compra e non si calcola.

In che modo il suo lavoro intende avvicinare il grande pubblico a figure filosofiche spesso trascurate?

Ho cercato di unire rigore e narrazione.
Non scrivo per specialisti, ma per lettori curiosi: il linguaggio è chiaro, le fonti sono solide, e il ritmo narrativo -almeno lo spero!- permette di entrare agevolmente nella vita di queste donne.
Credo che la filosofia, se dovesse restare nei chiostri accademici, correrebbe il rischio di inaridirsi un po’; viceversa, scendendo nella vita, tornerebbe a essere ciò che era all’inizio, ovvero un esercizio dell’anima.

Se potesse dialogare con una di queste tre filosofe oggi, quale domanda le porrebbe?

A Ildegarda chiederei: “Come si fa a mantenere la luce dentro, quando tutto intorno sembra spento?”
E sono certa che lei risponderebbe senza parole, forse con un canto o con un’erba medicinale.
Perché il suo insegnamento più grande è proprio questo: la conoscenza autentica non separa mai il sapere dal vivere, la mente dal cuore, la ragione dal respiro del mondo.

Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura. Molto apprezzata dai lettori per la sua capacità di rendere la filosofia alla portata di tutti, è autrice per Feltrinelli del fortunatissimo Il filosofo che c’è in te (2019), cui ha fatto seguito Il filosofo influencer (2020), Contro-filosofia dell’amicizia (2022) e Il bello tra le crepe. Manuale di riparazione della vita quotidiana (2025). Per Gribaudo ha pubblicato diversi manuali, tra cui Instant filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia (2024).È stata candidata al premio Strega 2023 con il romanzo storico Donna Fortuna e i suoi amori (Corbaccio).

Giuseppina Capone

“Sapienza antica, voci moderne: seminari di cultura classica al femminile”

Un ciclo di incontri per riscoprire la classicità attraverso lo sguardo delle donne.

Un viaggio tra le radici della cultura classica e le sfide del presente: prende il via “Sapienza antica, voci moderne: seminari di cultura classica al femminile”, un ciclo di incontri ideato e promosso dalla prof.ssa Giusy Capone, con l’obiettivo di valorizzare la sapienza del mondo antico attraverso prospettive e voci femminili.

L’iniziativa, che avrà avvio il 2 ottobre, intende offrire uno spazio di riflessione e confronto in cui il patrimonio classico dialoghi con la contemporaneità, illuminando temi universali, grazie al contributo ed alla sensibilità di studiose provenienti da diversi Atenei italiani.

I seminari si propongono come occasione non solo di divulgazione, ma anche di crescita collettiva: la cultura classica, infatti, rappresenta ancora oggi una risorsa viva e attuale, capace di stimolare nuove visioni e di valorizzare il ruolo delle donne come protagoniste della trasmissione del sapere.

Il ciclo di incontri è aperto a quanti credono che la memoria storica sia uno strumento fondamentale per comprendere ed interpretare il presente.

Fosca Pizzaroni: “Partigiane”, Documenti sulle donne della Resistenza in Provincia di Caserta

“Partigiane!”: perché ha ritenuto di dover dare voce ad una narrazione femminile della Resistenza?

Perché, come ebbe a dire Lidia Menapace, «se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza». Furono loro a nascondere uomini e soldati dopo l’8 settembre, a rifornirli di vestiario, viveri e medicinali, a trasportare armi, riferire informazioni logistiche: furono dei veri e propri ufficiali di collegamento, inoltre, sabotarono e parteciparono ad operazioni belliche.

In che modo il suo lavoro riesce ad intrecciare la dimensione personale e soggettiva delle protagoniste con l’orizzonte politico più ampio della Resistenza, mantenendo un equilibrio tra memoria individuale e storia collettiva?

L’orizzonte politico nelle storie delle donne casertane non emerge a tutto tondo: in primo piano è il loro contributo alla guerra contro il nazifascismo. Sono le loro azioni personali che affiorano dalla documentazione del ministero della Difesa. Solo leggendo i carteggi attentamente e ricreando la rete intessuta in quel periodo, si ha la visione del complesso di legami che le unirono ai partiti del CLN, in particolare al Partito d’Azione, Liberale, Socialista e Comunista, ma questi sono aspetti da approfondire. Di fatto esiste nelle loro storie un profondo equilibrio tra scelte individuali e politiche e storia collettiva.

Può spiegare come la metodologia adottata in “Partigiane” permette di riscoprire aspetti invisibili o marginalizzati delle esperienze femminili nella Resistenza?

Ho riportato integralmente nel volume la documentazione conservata presso l’Archivio centrale dello Stato nel fondo RICOMPART (ministero della Difesa, Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani) versato tra il 2009 e il 2012. In particolare, in quasi tutti i fascicoli è conservato il modulo di domanda predisposto dal ministero dell’Assistenza Post-Bellica, dal quale possono essere estratte informazioni preziose per ricostruire le relazioni tra formazioni partigiane, gruppi e personalità politiche aderenti ai Comitati di Liberazione locali e nazionali, ricostruendo un quadro di quello che fu, nell’area casertana, l’intervento femminile.

Qual è il ruolo della dimensione definita “di genere” nel suo racconto storico, e come reputa che questa prospettiva modifichi la comprensione dei concetti di coraggio, sacrificio e militanza nella Resistenza?

Non vado a modificare alcuno di questi concetti, piuttosto vorrei mettere in evidenza il determinante impegno femminile in ambito resistenziale. Le donne svolsero in silenzio il loro ruolo, una veste in cui da secoli del resto erano confinate. Potremmo parlare di rimozione della memoria per almeno un quarantennio. Renata Viganò fu la prima e l’unica partigiana combattente a raccontare, in modo romanzato con «L’Agnese va a morire», la sua storia nel 1949; il volume di Ada Prospero Gobetti, «Diario partigiano», è del 1956. Poi, ci volle il vento impetuoso della rivoluzione femminista per restituire voce alle resistenti, per citare i libri più conosciuti: solo sul finire degli anni ’80 abbiamo «Pane nero» della Mafai e «Portrait» di Joyce Lussu ed è del 2000 «Con cuore di donna» di Carla Capponi. La stessa storiografia femminile al riguardo prende il via solo all’inizio di questo secolo, mentre la storiografia in senso lato accenna al ruolo delle donne soltanto dal 2019, nella fattispecie mi riferisco al volume di Flores e Franzinelli «Storia della Resistenza».

Nel libro emerge una pluralità di identità femminili e di scelte etiche durante la Resistenza. In che misura queste diversità contribuiscono a problematizzare l’idea di un’unica “voce” partigiana femminile?

Ormai da oltre un decennio si parla di “Resistenza” al plurale. Le donne operarono come gli uomini: alcune combatterono, altre fiancheggiarono e aiutarono in vari modi, tante modalità differenti quante sono state le forme di Resistenza. Non un’unica voce quindi, parlerei più di un coro e di scelte diverse ma con un unico scopo: far finire il delirio della guerra nella prospettiva di un futuro di pace perenne. Questo uno dei motivi unificanti nel quale si vanno ad incarnare le diverse opzioni di lotta contro i nazifascisti che quel conflitto volevano continuare.

Come pensa che la rappresentazione delle donne partigiane in “Partigiane!” possa influenzare il dibattito contemporaneo sulle politiche di memoria e sulla costruzione dell’identità nazionale italiana?

Diciamo che mi piacerebbe vedere libri di storia diversi da quelli attualmente in circolazione, ad esempio nelle scuole, in cui uomini e donne interagiscono nel determinare gli eventi. Vede, la Storia (quella con la “esse” maiuscola) non si riscrive ma si approfondisce, va avanti grazie alla ricerca e allo studio della nuova documentazione che viene versata negli Archivi di Stato o nei tanti Istituti di cultura di cui è ricco il nostro Paese; di conseguenza non è mai detta una parola definitiva su ciò che è stato: ogni fenomeno storico va sempre approfondito e rivisto in base a ciò che emerge dagli archivi pubblici o privati che siano. Per il resto ritengo che gli italiani siano ben consci dei principi sui quali si fonda la nostra Repubblica e spero che il mio volume possa contribuire ad incrementare questo patrimonio di conoscenze: una prova di memoria collettiva onnicomprensiva dei generi.

In che modo la sua narrazione riesce a coniugare la dimensione eroica con quella quotidiana, spesso fatta di paura, dubbi e fragilità, senza perdere il rigore storico né cadere in una retorica vittimistica?

A questa domanda dovrebbero rispondere i lettori. Io, come già accennato, ho cercato di evitare connotazioni sentimentali riportando, da archivista quale sono stata e sono, i documenti. Paure, dubbi, fragilità e senso di responsabilità trapelano dalle carte d’archivio e si riflettono nelle testimonianze. Aggiungerei con le parole di Carla Capponi che: «personale e intima resta nel cuore gran parte della vita non svelata, quella delle riflessioni, quella pensata a lato delle azioni quotidiane». Essere fatte prigioniere dai tedeschi tra le montagne della linea Gustav mentre si spiano le loro postazioni e avere la freddezza di mentire sulle proprie intenzioni e notte tempo fuggire, o uscire sfidando il coprifuoco e le ronde, per recuperare feriti o portare armi e viveri adoperandosi per difendere perseguitati e persone in pericolo, fa di sicuro immaginare un miscuglio di sentimenti che dà un nuovo senso alla quotidianità. Aida Conforti, una delle mie partigiane, dice «Ci proteggeva l’incoscienza della giovinezza», mentre Ida Pontillo, nel suo ricorso per ottenere la qualifica partigiana, afferma «Le attività svolte non sono state delle più facili». Ma nessuna di loro si pone su un piano vittimistico: sono determinate a veder riconosciuta la loro collaborazione e volontà di esserci state, con orgoglio. Da rimarcare, infatti, che poi non parlarono delle loro esperienze né con i famigliari né lasciarono memoriali, tranne Aida Conforti che scrisse tre paginette per l’anniversario del 2003 e Margherita Troili che accenna al proprio vissuto di clandestinità nel volume «Una donna ricorda» (1987).

Quali sono state le principali difficoltà incontrate nel ricostruire il vissuto delle donne partigiane in una specifica area geografica?

Principalmente, proprio le difficoltà generate dal loro silenzio: queste donne non hanno lasciato testimonianze né archivi personali. Infine, ma non ultimo, il problema del riordinamento del fondo RICOMPART: versato tra il 2009 e 2012 presso l’Archivio centrale dello Stato, a causa della gran mole di documentazione, circa 7.430 buste, e della mancanza di personale ancora non è fruibile in modo organico e completo.

Come interpreta il rapporto tra la partecipazione femminile alla Resistenza e la successiva condizione sociale e politica delle donne nell’Italia del dopoguerra?

La Storia insegna che i cambi di mentalità sono lenti e faticosi, non si cambia una condizione in pochi anni, ci vogliono decenni se non secoli. Ancora oggi siamo in parte soggetti a questa mentalità retrograda che vede la donna in secondo piano o oggetto di possesso, nonostante la Costituzione affermi la parità di genere a tutti i livelli, dal privato al pubblico.

Alla luce del suo studio, quali aspetti della Resistenza e delle donne partigiane ritiene ancora oggi sottovalutati o misconosciuti dalla storiografia ufficiale e dalla cultura popolare?

Direi assolutamente tutti. Per una corretta visione del fatto storico bisogna ancora superare molti pregiudizi, in particolare quello di genere: finché la storia sarà un elenco di nomi maschili non avremo una ricostruzione effettiva dei fatti. Del resto le donne non hanno aderito solo alla Resistenza, hanno partecipato alla prima guerra mondiale, e in precedenza al Risorgimento, per fermarci alla storia recente. Ricordo, anni fa di essere stata colpita da una lettera scritta in previsione dei Plebisciti, conservata nel fondo Pepoli presso l’Archivio di Stato di Perugia: inviata «A Sua Maestà. Il Re d’Italia. Vittorio Emanuele» nel 1860 da «Angela Valentini di Matelica, dimorante in Stigliano in Sabina». Ho sempre con me la trascrizione. Le leggo qualche brano di quanto scriveva: «Maestà, non possiamo noi donne persuaderci che non abbiamo da votare come gli uomini, dunque noi siamo un nulla? Non sa vostra Maestà che ci sono donne che pensano meglio degli uomini! E che hanno coraggio quanto essi. E perché noi abbiamo da essere oppresse in tutto? Vogliamo ancor noi dare il voto, dare il sagro santo Sì al nostro redentore che ha reso la pace e l’unione a tutta Italia. Abbiamo dato prove ancor noi della causa Italiana. […] Se ci fosse bisogno di un Regimento di donne, tutte siamo pronte a imbrandire le armi ed io andrei avanti col Viva Vittorio Emanuele il nostro Re. Viva l’Italia Unita». Angela Valentini è una sconosciuta alla Storia del Risorgimento e del femminismo, e proprio per questo testimonia, oltre alla passione patriottica, l’accesa partecipazione delle donne alla vita politica da sempre. È grazie alla Resistenza che le donne italiane hanno ottenuto il diritto al voto. Il cammino è stato lungo, oggi godiamo di libertà e diritti grazie a tante sconosciute che hanno lottato per noi ma la strada da fare, dal punto di vista storiografico e non, è ancora molta.

Giuseppina Capone

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