La figlia di Shakespeare

Paola Musa, lei costruisce una storia superlativa intorno alla superbia. Può fornircene una definizione contemporanea?

La superbia fa parte dei sette vizi capitali della dottrina morale cattolica, ed è considerato dalla stessa uno dei massimi peccati, giacché espressione della disobbedienza di Lucifero a Dio. Come sostiene sant’Agostino, «il diavolo non è lussurioso né ubriacone: è invece superbo e invidioso». Volendo dare una definizione contemporanea, direi che il superbo è un individuo che idealizza l’immagine di sé che vuole offrire agli altri, è alla continua ricerca di riconoscimento, si rifiuta di di accettare se stesso per come è realmente e quindi di elaborare una trasformazione interiore.

Quali altri peccati e i vizi individua nella società moderna?

Credo si possano trovare tutti, anche se in misura e frequenza differenti. Nel mio lavoro di indagine dei sette vizi capitali, sono partita dall’accidia. Sebbene sia un termine oggi poco usato, conosciamo tutti abbastanza bene l’inerzia, l’indolenza, la depressione. Nell’era tecnologica ci illudiamo spesso di essere protagonisti ma siamo in realtà meri fruitori di strumenti che spesso annichiliscono la nostra autentica volontà. Senz’altro anche la Superbia è molto diffusa. E l’invidia.

Un vecchio attore ed un collega della sua compagnia teatrale giovanile che ne pone in dubbio merito artistico e morale. Il gap generazionale attuale possiede caratteristiche peculiari?

Nel mio romanzo “La figlia di Shakespeare” (Arkadia editore) il protagonista (Alfredo Destrè) incarna la superbia nel contesto dell’ambiente teatrale. Trovavo interessante descrivere una persona che nel profondo teme la mediocrità e respinge con forza il suo passato e per tutta la vita altro non desidera che essere riconosciuto come grande attore Shakespeariano. Eppure , dalle sue opere sembra che Alfredo non abbia appreso niente, o quasi. Il suo vecchio collega, non a caso da sempre interprete del fool, ha la funzione di ribaltare tutto, di smascherarlo. Il romanzo comunque affronta anche altre tematiche, come ad esempio il conflitto generazionale. E’ mia opinione che spesso gli anziani che hanno già ottenuto riconoscimenti e successo, non lascino spazio ai più giovani. Tendono ad essere conservatori, nel senso letterale e ed egoistico di voler conservare tutto il loro potere.

Il protagonista del suo romanzo accetta di risollevare le sorti del più importante teatro della città, riscuotendo successo di critica e di pubblico. La sua è una riflessione relativa alla dilagante e spavalda decadenza culturale?

Nel romanzo affronto anche il problema di un’epoca incapace spesso di produrre arte di alto livello. Perché il settore della cultura è costretta troppo spesso a fare compromessi al ribasso, è alla continua e ossessiva di ricerca di consenso, di gradimento da parte dei media. Svilisce così il proprio potenziale, rinuncia al lungo e tortuoso percorso della grandezza per un risultato immediato, oppure sfrutta e strumentalizza ciò che è già conosciuto e facilmente riconoscibile, fagocitandolo.

Lei non fa sconti ai suoi personaggi: li penetra con una lama tagliente. Intende veicolare messaggi etici o morali?

Sì, è vero: cerco di scandagliare ogni aspetto della loro psicologia, ma in questo caso si tratta anche una necessità narrativa, perché prendendo come spunto un vizio capitale, il racconto ha la dimensione di una metafora delle varie debolezze umane. Tuttavia non mi pongo mai in una posizione di giudizio. In parte il messaggio etico è invece intrinseco all’argomento che tratto.

 

Paola Musa è una scrittrice, traduttrice, poetessa, vive a Roma. Ha ottenuto diversi riconoscimenti in ambito poetico. Collabora da anni con numerosi musicisti come paroliere. Ha firmato diverse canzoni per Nicky Nicolai insieme a Stefano Di Battista e Dario Rosciglione. Per il teatro ha composto le liriche per la commedia musicale Datemi tre caravelle (interpretata da Alessandro Preziosi, con musiche di Stefano Di Battista) e La dodicesima notte di William Shakespeare (per la regia di Armando Pugliese, sulla musica di Ludovico Einaudi). Ha scritto con Tiziana Sensi la versione teatrale del suo romanzo Condominio occidentale, portato in scena da attori vedenti e ipovedenti in importanti teatri romani, e al Festival internazionale Babel Fast di Targoviste (Romania). Lo spettacolo ha ottenuto la medaglia dal Presidente della Repubblica e la menzione speciale per il teatro al “Premio Anima”. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Condominio occidentale (Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambéry e al “Premio Primo Romanzo Città di Cuneo”. Condominio occidentale è diventato un tv movie per Rai 1 con il titolo Una casa nel cuore e con protagonista Cristiana Capotondi (2015). Nel giugno 2009 è uscito il romanzo Il terzo corpo dell’amore (Salerno Editrice) e nel marzo 2012 la sua prima raccolta di poesie Ore venti e trenta (Albeggi edizioni). Con Arkadia ha pubblicato nel 2014 il romanzo Quelli che restano e nel 2016 Go Max Go, biografia romanzata del sassofonista Massimo Urbani. Del febbraio 2019 è il suo romanzo, L’ora meridiana.

 

Giuseppina Capone

Polvere e cashmere

Vincenzo Orefice è un poeta che pensa che la poesia sia un dono.

Lei ha solo vent’anni, è un giovanissimo poeta. Si racconti; ci spieghi la ragione per cui ha scelto proprio la Poesia come codice comunicativo.

La scelta della Poesia mi piace pensarla come una scelta inevitabile. La trovo un mezzo ottimo per poter comunicare sia l’essenzialità delle cose che la propria sostanzialità, senza essere prolissi e soprattutto, per quello che concerne la mia persona, centrando il messaggio. Trovo che l’espressione metaforica, la ritmica, siano per me più espliciti di molti discorsi che ho costruito, ad esempio, con l’utilizzo della Prosa.

Lei sembra accogliere l’idea della Poesia come un dono da ricevere inaspettatamente, già presente nel Poeta. Ritiene che la Poesia non sia ricerca?

Credo assolutamente che la Poesia sia soprattutto ricerca, io stesso senza l’analisi linguistica, o anche semplicemente l’assimilazione dei vari input che mi vengono forniti dai miei studi e dalle mie letture personali, forse non scriverei niente perché non avrei le parole per esporre quello che sento e vedo. Allo stesso tempo però penso che la Poesia abbia un suo fondamento nella predisposizione. Non si nasce poeti ma si può avere un’inclinazione verso la Poesia, come chi ha una vocazione per la Musica, la Danza o l’Arte figurativa: come queste hanno bisogno di una proclività verso di esse, affinché anche il loro studio e perfezionamento possa essere sostenuto, lo stesso vale per la Scrittura.

I suoi versi, soventemente, suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, se non si sceglie d’amare né d’essere amati, in che misura si sceglie di comporre versi?

REPORT Tengo a precisare che all’interno della raccolta ho voluto parlare di una specifica storia d’amore, quella che per me è stata la più feroce e che ha creato un grande solco nella mia crescita soprattutto nei suoi termini negativi oltre che positivi, consequenzialmente gli scritti hanno di base un forte sentimento di terrore, misto ad un senso d’inadeguatezza nei confronti del sentimento. Parlando invece della mia idea d’amore in generale, la quale mi spinge a comporre, posso assolutamente affermare che non rifuggo dall’amare o dall’essere amato. Allo stesso tempo però vivo l’amore come una sorta di “malattia”, per intenderla come Saffo o Cavalcanti, e tutto questo è dato da un retroscena educativo molto religioso che ha instillato in me l’idea che “amare” abbia a che fare con la devozione e la celebrazione, anche del dolore, e quindi con tutto ciò che permette di comunicarlo.

Lei pare affrancare il linguaggio dalla necessità di riprodurre il reale e dall’obbligo di evocare, ritenuti vessilli di virtù poetica. Esemplifichi il suo rapporto con il verso e le maglie della texture che lo tessono.

Credo che ciò che può essere definito “reale” sia costituito dall’insieme di tutte le soggettività esistenti, le quali raccontano, ognuna di loro, una parte di esso, anche a rischio di contraddizioni. Il mio scopo è quello di comunicare ciò che della realtà io percepisco, utilizzando ovviamente le mie visioni, spesso surrealiste, altre simboliste, mescolando la quotidianità con la dimensione fantastica, proprio perché questo è il modo in cui personalmente elaboro quello che mi circonda.

Leggendo, ad esempio “Dimanche, après-midi”, pare che il suo proposito sia dare un calcio al tedio delle convenzioni, saltellando tra denotativo e connotativo. Lei parodizza il nesso linguaggio-verità a quale intento?

Questo è assolutamente vero, mi piace molto giocare con i vari significati che le parole possono assumere e con le numerose immagini che poi si vengono a formare. Vivo di molti simboli che nella forma lirica mescolo fra loro, spaziando fra diversi ordini di possibili verità e realtà sovrapposte. Infatti questo è molto evidente nel testo da lei menzionato in cui mi sono molto destreggiato fra i simboli offerti della mia realtà onirica.

 

Vincenzo Orefice è uno studente di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Parallelamente alla scrittura, si dedica all’attività di modello, partecipando a diversi progetti fotografici indipendenti e posando per mostre di artisti emergenti. Molti dei suoi scritti appaiono nelle riviste napoletane Libero Pensiero e Kairos, nuove arrivate all’interno dei circoli culturali della città partenopea.

 

Giuseppina Capone

Addio a 71 anni al critico che portò l’arte nelle case degli italiani, Philippe Daverio

Philippe Daverio è morto. Il critico e storico d’arte è deceduto all’Istituto dei Tumori di Milano. A rendere pubblica la notizia, la regista e direttrice del Teatro Franco Parenti, Andree Ruth Shammah. Daverio, docente e saggista, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, aveva 71 anni. “Mi ha scritto suo fratello stamattina per dirmi che Philippe è mancato stanotte” ha scritto Shammah.

Volto noto del piccolo schermo, grazie al programma Passepartout, nato su Rai 3 quasi vent’anni fa, riusciva incredibilmente a raccogliere attorno a una tavola ospiti in grado di confrontarsi su un percorso storico-artistico definito in ogni puntata, tra un vino e una portata. Nel mezzo, Daverio raccontava e descriveva un’Italia delle meraviglie non scontata, mai banale. Percorreva vie desuete e non solo, lasciava che si spalancassero alle telecamere le porte di chiese montane e affreschi bizantini. La macchina da presa lo mostrava poi seduto dietro una scrivania con l’immancabile papillon, le espressioni da antologia e le pagine cancellate dall’artista Emilio Isgrò sullo sfondo. Ammiccava allo spettatore, riuscendo persino a fargli apprezzare il più sperduto dipinto della storia dell’arte.

Diverse le reazioni alla notizia della morte di Daverio. “Amico mio… il tuo silenzio per sempre è un urlo lancinante stamattina” ha scritto Shammah su Instagram. Anche Emanuele Fiano, parlamentare del Partito Democratico, si è espresso su Facebook: “Andree Ruth Shammah ci dà purtroppo notizia della scomparsa di Philippe Daverio uomo di grande cultura, simpatia e umanità. Una grande perdita per Milano e per tutti. Sono molto addolorato per la sua scomparsa. Sia lieve a lui la terra”. Il presidente dell’Anpi provinciale di Milano, Roberto Cenati, ha invece parlato di “una gravissima perdita per il Paese, per Milano, per la cultura, per tutti noi”. Anche il ministro per i Beni e le Attività culturali, Dario Franceschini, ha espresso tramite il profilo social del MiBact, grande cordoglio per la perdita di Daverio: “Con Philippe Daverio scompare un intellettuale di grande umanità, storico dell’arte sensibile e raffinato, un uomo di cui ho sempre apprezzato la grande intelligenza e lo spirito critico e che già manca a tutti noi.”

Nicola Massaro

Come una barca sul cemento

Con Roberto Saporito parliamo del suo romanzo e della sua attività.

Lei osserva: “Il passato, complice la bugia della propria memoria, spesso è mitico, grandioso, al limite del mitologico, ma è anche solo consolatorio, specialmente nel caso che fosse veramente bugiardo: spesso ci si ricorda di quel che si vuole, scartando, magari, chirurgicamente tutte quelle parti, non piacevoli, non interessanti, magari perfino sgradevoli. In base a questi canoni il passato non è mai molesto, o amaro, o increscioso, ma al contrario è sempre gradevole, spesso incantevole.” E’ il potere contorto della mente e come lo usa il protagonista del suo romanzo?

Il protagonista del romanzo parte da qualcosa che dovrebbe per definizione essere finito, cioè il passato, qualcosa di remoto, lontano nel tempo, e con un’operazione, se vogliamo anche ambigua e nostalgica e inquieta della mente, tenta di attualizzarlo, tenta di trasformarlo in un malato tempo presente e attua tutto questo per poter sopravvivere in un oggi che lo opprime, che lo schiaccia in una vita che non sta andando da nessuna parte, cementata a terra, come la barca del titolo.

Lei pare voler indagare l’insieme d’inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale soggetta alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita. Vuol definire il destino?

Il destino è il frutto contorto del fato, della sorte, della decisione di fare una certa cosa invece che un’altra, nel caso del mio libro di non aver avuto il coraggio, il protagonista, di chiedere ad alcune delle donne del suo passato di avere una storia con lui, e, in alcuni casi, di fare le scelte più facili, quelle che comportano meno complicazioni ma che magari danno meno soddisfazioni, meno piacere. Nell’economia del romanzo darsi l’opportunità di tentare di cambiarlo il proprio destino provando a fare quelle cose che non si è avuta la forza di fare quando se ne è avuta la possibilità.

Certo si può non seguire la sua indicazione, tuttavia lei designa una playlist in cui prevalgono gli Smiths da affiancare alla lettura. La colonna sonora d’una produzione letteraria evoca una sceneggiatura. E’ anche questa una possibilità che ha contemplato?

Spesso chi recensisce i miei romanzi sottolinea che sarebbero degli ottimi film, anzi che sembrano scritti e pensati quasi per questo scopo, e in effetti il mio modo di raccontare è, anche, uno scrivere per immagini, chi legge è portato a farsi il proprio “film”, aiutato in questo dal mio modo di descrivere i fatti, e in verità chi ha curato il mio romanzo ci sta ragionando sulla possibilità di trarne per davvero un film. E poi comunque al di là di questo mi piace abbinare dei brani musicali alla storia, l’ho sempre fatto, dal mio primo romanzo, mi piace quando un lettore mi dice “ho ascoltato la musica che suggerivi tu mentre leggevo il libro ed è stata una bella esperienza”.

Le barche non navigano sul cemento; il titolo del suo romanzo denuncia un disagio esistenziale specifico o esteso all’uomo contemporaneo?

Entrambe le cose, il personaggio principale del romanzo è come bloccato in una vita che non riconosce quasi più come propria, ha perso tutto, e in primis il suo lavoro di docente universitario, cosa che lo rendeva esistenzialmente stabile, che lo teneva in una bolla di realtà che lo faceva sentire adeguato nella sua nicchia di vita, mentre adesso si sente in un arco vitale di inadeguatezza, e allargando il campo visivo ci sta anche l’inadeguatezza esistenziale di una bella fetta di popolazione mondiale, dove la gente, molta gente, vive facendo quello che non vorrebbe fare come per esempio nel lavoro, svolgendo mansioni che odiano e che logorano la loro vita ma che per sussistenza si è costretti a fare, tutti i giorni per buona parte della vita come una sorta di condanna, ma anche negli affetti costruendosi famiglie che poi col tempo non si sopportano più ma che per opportunismo sociale si tengono comunque in piedi, o tenendosi amici solo perché convenienti per il tipo di lavoro che si fa, e così via in un devastante festival di disagi esistenziali, di vite sbagliate.

Il professore che tratteggia è un predatore sessuale, apre la caccia alle passioncelle giovanili adoperando i social. Il sesso compulsivo come balsamo ad una devastante solitudine?

Il sesso è un potentissimo motore esistenziale, in questo caso quando tutto il resto della vita sta andando a rotoli il sesso diventa davvero un lenitivo e salvifico rimedio, e non solo nei confronti della solitudine che il protagonista del romanzo sembra però maneggiare con sapienza, ma nei confronti di una struttura esistenziale che appare senza un vero futuro, dove sopravvivere è il leitmotiv delle giornate e in particolare delle notti da riempire, quasi uno sfuggire alla morte, un continuare a restare in vita nonostante tutto.

 

Roberto Saporito, nato ad Alba nel 962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico, ha scritto racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.

 

Giuseppina Capone

La felicità altrui turba, agita, inquieta

Nadia Terranova, lei è reputata una delle voci più esemplificative del panorama letterario italiano contemporaneo. I suoi scritti paiono avocare a sé la fragilità come imbattibile e temibile milizia espressiva. Perché?

Fragilità è una strana parola, come se comprendesse anche la forza. Per essere fragile,  qualcosa deve aver dato di sé l’impressione di essere forte, prima.

La sua narrazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti spudorata. C’è un limite a ciò che si può narrare?

Il solo limite è il dovere di essere interessante.

Le protagoniste de “Come una storia d’amore” si fiondano al collo altrui come vampiri per succhiarne la felicità. Cosa inquieta, turba, agita dell’altrui felicità?

Fa tantissimo rumore, e può essere un rumore sgradevole, sgraziato.

Avvincente in “Il primo giorno di scuola” l’apprendere una lingua morta e resuscitata quale l’ebraico. Dove risiede il fascino del lessico?

Ogni tanto sento il bisogno di imparare una lingua nuova, è come rinnovarsi profondamente.

Qual è lo status della narrativa femminile? Occorrono “quote rosa”?

Ci sono libri bellissimi scritti da donne ma sono ancora troppo poco riconosciuti a parità di quelli dei colleghi.

 

Nadia Terranova ha scritto Gli anni al contrario, Torino, Einaudi, 2015; Addio fantasmi, Torino, Einaudi, 2018; Come una storia d’amore, Roma, Perrone, 2020; 2Caro diario ti scrivo… con Patrizia Rinaldi, Casale Monferrato, Sonda, 2011; Bruno. Il bambino che imparò a volare, Roma, Orecchio acerbo, 2012; Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro, Casale Monferrato, Sonda, 2012; Le Mille e una Notte raccontate da Nadia Terranova, Roma, La Nuova Frontiera junior, 2013; Le nuvole per terra, San Dorligo della Valle, Einaudi Ragazzi, 2015; Casca il mondo, Milano, Mondadori, 2016; Omero è stato qui, Milano, Bompiani, 2019; Un’idea di infanzia. Libri, bambini e altra letteratura, Trieste-Roma, Italo Svevo Editore, 2019. Riconoscimenti: Premio Napoli nella categoria Libri per bambini e per ragazzi e  Premio Laura Orvieto per Bruno: il bambino che imparò a volare; Premio Speciale Nisida-Roberto Dinacci (all’interno del “Morante Ragazzi” 2011e Premio Nazionale di Letteratura per Ragazzi Mariele Ventre (2012, Sezione narrativa 12-16 anni) per Caro diario ti scrivo…; Premio Fiesole Narrativa Under 40, Premio Bergamo, Premio Bagutta (Sezione Opera Prima 2016), The Bridge Book Award, Premio Grotte della Gurfa (2015), Premio Viadana (ex aequo con Una storia quasi perfetta, di Mariapia Veladiano), Premio Viadana Giovani (2016), e Premio Brancati per Gli anni al contrario; Finalista alla 73ª edizione del Premio Strega, vincitrice del Premio Letterario Nazionale “Subiaco Città del Libro” 2019, del Premio Alassio Centolibri, del Premio Martoglio, del Premio Penne e del Premio “Mario La Cava” per Addio Fantasmi; Finalista alla 5ª edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi per Omero è stato qui.

 

Giuseppina Capone

Senza: la libertà di non ‘esserci’

“Se le mie gambe non potessero più portarmi in giro potrei rimanere per sempre fermo a guardare il mondo dal mio giardino, non diventerei nemmeno grande, per qualche motivo il mio metabolismo si bloccherebbe, sarei una prova dell’inutilità della specie.”

Massimo Greco, quali sono le aspirazioni e le vocazioni del suo aberrante, distopico, crudele e depotenziato eroe? Quali le motivazioni che adduce al suo progetto atroce ed efferato per il comune sentire?

Senza significa privazione di qualcosa, nella fattispecie di una parte del corpo e Paolo aspira alla perdita della gambe. Del tema amputazione ne ho fatto un’allegoria, ho cercato un’interpretazione simbolica alla storia vera di Chloe Jennings, di cui lessi anni fa, della sua aspirazione a farsi recidere il midollo spinale; mi parve osceno che un essere umano sano di mente intendesse privarsi volontariamente di una parte del corpo, il mio libro è il tentativo di provare a razionalizzare questo assurdo desiderio. Paolo, il mio personaggio, mutua questa idea oscena perché gli sembra collimi alla sua aspirazione di rinuncia al mondo, di isolamento dalla realtà che non riesce a comprendere, dunque il taglio delle gambe sono la metafora di un distacco dalla contemporaneità, ma anche, in accezione più ampia, dalla Storia. Ed è intuitivo pensare alle gambe come l’elemento di adesione al mondo, le gambe ci mettono in contatto con la terra, ci portano in mezzo agli altri, la psicologia analitica lo indica, sognare di volare, di camminare senza contatto, significa estraneità, mentre camminare scalzi significa adesione, presenza, progressione. E senza gambe si resta fermi, è una regressione,  rifiuto della vita, rifiuto del programma di competizione assegnatoci alla nascita, la competizione è, metaforicamente, una corsa e senza gambe non si può correre. Paolo è di certo ‘aberrante, distopico, e depotenziato’ ma non crudele, al contrario è fortemente disgustato dalla violenza, e la sua finale adesione a essa indica soltanto la sua definitiva iscrizione alla razza umana: nel compiere violenza Paolo diventa finalmente uomo, uguale agli altri. “L’uomo è violenza pulsante e in cammino” dice Paolo, ed è innegabile, la Storia lo insegna. La sua trasformazione in violento rappresenta semplicemente e simbolicamente l’iscrizione alla razza umana. “Là fuori non ci sono i mostri, là fuori ci sono gli uomini” Paolo dice a Francesca quando la incontra in carcere.

Lei ha inteso iniziare al sadismo i suoi lettori? Quale intento persegue un romanzo brulicante di morbosità accecante?

Ho scritto Senza come per un esorcismo: la violenza sugli altri mi atterrisce, a maggior ragione quella su sé stessi, il sadismo non mi interessa, il masochismo tanto meno, dunque no, non ho scritto Senza per iniziare al sadismo i miei lettori, al contrario, ho puntato l’indice provocatorio su un tema scabroso per sezionarlo, venirne a patti e spegnerne l’incandescenza; dunque l’intento principale è stato cercare di depotenziare dialetticamente una cosa così mostruosa come la violenza consapevole sul proprio corpo e su quello altrui, sono partito da qui, ne è nato Paolo e la sua rinuncia al mondo, l’intento reale del romanzo, alla fine, è puntare l’indice sulla realtà e la sua incongruenza, il sangue versato nei secoli, quello che sarà versato, gli orrori perpetrati dagli uomini sugli uomini e sulla natura, Paolo sente il disgusto e cerca di autoescludersi, vuole tirarsi fuori dagli orrori della Storia.

Lei ha affermato che il suo romanzo è “Solo per casi patologici”. Per quale ragione non per tutti?

In realtà l’affermazione è nata per scherzo, un commento ironico fatto sui social poi uscito in una recensione. Tutt’altro, il libro è per tutti, è per chi coltiva l’interesse di interrogarsi sulla vita e sul suo senso complessivo, è un invito al ‘religere’ a guardare due volte le umane azioni, un invito a uno sguardo il più possibile oggettivo, paradossalmente questa storia ‘folle’ invita a una riflessione disincantata. E poi il tema è universale: il disadattamento di Paolo è l’esasperazione di quello silenzioso e strisciante di ogni essere umano, non parlo delle singole storie private, gli uomini sono disadattati semplicemente perché ‘sono’; ci amputiamo nelle relazioni, rinunciando a parti di noi per farle sopravvivere, e amputiamo possibilità in genere perché scegliere è sempre un’esclusione. Ognuno di noi pianifica più o meno consapevolmente le proprie strategie di adattamento, lo facciamo tutti i giorni, alcune sono manifeste altre una specie di automatismo, l’adattamento di Paolo sta nella rinuncia, uscire dal mondo (con l’atto tangibile e simbolico dell’amputazione) è la sua soluzione. Certamente è uno scandalo ma il tema è anche e soprattutto questo: la rinuncia alle gambe è la risposta adattativa del mio protagonista al disagio dell’esistenza.

Il protagonista non intende omologarsi, si sente sideralmente distante dalla massa, rifiuta categoricamente il mondo. Qual è l’idea di libertà che veicola?

La libertà di non ‘esserci’ (con Heidegger). E’ la libertà che affranca dagli obblighi imposti per consuetudine, è la libertà di farsi monade irrelata, singolo spettatore non partecipante, è la libertà di non fare, di fuggire la competizione, l’omologazione al sentire collettivo. E Paolo non pensa al suicidio, non gli interessa, la morte non risolve, non permette un godimento, la libertà di Paolo somiglia a quella dell’asceta, è la libertà di cui parlava Emil Cioran e che in qualche modo cercava nella sua stessa vita, la libertà di non appartenere, di ‘inesistere’ come dice Paolo, verbo che ho mutuato da Dissipatio HG di Guido Morselli. Libertà come contemplazione fine a sé stessa.

Fantasie erotiche intrise di mutilazioni e brandelli di carne. Ciò scombussola la rappresentazione di una sessualità poco avvezza alla sfrontatezza della sincerità dell’assecondare le proprie pulsioni. Non trova?

La sessualità attiene al privato, due soggetti accondiscendenti e consapevoli sono autorizzati a fare del proprio corpo ciò che desiderano, è un tema su cui si potrebbe scrivere all’infinito, la storia ‘dell’uso dei piaceri’ è costellata di censure e moralismi, duemila anni di storia cristiana hanno trasferito la colpa nel corpo. In Europa e altrove sono nati centri dove volontari si offrono sessualmente a persone disabili, e ci sono ancora detrattori scandalizzati come se a un corpo menomato non si possa più chiedere l’erogazione di un piacere, come se la menomazione in sé rimanesse la sola qualifica connotante. Detesto la violenza, in tutte le sue forme e in tutti i ‘set’ in cui si pratica, ma quanto può valere il mio punto di vista? Può la mia riprovazione essere arbitro nelle altrui scelte? Se un soggetto ama farsi picchiare, torturare da un altro soggetto, può la mia personale visione del mondo intrudere un microcosmo che non mi appartiene? Ai corpi altrui non si comanda, non si comanda al corpo degli omosessuali, non si comanda a quello di Chloe Jennings. La violenza non è solo brandelli di carne e lame sanguinolente, è anche quella istituzionalizzata e solo apparentemente asettica: costringere una donna a partorire contro voglia è violenza tanto quanto quella agita da un sadico su un corpo che subisce nella costrizione, sono violenze di pari semantica, così come recludere corpi nelle prigioni, al di là del tema annoso sul cosa dovrebbe significare arginare chi commette soprusi. Al limite avere fantasie erotiche ‘intrise di mutilazioni’ dovrebbe entrare in una tassonomia di pensieri amorali e non di pensieri immorali; siamo gettati in un mondo già dato, precostituito di regole che accettiamo acriticamente e questo, con Heidegger, ci rende di fatto inautentici. Non si sfugge a questa inautenticità, è impossibile, però ci si può sforzare di consumare la superficie, ‘religere’ l’idea di moralità, ci si può sforzare di giudicare tentando di sottrarsi all’inconscio collettivo: ‘cultura’ è il tentativo di uscire da un tracciato, non saprei cos’altro intendere per cultura, anche scrivere un romanzo dovrebbe sempre andare in questa direzione, smuovere le acque, offrire un diverso punto di vista, prendere a mazzate le certezze e il pensiero preordinato, già ‘dato’ e tramandato. Mi diverte che tradizione e tradimento siano etimologicamente riconducibili: in fondo accettare passivamente una ‘tradizione’ etica, religiosa, politica, morale è ‘tradimento’ di tutti gli altri punti di vista che finiamo per escludere a priori.

 

Massimo Cracco, matematico e ingegnere, editore dal 2009 al 2011 (BrillostoEd.), ha pubblicato un romanzo breve per Scriptaed. (2015) ‘Restare senza un lavoro non è per sempre’e il romanzo Mimma, per Perrone Editore (marchio l’Erudita, 2017).

 

Giuseppina Capone

Odisseo e Achille, furbizia o impetuosità?

Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola. Ne parliamo con Matteo Nucci.

«Nessuno fra gli antichi Greci ignorava la profonda distanza caratteriale che divideva i due eroi. Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola». Achille e Odisseo vanno intesi come paradigmatici di due maniere di affrontare la vita?

Certamente. Gli eroi omerici sono archetipi che superano le epoche in cui vennero immaginati. Odisseo e Achille rappresentavano i due caratteri opposti fra gli Achei mostrando ai greci del tempo come vivere le proprie scelte. Lo mostrano a tutti ancora oggi.

Achille è franco, impulsivo, iracondo; Ulisse oculato, astuto e menzognero. Entrambi deboli, impegnati nella contesa con la loro limitatezza. Eppure sono unanimamente reputati eroi. E’la loro umanità foriera d’eroismo?

Come ho sempre cercato di spiegare, eroe non significa oltreumano ma pienamente umano. L’umanità è fatta di fragilità, emotività, sensibilità. L’eroe realizza questa fragilità senza tirarsi indietro. Del resto, non esistono eroi invincibili ma solo uomini vinti.

Cos’hanno ancora da sussurrarci i poemi omerici nel caso di specie ed il “passato” più in generale?

Gli eroi non sussurrano ma gridano. Sono pieni di ira e di emozioni che tracimano dal petto. Non si tirano indietro. Non evitano di fare i conti con se stessi.

Lei presta spesso attenzione agli eroi. E le donne? Potrebbero anch’elle assurgere al ruolo di eroine, magari guardando a modelli desunti dalla contemporaneità?

Certo. Mi sono occupato di donne. Eroi e eroine sono sullo stesso piano. Si parla più spesso di eroi al maschile perché sono loro a fare la guerra di cui si parla di più. Fra Achille e Odisseo dico fin dall’inizio che si deve guardare a una donna: Elena. Del resto quando parlo di realizzazione dell’umanità parlo di uomini e donne. Non amo le questioni di genere.

Odisseo o Achille? Furbizia o impetuosità? Com’è opportuno agire?

Non esistono regole né certezze. Ognuno sceglie il suo modo. Ognuno ha il suo carattere. L’importante è la chiarezza con se stessi e con gli altri, nonché la consapevolezza. Ossia ciò che sia Achille che Odisseo hanno, come ogni altro essere umano realizzato.

 

Matteo Nucci ha pubblicato saggi su Empedocle e Platone e ha curato una nuova edizione del “Simposio di Platone” (Einaudi, 2009). Collabora con ‘Il Venerdì’, con ‘La Repubblica XL’ e “Il Messaggero’. Suoi racconti sono apparsi sul Caffè illustrato e su Nuovi Argomenti. “Sono comuni le cose degli amici” è il suo primo romanzo, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2009, selezionato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega 2010. Inoltre: Il toro non sbaglia mai, Ponte alle Grazie, 2011. Vincitore Premio Letterario Francesco Alziator 2012. Finalista Premio Domenico Rea 2012; Le lacrime degli eroi, Giulio Einaudi Editore, 2013. Premio Letterario Giuseppe Giusti 2014; È giusto obbedire alla notte, Ponte alle Grazie, 2017. Premio Roma. Finalista Premio Procida. Finalista Premio Asti d’Appello; L’abisso di Eros, Ponte alle Grazie, 2018.

 

Giuseppina Capone

Il giallo ed il suo potenziale comunicativo

La polisemia di accezioni a dimostrazione di quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Ne parliamo con Oriana Ramunno.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del thriller. Le sue produzioni in che misura divergono dal genere codificato?

Il giallo e il thriller seguono delle regole precise che il lettore si aspetta di ritrovare nella lettura. È una sorta di patto di fiducia tra quest’ultimo e lo scrittore. Se l’impostazione è codificata, non lo sono i contenuti. Il genere, spesso, non è altro che una scatola per presentare tematiche sociali importanti, poco conosciute o su cui sensibilizzare. Un mezzo potentissimo per raggiungere le persone. In Amori malati, per esempio, affronto il problema del femminicidio e della discriminazione di genere; ne Gli alberi alti, vincitore del premio WMI, ho raccontato il genocidio in Ruanda e in Sassi, vincitore del Giallo in Provincia, la difficile situazione del Sud nel dopoguerra e lo sgombero dei Sassi di Matera, allora considerati la vergogna d’Italia. Anche il romanzo in uscita per Rizzoli a gennaio 2021 tratterà un tema delicato e di cui è importante mantenere la memoria. I romanzi di genere, nonostante si muovano entro binari codificati, hanno un potenziale comunicativo enorme.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?

Credo che ci siano molti modi di raccontare una storia: con la parola, con le immagini, con i suoni. Le contaminazioni tra le varie arti arricchiscono, sono benefiche, e riguardano non solo lo stile, ma anche i contenuti. Io sono stata influenzata dal cinema d’autore, a cui mi sono appassionata durante il periodo universitario, e dal teatro. Quando scrivo non posso fare a meno di lasciarmi suggestionare anche dalla pittura, dalla fotografia o dalla musica. Sassi, per esempio, nasce dalle evocative fotografie antropologiche di Franco Pinna, che ha immortalato la gente contadina di Lucania; gente forte, dalla pelle ruvida e cotta dal sole dei campi; gente della mia terra. Tornando alla domanda, il linguaggio delle serie televisive mi ha sicuramente influenzato per quanto riguarda l’incisività e il ritmo. Peraltro, alcune serie mi hanno lasciato un segno indelebile, una su tutte Breaking Bad.

I protagonisti delle sue pagine sono genuini, talvolta strampalati, eccentrici ed originali, di certo fortemente caratterizzati; i luoghi riconoscibili e concreti: pensa ad una trasposizione televisiva dei sui scritti?

Perché no? Come dicevo prima, una storia può essere raccontata attraverso diversi linguaggi. Emma Acciaio, l’investigatrice di Amori malati, nasce proprio dalle emozioni che mi ha lasciato un’altra forma d’arte: la fotografia. Sigga Ella ha immortalato e raccontato la storia di sette donne affette da alopecia universale nel suo progetto Baldvin, che in finlandese significa “forza”. Per me è stata come una rivelazione. Cercavo un personaggio che raccontasse e sgretolasse gli stereotipi legati al genere, e chi poteva farlo meglio di una donna calva con un lavoro “da uomo”? La forza di Emma Acciaio è tutta nel suo lottare costantemente contro lo stereotipo che la società ha imposto alle donne, cercando di emergere come individuo e non come aspettativa di qualcun altro. Se un giorno dovesse diventare la protagonista di una serie, non potrei che esserne fiera.

La polisemia di accezioni dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza o pacificazione?

I proverbi rimandano a un’antica sapienza, ma laddove i modi di dire diventano uno stereotipo, allora possono trasformarsi nell’anticamera di una violenza psicologica.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Il thriller e il giallo, per loro natura, si propongono di scandagliare la psiche umana, i lati oscuri della mente e i suoi baratri, ma non riusciranno mai a restituire la vasta complessità dell’essere umano. La parola può provare a spiegare e comprendere solo in parte l’essere complesso che è l’uomo, nel bene e nel male.

 

Oriana Ramunno è originaria di Rionero in Vulture, ma vive a Berlino. Nel 2016 vince il Premio WMI con il racconto Gli alberi alti. Il racconto giallo Teriaca è stato pubblicato in appendice a I Gialli Mondadori dopo aver vinto il concorso GialloLuna NeroNotte. Nel 2017 è finalista al Premio Alberto Tedeschi col romanzo Moloch. Nel 2018 vince il primo premio de Il Giallo in Provincia con il racconto Sassi ed esce con il romanzo L’amore malato nello speciale Mondadori sul femminicidio Amori malati. Nel 2018 si classifica seconda al Premio Il Battello a Vapore con il romanzo I draghi di Aleppo. Per Delos Digital ha pubblicato i racconti Gli dei di AkihabaraLe Ombre di AvernoLa vendetta dell’angeloBriganti si muoreVirus HBaba Jaga, La bambina di cristallo, Sassi. A gennaio 2021 esordirà per Rizzoli con un thriller.

 

Giuseppina Capone

Emily Brontë, una donna più forte di un uomo

Paola Tonussi  si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento, è membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani. Con lei abbiamo parlato della figura dell’autrice di Cime tempestose.

In Emily Brontë  lei ricostruisce la poetica e la vita dell’autrice di Cime tempestose. Può motivare il suo interesse per l’autrice?

Per prima cosa vorrei dire che Emily Brontë è un’autrice che si ama molto o non si ama, non conosce mezze misure, in ogni caso non lascia – mai – indifferenti. Lei stessa era personalità complessa, estrema, di silenzi vasti e fantasia fervida, “più forte di un uomo, più semplice di un bambino” la definisce bene la sorella Charlotte. Amo quest’autrice proprio e anche per quest’ambivalenza – di scrittura e personale, quindi di riflesso calata nei suoi personaggi -, per la capacità visionaria – che emerge sia dal romanzo sia dalle liriche -, l’amore per la natura e gli animali, l’essenzialità di lingua – e se vogliamo anche di condotta, di vita. E’ un’autrice che non smette di ‘raccontare’ e parlare al nostro cuore: Catherine bambina incarna le nostre paure più buie, il terrore di esser lasciati soli in un mondo ostile, Heathcliff i nostri tormenti e gli incubi. Sopra tutto domina nella mia passione brontëana il pessimismo cosmico di Emily, che lei ‘inscena’ anche nella sua poesia, oltre che nel romanzo: la concezione della natura, la passione e l’affinità profonda verso gli elementi naturali e gli animali, la fedeltà all’amore e “agli antichi affetti”, il riconoscersi e ritrovarsi nell’altro. Dopo aver amato moltissimo Emily narratrice in Wuthering Heights mi sono accostata ad Emily poeta e alla sua vita, che è essa stessa un romanzo.

Emily Brontë innalza la scrittura a “pulsazione, respiro, centro assoluto del vivere”.  La narrazione in poesia e prosa da intendersi come rifugio paradisiaco?

La narrazione in prosa ha legami profondi con i versi e viceversa, questo vorrei ribadirlo: è importante perché Emily Brontë è uno di quegli autori per cui la ‘visione’ – il “dio delle visioni” come lo chiama in una poesia giustamente nota – o l’immaginazione sono regno e condanna insieme. Regno in quanto aspirazione all’assoluto, desiderio di vivere – sempre – entro i confini della fantasia, e infatti Emily non lascerà mai la saga di Gondal creata con Anne. Tuttavia anche condanna: nello scarto tra realtà e proiezione fantastica, tra il mondo della scrittura e quello del quotidiano. E’ una frattura non componibile, soprattutto da un certo punto in poi della sua vita. Dire che Emily si ‘rifugiava’ nella poesia non testimonia tutta la sua grandezza di poeta e giovane donna: in realtà lei sapeva come affrontare il mondo, se ne era ‘costretta’ – ha dimostrato ad esempio di essere una buona amministratrice dell’eredità avuta dalla zia – ma si agitava sempre in lei la convinzione che il “mondo eterno” non avrebbe mai potuto stare su un piano di parità con il suo “mondo interiore” – così li definisce sempre in versi. Quindi la poesia, la scrittura per lei costituivano la sua vera casa: non sempre paradisiaca, come tutte le case, ma l’unica in lei poteva vivere ed essere se stessa e felice.

Può fornire degli elementi circa il contesto familiare e sociale in cui l’autrice ha scritto e vissuto?

Emily cresce alla canonica di Haworth, dove suo padre è curato. La madre Maria muore quando la piccola ha pochi anni ed Emily e i fratelli crescono con il padre Patrick, la zia (nel frattempo trasferitasi da Penzance per allevare i figli della sorella scomparsa) e la domestica Tabby, figura fondamentale per Emily e quasi una seconda madre. I bambini Brontë erano sei, ma le maggiori Maria ed Elizabeth muoiono piccole, per cui Emily cresce con Charlotte, rimasta la maggiore, l’unico fratello Branwell e la minore Anne, a cui lei è molto legata e con cui dà l’avvio alla saga fantastica di Gondal. In quanto al contesto sociale, all’epoca Haworth era un villaggio di poche migliaia di abitanti nello Yorkshire, abitato da allevatori di pecore e bestiame, contadini e tessitori di lana, piccoli commercianti e qualche famiglia importante. A Keighley, la città più vicina, i ragazzi Brontë frequentavano la biblioteca e partecipavano a conferenze e concerti. In casa incontravano per lo più i curati assistenti del padre – Charlotte, infatti, dopo la morte dei fratelli ne sposerà uno.

Emily Brontë pare essere in piena sintonia con gli elementi della natura. Potrebbe essere questa specifica attitudine poetica la chiave per comprendere l’autrice di Cime Tempestose.

Sicuramente questa è una delle chiavi d’interpretazione del romanzo, della poetica di Emily e il motivo per cui nel libro ci sono svariate descrizioni di luoghi e paesaggio di brughiera. Quel paesaggio è la scena principale del romanzo perché l’autrice vi riconosceva molta parte di sé – forza, durezza, crudeltà, dolcezza e compassione. Dalla natura ha inizio il romanzo – una tempesta – e nella natura tutto alla fine si ricompone: quelle brontëane sono pagine che sanno di erica e di vento, hanno il colore delle colline che Emily amava e da cui aveva imparato tutto. Catherine Earnshaw, il personaggio di Catherine è uno dei nuclei poetici del romanzo perché in quel paesaggio, in quelle colline d’erica è il suo baricentro vitale. L’erica, il fiore preferito da Emily dice molto di lei e della sua scrittura: è un fiore piccolo e resistente, che si piega per sopportare vento e bufere d’inverno, che si arrossa d’estate e ricopre le colline di porpora, ha bisogno di poco per vivere ma deve farlo su quella terra, a quelle altezze e sotto quel cielo. Lontano da lì, l’erica – proprio come Emily, come Catherine – non potrebbe sopravvivere: l’incanto si rompe, alla Grange Catherine lontana da Heathcliff lascia la vita e diventa fantasma. E il cerchio si chiude di nuovo: il fantasma dell’esordio è sempre lei, che compare in forma di bambina. Un fantasma è ‘ciò che appare’. E ciò che è sempre apparso e continuerà ad apparire di là dalla vita e dalla morte è la brughiera: i moors amati dall’autrice.

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Frammenti di lettere, poesie, testimonianze guidano direttamente il lettore in questa doviziosa biografia. Interessanti sono i rapporti intrafamiliari. Potrebbe fornircene un’analisi?

I rapporti con i familiari sono fondamentali per Emily, come del resto per tutti i Brontë. Innanzitutto fin da bambina il rapporto con Anne, che è la sua compagna privilegiata d’invenzione per Gondal, e a lei complementare per carattere e indole. Le due sono tanto legate l’una all’altra da sembrare a Ellen Nussey, l’amica di Charlotte, “due statue unite della forza e dell’umiltà”. Da piccola il rapporto era più stretto con la maggiore Charlotte, poi l’affetto di Emily si sposta su Anne, anche se il legame con Charlotte non viene mai meno, anzi: Emily va a Bruxelles, ad esempio, sostanzialmente per far contenta la sorella maggiore così come acconsente a pubblicare i versi sempre per lei. Negli ultimi anni si stringe anche il rapporto con Branwell, a cui Emily offre aiuto e solidarietà mentre la fortuna personale e artistica di lui tramonta in vari tentativi sbagliati e dispersione di talento ed energie. Il rapporto con il padre è d’affetto e rispetto reciproco e forse in famiglia è la zia con cui Emily si sente meno in sintonia. Infine importantissima per lei è Tabby, come dicevo, perché Tabby le racconta le storie locali del villaggio e le leggende delle brughiere, che poi entreranno nel romanzo. In ogni caso per originalità, cultura, sensibilità e genio creativo i Brontë erano una famiglia eccezionale: Patrick Brontë però sapeva che, di tutti i suoi straordinari figli, la stella era Emily.

Giuseppina Capone

 

Paola Tonussi si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento. È membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani. Premio Vassalini dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti 2013. Per l’ Editrice Antenore ha curato Sognatori, poeti e viaggiatori. Sguardi su Verona e il Lago di Garda.

Memento

Attrice di ampia carriera teatrale, donna di incontestabile bellezza e spirito di fine sensibilità, Edvige (Hedy) Caggiano è anche autrice di un incisivo atto unico drammatico e di sensibili versi di intelligibile chiarezza e profonda umanità.

Ne riportiamo qui di seguito alcuni, sorta d’amarissimo epitaffio, che stigmatizzano, attoniti, impietose efferatezze belliche, rimettendone agli artefici interamente le responsabilità.

E che siano guerre di spade, di fucili, di bombe atomiche, o artate pandemie, per straordinaria potenza simbolica della poesia, che onnicomprensiva trascende luoghi ed epoche, davvero poco importa.

 

 

 

 

Morte sul campo

Raid aereo

 

Dove il mio sguardo cade,

nel campo di morte,

crescono crisantemi.

Vento di guerra

passa veloce

nel deflagrante silenzio

di urla innocenti.

Dalla terra

braccia protese

invocano Dio.

Dove erano quelli che potevano?

Sordi

al richiamo del dolore.

Ciechi

nel delirio di onnipotenza.

Possa per sempre restare,

macigno sull’anima

di gente futura;

a eterno monito

di tanto dolore. 

 

Rosario Ruggiero

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