Selena Pastorino: Filosofia della maternità

Selena Pastorino (Genova, 1986) è Dottoressa di ricerca in Filosofia e docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Mazzini di Genova. Si occupa di pensiero nietzscheano (Prospettive dell’interpretazione, ETS, 2017; Per la dottrina dello stile e Da quali stelle siamo caduti?, Il melangolo, 2018), pop-filosofia (Black Mirror, con Fausto Lammoglia, Mimesis, 2019) e filosofia del corpo (Filosofia della danza, Il melangolo, 2020). Nel 2018 è diventata mamma.

La maternità è un’esperienza corporea: ritiene che ciò le conferisca lo statuto di una condizione che si esaurisce nella costituzione corporea?

Sicuramente il corpo è stato per me l’ambito in cui ho potuto esperire la maternità con più forza, la dimensione in cui credo che si concretizzi meglio il senso di questa relazione. Penso che sarebbe tuttavia rischioso accettare, senza resto, una sorta di riduzione di questa esperienza alla sola sfera corporea. In primo luogo perché renderebbe meno evidente l’inclusione di forme di maternità non tradizionali, ma non per questo meno degne di questo nome: come ho provato a chiarire, madre si dice e si è sempre detto in molti modi, nessuno dei quali ha una priorità sugli altri. In secondo luogo, come ogni pratica umana anche l’essere madre non si riduce alla mera fisicità, bensì include un confronto costante con quello che si potrebbe chiamare il concetto culturale di maternità, vale a dire l’ideale materno che si considera “normale” in un preciso contesto storico-sociale e che determina aspettative spesso molto intrusive nel rapporto di ogni madre al figlio. Nonostante queste due derive, cancellare la realtà incarnata della maternità, la viscerale iscrizione di questa relazione nel corpo di ogni madre, anche se non è stata gestante, è altrettanto pericoloso, perché ne dimentica la concretezza e l’irreversibilità.

Il pensiero filosofico ha costantemente tentato di porre distanti l’attività di pensiero e la corporeità dell’esperienza. In questo saggio pare cogliersi una posizione di segno differente. Perché, a suo avviso, l’approccio della Filosofia continua ad essere meramente teorico?

La filosofia occidentale muove dallo stesso paradigma culturale che contribuisce ad alimentare, quello per cui da una parte si trova la realtà materiale, ivi compresa quella corporea, con il suo divenire complesso e, in quanto tale, incomprensibile, e dall’altra l’immaterialità di istanze meta-fisiche, tra cui, nell’umano, il pensiero. Immaginare e praticare l’uscita da questa contrapposizione di sapore manicheo implica il coraggio di osare una radicale decostruzione, per usare non a caso un termine della filosofia derridiana, e di tentare una non meno intrepida sperimentazione. Gli esempi di chi ha raccolto questa sfida, nel passato e nella contemporaneità, sono più numerosi di quanto potrebbe sembrare, ma è innegabile che una certa matrice continui a restare dominante, con tutte le implicazioni che comporta anche sul piano della convivenza sociale, dominata da una paradossale smaterializzazione venerante della corporeità. C’è da auspicarsi con Nietzsche che un nuovo modo di filosofare sia davvero all’orizzonte.

Questo saggio muove dalla personale esperienza corporea della maternità nel duplice senso di generazione e crescita di una figlia. Esiste un medium tra mente e corpo?

Con una boutade potrei dire che siamo noi a esistere come medium tra mente e corpo. Questi due termini mi sembra, infatti, si configurino come poli di una tensione senza soluzione di continuità che ci realizza, che ci rende cioè reali e vivi. In questo senso, la prospettiva autobiografica è il punto di partenza della riflessione filosofica nel mio lavoro, affinché si possa fornire un quadro alternativo a quella contrapposizione culturale di cui si è detto: l’esperienza incarnata sostituisce quella dicotomia impossibile con la concretezza del vissuto, da cui il pensiero origina ma a cui anche deve sempre essere ricondotto, per non perdere di vista quel reale con cui dovrebbe confrontarsi.

Superando Cartesio, si potrebbe affermare che il corpo pensi. Qual è stato l’apporto delle neuroscienze ai suoi studi?

Il pensiero del corpo è esattamente la chiave di lettura di quel genitivo che compare nel titolo: “Filosofia della maternità” non significa una trattazione astratta e generalizzata sull’essere madre, ma lo sviluppo di quella riflessione che da questa esperienza, che si è detta innegabilmente corporea, nasce. Per questo motivo ho integrato il mio vissuto a una ricerca approfondita che si è avvalsa del confronto di molte discipline, dalla psicanalisi alla medicina, dalla bioetica alle neuroscienze, dalla narrativa alla storia, come un tema così complesso quale la maternità non poteva che implicare. In particolare, sul versante scientifico ho trovato molto utile il contributo di lavori che hanno sondato lo sviluppo congiunto di corpo e mente, nei molteplici sensi di questo termine, nelle diverse epoche gestazionali (per esempio lo splendido testo di Ammaniti e Ferrari, Il corpo non dimentica, edito da Raffaello Cortina lo scorso anno), nonché gli effetti dell’esperienza materna sul corpo della madre, sia come gestante sia come genitore.

Il tema della “maternità surrogata” è fortemente divisivo. Reputa che possa essere considerata quale un paradigma decisivo per declinare una nuova grammatica filosofica?

Per trattare una questione così delicata penso che sia anzitutto importante scegliere le parole con cui si vuole definirla: ciò che è comunemente noto come “maternità surrogata” sarebbe più corretto chiamarlo “gestazione per altri”, espressione che predilige una certa neutralità terminologica per lasciare spazio a un confronto meno determinato. Si tratta sicuramente di un’esperienza che fa resistenza alla riflessione perché prevede un’esplicita messa in gioco di tutti gli assunti culturali da cui sempre muoviamo, ma che troppo spesso tendiamo a cristallizzare in un’ideologia irriflessa e immutabile. La realtà, come si diceva, è ben più complessa e prenderne atto sarebbe importante proprio per una disciplina come la filosofia che ha il compito di riflettere sul reale per fornire una forma di orientamento. Personalmente, per non eludere una possibile domanda in sottotesto, ho maturato nei confronti della “gestazione per altri” come di altre modalità non tradizionali di genitorialità la profonda consapevolezza della mia ignoranza. La posizione di privilegio di cui ha goduto la mia esperienza di maternità e di cui in generale per la maggior parte dei suoi aspetti gode la mia esistenza, esige anzitutto un confronto con chi ha un diverso vissuto, con chi può esprimersi su questi temi a partire dalla concretezza incarnata della pratica. La teoria, necessaria per la riflessione, può essere accolta solo dopo un confronto con la realtà. Anche in questo rovesciamento di prospettiva penso che i temi “divisivi” siano un’ottima occasione per la filosofia di rinnovarsi e proporre così ancora il proprio lavoro come un prezioso contributo all’esistenza.

Giuseppina Capone

Ivonne Mussoni: Sirene

Ivonne Mussoni è una studiosa dell’Università di Bologna. Nel 2013 ha pubblicato con Heket la plaquette A un quarto d’ora d’universo. Sue poesie sono presenti nell’antologia Post ’900 lirici e narrativi (Giuliano Ladolfi Editore, 2015) e in Centrale di Transito, ceci n’est pas une anthologie (Giulio Perrone Editore, 2016). Nel 2017 pubblica, sempre con Giulio Perrone, la raccolta La corrente delle cose ultime.

 

Dalle prime sirene rapaci all’episodio di Ulisse e le Sirene nell’Odissea, al Cratilo di Platone alla fiaba “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen. “Eravamo quasi donne / nel poco che mancava / lucertole, uccelli, meduse, / tempeste, / orsi e serpenti”. Chi è la Sirena?
Rispondere a questa domanda è stato il lavoro di questo libro, ma ciò che realmente è credo si possa afferrare solo per intuizione. La sirena è tante cose, questa è la prima evidenza poiché nella propria immagine tiene in sé le contraddizioni del doppio: è una donna ma è anche una bestia. È un uccello con la voce e le labbra, è un pesce, è un serpente. In ogni caso, in qualsiasi forma si presenti, è un’immagine del profondo e, come tale, sarà complessa e mai univoca. Se guardata dal punto di vista del maschile è una creatura misteriosa e seducente che esce dalle acque, simbolicamente dall’inconscio, per portare una verità all’interno dell’uomo segretamente taciuta. La sirena è quindi l’Anima dell’uomo. Il femminile invece si riconosce nella sirena stessa e nelle sue ambiguità, sa di avere una parte inaccessibile, connessa con i sentimenti più bassi e profondi e sa che presto o tardi dovrà farci i conti.
Al centro della sua raccolta poetica si trovano i versi di Marguerite Yourcenar “Attraverso me poteva spiare l’invisibile / ricordare cosa c’era / prima che ci fosse giorno e notte / prima del firmamento / che separa le acque dalle acque”
La Sirena, pertanto, intesa quale ambasciatrice dell’incorporeo, di un tempo passato e futuro?

Assolutamente, alle sirene-uccelli mandate alla ricerca di Persefone (la figlia di Demetra rapita dal dio dell’oltretomba) viene donato (o sarebbe meglio dire inflitto) lo sguardo degli uccelli rapaci, in grado di vedere molto lontano, uno sguardo dunque, tradotto metaforicamente, in grado di guardare nel profondo: nelle profondità del cuore e del tempo; in più, se pensiamo al canto delle sirene come canto poetico, si intuisce come possa essere in stretto rapporto con il tempo. La poesia è sotto l’egida di Mnemosyne, la dea della memoria che dona ai poeti la capacità di vedere al passato e ai profeti quella di vedere il futuro. Alla sirena, sibilla e poeta, appartengono entrambe le direzioni.
I cerchi sull’acqua, Quasi mezzogiorno, I cerchi sott’acqua fino a Sulla terra, la sezione conclusiva. Ebbene, come si evolve la Sirena sino al suo confronto con le regole terrestri?
L’evoluzione della sirena è culturalmente e letterariamente misteriosa, non ci sono leggende che ne cambiano i connotati, semplicemente succede, è un simbolo che si adatta all’epoca, che ne accoglie i dolori e le ansie. Quello che mi sorprende è come sia potuta cambiare così tanto, fino a rovesciarsi completamente e da carnefice diventare vittima. La fiaba de La Sirenetta di Andersen ne ha determinato in parte il destino, ma lo scrittore danese non è stato il primo a confrontare la sirena con le regole terrestri. Penso a Ondine di De La Motte Foqué e penso che la donna/sirena che cambia la propria natura per amore di un uomo non sia un fatto nuovo. Nel libro ho cercato di seguire la sua storia, la mia sirena diventa sempre più innocua, cede all’amore e si fa vulnerabile, fino a perdere la voce. Rendersi conto della portata di questa perdita è estremamente doloroso, vuol dire sentire minacciata la propria identità e non avere voce per dire chi si è realmente. Nonostante questo nelle nuove sirene terrestri c’è ancora il nocciòlo delle antiche compagne, questo è stato quello che ho cercato di fare nella raccolta: tracciare i confini del mutamento ma lasciando intravedere le origini. Andare all’inizio della storia per scoprire il canto di verità. La storia della Sirenetta diventa allora un monito: non lasciarsi rubare la voce. Non scambiarla per niente al mondo. La sirena che esce dall’acqua crede, uscendo, di farsi intera, ma in realtà perde solamente una parte di sé. L’integrazione avviene al contrario; accettando pienamente la propria parte mostruosa.
Il testo finale reca: “È pericoloso fare luce/ su una natura di bestia… Eravate voi, non io/ a fare più paura” Qual è l’urgenza, qual è la necessità qui evocata?
Questa è l’ultima poesia della raccolta e, contemporaneamente, l’ultima parola della sirena. Qui la sirena percepisce il rifiuto, ne soffre e, per la prima volta, non incolpa la sua oscurità, ma la paura di chi non riesce ad accettarla. Mi sono domandata a lungo se concludere la raccolta con questi versi, il mio primo libro si conclude con la parola Volo e mi è sempre sembrato un sintomo di grande apertura e possibilità verso il futuro, questa termina invece con la parola paura, ero restia a lasciare questa conclusione, ma se c’è una cosa che la sirena mi ha insegnato è non avere timore della propria zona d’ombra.
“Sott’acqua non ci sono le tempeste” Può commentare questo suggestivo verso per noi?

La pace del sott’acqua è simile al sonno, simile alla morte o al chiudersi nel proprio luogo sacro, questo è raccontato magnificamente nella leggenda di Melusina. Melusina è una fata dei boschi, di lei si innamora perdutamente un cavaliere Raymond che la chiede in sposa, lei accetta ma a alla condizione che l’uomo rispetti un patto inviolabile: ogni sabato le concederà il permesso di ritirarsi in solitudine. In quel momento solitario fa il bagno in una tinozza e non appena si immerge in acqua le gambe si trasformano in una grandissima coda di serpente. Tutto procede per il meglio fino a quando il cavaliere, fremente di gelosia, rompe la promessa e, aprendo la porta del bagno, scopre la parte mostruosa della moglie. Scoprendola la perde, Melusina se ne va. Ciò che la storia ci suggerisce è la necessità di fare quel bagno di sabato, in solitudine nel luogo dove non c’è altro rumore, dove appunto, non ci sono le tempeste, solo così è possibile recuperare le proprie energie psichiche ed essere chi si è realmente.

Giuseppina Capone

Daniela Musini: Le indomabili. 33 donne che hanno stupito il mondo

Da Agrippina a Sarah Bernhardt, da Trotula de Ruggiero a Jackie Kennedy, da Caterina la Grande a Rita Levi-Montalcini, da Isabella d’Este Gonzaga a Emmeline Pankhurst, da Elisabetta I Tudor ad Anna Magnani trentatré ritratti di altrettante donne, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.

Qual tratto le accomuna?

Sono state tutte donne rivoluzionarie, ribelli, audaci, che hanno infranto tabù, scardinato regole, sovvertito consuetudini. Hanno avuto il coraggio di vivere controvento e agire controcorrente per realizzare sogni, perseguire ideali, affermare la propria identità, anche a costo di immolarsi per la propria causa: penso a Ipazia, Giovanna d’Arco, Eleonora Pimentel de Fonseca, Amelia Earhart.

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?

La caratteristica più evidente è che sono tutte fra le donne più connotative della propria epoca, sia per talento, che per fama, che per rilevanza storica, che per audacia del loro modus vivendi.

Ho voluto che fossero rappresentate più o meno tutte le epoche della Storia: dall’antica Roma (con Agrippina) fino al Novecento (con Jackie Kennedy Onassis) e, mentre il mio precedente libro Le Magnifiche 33 donne che hanno fatto la Storia d’Italia (Piemme) era riservato a straordinarie figure femminili che avessero avuto grande rilevanza nel nostro Paese, Le Indomabili hanno un respiro più internazionale. Inoltre ho scelto quelle donne che più di altre hanno impresso una traccia indelebile e innovativa non solo nella storia politica della propria nazione d’appartenenza (penso a Caterina Sforza, Isabella d’Este, Elisabetta Tudor, Caterina la Grande, Elisabetta d’Austria, Evita Perón), ma anche nella scienza (come Marie Curie, Hedy Lamarr, attrice e inventrice, e Rita Levi Montalcini), nella moda (Coco Chanel e la sua grande rivale italiana Elsa Schiaparelli), nelle arti (basti considerare la grande innovazione nel linguaggio pittorico di Frida Kahlo e nella danza di Isadora Duncan), e in altri aspetti del costume e della società, senza tralasciare il teatro, il cinema, le conquiste sociali.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Il grande coraggio da loro dimostrato credo sia la loro più grande lezione. Il coraggio di vivere la propria vita secondo le proprie scelte, senza farsi condizionare più di tanto, reagendo con forza a chi voleva impedire il loro processo di maturazione e di consapevolezza, l’audacia di sfidare le convenzioni e i limiti imposti dalla società, e persino l’ardimento nell’abbandonarsi a passioni amorose anche scandalose e proibite. Perché anche in questo libro, così come nel precedente, racconto di fiammeggianti e rapinose storie d’amore.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Quando mi sono accinta a questi due affascinanti e coinvolgenti progetti letterari, l’ho fatto non soltanto per amore nei confronti della Storia declinata al femminile, ma anche per ripristinare alcune verità sottaciute, per ricollocare sotto la giusta e veritiera luce molte delle figure raccontate che sui libri di scuola, ad esempio, non vengono menzionate o presentate non nella loro interezza.

Entrambe le mie opere sono state un atto d’amore nei confronti di queste straordinarie creature di cui ho voluto narrare sì i successi, ma anche gli eccessi, sì le sfide vinte, ma anche le sconfitte, sì la loro eccezionalità, ma anche, e soprattutto, i loro aspetti più nascosti, segreti, controversi, financo ambigui. Non perseguo l’intento “agiografico” di santificarle o di ammantarle di gloria solo perché sono donne; perseguo l’obiettivo di onestà intellettuale nel ritrarle, senza giudicarle, anche quando hanno comportamenti per me disdicevoli o non condivisibili, e ho cercato di consegnarle alle lettrici e ai lettori (soprattutto a quelli più giovani) per farle conoscere e far conoscere ciò che hanno fatto per il progresso e per l’umanità.

Inoltre, essendo io anche pianista e autrice/attrice teatrale, ho utilizzato sia la grammatica musicale che quella teatrale per ricreare le singole figure in modo, come dire, tridimensionale, ponendole ciascuna su un palcoscenico ideale e illuminandole idealmente con luci radenti, taglienti o immergendole nella penombra, e, nel contempo, affidandomi ai crescendo e diminuendo, ai rallentando e agli accelerando, insomma a quella che si chiama la dinamica musicale per meglio connotarle.

C’è una rigorosa ricerca storica dietro, uno studio molto meticoloso da parte mia, ma anche una sorta di “drammatizzazione” per quanto riguarda alcuni personaggi fittizi, moltissimi dei dialoghi presenti, la ricostruzione di atmosfere e panorami.

Ho amato moltissimo queste donne proprio per ciò che sono state: inarrendevoli e Indomabili. Appunto.

Artista versatile, Daniela Musini, nata a Roseto degli Abruzzi (TE) e residente a Città Sant’Angelo (PE), è scrittrice, pianista, attrice e autrice teatrale ed è conosciuta come una delle più acclamate interpreti dell’opera di Gabriele d’Annunzio. Ha allestito i suoi recital/concert dannunziani e i suoi monologhi dedicati ad Eleonora Duse e Maria Callas, in Italia, Russia, Giappone, Francia, Bielorussia, Germania, Polonia, Turchia, Stati Uniti e Cuba. Oltre alla stesura di quindici testi teatrali, ha al suo attivo saggi e biografie e con Piemme nel 2020 ha pubblicato Le Magnifiche-33 vite di donne che hanno fatto la storia d’Italia che ha riscosso un lusinghiero successoPer la sua poliedrica attività artistica e per i prestigiosi traguardi raggiunti le sono stati conferiti 37 premi letterari nazionali ed internazionali e 18 premi alla carriera.

Giuseppina Capone

Dante Alighieri

Paola Cantatore è nata a san Giovanni Rotondo nel 1979. Appena ha potuto, dopo il liceo classico, ha trovato una scusa ufficiale per viaggiare ed esplorare il mondo studiando Lingue e Civiltà Orientali a Napoli, per poi involarsi per Tokyo. Nel 2006 torna in Italia e si trasferisce a Ferrara, votandosi al pendolarismo. Ama tradurre, collezionare fumetti e libri che forse non riuscirà mai a leggere e coltivare pomodori pugliesi nel suo minuscolo giardino. Insieme ad Alessandro Vicenzi, ha realizzato Losche Storie, una serie di racconti biografici sui grandi personaggi della storia. Dal 2008 è traduttrice ed editor presso la Franco Cosimo Panini Editore. Con lei parliamo di Dante Alighieri.

Il 2021 celebra il settecentesimo anniversario della morte di Dante in maniera notevolmente articolata e corale, escludendo barriere tra le discipline artistiche e non. Cosa ha rappresentato ed ancora oggi rappresenta Dante?
Dante non solo può essere considerato legittimamente il padre della lingua italiana e un vero e proprio simbolo del nostro Paese, ma ha rappresentato per lunghi secoli un’ispirazione. Da Ariosto a Goethe fino ai grandi scrittori del Novecento come Valéry, Proust, Borges, Camus e Pasolini… Tutti sono stati ispirati da Dante! Ma per quanto “inseguito”, nessuno è mai riuscito a eguagliare la sua fama. Prima di lui c’erano scrittori di rime per musica, qualche religioso che scriveva testi teologici o filosofici e poco altro. Dopo di lui c’è la letteratura. La cultura dell’Italia (e forse l’Europa) non sarebbe quel che è, se non ci fosse stato Dante.

Il Dante di cui illustra la biografia adopera un “linguaggio” di verità: bello, brutto, maestà e squallore, operosità e rassegnazione, meraviglia e mistero coabitano, s’annodano e si arruffano.
La modernità di Dante sta nel concedere al lettore di scoprire la propria fragilità?

Nella sua poesia, Dante è riuscito a portare praticamente alla perfezione ciò che Omero e che Aristotele, Orazio e Plutarco ritenevano indispensabile per l’arte poetica: l’immediatezza visuale e la vivacità pittorica del linguaggio poetico. Dante è moderno perché il suo linguaggio, attraverso i secoli, continua a catturare il lettore, ad ammaliarlo e a renderlo partecipe di quanto legge. E perché la Divina Commedia racconta di noi. È un’opera universale, che parla dell’essere umano in quanto tale, e dal tempo di Dante a oggi gli uomini sono cambiati poco. Dante, a ben guardare, non viveva in un mondo troppo diverso dal nostro. Certo, oggi godiamo di condizioni di vita decisamente migliori rispetto ai tempi in cui lui visse, possediamo tecnologie infinitamente più efficienti, ma proviamo le stesse viscerali emozioni di settecento anni fa. È cambiato il nostro rapporto col divino, la concezione che abbiamo di noi stessi si è ridotta su scala ben più piccola. Al suo tempo ci pensavamo come il centro della Creazione, oggi siamo animali evoluti che abitano un puntolino di terra in un universo assai meno ordinato e miliardi di volte più ampio di quanto non fossimo capaci di immaginare allora. Ma restiamo parte di una società, che funziona con gli stessi meccanismi di quella in cui ha vissuto Dante, e in campo morale l’uomo non è cambiato granché.

Si può affermare che l’Italia sia venuta alla luce anche grazie ad una sorta di “Dantemania” che ha appassionato l’intelletto e l’animo di innumerevoli giovani tra Settecento ed Ottocento.
Dante può essere considerato il nostro autentico Padre della Patria in senso politico?

No e… sì. Dante non ha un’idea dell’Italia come di un’entità politica a sé. Per Dante l’Italia non è una Nazione autonoma, ma è parte della monarchia universale, con una posizione preminente nel Sacro Romano Impero. È, infatti, “‘l giardin dello ‘mperio” e Roma, nella sua visione, ne è la capitale naturale. L’Italia è dunque per Dante più un sogno, un’idea. Da questo punto di vista Dante è “il profeta” dell’Italia che verrà. Ma ne è anche l’ispiratore. Dopo di lui verranno Petrarca e Machiavelli, Ariosto e poi Vico e Alfieri, Foscolo e Leopardi, e col tempo i grandi sognatori d’Italia, fino agli scrittori, i poeti e i pensatori risorgimentali… in questo senso Dante è il vero fondatore d’Italia.

Morale, religione, politica, amore, odio, passioni, vizi, virtù: come far coesistere il messaggio e la visione dantesche con l’umanità divisa e fragile del Terzo Millennio?
Nel leggere Dante si riscoprono i peccati mortali come la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la gola, la lussuria, peccati considerati oggi meno gravi. Eppure, l’etica dell’Inferno viene apprezzata anche oggi, in particolar modo dai giovani, ed è un punto di riferimento in un mondo caratterizzato dall’appiattimento dei valori e dalle incertezze. Direi che Dante rappresenta un sostegno, un “centro di gravità permanente” nella condizione di debolezza che caratterizza il mondo occidentale. E i ragazzi lo ammirano anche perché ha il coraggio di denunciare e riesce a punire la corruzione della politica, del mondo della finanza e della Chiesa. Se vogliamo, ai loro occhi è una specie di “giustiziere”.

L’illustratore e fumettista Marino Neri dà vita ad un Dante intenso mediante illustrazioni fortemente espressive, dai poderosi contrasti.
Chi è il destinatario privilegiato di un testo tanto insolito, giacché non si disquisisce né della Divina Commedia né del Poeta?

Il destinatario ideale del libro è principalmente il giovane lettore, o un adulto interessato e incuriosito (che però non lo è tanto da imbarcarsi nella lettura di biografie ben più poderose). Il libro non ha la pretesa di disquisire, ma semplicemente di raccontare la vita di Dante, in maniera accessibile e un po’ diversa dal solito, e di rendere più contemporanea la vicenda umana di quello che prima di diventare il Somma Poeta che tutti conosciamo, fu a sua volta un ragazzo, e poi un adulto tormentato, con le sue passioni, i suoi sogni, ma anche i suoi dubbi e le sue fragilità. Questo è possibile perché prima di me e Alessandro Vicenzi – coautore del libro – altri (e ben più illustri) nomi, hanno raccontato storie sulla vita di Dante, a partire dal Boccaccio. E anche perché, leggendo i testi danteschi, affiorano elementi biografici, che permettono di trarre delle conclusioni sui suoi antenati, sul maestro Brunetto Latini, su Beatrice, sull’esilio e sulla sua condizione di migrante. Questi elementi sono, però, solo piccole tracce che aprono lo spazio all’immaginazione. La frammentaria biografia dantesca e la difficoltà degli studiosi a trovare documentazioni attendibili che completino il puzzle, invita a cercare, a colmare le lacune e a sviluppare alcune teorie. Nel libro ci siamo attenuti a quelle storiograficamente più attendibili, ma abbiamo tratto a piene mani anche dal già citato Boccaccio, vero fan boy di Dante: fu lui il primo a trasformarlo in un vero e proprio personaggio da romanzo.

Giuseppina Capone

Dario Argento: il maestro del brivido

Dario Argento, soprannominato il maestro del brivido, perché ha dedicato quasi tutta la propria produzione al cinema horror, è il noto regista, produttore cinematografico e sceneggiatore italiano. Uno dei suoi film più celebri è Profondo Rosso ed è proprio grazie a questo suo capolavoro che Dario Argento è diventato uno dei registi più acclamati in tutto il mondo soprattutto per gli appassionati del cinema horror.  Il regista, in una delle sue interviste, racconta che da sempre è stato attratto dalla psiche umana, difatti, la maggior parte dei suoi film,  trattano  un tema psicologico come quello del trauma. Il re dell’horror utilizza la psicanalisi per entrare nella mente dello spettatore, per affascinarla, introducendo spesso scene disturbanti (grazie soprattutto all’uso di effetti speciali in particolare giocando sui meccanismi della suspense). La sua maestria non è solo nella fotografia ma è anche e soprattutto nella colonna sonora; è stato uno dei primi registi italiani capace di far sposare la narrazione cinematografica con la narrazione musicale poiché, nei suoi film, sono in numero minore le scene non accompagnate da musica. Ed è proprio con la musica, in questo caso inquietante, che Argento riesce a far entrare lo spettatore in uno stato umorale di tensione prima ancora di vedere la scena.

Ma veniamo a Profondo Rosso

Marc Daly è un jazzista inglese che si  ritrova a far da testimone del tribunale omicidio della sensitiva tedesca Helga Ullman che, poco tempo prima dell’omicidio, durante la conferenza tenuta dal professor Giordani, (psichiatra) all’interno di un teatro aveva avvertito la presenza di un serial killer. L’agitazione per la circostanza fa accantonare una questione importante per Marc, perché in alcuni quadri, (composizioni inquietanti di volti di Enrico Colombotto Rosso) all’interno dell’appartamento della donna aggredita, riesce a notare un dettaglio fondamentale ai fini della soluzione delle indagini. Carlo, che soffre di dipendenza compulsiva dall’alcool, è il collega pianista di Marc che, preoccupato per l’amico (perché decide di indagare personalmente sulla morte della donna con l’aiuto della giornalista Gianna Brezzi e Giordani), lo supplica di non lasciarsi coinvolgere del tutto dal caso poiché si trattava di un pazzo assassino: uno psicopatico schizofrenico che utilizza un inquietante canzone per bambini come sottofondo per accompagnare il suo omicidio. Amanda Righetti è l’autrice di un libro che può aiutare a risolvere il caso ma l’assassino arriverà sempre prima che Marc possa raggiungere la scrittrice. Il killer arriverà ad uccidere anche Giuliani prima che egli comunichi a Marc il nome del colpevole. Marc raggiunge finalmente il suo obiettivo: in una villa abbandonata trova un cadavere mummificato e un disegno angosciante in cui c’è la firma di Carlo, il suo amico che poco dopo morirà vittima di un incidente stradale. Il disegno raccontava l’omicidio a cui Carlo aveva assistito in tenera età: sua madre che accoltella suo padre.  In quel momento i ricordi di Marc affiorano; il volto del vero assassino (riflesso nello specchio che aveva scambiato per un quadro) era il dettaglio che aveva dimenticato.  l’assassino è la madre di Carlo, Marta che insegue Marc con la macchina dopo aver capito che quest’ultimo era al corrente della verità, e, in seguito ad un breve litigio tra loro,  Marta rimane decapitata dall’ascensore del palazzo. L’ultima scena ritrae Marc immobile con i piedi immersi nel sangue.

Gli elementi principali di questo film sono lo specchio e la musica. Lo specchio, poiché posizionato tra tanti quadri in modo tale da dare la possibilità al killer (inizialmente e al momento dell’omicidio) di nascondersi depistando le indagini pur essendoci la sua immagine riflessa,  allo stesso tempo, però, rivelerà il volto dell’assassino. Per quanto riguarda la musica, invece, la cantilena di natale racconta la triste storia di un bambino (Carlo) che, per difendere il segreto della madre,  da adulto sarà prigioniero del trauma; non avendolo mai elaborato la sua vita sarà per sempre condizionata. Il messaggio che vuole mandare il regista è chiaramente di aspetto psicologico: se un trauma non viene elaborato e curato porta all’autodistruzione. Ancora, in tutti i film di Argento, traspare  il suo amore per la cultura, per il teatro, per i libri e per la musica.

Alessandra Federico

Scoprire la psicologia

In edicola una nuova pubblicazione. Una collana di 40 volumi monografici edita da MBE Italia dedicata alla psicologia che con una serie di contributi di docenti universitari, ricercatori e divulgatori di riconosciuto prestigio presentano i principali temi e ricerche di psicologia con approccio divulgativo che rende chiaro e comprensibile al lettore, anche non esperto, il pensiero dell’autore del volume.
Tavole, infografiche e altri materiali di divulgazione accompagnano la lettura dei volumi.
Ha aperto la collana l’”Intelligenza emotiva”, le prossime tre uscite riguardano: Depressione; Psicologia del pensiero; Resilienza.
Sul sito dedicato è possibile seguire il piano dell’opera con titoli ed uscite.

Sofia Del Borrello: Terra di Trabocchi, piccolo itinerario emozionale lungo la Costa dei Trabocchi

Da dove scaturisce l’interesse per l’architettura dei Trabocchi?

Certamente dall’amore per la mia fragile terra. La zona costiera interessata dai trabocchi ha ancora un carattere selvaggio, gli interventi architettonici umani sono pochi e soprattutto manca la monumentalità tipica delle grandi città d’arte.

I trabocchi sono un’opera ingegnosa dell’uomo che, senza pretesa di sontuosità, raccontano un passato, hanno un’anima leggera, sono testimoni delicati di un’età in cui il mare era fonte di nutrimento ma anche di pericolo.

“Terra di Trabocchi, piccolo itinerario emozionale lungo la Costa dei Trabocchi” è la narrazione di un viaggio. Può costituire oggetto di riflessione il viaggio intimo, giustappunto “emozionale”, laddove la realtà tecnologica in cui siamo immersi ci impone di non passare inosservati, puntando proprio sul dato noto e visibile?

La lettura di un libro è sempre un intimo viaggio tra le emozioni suscitate dallo stesso. Non è chiamata a sostituire, comunque, il viaggio vero. In questo caso piuttosto è uno stimolo a ripercorrere la mia stessa strada, non solo emotiva ma anche materialmente percorsa: mi piace l’idea che chi legge le mie piccole narrazioni e guarda le mie foto, dopo aver intimamente sentito il mio “viaggio”, vada a conoscere i luoghi in cui ambiento le mie riflessioni e viva entrambi direttamente, tanto da poterli raccontare e diffondere anche attraverso l’uso dei social.

Questo è un testo corale e pluriforme: poesia, narrazione, fotografia. C’è un simbolo che funga da nodo di raccordo?

Il mare. Ma è piu di un simbolo, è la colonna sonora che accompagna tutti i testi nonché le foto, una presenza costante, mare vivo negli sguardi e nell’animo dei vari piccoli protagonisti: un mare di tutti, dal ciclista al pensionato, presente nei ricordi di chi lo ha lasciato, non sempre benevolo, sempre potente.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico ancorchè mai profanatore dei luoghi e delle genti. In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio tra gli animi di cui racconto è sempre un volo leggero, mai direttamente giudicante, uno sguardo benevolmente distaccato: il mio è un viaggio senza limiti né spaziali, né temporali, cosa che solo la scrittura può rendere. Le rotte, così come la destinazione finale, sono stabilite seguendo le mie esigenze di narrare storie comuni, senza nulla di davvero eclatante o epico, ma che comunque assumono un respiro universale.

Lei narra “di un passato fatto di ingegno e sfida, coraggio e destrezza, emblema della caparbia forza della mia gente”. Quali riflessioni può offrirci rispetto anche alla scoperta di un passato indissolubilmente congiunto al presente?

Cosa sia rimasto di questo passato è difficile da stabilire. La globalizzazione ha sepolto parte dell’unicità del patrimonio culturale autoctono. Tuttavia spero che la valorizzazione di un territorio che ancora sa raccontare storie di coraggio (i trabocchi lo sono) possa dare nuovo slancio alle generazioni future; in un progetto di apertura all’ospitalità, proporre cammini emozionali, quanto reali, sia nell’entroterra che sulla costa, può rappresentare un valido modo per continuare a custodire ed arricchire le nostre terre. Prima si costruivano trabocchi o mulini per sostentamento, adesso possiamo usare la stessa tenacia per “costruire” accoglienza per i viaggiatori che vorranno scoprire la bellezza ancora indomita della nostra regione.

Sofia Del Borrello è nata e vive sulla costa adriatica, in un meraviglioso angolo di Abruzzo. Innamorata della natura, della corsa e della fotografia, appassionata frequentatrice di letterature, da sempre narra e scrive storie. Alcune sue immagini e riflessioni si trovano sul suo profilo instagram (nuvole_di_parole). “Diario di una voce” è il suo primo romanzo, seguito da “Interni”.

Giuseppina Capone

Il mondo è matematico… Per amare la matematica…

“La matematica non smetterà mai di stupirmi: un prodotto della libera immaginazione umana che corrisponde esattamente alla realtà.” Albert Einstein

“La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” Galileo Galilei

“La matematica non è solo certa, è anche bella.” Bertrand Russel

Queste sono le significative frasi scelte da RBA Italia per presentare la collezione in vendita nelle edicole “il mondo è matematico”. Attraverso i volumi pubblicati è possibile riscoprire le più appassionanti ed affascinanti sfide matematiche e i grandi pensatori che l’hanno fatta evolvere. Tutto il mondo è matematica e conoscerla ed apprezzarla aiuta a conoscere meglio ciò che ci circonda.

Un suggestivo viaggio iniziato, con “I numeri primi”, attraverso la matematica per scoprire e conoscere le sue sfide più avvincenti e i grandi pensatori che hanno contribuito alla sua evoluzione. Hanno collaborato alla realizzazione della collana  esperti divulgatori con i quali si può scoprire una materia per molti “ostica” rendendo facili e comprensibili le sue principali teorie.

Tanti titoli interessanti da scoprire in edicola. E’ possibile consultare le uscite sul sito dedicato.

 

Nicola Ravera Rafele: A Parigi. Da Hemingway a Cortázar

Parigi narrata attraverso pagine affascinanti redatte dall’inizio del Novecento ad oggi.  In che modo ha operato una selezione; a quale istanza ha risposto?

Mi incuriosiva il rapporto con la città di chi non ci era nato. Grandi autori che scrivevano di Parigi per scoprire la loro città interiore. Un rispecchiamento, in cui la letteratura nasce dall’incontro tra il luogo fisico e gli occhi di chi lo attraversa. Poi mi interessava andare a vedere cosa c’era oltre la grande quantità di luoghi comuni sulla città. Parigi, come New York, genera centinaia di immaginari diversi, spesso stereotipati o gonfiati dal marketing. La grande letteratura ha la profondità per scandagliare cosa c’è oltre la Parigi cartolinesca, quella della Montmartre degli innamorati, per capirci.

Gli autori di cui riporta l’immaginario letterario non sono parigini di nascita. Ritiene che Parigi possa essere meglio raccontata da chi vi ha vissuto per scelta?

Non so se meglio, sicuramente in un modo diverso. Per chi è straniero parlare di un luogo vuol dire necessariamente indagare l’identità, la propria e quella della città. In alcuni casi è stato affascinante scoprire il primo impatto con Parigi. La Ortese, ad esempio, ne ‘Il mormorio di Parigi’ racconta che è ci arrivata la prima volta da adulta. Le sue pagine che ci restituiscono la meraviglia e la commozione di quel primo sguardo sono bellissime.

Il libro è strutturato su tre “passeggiate” con Hemingway, Cortázar, Fitzgerald, certamente notissimi, ma anche con autori meno celebri.

Quali peculiarità possiede, ad esempio, la Parigi di Gajto Gazdanov?

Gazdanov era un esule russo finito a Parigi a fare il tassista. Siamo negli anni ’30 del secolo scorso, la città che ci racconta è quella dei piccoli criminali, dei reietti, delle prostitute e degli esuli. Nello stesso periodo Hemingway e Fitzgerald bevevano champagne sulla rive gauche, nel cuore della Parigi letteraria e “americana”. Non erano ricchi, ma erano comunque scrittori abbastanza riconosciuti. E’ stato bello ricostruire pezzi diversi della città.

Tra le pagine emergono altresì consigli di viaggio. “A Parigi. Da Hemingway a Cortázar” è indirizzato anche ad un possibile turista?

Assolutamente sì. Tra uno scrittore e l’altro ci sono pure indirizzi di bar, ristoranti, musei, parchi. Con alcune curiosità: ad esempio dove andava a bere Vargas Llosa, dove comprava le torte, e dove cenava.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi parigini.

In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Per viaggiare serve profondità di sguardo, lentezza, voglia di perdersi, capacità di farsi guidare dai luoghi senza seguire necessariamente i percorsi previsti. Esattamente le stesse cose che servono nella letteratura, sia per scriverla che per leggerla e amarla.

 

Nicola Ravera Rafele ha esordito a quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014 ha pubblicato Ultimo Requiem, con Mimmo Rafele. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega, nel 2019 è uscito, sempre per Fandango Libri Tutto questo tempo.

Giuseppina Capone

 

Alla scoperta delle “Bellezze d’Italia” con il National Geographic

Una collana per scoprire le bellezze del nostro Paese attraverso il viaggio per le regioni italiane tutte ricche di bellezze naturalistiche e culturali. I lettori attraverso le immagini e i testi potranno scoprire le grandi città d’arte, i borghi ricchi di fascino, i palazzi, i castelli, i giardini delle ville, le chiese, i luoghi sacri, i siti archeologici, le opere d’arte, i parchi, le riserve naturali,e tutto quanto rende ricco culturalmente, architettonicamente e paesaggisticamente il nostro Paese.

Ma le pubblicazioni  ricche dal punto di vista fotografico non trattano solo bellezze naturali, architettura e arte ma anche  folclore, produzioni tipiche, artigianato e personaggi e famiglie che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia dei luoghi.

La collana è uscita in edicola ad agosto con il volume sulla Sicilia, seguito da Toscana, Veneto, Sardegna, Campania, Lazio, Trentino, Umbria. La prossima uscita a fine ottobre è dedicata alla Puglia. Per conoscere la data di tutte le uscite è possibile consultare il sito dedicato.

Un viaggio affascinante attraverso il Bel Paese da non perdere.

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