Julia Mantero: Avevo fame!

La sua è un’autobiografia, un racconto retrospettivo della sua pur giovane esistenza, che mette in forte risalto la sua vita individuale ed aspetti salienti della sua crescita. La “fame” appare essere un elemento rilevante, considerando che è presente sin dal titolo: termine che può essere riferito letteralmente al bisogno di cibo ma può anche essere applicato metaforicamente a desideri di altra natura. Ci spiega l’accezione in cui l’adopera?

Come ha correttamente notato, il termine “Fame” è utilizzato nel reale significato del bisogno di cibo ma anche, simbolicamente, per dare l’idea, in primo luogo, di una fame di libertà e di una vita migliore, ed in secondo luogo, con riferimento ad oggi, fame di imparare sempre di più, di viaggiare, di scoprire il futuro giorno dopo giorno con intensità.

Lei ripercorre i giorni di una fanciullezza angosciante, dolorosa, oppressiva, asfittica. Quali sono le ragioni più intime che l’hanno indotta a rievocare un periodo tanto cupo?

Le ragioni per cui ho ripercorso un periodo cupo ma anche un periodo piuttosto positivo, diciamocelo, della mia infanzia/adolescenza è stata proprio la voglia di raccontare la storia al mondo per mettere a conoscenza le persone di realtà a loro sconosciute o poco raccontate. Per quanto l’idea di scriverne un libro girasse nella mia testa da molto tempo, ciò che mi ha dato l’input è stata proprio la mia gravidanza. Il diventare madre, capire cosa provi e cosa superi una donna per avere un figlio, mi ha fatto pensare moltissimo a mia madre. Ho voluto mettere nero su bianco il suo ricordo perché se non fosse stato per lei, nonostante le difficoltà, nonostante la tempesta, io non sarei qui a stringere mia figlia tra le braccia.

La storia è ambientata nella Russia post-sovietica, facendo intravedere la traccia della linea della transizione dalla caduta del comunismo a Putin. Può offrirci qualche dettaglio degno di curiosità?

Non torno in Russia da molto tempo, per cui, non riesco a rendermi effettivamente conto dei cambiamenti che ha subito il paese negli anni. Nel mio racconto, però, faccio notare come la Russia di allora e, molto probabilmente, anche l’attuale Federazione Russa, portino negli anni, gli effetti, i pensieri, i modi, le decisioni dell’epoca sovietica. Un esempio lampante potrebbe essere l’utilizzo del colore rosso in molti ambiti.

Lei è un’orfana, le è mancata la protezione ed il “nutrimento” dei suoi genitori; ha vissuto l’esperienza di attendere d’esser scelta per l’adozione. Quali emozioni ricorda e sente di voler condividere rispetto a quei momenti?

Le emozioni che sicuramente sono prevalse in quel momento erano la paura che qualcosa andasse storto nel processo adottivo che avevano intrapreso i miei attuali genitori (poiché il processo adottivo in Russia è davvero complicato) e la gioia di essere libera. Mi riferisco a una libertà non solo fisica ma liberta dall’imposizione delle rigide regole di convivenza all’interno dell’orfanotrofio. Direi, quindi, più una libertà mentale dalle imposizioni, forse necessarie, ma comunque troppo premature per un bambino.

Quali sono stati gli ostacoli, le difficoltà, gli inconvenienti che ha dovuto affrontare durante l’adozione e quali riverberi hanno tutt’oggi?

Questa domanda andrebbe decisamente fatta ai miei genitori. Le mie difficoltà erano solo i pensieri e l’interminabile attesa. La mia famiglia invece ha superato non pochi ostacoli per regalarmi una vita migliore.

Giusy Capone

Rocksofia. Filosofia dell’hard rock nel passaggio di millennio

Il saggio di Alessandro Alfieri  prende in esame le due differenti modalità di esperienza elettronica accolte dai Radiohead e dall’industrial rock dei Nine Inch Nails, per poi addentrarsi nella riattualizzazione di due esemplari sostanziali della storia del rock: nel Nu Metal la propensione innovativa e la rimonta dell’urto ribellistico scagionano la veemenza dei Rage Against the Machine, mentre lo spazio asfissiante e buio dei Tool non è che desiderio di disintegrazione totale; nel Neo Punk contrariamente, l’esperienza di cambiamento vissuta dai Green Day nel passaggio dai 90es agli Anni Zero si oppone al furore sfacciato e quasi spensierato del punk-hardcore dei NOFX.

 

Ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?

La politica, anche se in termini dialettici, ha un ruolo significativo all’interno della mia argomentazione, perché nell’hard rock del passaggio di millennio spesso l’intransigenza non esprime alcuna intenzionalità politica o ideologica, come nella musica dei Nirvana. Gli anni Ottanta, dopo le intense passioni politiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno rappresentato in ambito sociale la piena realizzazione dell’utopia consumistico-edonistica: la violenza di ispirazione rivoluzionaria si è tradotta nell’eccesso della stravaganza, nell’abbigliamento quanto nel look, e all’impegno politico si sostituì una stagione basata sul principio della stilizzazione e della teatralità. I Rage Against the Machine invece recuperano la tradizione funk rock, attingono agli anni Sessanta per l’attivismo politico e ai Settanta per l’indole violenta e irruenta della loro musica, per ristabilire la dimensione politica come predominante nell’immaginario hard rock.

Nei Rage against the Machine la politica si presenta come tentativo di ristabilire un principio comunitario. L’impulso politico-vitalistico però è in qualche maniera inconciliato e contraddittorio: la violenza – dei testi e della musica – è impregnata dall’ideologia socialista rivoluzionaria, e tuttavia rispetto agli anni di Woodstock è quella stessa violenza che attesta come il vitalismo politico oggi sia condannato al fallimento, perché incapace di istituire un nuovo principio di comunità.

Anche i Green Day si sono prestati al tentativo di riscatto politico convertendo la loro proposta verso le esigenze della nuova generazione (sia da un punto di vista scenografico che di scrittura musicale), e anche le intenzioni dei NOFX negli ultimi anni sono state queste, ma ancora una volta la spirale dialettica porta il tentativo di attivismo in un ulteriore capovolgimento, dove mercato e impegno politico fanno paradossalmente tutt’uno.

Lei scrive che la nascita del rock costituisce “il paradosso del rock, alla luce del fatto che la sua nascita e la sua esistenza sono iscritte all’interno della cultura di massa e dell’industria culturale». Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?

Quel paradosso si ripropone e si reitera nel corso dei decenni, ed oggi è quanto mai pregnante: nella fase globalizzata del consumo, l’impulso ribellistico connaturato al genere rock si accompagna sempre alla stimolazione commerciale. Niente funziona di più sul mercato che l’avversione al mercato stesso: pensi alle t-shirt dei Ramones, dei Nirvana e dei Sex Pistols in vendita sugli scaffali di store come H&M e Zara.

Lei evidenzia il resistere d’una fruizione della musica rock nonché dei concerti, principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che attualmente si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?

La nostalgia è decisiva, in quanto sentimento ancestrale che il mercato sfrutta sagacemente. Questo fenomeno riguarda per esempio il trionfo dei Pearl Jam e dei Radiohead in quanto band longeve che hanno attraversato i decenni e l’abisso dell’autodistruzione per approdare all’oggi in maniere diverse; soprattutto per i primi, l’uscita del “nuovo disco” e il conseguente lancio del tour sono eventi che si fondano sull’attrazione nei confronti di un “passato immediato” poiché non si tratta del ritorno di una band di mezzo secolo fa, quanto di una carriera che non si è mai interrotta e che ha rinnovato in corso d’opera il suo potenziale nostalgico. La nostalgia è infatti ricerca di soccorso nella trasfigurazione narrativa della celebrazione del passato mitico e per questo ancora una volta impulso di morte più che di vita. Questa dimensione è stata investita dal sentimento diffuso nei confronti di quella “nostalgia del presente” che caratterizza gli attuali trenta-quarantenni: una visione perciò a metà strada tra nichilismo anedonico e vitalismo.

Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?

Il rock nella sua storia ha messo in evidenza tali interrogativi, e in una sua specifica tendenza è stato espressione di un impulso autodistruttivo (una tendenza che ha origine coi Velvet Underground nel cuore degli anni Sessanta). In molti casi il rock appare come illusione di una presunta liberazione, ma in molti altri non si è trattato di un’illusione ma di un effettivo propulsore vitalista, capace di opporsi allo status quo e alle convenzioni asfissianti. Non è un caso che i Foo Fighters si siano nettamente sganciati dal peso enorme di esprimere il vuoto anedonico, anche perché i tempi sono cambiati rispetto ai Nirvana: infatti, da un lato il mercato è stato talmente potente e astuto da aver assorbito le contemporanee forme di espressione di dolore dell’anima, dall’altro, le condizioni economiche globali oggi sono precipitate un po’ per tutti, e parlare di dolore esistenziale e di incapacità di comunicare in un’epoca in cui il benessere di vent’anni fa si sta progressivamente sbriciolando, non ha più molto senso.

Lei, riprendendo Reynolds, fa riferimento al vivere inserendo la marcia della “retromania”. Pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?

Quello della retromania è un fenomeno culturale ampio, che non riguarda solo o soprattutto il rock; d’altronde, fare riferimento a molti generi vintage significa comunque proiettarsi nella dimensione retromaniaca. Credo che le considerazioni del mio volume, trattate in termini sempre dialettici e mai in tono risolutivo, dimostrino che la musica rock, ieri come oggi, sia ancora pregna di filosofia, perché in fondo meno nel fenomeno la filosofia compare in maniera didascalica, più in esso diventa rilevante la filosofia stessa come “contenuto di verità” da interpretate e scovare.

 

ALESSANDRO ALFIERI insegna Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Belle Arti di Roma e si occupa prevalentemente di cultura di massa; ha insegnato Fotografia e nuove tecnologie visuali presso l’Università di Macerata; è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università “Sapienza” di Roma; è giornalista. Tra i suoi libri Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe (Orthotes, 2015);  Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità alle serie tv (Villaggio Maori, 2017); Dal simulacro alla storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino (Le petite plaisance, 2018); Lady Gaga. La seduzione del mostro (Arcana, 2018); Galassia Netflix. L’estetica, i personaggi e i temi della nuova serialità (Villaggio Maori, 2019).

Giusy Capone

Aldo Masullo: etica e politica dei giorni nostri

Oltre ai temi del “tempo” e della “solitudine”,  Lei ha sempre posto al centro della sua riflessione filosofica i temi della “comunità” e della “intersoggettività”.  Anzi, spesso Lei riprende nei suoi libri un’emblematica affermazione di Fichte secondo il quale “l’uomo diventa un uomo solo tra uomini”.  Che ne è oggi dell’uomo che resta indifferente, insensibile, di fronte ai suoi simili che annegano quotidianamente nel Mediterraneo?

La filosofia, che risulta dal pensiero non solo dei cosiddetti filosofi, ma pure degli artisti, degli scienziati, dei religiosi, e di tutti coloro che sia pure oscuramente elaborano la cultura di un’epoca, è come il sole: pur non cessando di emettere i suoi raggi, viene spesso oscurato da nubi tempestose e di notte diventa invisibile. Le notti della storia civile a volte sono intollerabilmente lunghe e popolate di spettri spaventosi. Allora gl’innumerevoli deboli diventano ancora più deboli, “scarti”, e i pochi forti diventano ancora più forti, rendendo sempre meno tollerabile il loro proprio prepotere.

Prima ancora che di un’emergenza politica, vi è oggi in Italia un’urgenza “etica”. Dopo gli anni bui della deriva partitocratica, culminata in tangentopoli, e il ventennio mediatico berlusconiano, abbiamo assistito ad una svalutazione sempre più marcata dell’idea di politica, intesa non come interesse alla “cosa pubblica”  (alla collettività), ma all’interesse personale (privato). Come si risana questa insanabile ferita? In che modo è possibile ricucire il tessuto di una “comunità”, oramai privata della propria identità?

Più che di ricucire il tessuto di una comunità, si tratta oggi di riattivare nessi o meglio attivarne di nuovi tra individui, società, continenti. In altre parole si tratta di darsi da fare per riscattare i più dal lasciarsi alienare dalla falsa comunicazione e così alla fine, senza accorgersene, ridursi in massa alla sottomissione.

Sempre riferendoci all’Italia, esistono delle questioni che si sono oramai incancrenite, divenendo un tutt’uno con la società. Questioni ataviche e irrisolte a cominciare dalla criminalità organizzata. Interi territori sono “formalmente” sotto il controllo dello Stato italiano, ma nei fatti, si verificano altre dinamiche, di soprusi e di ordinaria prevaricazione, che nulla hanno a che fare con la sfera del diritto. Perché questa immobilità o assenza dello Stato? Parafrasando il titolo di un suo libro del 2008, dedicato a Napoli, mi verrebbe da dire “Italia siccome immobile”.

Lo Stato è la sua forma costituzionale, ma la sua sostanza è la società. La società è la struttura degli scambi, ma la sua energia siamo tutti noi. Insomma tra lo Stato formale e le esistenze in carne ed ossa di tutti noi sta la struttura degli scambi sociali. Questa dall’unificazione d’Italia ad oggi non è stata corretta e rinnovata fino in fondo. Anzi le sue deformazioni sono state aggravate al punto che ora tendono a ripresentarsi due Italie, una sempre più funzionante e ricca, l’altra sempre più sgangherata e povera.

Parliamo di Europa. L’Europa che abbiamo conosciuto in questi anni non è certamente quella che sognava Stefan Zweig: un’Europa solidale forgiata da interessi “comuni” e intesa come un “organismo culturale unitario”. Come è stato possibile tradire questo sogno? Come è stato possibile assistere inermi, ad esempio, alla feroce pressione sulla Grecia, culla della nostra civiltà? In che modo è possibile liberarsi dai lacci della finanza e rilanciare l’ethos della nostra comune appartenenza spirituale?

Quella Europa era nata dalla dolente volontà di una generazione scottata dal fuoco delle stragi e delle distruzioni di due immani guerre. Questa invece è l’eredità gestita da generazioni senza memoria. Esse hanno creduto che bastasse un freddo sistema di regole, certo non perfette, a conservarne la funzione. Si è infine, peggio ancora, lasciato che le regole sovranazionali fossero forzate dalle variabili convenienze degli accordi tra i governi. Peraltro fino a qualche anno fa l’opinione pubblica non ne ha saputo nulla, mai informata da una stampa nazionale a tutt’altro interessata.

Lei è nato nel 1923. Ha attraversato il Novecento e ancora oggi rappresenta un’autorevole voce della cultura italiana. Cosa le hanno insegnato la vita e la storia?

Soprattutto che nella decisione dei destini collettivi quasi sempre l’illusoria ambizione di potenza di pochi tragicamente soffoca l’esperienza dell’inutile dolore dei più.

Un’ultima domanda: quali sono a suo avviso le principali sfide che ci attendono per costruire un mondo migliore?

È vitale che l’illimitato potenziale delle tecnologie elettroniche, soprattutto digitalizzazione e “intelligenza artificiale” si accordi con il bisogno di un’umanità migliore, innanzitutto con una vera democrazia delle persone e con un più forte senso di responsabilità diffuso.

Giusy Capone

 

Aldo Masullo è professore emerito di Filosofia morale nell’Università di Napoli Federico II. Il lungo percorso del suo pensiero si muove intorno a tre nodi teorici, fondamentali per una «genealogia» antropologica: il tempo, la paticità, la relazione intersoggettiva. La metafisica resta, sullo sfondo, il tragico della ragione: necessaria e insieme impossibile. Tra i suoi molti libri: Struttura soggetto prassi (1962, 1994), Fichte: l’intersoggettività e l’originario (1986), Filosofie del soggetto e diritto del senso (1990), Il tempo e la grazia(1995), La metafisica, storia di un’idea (1980, 1996), La potenza della scissione (1997), Paticità e indifferenza (2003), La libertà e le occasioni (2011), Piccolo teatro filosofico. Dialoghi (2012), Stati di nichilismo (2013), Giordano Bruno maestro d’anarchia (2016), L’Arcisenso. Dialettica della solitudine (2018).

 

Cold case: il mistero della morte di Arsinoe sorella di Cleopatra

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Questa è la triste vicenda d’una giovane donna. Si gioca tutta sulle rive del Mediterraneo, tra Alessandria d’Egitto, dove comincia nel cupo contesto di una faida familiare; Roma, città che ne avrebbe vista la fine, non fosse stato che per un atto d’indulgenza; Efeso, dove si risolvé nel sangue. E’ la storia della morte di Arsinoe, sorella della celebre Cleopatra.

Le fonti riferiscono che morì per volontà di quest’ultima ed è risaputo che Efeso fu il luogo del suo seppellimento. Ed il suo corpo? Nessuna notizia pervenuta! Tentiamo di sbrogliare i fili di questa infelice storia, rincorrendola nei territori che ne costituirono il set. Mettiamoci alla ricerca del corpo perduto! Arsinoe e Cleopatra sono figlie di Tolomeo XII.

Cleopatra è insidiosa, affascinante, ammaliante per bellezza ed intelligenza; conquista Cesare, fatto visto come un tradimento da parte del popolo. Scoppia una guerra civile in cui sono coinvolte le due sorelle!

Arsinoe viene catturata e si ritrova imbarcata su una nave, diretta a Roma. E’poco più che una ragazza, a Cesare non conviene strangolarla davanti alla folla! Scampata alla morte, Arsinoe approda ad Efeso. Tra le sacre mura del tempio di Artemide, l’egizia gode del diritto di asilo; tuttavia, il destino le gioca contro! Dopo l’assassinio di Cesare e con il rafforzarsi del legame fra Antonio e Cleopatra, la sua vita è a rischio: Cleopatra, infatti, la vede come una possibile antagonista ed il suo sogno di eliminarla è rapidamente appagato. È il 41 a.C., quando Arsinoe incontra la morte per mano dei sicari di Antonio. Ad Efeso, nel corso d’indagini archeologiche all’interno di una tomba, vengono scoperte delle ossa: il sepolcro è imponente; le ossa vengono rimosse dall’acqua, fotografate, misurate e analizzate. In seguito, incomprensibilmente, mentre il resto del corpo viene ricollocato al suo posto, il cranio viene trasferito in Germania e lì sta, fintantoché non se ne perdono le orme per le devastazioni procurate dal secondo conflitto mondiale. Il sepolcro viene riaperto dopo quasi settant’anni, riportando di nuovo alla luce le ossa: è un corpo femminile, l’epoca a cui risale, indagata attraverso il carbonio 14, è compatibile con quella in cui Arsinoe visse; le fotografie e le misurazioni vengono adoperate per una ricostruzione tridimensionale del cranio, che mostra caratteristiche afro-caucasiche (testa allungata e naso somigliante a quello greco), conciliabili con quelle che dovevano essere proprio di Arsinoe. I programmi informatici, usati per le indagini forensi, ci restituiscono un volto che, probabilmente, è quello della sorella di Cleopatra.

Giusy Capone

Napoli è presenta Ultimi romantici, Claudio e Diana alla Casa dello Scugnizzo

Si terrà mercoledì 12 febbraio 2020 alle ore 17.30 presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, la presentazione del libro “Ultimi romantici. Claudio e Diana, trent’anni di Musica insieme”, organizzata dall’Associazione Culturale Napoli è, presieduta dal giornalista Giuseppe Desideri.
Il volume, scritto da Luigi Coppola, con la prefazione di Tony Esposito, vuole essere una piacevole chiacchierata con due importanti artisti italiani Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca per scoprire i loro primi 30 anni di vita professionale e personale.
I due formano una coppia nella vita e nel lavoro. Claudio e Diana sono veri e propri ambasciatori della Posteggia Napoletana nel mondo. Un attento lavoro di ricerca ormai trentennale li ha portati a esprimersi musicalmente con i classici napoletani che portano in giro per l’Italia e fuori di essa “per dare ancora voce a versi classici così moderni da sentirseli propri, ogni volta, come se fosse la prima. La Bella Napoli è diventata per Diana e Claudio un’ossessione, un mantra da divulgare nella forma artistica a loro nota, la musica; lo fanno con il loro Cd “Napoli Era Ora” di Claudio e Diana & Compagnia Bella ricco di collaborazioni con alcuni tra i più importanti musicisti campani, con il loro spettacolo omonimo, nei teatri, scuole, piazze”.
A parlarne: Prof. Antonio Lanzaro, Presidente Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus; dott.ssa Bianca Desideri, Giornalista – Vice Presidente Associazione Napoli è, Dott. Luigi Coppola, Giornalista – Autore del volume “Ultimi romantici” e i protagonisti dell’incontro Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca.

Alla Galleria FIAF di Napoli la  mostra fotografica “Il rumore del silenzio”

Il 7 gennaio 2020 alle ore 18.00 sarà inaugurata nella sede della Galleria FIAF di Napoli, diretta da Francesco Soranno, alla via Brin Stazione MM di Gianturco la mostra fotografica dal suggestivo titolo “Il rumore del silenzio” già esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli  il 25 novembre in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, finalizzata a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza di genere.

La mostra, organizzata da Flegrea Photo,  è  realizzata in collaborazione con FIAF e con il patrocinio ed il sostegno di Istituzioni, Associazioni e Centri Antiviolenza regionali e nazionali.

In esposizione fotografie di Stefania Adami; Daniela Bazzani; Maria Grazia Beruffi; Renata Busettini; Tiziana Mastropasqua; Antonella Monzoni; Ilaria Sagaria; Irene Vitrano; Federica Zucchini.

 

Una passeggiata musicale nei luoghi dei Sedili

”Invito a Napoli. Passeggiata musicale per la città del Vesuvio nei luoghi dei suoi antichi Sedili”, è questo il titolo del volume che l’Associazione Culturale “Napoli è” presenterà alla Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus il 21 novembre prossimo alle ore 17.30.

Un volume fortemente voluto dal presidente dell’Associazione Giuseppe Desideri e che si inserisce nella importante attività condotta dal 1997 ad oggi per la riscoperta e la promozione della storia e della tradizione degli antichi Sedili napoletani prima forma di decentramento amministrativo della Città.

L’Autore, Rosario Ruggiero, valente concertista e giornalista, è sin dalla nascita dell’Associazione Culturale “Napoli è” nel 1994 tra i personaggi della cultura napoletana a collaborare con questa realtà associativa che spazia con la sua attività nel campo della musica, dell’arte, della tradizione, della comunicazione e dell’informazione giornalistica, dell’editoria, della fotografia, della poesia, dell’educativo, del sociale, delle pari opportunità. Una realtà culturale che nel corso degli anni ha contribuito nell’ambito del volontariato alla crescita socio-culturale della città con le sue varie attività e con le personalità che a vario titolo hanno partecipato alle sue iniziative.

“Il volume “Invito a Napoli” nasce – evidenzia il presidente dell’Associazione Giuseppe Desideri – dalla volontà di proseguire l’azione intrapresa nel 1997 con la prima edizione della manifestazione “Rivive la Napoli dei Sedili. Il Palio dei Sedili” con la quale abbiamo inteso portare alla conoscenza del vasto pubblico napoletano e non solo la storia dei Sedili di Napoli,  e questo anche in collaborazione con Istituzioni scolastiche, associazioni, enti. Lo studio dei Sedili e della loro storia è per noi un momento importante delle attività che la nostra Associazione porta avanti ormai dal 1994. Abbiamo chiesto al M° Rosario Ruggiero di raccontare questo itinerario musicale consapevoli della sua attenzione e valenza artistica e di studioso”.

Orsola Grimaldi

 

 

 

Napoli è presenta “Invito a Napoli”  di Rosario Ruggiero

Giovedì 21 novembre sarà presentato il libro edito dall’Associazione Culturale “Napoli è”, presieduta dal giornalista Giuseppe Desideri, dal titolo “Invito a Napoli. Passeggiata musicale per la città del Vesuvio nei luoghi dei suoi antichi Sedili” scritto dal M° Rosario Ruggiero, giornalista e valente pianista.

M° Ruggiero come nasce questo volume?

Come ho ricordato nel libro devo ai fratelli Bianca e Giuseppe Desideri la spontanea commissione di questo volume. E’ un’occasione estremamente rara in un’epoca in cui un autore è sempre più costretto ad abbracciare ogni onere per vedere concretizzarsi la propria espressione. Sono felice di questa opportunità anche perché rappresenta il coronamento di una collaborazione con l’Associazione Culturale “Napoli è” che risale al 1994 quando nacque questa importante realtà culturale.

 Perché proprio una passeggiata musicale nei luoghi dei Sedili?

Questa pubblicazione si inserisce nell’attività di riscoperta e promozione della conoscenza dei Sedili di Napoli che ebbero lunga storia (1200 – 1800) e che costituisce uno dei punti centrali dell’attività di “Napoli è” sin dal 1997. Ci siamo detti quindi che sarebbe stato interessante condurre idealmente, ma anche concretamente, i lettori e gli appassionati della storia di Napoli, in una passeggiata attraverso le opere e gli autori che hanno esercitato la loro arte musicale nelle zone ricomprese nei Sedili.

Un’esperienza importante quella della collaborazione con “Napoli è”?

Sì. Importante e piacevole perché spazia in diversi ambiti, quello musicale con le attività concertistiche che per lungo tempo si sono susseguite, giornalistica con la collaborazione alle testate online napolie.it e networknews24.it, didattica con le due edizioni di “Percorsi alla scoperta della musica”, editoriale con la pubblicazione del volume che sarà presentato il 21 novembre presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo onlus, presieduta dal prof. Antonio Lanzaro, tra i prefatori del libro.

Collaborare con l’Associazione è per me sempre motivo di grande piacere e soddisfazione per l’alto livello delle iniziative proposte.

Orsola Grimaldi

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