InnaMORAti dell’Arte

Piacevole serata quella di domenica scorsa, svolta in quel di Angri, al Ritrovo degli Artisti, curata dall’Associazione Culturale “Fratelli De Rege”, inaugurazione stagionale della rassegna teatrale InnaMORAti dell’Arte ideata e realizzata dall’attrice Evelina De Felice. Sul palcoscenico, allestito in ampio spazio all’aperto, gli attori Giovanni Allocca ed Enzo Varone, protagonisti dello spettacolo “…Vieni avanti cretino. Omaggio a Napoli e ai suoi artisti”, nel corso del quale si sono prodotti in scenette che ripigliavano certe semplici ma efficaci modalità umoristiche di un tempo, basate su frizzi, lazzi, incomprensioni e distorsioni lessicali, riportando alla mente figure comiche del passato, mai dimenticate, come Totò, Mario Castellani, Peppino De Filippo, Walter Chiari, Carlo Campanini o Nino Taranto.

A rimpinguare lo spettacolo, la voce e la tastiera elettronica di Sasà Benitozzi e gli interventi dell’attrice Carmen Pommella. Ad arricchire la serata, l’esposizione dei particolarissimi oggetti e capi di abbigliamento realizzati da Benedetta Iovino con foglie vegetali opportunamente lavorate e la mostra d’arte estemporanea di Orsola Supino.

L’iniziativa nasce da riunioni amichevoli all’ombra di una pianta di more, come lascia trasparire il titolo, e dalla sensibile percezione, da parte di Evelina De Felice, di una istanza di socializzazione indomita, a dispetto di ogni pandemia, che l’attrice ha acutamente coniugato alle preclare virtù del teatro.

Gli applausi che hanno coronato l’incontro e le risate che ne hanno costellato lo svolgimento restano la migliore conferma della bontà dell’idea e della sua felice realizzazione.

Sabato prossimo, “Il cane di fuoco. Spettacolo di cunti e canti di mare e di terra, fiabe green, dark, rouge, ma soprattutto bio”, di, e con, Massimo Andrei, che si esibirà con la fisarmonicista Eduarda Iscaro.

Rosario Ruggiero

A Roma la mostra “Touch Nature”

13Cambiamenti climatici, inquinamento da plastica dei mari, cibo sprecato e trivellazioni selvagge: l’arte nell’era del Covid scende in campo per denunciare e contrastare la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo.

Il Forum Austriaco di Cultura di Roma, diretto da Georg Schnetzer, ospiterà dal 15 settembre al 15 novembre 2021 TOUCH NATURE, la collettiva di artisti austriaci e italiani   concepita da Sabine Fellner e curata dalla stessa con Adriana Rispoli. Pittura, grafica, fotografia, scultura, installazioni e video sono i mezzi utilizzati dagli artisti per affrontare i nodi dell’ambiente, di cui l’uomo è diventato il fattore determinante. “Con l’inizio dell’industrializzazione – spiega Sabine Fellner – l’idea di un addomesticamento della natura si è fatta sempre più consistente. Ma l’intervento sempre più esteso dell’uomo nei processi biologici, geologici e atmosferici della terra significano non solo la perdita progressiva della natura incontaminata come risorsa emozionale, ma anche la distruzione degli habitat, l’ingente estinzione delle specie nonché le crisi umanitarie, politiche ed economiche”.

Da qui l’idea di riunire artisti austriaci e italiani sensibili al tema, che con le loro opere, realizzate negli ultimi quindici anni,  “formulano azioni di resistenza contro lo sfruttamento globale delle persone e contro lo spreco delle risorse – continua Fellner – ed elaborano strategie che incoraggiano un radicale cambiamento di prospettiva, con visioni piene di speranza per una riconnessione dell’uomo alla natura. Rappresentare ed esplicitare gli interventi distruttivi nella natura è, infatti, una strategia artistica”.

La mostra intercetta il trend “ecologista” che l’arte manifesta da tempo e che la pandemia da Covid-19, con l’evidente drammatico cambiamento delle nostre vite, ha reso ancor più urgente. “La Natura  – aggiunge Adriana Rispoli – non è più materia prima, medium o specchio, ma, come testimonia una nuova generazione di artisti di ogni latitudine, un’esigenza primaria manifesta nella necessità di riavvicinarsi ad essa, nel ricercare un doveroso equilibrio, nel rileggerne la forza propulsiva facendosi portavoce della sua potenza e soprattutto della sua fragilità. La nostra mostra si inserisce in un proliferare di eventi espositivi iniziato già da alcuni anni a livello globale, che mischiando generazioni, aree geografiche e modalità espressive, dimostrano quanto la tematica ambientale sia presente nell’orizzonte dilatato dell’arte contemporanea. Ma la tempestività del momento, settembre 2021, un periodo di apparente transizione tra un’era pre e post Covid, fa di Touch Nature, e naturalmente degli artisti coinvolti, un caposaldo da cui ripartire”.

 

Orari di apertura al pubblico:

16 settembre – 15 novembre 2021

lun – ven, ore 9.00 – 17.00

Nei seguenti giorni le opere esposte nella biblioteca non saranno accessibili:

16, 17, 22, 23 settembre

24 settembre (fino alle ore 14.00)

21 ottobre

22 ottobre (fino alle ore 15.00)

3 novembre (a partire dalle ore 15.00)

4 novembre

Chiusura:

26 ottobre (Festa nazionale austriaca)

1 novembre (Ognissanti)

 INGRESSO GRATUITO CON PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Per prenotarsi scrivere a prenotazione.forumaustriaco@gmail.com indicando nome e cognome e numero di telefono. La prenotazione sarà valida solo con una email di conferma.

Per accedere alla mostra è necessario esibire la Certificazione verde COVID-19 (Green Pass, in formato digitale o cartaceo) o presentare il referto negativo di un tampone antigienico o molecolare effettuato nelle 48 ore precedenti, insieme a un documento di riconoscimento valido. Le disposizioni non si applicano ai bambini di età inferiore ai 12 anni e ai soggetti con certificazione medica specifica.

All’interno obbligo di indossare la mascherina e distanziamento interpersonale di almeno 1 metro. Le sale hanno una capienza contingentata nel rispetto della distanza fisica prevista per la sicurezza dei visitatori.

Emilio Salgari, il fascino e l’avventura

“Fino a sei anni volevo fare il tranviere, poi a otto ho incominciato a leggere Salgari. Così iniziai a scrivere dei racconti”, così  ha scritto del narratore romanziere torinese, che ha regalato un ciclo fantastico di racconti, Umberto Eco.

Un’immaginazione straripante quella di Emilio Salgari grazie alla quale ha dato vita a tanti famosi lavori che hanno accompagnato ed accompagnano tuttora intere generazioni con i loro protagonisti: Sandokan, Yanez, la Perla di Labuan, Kammamuri, il Corsaro Nero, Jolanda la figlia del Corsaro Nero,  e tantissimi altri immortalati anche dal cinema e dalla televisione.

Trame avvincenti, eroi invincibili, pirati, luoghi esotici e misteriosi, terre lontane, dove in effetti non andò mai ma che seppe descrivere in maniera mirabile grazie ad un grande lavoro di documentazione e studio.

Una vita dedicata alla scrittura anche se avrebbe voluto diventare capitano di gran cabotaggio e solcare i mari vivendo avventure. Una vita non facile, gravata dalla malattia della moglie e da problemi economici nonostante la ricca produzione letteraria, che culminò con il suicidio seguendo il rito giapponese del seppuku, più conosciuto come karakiri, a soli 48 anni. Una grande perdita per la letteratura.

Le sue opere vengono riproposte da RBA nella collana composta da 60 uscite in edicola in un’edizione prestigiosa con la riproduzione delle copertine originali in stile Liberty realizzate da alcuni degli illustratori più importanti del Novecento come Alberto Della Valle, Pipein Gamba, Gennaro Amato, Carlo Chiostri o Giuseppe Garibaldi Bruno.

La prima uscita è stata Sandokan alla riscossa illustrato da G. Amato. La prossima “Il Corsaro Nero”.

Alessandra Desideri

Regine e ribelli, protagoniste della storia

RBA ha dedicato una collana alla storia al femminile. Figure illustri, donne di potere, che molto hanno amato e molto hanno sofferto, con “Regine e ribelli”, un focus sulla vita di donne passate alla storia.

L’opera propone “una collezione unica che riscatta le loro vite e i loro ritratti”. L’intento è quello di scardinare “l’immagine delle nostre protagoniste che è stata forgiata nel tempo, mettendo in discussone l’iconografia esistente, per costruire il loro profilo più fedele  con la consulenza di storiche riconosciute”.

Un modo per rileggere e riscoprire le grandi donne del passato, per meglio comprendere attraverso loro luoghi, momenti, episodi, immagini, e, soprattutto la loro storia, i tempi in cui vissero.

Apre la collana Cleopatra, a seguire Lucrezia Borgia.

La Divina Commedia per i bambini

Quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri e la Hachette Fascicoli ha deciso di realizzare una pubblicazione, con uscita periodica nelle edicole, “La Divina Commedia per bambini”.

Un adattamento originale destinato ai bambini per avvicinarli al grande Vate scritto con linguaggio semplice e positivo facendo conoscere i principali personaggi dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso. Due le prestigiose firme per illustrazioni e testi.

Le illustrazioni sono di Fabiano Fiorin e con le immagini veicolano oltre al testo il messaggio e accompagnano i giovani lettori a scoprire il famosissimo poema dantesco, capolavoro della nostra letteratura conosciuto e tradotto in tutto il mondo.

I compagni di Dante nel suo viaggio sono personaggi famosi e meno famosi, buoni e cattivi, scelti da Paolo Pellegrini che ha realizzato anche i testi della collana arricchita da una Guida all’opera per i genitori e una tavola poster per ogni cantica.

Antonio Desideri

 

 

Le prime fiabe: una collana per i piccoli lettori

Inizia con “Il Re Leone” la collana edita da Hachette Fascicoli “Le mie prime fiabe”. Una collana in 100 uscite in edicola che accompagna le piccole lettrici e i piccoli lettori alla scoperta del fantastico mondo delle avventure e delle fiabe con i personaggi Disney. Un’immersione nel mondo dei più grandi successi Disney ispirati a grandi capolavori, volumi ricchi di illustrazioni che i genitori possono leggere ai loro piccoli o che i più grandicelli possono scoprire leggendoli.

La scoperta del mondo attraverso le avventure e a volte le  disavventure dei personaggi preferiti aiuteranno i piccoli a comprendere e vivere diversi stati d’animo ed emozioni, una ricca possibilità di crescita anche grazie ai valori positivi e i tanti esempi educativi di cui sono ricche le storie. “Gli esempi positivi aiutano ad acquisire fiducia in se stessi e stimolano i comportamenti corretti anche nei bambini più piccoli”. I titoli dei primi 15 libri in vendita in edicola:  Il Re Leone, Biancaneve e i sette nani, Il Libro della Giungla;  Bambi; Dumbo; Aladdin; La carica dei 101; Toy Story; Cenerentola; Le Avventure di Peter Pan; Bolt – Un eroe a quattro zampe; Chicken Little – Amici per le penne; La Principessa e il ranocchio;  I tre porcellini; Ratatouille.

Il genio di Donatello

Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, (per il suo animo gentile e sensibile) è stato uno scultore, architetto e pittore italiano.

Donatello nacque a Firenze nel 1386 e sin dalla tenera età aveva dimostrato la sua passione per l’arte attraverso il disegno. Donatello ha dato vita (assieme a Brunelleschi e Masaccio) ad una nuova arte del Rinascimento elaborando nuove forme moderne come la riscoperta della realtà naturale e l’assunzione delle forme antiche. Ancora, rinnovò i metodi della scultura eliminando quelle del tardo gotico e diede vita alla tecnica dello stiacciato, sperimentando varie tecniche come  marmo, pietra, terracotta e bronzo in modo da non impedire la creazione di uno spazio illusorio. Ma ciò che ha fatto la storia dell’arte del Rinascimento è stata la sua grande capacità di rendere le opere realistiche donando quel senso di umanità ai suoi capolavori.

Donatello, dal 1040 al 1407, fu a fianco di Ghiberti apprendendo da quest’ultimo i segreti della fusione del bronzo e la passione per la scultura a rilievo. Da lì a poco svolse il proprio apprendistato come scultore a Firenze alle dipendenze dell’Opera del duomo. Donatello fu anche amico e collaboratore di Brunelleschi e insieme a lui studiò le opere classiche e dal 1402 al 1404 si recarono insieme nella capitale italiana. Sono due i primi lavori artistici di decorazione scultorea più celebri di Donatello a Firenze: il Duomo (la facciata e la porta della Mandorla) e le nicchie di Orsanmichele. Eppure, sono le quattro sculture giovanili che mostrano il precoce trapasso dalle forme del gotico cortese a una matura espressione umanistica: Davide del 1408, statua del profeta Abacuc (zuccone 1423- 1425), San Giovanni Evangelista (1409- 1411), San Giorgio (1417) . Per il David, (Santa Maria del Fiore – trasportato nel 1416 a Palazzo Vecchio) l’artista seguiva ancora un canone di bellezza garbato, dai tratti gentili e delicati e infatti, alcune delle sue meravigliose sculture sono ancora legate a stilemi gotici ma che al contempo (i movimenti fisici del corpo della scultura e quello delle mani) indicano un attento studio dal vivo. Il san Giovanni Evangelista, (scultura destinata a una nicchia collocata a lato del portale centrale di Santa Maria del Fiore) invece, è intenta a trasmettere una sensazione di forza trattenuta: il volto del santo è basato su un principio gotico di idealizzazione, le spalle e il busto si conformano in un volume geometrico. E’ evidente che l’artista ha voluto inserire, in uno spazio costruito attraverso la prospettiva, la ricerca di una nuova rappresentazione dei corpi. Tuttavia, è con il San Giorgio (commissionata per una delle nicchie di Orsanmichele) che Donatello supera davvero gli elementi gotici. Mentre con Albacuc, (1423-1425 per il campanile di Giotto) riprende lo stile antico che si interseca con uno stile realistico e naturale: panneggi elaborati con estrema cura dei dettagli, caratterizzando i profeti del campanile secondo costumi e positure riprendendo il vecchio modello classico.

Nella tecnica dello stiacciato, ideata da Donatello, traspare, in maniera molto chiara, il desiderio di trasferire nella pietra le caratteristiche della pittura: la modulazione delle ombre e delle luci si ottengono grazie ad un effetto di spessore atmosferico e a quel senso di prospettiva aerea acquisite di conseguenza alla prospettiva di Brunelleschi. La tecnica dello stiacciato è un rilievo ottenuto con minime variazioni di spessore rispetto al fondo, inserendo il porticato in prospettiva, creando così effetti sorprendenti di profondità. In sostanza, Donatello era capace di assumere una tecnica nuova per dare un tono espressivo adatto a conseguire l’effetto che desiderava dare in quel momento, diventando oramai pienamente padrone della costruzione prospettica e riuscendo a convergere delle ortogonali di profondità verso un unico punto di fuga. Nel pannello bronzeo del Banchetto di Erode per il fronte battesimale del battistero di Siena (1425-1427) lo scultore applicò la tecnica giusta che richiedeva l’opera, rinunciando allo stiacciato. Nel David bronzeo (1430 – commissionatogli da Cosimo de’ Medici) interpretato come raffigurazione di Mercurio che contempla la testa recisa di Argo, è un capolavoro che rivela un immenso senso realistico. In quello stesso periodo eseguì l’incorniciatura architettonica del tabernacolo dell’Annunciazione in Santa Croce. In questa opera, Donatello, dimostra tutta la sua libertà culturale attraverso un rinnovato interesse classicistico e la profonda, quanto intensa, analisi prospettica delle figure.

Nel 1433 fino al 1438 realizza la sua più grande opera ardita di contaminazione culturale, la grande Cantoria. Un monumento di una sorprendente modernità nato dalla collaborazione di motivi bizantini e duecenteschi, classici e paleocristiani. Dal 1443 fino al 1453, Donatello si trasferì a Padova dove affermò la sua fama di scultore dei suoi tempi grazie anche alle numerose opere eseguite nella città veneta: il Monumento equestre a Erasmo da Narni detto il Gattamelata e l’altare maggiore della basilica di Sant’Antonio. Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, era un uomo d’arme al servizio della Repubblica veneta, morì nel 1443 e il monumento che lo ricorda fu affidato a Donatello. Ma per la novità della creazione di Donatello, in rapporto al ruolo sociale del personaggio cui il monumento era stato dedicato, l’opera necessitò di un apposito beneplacito concesso dal Senato veneto. Poco tempo dopo, Donatello lavorò assieme ai suoi collaboratori alle statue e ai rilievi dell’Altare maggiore della basilica padovana del Santo (1446- 1450). Progettata, anche questa scultura da Donatello, erano riunite entro una struttura architettonica. Ma la più interessante, tra le sette statue e tutto tondo è, senza dubbio, quella della Madonna con il Bambino. La Vergine è ricca di particolari meravigliosi e non solo, la statua della Madonna con il Bambino era stata pensata per una visione frontale e quindi trattata come un rilievo monumentale.

Gli ultimi anni della carriera artistica di Donatello si svolsero a Firenze, dove indulgeva a un’accentuata religiosità che spingeva le opere a vertici di estrema drammaticità. Come nel Martirio di san Lorenzo dove la cubatura prospettica dello sfondo e il punto di vista basso concorrono alla forte emotività della scena. La carriera artistica di Donatello è stata lunga, soddisfacente e molto intensa tanto quanto le sue numerose e meravigliose opere d’arte.

Alessandra Federico

Masaccio: l’artista del rinascimento italiano

Tommaso di Ser Giovanni di Mòne di Andreuccio Cassài, (detto Masaccio) nasce a San Giovanni Valdarno il 21 dicembre del 1401. Masaccio, pittore italiano, è stato il primo rivoluzionario della pittura del Rinascimento, il primo ad aver cercato di trasporre, in campo pittorico, gli ideali laici, classicistici e razionali dell’architetto della cupola (Filippo Brunelleschi).

La carriera artistica di Masaccio fu molto breve ma allo stesso tempo, però, è paragonabile a quella di pochissimi pittori nella storia dell’arte occidentale. L’artista, segnò un preciso spartiacque tra fasi storiche diverse, (nella storia dell’arte), spostando così in avanti e con improvvisa accelerazione il confine tra gli innovatori e i ritardatari.

Masaccio aveva dato alla pittura una nuova realtà: la raffigurazione dell’uomo come individuo reale, dotato di sentimenti e passione terrene, di un corpo solido e naturale fondato sullo studio del vivo e costruito in base alle regole della rappresentazione prospettica dello spazio inventate da Filippo Brunelleschi. La collaborazione con Masolino fu un’associazione alla pari tra due pittori maturi, un sodalizio basato sulla comune provenienza del Valdarno quella della collaborazione con Masolino da Panicale (pittore ancora legato al gusto tardogotico) che offrì a Masaccio l’opportunità di manifestare il suo genio entro composizioni di largo respiro.

Le opere di Masaccio risalgono al 1424 e il 1428 e fu proprio grazie a Masolino che riuscì a dare vita a una pittura di tipo completamente nuovo, riuscendo a liberarsi da quel gravoso retaggio. Questa umanità è inserita in un nuovo ideale pittorico basato sulla razionalità di cause ed effetti e sull’essenzialità e la concentrazione espressiva. Difatti, il Rinascimento nacque con l’aspirazione di riscoprire l’uomo e la natura. I due intraprendenti artisti erano orientati soprattutto nella ricerca che applicasse leggi oggettive, scientifiche che dessero corpo nelle arti visive.

Masaccio fu in grado di rivoluzionare interamente la pittura in breve tempo e non solo, (perché non si trattava del solo cambiamento tecnico della prospettiva) una volta terminato il dipinto, pareva davvero avesse scavato un’apertura nel muro grazie alla tecnica realistica che aveva realizzato. Pareva che i personaggi parlassero, fossero reali. Le opere Nel Trittico con Madonna in trono e santi della chiesa di San Giovenale e Cascia (Raghello) si delinea chiaramente la nuova poetica di Masaccio; l’intero polittico è unificato prospetticamente dal convergere verso un unico punto di fuga, delle linee del pavimento, in tutti i pannelli. Mentre i santi sono già figure solide, caratterizzate psicologicamente e rigorosamente scalate in profondità. Nonostante Masolino fosse più esperto, più famoso e avesse quasi il doppio dell’età di Masaccio, si era lasciato convertire dalle ragioni (molto convincenti) e dalla buona pratica e dalle nuove idee del suo collaboratore. Nell’opera Sant’Anna con la Madonna, il Bambino e angeli degli Uffizi (1424) è nota la collaborazione di Masaccio e Masolino. Il dipinto rappresenta la diversità di due stili e delle sue diverse epoche storiche, (Medioevo e Rinascimento). Masolino diede forma alla figura di Sant’Anna e agli angeli ma il nuovo stile di masaccio fu in grado di rompere l’unità del dipinto: l’espressione della Vergine dipinta dal giovane artista è solida come mai prima d’ora era stata, la sua espressione è ferma e consapevole ma allo stesso tempo dolce e aggraziata. “Vive et vere” era la poetica che Masaccio volle approfondire nel polittico eseguito nel 1426 (Chiesa pisana del Carmine). La Vergine s’incurva come a formare un bozzolo per proteggere il bambino. Mentre il suo trono è definito prospetticamente con un punto di vista ribassato, in relazione alla posizione reale dello spettatore. La stessa visione dal basso verso l’alto fu introdotta per la cuspide del polittico. (Crocifissione). Nel grande affresco della Trinità (1426. 1428 chiesa di Santa Maria Novella) racchiude tutta la nuova arte di Masaccio, considerato uno dei più importanti dipinti in cui le regole della prospettiva furono messe in pratica per dare un senso di profondità su una superficie piatta. Il giovane artista realizzò l’affresco senza scorci e senza variazioni di scala, in una visione frontale, attenendosi alle regole prospettico-illusionistiche. La Trinità è stata definita “un clamoroso manifesto rinascimentale entro la gotica Santa Maria Novella” poiché fu la prima volta, nella storia della pittura cristiana, in cui le effigi di persone reali assumono tanta rilevanza entro un dipinto religioso. Altri dipinti in cui sono chiare le nuove tecniche di Masaccio sono i riquadri delle storie di San Pietro, affrescate a Firenze in una cappella della chiesa del Carmine. Per dare verosimiglianze alle architetture, per attualizzare le storie sacre tramite l’inserimento di figure contemporanee, Masolino cercava, con molta passione e perseveranza, e soprattutto armandosi di tanta umiltà, di imparare dal suo compagno di lavoro, e infatti nel riquadro della Resurrezione di Tabita e risanamento dello storpio Masolino, cercò di impostare una scena prospettica secondo i dettami del suo stimatissimo collaboratore. Masaccio intervenne per aiutare Masolino e per terminare l’affresco. Le figure erano colme di gravità antica, ben armonizzate con lo sfondo, ricche di luce per trasmettere allo spettatore pace e serenità. Masaccio morì a Roma nel giugno del 1428 a soli 27 anni.

Alessandra Federico

Intervista a Renato Marengo, creatore del Movimento Musicale Italiano “Napule’s Power”

Il movimento musicale Napule’s Power, che quest’anno celebra il mezzo secolo, si dipana, appunto, attraverso decenni nonché attraverso plurimi e molteplici generi.
Ebbene, come nasce e come si sviluppa?

Nasce alla fine degli anni ‘70, a seguito di un periodo che aveva visto un proliferare di canzonette napoletane non più all’altezza dell’immensa musica napoletana prodotta alla fine dell’800 e durante i primi del ‘900.
Nasce per la presenza a Napoli delle basi NATO.
I giovani napoletani iniziano ad ascoltare Paul Anka, i Beatles, i Platters: c’era ovunque fermento musicale. I ragazzi anziché continuare ad ascoltare canzonette, degrado della grande tradizione napoletana, con melodia e ritmo d’alto livello, cominciano ad apprezzare lo swing. Renzo Arbore, Fred Bongusto, Peppino Di Capri, Peppino Gagliardi, Il giardino dei semplici: nascono artisti che “modernizzano” la canzone napoletana, rendendola omologa alla musica proveniente dall’America.
Il vero Napule’s Power è fatto di musica autonoma, creata, inventata.
Da chi? Ebbene, negli anni ‘60 c’era, da un lato, Renzo Arbore, jazzista, che, insieme, tra gli altri, a Roberto Murolo, applicava lo swing alla musica napoletana; dall’altro lato, c’era un gruppo formidabile, The Showmen con Franco Musella, James Senese e Franco Del Prete, i quali cantano in italiano modulando la voce alla maniera dei jazzisti neri americani.
I giovani musicisti napoletani frequentano a Napoli, ovviamente, locali situati vicino al Porto, a Bagnoli, a Posillipo, dove ascoltano musica rock, jazz…Importante è la presenza della NATO. Ogni sera, scendevano dalle portaerei americane miriadi di giovani. Invadevano i locali a caccia di alcool, “signurine” e musica. Molti portavano con sé gli strumenti: i musicisti napoletani, giovanissimi, suonavano con questi ragazzoni americani. A loro davano i nostri ritmi e le nostre melodie; noi prendevamo l’interzionalità. C’era una commistione di blues, swing, musica americana, musica napoletana. Una meravigliosa contaminazione che genera musica nuova: il Napule’s Power.
Io l’ho chiamato così: un napoletano americanizzato!
“Power” perché eravamo giovani ribelli. C’era stato il ‘68. Noi non tolleravamo il saccheggio che a Napoli si perpetrava da chi era vicino ad Achille Lauro. Non dimentichiamo “Le mani sulla città” di Franco Rosi. Non dimentichiamo Eduardo De Filippo che, dal teatro, cercava di educare alla cultura. La Nuova Compagnia di canto popolare con Roberto De Simone s’impegnava in tal senso con la musica popolare. Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Enzo Avitabile, che frequentavano la musica americana, si davano da fare per creare un movimento. A questo movimento diedi il nome, appunto, di Napule’s Power.
Alcuni di questi artisti, li ho prodotti io stesso perché da Napoli difficilmente sarebbero decollati. Io in quegli anni ero un giornalista italiano, non solo napoletano, lavoravo tra Napoli, Roma, Milano, venezia e mi occupavo di rock per una rivista molto importante, Ciao 2001, un po’ come l’attuale Rolling Stone. Allora, l’unica rivista ad occuparsi di jazz, rock e blues era proprio Ciao 2001. Vendeva tra le settanta e le ottantamila copie a settimana. I ragazzini facevano la fila all’edicola per accaparrarsi un numero. Io andavo a Londra per intervistare Tina Turner. Andavo a vedere i concerti dei Genesis. Con quella cultura riconoscevo nella musica nostra, napoletana, moderna, una cultura molto simile. Così ho prodotto Tony Esposito, Teresa De Sio, Nuova Compagnia di canto popolare, Eduardo ed Eugenio Bennato, Musica Nova, Concetta Barra. Li ho aiutati a farsi conoscere su queste riviste specializzate ed in RAI dove avevo programmi insieme a Carlo Massarini e Raffaele Cascone. Ho accostato i Napoli Centrale a gruppi internazionali. Inoltre, dopo averne scritto, parlato in radio e TV, ho ottenuto l’attenzione della discografia internazionale, tutta a Milano ed ostile alla musica napoletana, assimilata a Mario Merola. Ho portato il Napule’s Power al Festival internazionale di Monterey e ad Harlem. I neri del Black power ed i “negri” del Vesuvio. Sì, ci chiamavano così. Pino Daniele scriverà “Nero a metà”.
Negli anni ‘80 i ragazzi sono meno impegnati socialmente. La musica del Napule’s Power ha una battuta d’arresto, a parte Tony Esposito con Kalimba De Luna, Tullio De Piscopo con Andamento lento, Alan Sorrenti con Figli delle stelle.
Negli anni ‘90 c’è un ritorno all’impegno politico-sociale: ecco, 99 Posse ed Almamegretta. La musica napoletana è riascoltata con attenzione.
Oggi, i musicisti napoletani, soprattutto rapper, sono sostenuti da un sociologo Lello Savonardo, docente di “Teorie e Tecniche della Comunicazione” e “Comunicazione e Culture Giovanili” presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Lei cita musicisti legati alla ricerca colta e popolare, artisti folk e dal curriculum internazionale, giovani appassionati di rock’n’roll ed artisti visionari. Qual è il fil rouge sotteso a siffatta avvincente variatio generis?

No, Giusy, dammi del “tu”! E’ così che sono abituato!
Il fil rouge è la voglia di cambiare, evolvere, pur mantenendo le radici ben piantate nella tradizione. Roberto De Simone, ad esempio, cerca, con Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato, di recuperare i canti autentici della tradizione. Evolvere, non trasformare o violentare. Quelli citati sono grandissimi interpreti, sia strumentali che vocali, i quali hanno ascoltato e visto il rock; pertanto, nel loro spirito di ri-proposta della musica popolare c’è un legame con ciò che si sente e si fa in radio ed in televisione. La Nuova compagnia di canto popolare è portata da me a Milano ad aprire un concerto della PFM: ambedue rinnovano la tradizione. La PFM innova con gli strumenti elettrici. La Nuova compagnia di canto popolare con gli strumenti acustici. Durante quel concerto i ragazzi salgono sulle sedie e battono le mani come a scandire un rock! La fusione è la chiave!
Era il 1971 quando tu, Renato, concepisti d’adottare la definizione Napule’s Power per accorpare e scortare la vita musicale partenopea.
Erano gli anni del Black Power, il ’68 pulsava ancora.
Dunque, quale ascendente assume la politica nel panorama musicale che ha osservato?

Prescindendo da ciò che oggi significa “Destra” e “Sinistra”, nel 1970 Destra era conservatorismo; Sinistra era avanguardia, orientata al rinnovamento, alla modernizzazione. Per esempio, Eduardo De Filippo era un intellettuale di Sinistra e sosteneva Valenzi quale candidato sindaco, vicino alla cultura del rinnovamento. A Napoli, la Destra era addirittura ancora monarchica, arcaica. La Destra era rappresentata da faccendieri voraci. La Sinistra colta, universitaria auspicava il rinnovamento, l’evoluzione culturale. Si vuole, con la Sinistra,allontanare la cultura del Pulcinella, del “tutto passa”. Cito una canzone, sì divertente: “Ah, che bellu ccafè. Sulo a Napule ‘o ssanno fa” di Nino Taranto. Ebbene, è una dichiarazione di rassegnazione, di assistenzialismo. Pino Daniele idealmente risponde con “Na′ tazzulella è cafè/E mai niente cè fanno sapè/Nui cè puzzammo e famme/O sanno tutte quante/E invece e c’aiutà c′abboffano è cafè”: il caffè usato come tranquillizzante, una droga che blocca il pensiero.

La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. I musicisti del  Napule’s Power hanno recuperato il volgare, il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo.
Il Napule’s Power, pur indissolubilmente legato a Napoli, ha contribuito alla deterritorializzazione di Napoli stessa?

Brava! Gli artisti che ho citato prima, tutti o quasi tutti, avevano tentato di farsi produrre un disco. A Napoli, tuttavia, erano abituati alle canzoni di Aurelio Fierro, Tullio Pane, Mario Merola, per cui li consideravano dei perditempo, degli squilibrati e non artisti. Si voleva conservare un’immagine olografica, superata, abituata alla politica del “tira a campare”, del “qualcuno ci penserà”. Non dimentichiamo che a Napoli la camorra aveva le sue radici: alla camorra faceva comodo una Napoli felice con le canzonette, una Napoli credente alle superstizioni, che affida l’anima alla Madonna piuttosto che mettersi a lavorare per cambiare la propria esistenza; una Napoli socialmente disimpegnata, inconsapevole dei propri diritti e dei propri doveri. Una Napoli internazionale, riscattata dalla “cartolina” del ladruncolo, del furbetto, è quella che spinge tutti noi, scrittori e musicisti, intellettuali tutti vogliono testimoniare il cambiamento.
Napoli come Benjamin ha ingegnosamente sintetizzato è una “città porosa”: una combinazione affascinante di coerenza-incoerenza.

Gli artisti, protagonisti della tua narrazione, vanno da Pino Daniele ad Enzo Avitabile, da Lina Sastri a Patrizia Lopez. Moltissimi sono stati prodotti proprio da te.
Ci racconti un aneddoto che rievochi, Renato, con particolare nostalgia?

Più che con nostalgia, con simpatica ironia. Io sono diventato produttore per puro caso. Quando conosco la Nuova compagnia di canto popolare, ero già ambientato a Milano, Venezia, Roma. Tornato a Napoli, mentre scrivevo della PFM, vengo rimproverato da Eugenio Bennato di non scrivere della Nuova compagnia di canto popolare! Io mi sento quasi sfidato. Vado ai loro concerti e scrivo articoli pubblicati su Ciao 2001 con lo stesso taglio con cui parlavo della PFM. Ancora, Eduardo Bennato l’ho prodotto quasi per caso: Eugenio Bennato mi chiede di dare una mano al fratello, Eduardo, appunto, che già da sette anni provava ad imporsi come cantautore. Che faccio? Frequento Eduardo, lo presento ai discografici ed Eduardo, originale, bravissimo, diventa subito un protagonista.

 

Renato Marengo è un conduttore radiofonico, produttore discografico, giornalista e critico musicale italiano, scrittore. Ideatore del Napule’s Power, è stato creatore e conduttore di Demo di Radio1Rai. E’ tornato di recente alla Radio con due trasmissioni diffuse su tutto il territorio nazionale: ClassicRockonAir e Suoni e parole dalla città. Dal 2012 è direttore responsabile del mensile Cinecorriere. E’ passato alla storia per essere stato l’unico giornalista ad aver intervistato Lucio Battisti (intervista che ha raccontato in due libri: l’ultimo dei quali Parole di Lucio). E’ direttore artistico di Terra Battente, del BandContest di RockContest di ClassicRock e coordinatore della Mostra C.A Bixio Musica & Cinema nel 900. E’ docente presso l’accademia di Cinema e Tv Griffith di Roma del corso di Musica da Film.
E’ stato coordinatore generale del settimanale Ciao 2001. Ha collaborato con le maggiori testate quotidiane e settimanali nazionali tra cui Sorrisi e Canzoni TV, Radiocorriere TV, Telepiù. È stato anche autore e conduttore di numerosi programmi Rai. E’ autore di “Napule’s power- Movimento Musicale Italiano” con la prefazione di Renzo Cresti, curato da Paolo Zefferi, Tempesta Editore.

Giuseppina Capone

Mario Fillioley: Sesso più, sesso meno

Mario Fillioley è un insegnante di lettere in una scuola pubblica, ha tradotto diversi libri dall’inglese. Ha un blog personale, Aribiceci.com, e un blog sul Post. Vari suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su IL. Un suo testo fa parte dell’antologia Non si può tornare indietro, edita da Marsilio nel 2015. Ha scritto per Minimum Fax “Lotta di classe” e “La Sicilia è un’isola per modo di dire”.

Peppe e Arianna si vedono e fanno sesso; Luca fa il cameriere nella pizzeria dove i due ogni tanto vanno e si diverte a osservarli; tenta di sedurre Brigida; Sergio e Cristina sono i rispettivi ex di Arianna e Peppe, animati da sete di rivalsa.
Quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?

Non so, la commedia è il genere cinematografico che amo di più, ma non ho mai avuto simpatia per quella degli equivoci. Uno dei film che invece continuo a rivedere costantemente fin da quando ero ragazzo è Bianca di Nanni Moretti, così come anche gli altri titoli di questo autore, specie quelli del primo periodo. Forse è per questo che i personaggi del libro sono tutti molto nevrotici e scombussolati, come quelli del avere cinema che amo, Moretti o di Woody Allen o Nora Ephron. Un altro gigante del cinema che rivedo e rileggo spesso è Neil Simon, dalle cui commedie sono stati tratti molti film di successo tra i ’60 e gli ’80, e anche lui è prodigo di personaggi nevrotici e ridicoli, con un tocco di patetismo che io trovo sempre molto ben riuscito.
Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?
Il libro prova a descrivere e a raccontare un certo tipo di relazioni sentimentali, soprattutto mettendo in risalto gli aspetti più folli e idiosincratici dei personaggi, e lo fa tramite dei monologhi: ognuno dei protagonisti parla di se stesso con se stesso, nessuno sembra capace di rivolgersi a qualcuno. Non c’è quindi un’idea generale dei rapporti umani, ma solo il disegno di alcune personalità un po’ grottesche, che forse esistono in tutti noi.
La narrazione si dipana tra la costa jonica e i paesi etnei. Di quale senso sono forieri i luoghi siciliani citati?
Tenere la Sicilia orientale sullo sfondo non è semplice, tende a rubare la scena. Quindi ho cercato di descrivere un ambiente normale, geograficamente connotato, dettagliato anche, ma quotidiano. Poche cartoline, insomma, e più realtà. Di sicuro incontrarsi davanti a un tratto di costa jonica, sebbene con alle spalle degli scempi edilizi o urbanistici, ha sempre un suo fascino, che può senz’altro irretire i sensi. Mi pareva però il caso di attenuare questo aspetto “magico” dei luoghi, e renderli semplicemente degli spazi abitati.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?
Questa è davvero una domanda difficile cui non saprei rispondere. Il libro è umoristico, e sta molto attento a non avventurarsi in questione così complesse come quella dell’eros. Se si vuole saperne qualcosa esistono testi molto più adatti. Io, mentre scrivevo, ne ho tenuti vicino a me due: i minima moralia di Adorno e i frammenti di un discorso amoroso di Barthes. Ma più per conforto, come una specie di coperta di Linus, che non per ispirazione o consultazione.
Sesso più, sesso meno: quale significato sottende questa formula?
Il titolo viene dalle prime pagine del libro. Uno dei protagonisti formula una delle (tante) teorie che usa per proteggersi da potenziali ferite e nel farlo utilizza questa espressione, compiacendosi anche del suo conio linguistico. Sesso più/sesso meno , alla fine, non è altro che un luogo comune: il sesso più sarebbe quel sesso arricchito da innamoramento e prospettive future, il sesso meno sarebbe una sorta di ginnastica, conclusa la quale ognuno torna alla sua vita senza il minimo coinvolgimento. Ovviamente è una banalità, ma il personaggio si illude di aver sondato chissà quale grande concetto e si baloca molto con i passaggi e le analogie che lo hanno condotto a questa rivelazione, imbastendoci sopra tutta una serie di corollari e ricami.

Giuseppina Capone

1 2 3 29