Un teatro che difende le donne

 

Domenica, a Napoli, alle 19, nell’ambito della rassegna “Teatro da camera” presentata da PeoniArt Eventi ed organizzata dall’associazione “La città che vogliamo”, “L’ammore, ll’arraggia e ll’addore d’’o mare”, con Anita Pavone, Myriam Lattanzio ed Ugo Gangheri.

“Uno spettacolo – come ci dice Pavone, che ne è anche autrice dei testi – con un tema forte, che spero vedano in tanti, soprattutto uomini, perché alla fine c’è una dolcissima preghiera dedicata a loro, affinché ci stiano accanto nella lotta contro i femminicidi e ogni altro sopruso ai danni delle donne”.

Ma qual è la trama?

“Si tratta di cinque monologhi inediti incentrati sulla violenza nei confronti del mondo femminile, una violenza che notoriamente ha molte modalità, psicologica, familiare, sessuale, omicida. La speranza è che questa attuale società cambi, giacché sta andando verso un maschilismo estremamente preoccupante, e non c’è giorno nel quale non si senta di donne violentate, aggredite con acidi corrosivi, e più. Né la legislazione sembra particolarmente imparziale se alcune sentenze hanno mostrato indulgenza, anche fino all’assoluzione, verso stupratori, quando non anche assassini, perché le loro vittime indossavano biancheria intima leziosa o l’aggressore era in preda a tempesta emotiva, inclinando così ad una demonizzazione della figura femminile che fa ricordare molto il medioevo. Sono anni che studio il problema della violenza sulle donne finendo col leggere testimonianze veramente terribili. Da qui un doveroso impegno sbocciato in me per la causa muliebre che mi vede affiancata da Myriam Lattanzio, altra interprete di questo e di altri spettacoli analoghi. Ma pure nel musicista Ugo Gangheri ho trovato la giusta sensibilità e, con Myriam, un ottimo collaboratore creativo. I vari premi ricevuti per questo testo non sono che uno sprone a continuare ed un’approvazione che mi rende fiduciosa”.

In conclusione, cosa si aspetta da questo lavoro?

“Semplicemente che la gente ci ascolti”.

Rosario Ruggiero

I luoghi delle fiabe di Basile in Lucania

C’era una volta… e magari proprio in Lucania. Quando Basile completò il suo Cunto de li Cunti, una raccolta di 50 racconti ispirati dalla tradizione orale popolare, lo fece ad Acerenza, in provincia di Potenza, nel 1630, dopo aver preso servizio per il Duca di Acerenza  Galeazzo Pinelli e dopo aver girato in lungo e in largo tra Campania e Basilicata.

In effetti la Lucania appariva agli occhi dei visitatori un luogo incantato : ecco cosa diceva l’enciclopedia Treccani sulla Basilicata nell’edizione del 1930: Un mondo vasto di leggende sull’antichità dei paesi, con eroi eponimi, e fate, orchi, regine, re, maghi, palazzi incantati; la comparsa degli spiriti e del monaciello popola fantasie e racconti orali; diavoli che costruiscono ponti giganteschi, o sovrappongono montagne a montagne.

Racconti come La Bella Addormentata nel Bosco, Hansel e Gretel, Raperonzolo, o Cenerentola, da sempre nell’immaginario patrimonio del popolo e del folklore tedesco (grazie al tramite dei fratelli Grimm), sono, invece, frutto dei racconti orali tramandati dagli abitanti di remoti luoghi del nostro Meridione, trascritti per la prima volta e in dialetto, dal nobile napoletano Giambattista Basile.

Il ricercatore Raffaele Glinni ha provato ad identificare i luoghi dove sono nate queste fiabe, scoprendo analogie sorprendenti.

La bella principessa dalla lunghissima chioma, rinchiusa nella torre di un castello, in realtà non fu Raperonzolo, bensì Petrosinella, imprigionata nel castello federiciano di Lagopesole.  Il suo nome, tanto bizzarro, deriva dal prezzemolo (la pianta che coltivava la strega e che la futura mamma della protagonista del racconto aveva rubato per soddisfare una voglia dovuta alla gravidanza), ma anche da pietra, infatti ancora oggi è visibile la statua di una donna con le trecce posta sopra una torre nel castello in attesa di essere liberata. La fiaba venne poi diffusa da Normanni in Sicilia, dove continua ad essere raccontata dai pescatori.

Il Monte Pollino fa da scenario a quella che è la favola della Bella Addormentata nel Bosco. Ancora oggi la cima della montagna si chiama serra Dolcedorme e Cozzo della Principessa. Si ipotizza che i pastori presero a raccontarla vedendo sulla cima e tra le nebbie i pini Loricati, i cui rami, una volta caduti e persa la corteccia, assomigliano ad esseri umani in riposo.

Ma la stessa Acerenza conserva antichi riferimenti alle leggende popolari che intrecciano ninfe, fontane miracolose, passaggi misteriosi che conducono all’aldilà, e che sono diventati terreno fertile per la fantasia di Basile.  Non a caso proprio ai piedi della superba cattedrale acheruntina è nato il “museo della fiaba”.

Rossella Marchese

 

 

Scugnizzi tra le righe

Emozionante incontro il 25 gennaio scorso alla Fondazione Casa dello Scugnizzo per la presentazione del libro “Figli del Sole”, traduzione a cura di Salvatore Di Maio del libro “Children of the Sun” dello scrittore Morris West, per i tipi de La Città del Sole, pubblicato per la prima volta nel 1957.

Morris West volle conoscere Napoli, la vera Napoli, grazie a Padre Mario Borrelli, introducendosi nel difficile contesto sociale vissuto dagli scugnizzi in questa città devastata.

Di Maio, da ex scugnizzo, con il suo intervento riesce a far riscoprire i valori di una città divisa tra buio e luce, paradossi e contrasti.

Ma chi è realmente lo scugnizzo? Chi non ha mai sentito o pronunciato almeno una volta questa parola?

L’etimologia è associata al termine “scugnare”, (dal latino “ex-cuneare”, ovvero “rompere con forza”) utilizzato nel gioco della trottola.

Essere uno scugnizzo è un vanto, ma è anche una condizione di necessità, una vera e propria lotta alla sopravvivenza.

Lo scugnizzo è un elemento fastidioso per la società, la stessa che decide, oggi come allora, di allontanare questi giovani, senza dar loro l’opportunità di essere ascoltati.

Morris West diventa dunque testimone, grazie a Borrelli, di una realtà che non ha eguali, focalizzando l’attenzione su questi ragazzi e riuscendo a dar loro la giusta importanza e voce in capitolo, da sempre negate.

Al dibattito culturale hanno preso parte Sergio Minichini, presidente del “Centro Studi Mario Borrelli”, lo storico Guido D’Agostino ed il presidente della Fondazione Casa dello Scugnizzo.

Antonio Lanzaro che, attraverso ricordi, immagini e percorsi di vita differenti, hanno ripercorso anche tappe della loro gioventù ricollegandosi al libro.

Un grazie in particolare va inoltre a Bianca Desideri, direttore del “Centro Studi Mario Borrelli” e alla Consigliera della Fondazione Antonella Verde per l’opportunità di dibattito e scambio di esperienze tra i partecipanti.

Maria Nemoianni

Percorsi alla scoperta della  musica con il M° Rosario Ruggiero

Grande partecipazione per l’incontro che ha inaugurato la seconda edizione di “Percorsi alla scoperta della musica”, gli incontri culturali con il M° Rosario Ruggiero.

L’iniziativa organizzata dall’Associazione Culturale Napoli è,  si tengono ogni primo venerdì del mese presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo, presieduta dal prof. Antonio Lanzaro.

Un percorso alla scoperta di termini, autori, elementi di storia della musica. IL prossimo incontro in calendario è previsto per venerdì 1° febbraio ore 18.00.

Maria Nemoianni

 

(Foto di Maria Nemoianni: M° Rosario Ruggiero)

 

I primi 50 anni di Led Zeppelin I

Cinquanta anni fa usciva il primo album della storica band capitanata dal virtuoso Jimmy Page: il debutto discografico dei “più maledetti del rock”.

Eppure, lo storico Led Zeppelin I, iconografico già dalla sua copertina, con l’Hindenburg in fiamme, un momento prima di schiantarsi al suolo, non ebbe il riconoscimento che, invece, gli diede la storia. “Difficile da interpretare”, questo il tiepido commento che dell’opera prima degli Zep fece Rolling Stone; non andò meglio tra gli illustri colleghi del gruppo, cioè Beatles e Rolling Stones, che stroncarono il disco, definito inascoltabile.

Led Zeppelin I nacque in fretta e furia, da un’esigenza insopprimibile di Page che aveva messo su quel suo nuovo gruppo in 6 mesi, dalle ceneri degli Yardbirds, e voleva partire subito con un tour che promuovesse la musica nuova che aveva in testa e che riusciva ad interpretare benissimo con i suoi nuovi compagni di viaggio: alla batteria il “picchiatore” John Bonham, alla voce l’“adone biondo” Robert Plant e, per tutto il resto, il “versatile polistrumentista” John Paul Jones.

Il disco vide la luce alla fine di quel tour fulmineo per farsi conoscere; era il 1969.

I Led Zeppelin chiudevano così, simbolicamente, gli anni ’60 e inauguravano la decade successiva che li avrebbe visti padroni assoluti del mondo.

Basta melensaggini, il volume saliva a livelli mai visti, il blues diventava lisergico nelle mani degli Zep, dilatandosi e mischiandosi a vecchie formule folk. Il tutto trasfigurato da quattro individualità imbattibili ognuna nel suo genere, come per poche altre band è mai successo.

Dal manifesto di Good Times Bad Times che apre l’album fino alla tarantolata How Many More Times è un susseguirsi di standard che trovano il loro acme in Dazed and Confused, cavalcata onirica che, come da titolo, stordisce e confonde l’ascoltatore, accompagnandolo agli inferi e facendolo poi ritornare di sopra, con delle accelerazioni che fino ad allora non si erano mai sentite e uno spropositato tempo di esecuzione di 28 minuti.

Il Dirigibile era partito. E nessuno l’avrebbe più fermato.

Rossella Marchese

 

Sassari, al via il premio “Gianni Massa”

Massimo Carpinelli - Susi Ronchi - Mario 
Cabasino - Angela Mameli (Foto Luigi Coppola)

A Sassari presentata alla stampa la prima edizione del Premio regionale sulla parità di genere e media “Gianni Massa”. La conferenza si è svolta nella mattinata dell’8 gennaio presso la sede della Fondazione di Sardegna in via Carlo Alberto. Al tavolo di presidenza ne hanno illustrati i contenuti, i promotori dell’iniziativa.

Mario Cabasino, presidente del Corecom (comitato regionale per le comunicazioni della Regione Autonoma Sardegna), ha introdotto le finalità del Premio dedicato ai temi della parità e della comunicazione in genere, articolato nelle tre sezioni Giornalismo, Università e Scuola.

Susi Ronchi, coordinatrice di Giulia giornaliste Sardegna, ha richiamato gli obiettivi della componente sarda di Giulia giornaliste (www.giulia.globalist-it), avviata il due maggio del 2017. Attualmente una realtà forte di cinquanta associate distribuite in tutti i territori dell’isola che ha stretto collaborazioni con gli organismi di categoria (Odg e Assostampa) e le istituzioni locali e culturali impegnate in una rappresentazione mediatica lontana dagli stereotipi e aderente alla realtà. Sono proprio il Corecom e Giulia giornaliste Sardegna ad aver ideato il premio intitolato all’autorevole Gianni Massa, innamorato della propria professione e punto di riferimento per tanti giovani avviati a questo particolare lavoro nel mondo dell’informazione.

Partner istituzionali che affiancano gli organizzatori nell’iniziativa, l’Università di Sassari, rappresentata in conferenza dal Rettore Massimo Carpinelli e dalla Fondazione di Sardegna con la vice presidente Angela Mameli.

Una rappresentazione importante del Premio “Gianni Massa” vive nello spettacolo “La conosci Giulia?”, una brillante pièce teatrale allestita con la produzione di Lucido Sottile e la regia di Tiziana Troja, presente in sala e autrice della drammaturgia insieme con Vito Biolchini.

La commedia ha registrato nelle due date cagliaritane al Teatro Massimo (ottobre e novembre 2018) il tutto esaurito con una lista di attesa di oltre duecento persone e il contributo in apertura di Maria Del Zoppo, Rettrice dell’Università di Cagliari.

La prosa scritta a più mani da undici giornaliste “Giulia” di Sardegna, affronta il complicato rapporto tra media, linguaggio e discriminazione di genere con un copione ricco di monologhi comici e drammatici. Strumenti per gli attori in ribalta decisivi a formare quella consapevolezza collettiva necessaria al diritto democratico della parità fra i generi.

“La conosci Giulia?” debutterà in prima assoluta a Sassari il prossimo dodici gennaio al teatro Verdi con inizio alle ore ventuno. Testimonial d’eccezione, scelta nell’unanime consenso dei promotori, sarà Daniela Scano, capo redattrice del quotidiano La Nuova Sardegna, storica firma del giornalismo sardo da sempre impegnata nei temi sociali, in prima linea nelle battaglie sulla tutela dei diritti civili e sull’uguaglianza dei generi.

La stessa giornalista ha offerto durante la conferenza una testimonianza diretta circa i suoi primi faticosi passi nella carriera giornalistica avviata come cronista presso la redazione di Nuoro.

Altri esponenti dell’informazione regionale, rappresentanti dell’Ordine dei Giornalisti (la vice presidente regionale Erika Pirina) e di Assostampa (Mario  Mossa) hanno contribuito all’articolazione della presentazione del Premio giornalistico in tutti i contenuti e modalità di adesione.

I premi per tutte le sezioni saranno attribuiti con una cerimonia dedicata il prossimo otto marzo da una giuria costituita dai Presidenti del Corecom, Ordine dei Giornalisti, dalla coordinatrice di Giulia giornaliste Sardegna o loro delegati, e dai rappresentanti delle Università di Cagliari e Sassari.

Il testo integrale del bando con la delibera della giuria sono reperibili sul sito istituzionale del Corecom Sardegna www.consregsardegna.it/corecom.

Napoli, nostalgia di una città immaginaria

“E tuttavia non posso dimenticare che Napoli è una città generosa. Se per solida consapevolezza o per qualche fragilità identitaria resta da capire, benché personalmente ritenga più credibile la seconda ipotesi.”  

Più che una dichiarazione d’amore l’analisi di Paolo Macry, racchiusa nel prologo al suo ultimo saggio, “Napoli. Nostalgia di domani”  (Il Mulino editore), consegna al lettore un compendio illuminante su un pianeta complesso e plurimillenario in perenne fermento.

Storico, docente universitario presso gli atenei di Salerno e Napoli (Istituto Universitario Orientale e Federico II), direttore del Centro studi per la storia comparata delle società rurali in età contemporanea, Macry ha contribuito in modo puntuale non solo sul versante accademico nell’esplorare gli aspetti più complessi attinenti la storia del Mezzogiorno italiano.

Questo lavoro di sintesi disegna un quadro esauriente di oltre duemilacinquecento anni di storia napoletana.  L’indagine svolta riesce con una prosa efficace a coniugare storia, cultura, stati d’animo d’intellettuali spesso contrastanti, smanie popolari apparentemente disimpegnate da una identità civica. Un dedalo di luoghi, conflitti spesso drammatici e intrisi di sangue e orrore che fanno il paio con altrettanti avvicendamenti di potere politico, straniero e dominante.

La “nostalgia di domani”, sottotitolo in copertina, non evoca un libro esclusiva dei napoletani in senso stretto. Il saggio illumina con dovizia storica un itinerario puntato “in uno di quei luoghi che ciascuno crede di conoscere anche se non li ha mai visti”. Proprio in questo principio cristallizzato da secoli di stereotipi o pregiudizi sulla capitale del Mezzogiorno, l’autore incide passaggi decisivi riportando alla luce notizie e vicende che tessono una tela composita, complessa che non riduce alcuna conclusione definitiva circa le prospettive future di un domani, intravisto oggi solo con nostalgia. In questa visione il saggio investe prospettive che coinvolgono la storia italiana nel suo insieme costruendo collegamenti antropologici utili a comprendere l’alternarsi delle fasi storiche politiche sino alla definizione di questa stagione contemporanea che risulta, dopo questa lettura, meno casuale e più comprensibile.

Lo sfondo storico è reso nitido nella narrazione dove s’innestano i comportamenti del popolo che, in una vulgata diffusa, sono stati quasi sempre percepiti come soccombenti e passivi rispetto al “sovrano di turno”.

Una cultura adeguatamente espressa dall’autore in quei “processi di gentifricazione”, protagonisti non secondari e riconoscibili in costumi antichi come il tufo delle vecchie mura cittadine. Uno stigma congenito il gioco del lotto, forte di un milione di giocate medie a fine Settecento con una popolazione di trecentocinquantamila abitanti.

L’itinerario storico attraversa le dinastie alternatesi passando per gli Angioini, i Borboni, sino alla nostra era contemporanea, avvalendosi anche di alcune affascinanti riproduzioni grafiche di archivio.

Dalla rivoluzione del 1799 sino ai moti del 1860 e alle Quattro giornate del Quarantatrè,

passando per l’accoglienza festosa riservata alle camicie rosse del Generale Garibaldi.   

Il tema del popolo suddito è declinato anche nel rapporto coni vari “sovrani repubblicani” che si alternano alla poltrona municipale di Palazzo San Giacomo.

L’iperbole monarchica, per certi versi irripetibile, del “Laurismo”, segna uno spartiacque nella crescita volumetrica e urbana della città, segnata dal dirigismo politico dell’armatore caudillo Achille Lauro. I profili dei sindaci successori, da Antonio Bassolino sino all’attuale Luigi De Magistris, risaltano lo sfondo di un consenso popolare apparentemente defilato e succube del governante di turno. Rispetto all’altra questione dirimente, il ruolo e i contributi della classe intellettuale, da Benedetto Croce sino a Roberto Saviano passando per Matilde Serao, Annamaria Ortese o Curzio Malaparte, il giudizio di Macry rimane neutro rispetto a posizioni diverse espresse nei confronti degli stessi autori, troppo spesso derubricati come denigratori o peggio.  Il “negazionismo identitario” è compensato in una napoletanità coinvolgente che accomuna ogni residente di qualsiasi origine nella città del golfo reale. Una cittadinanza che non è una confezione di superficie ma un paradigma che riunisce in una sorta di consapevolezza quotidiana l’intera comunità.

Una lettura illuminata della critica risulta quella di Piero Craveri pubblicata sulla Domenica del Sole 24 Ore dello scorso trenta dicembre.

Lo stesso ci ricorda la prima presentazione del libro a Napoli in programma nella mattinata del 5 gennaio alla Sala Assoli in vico Lungo Teatro Nuovo.

Con l’autore dialogherà Franco Moscato alla presenza del giornalista Rai Ettore De Lorenzo. Buona lettura.

Luigi Coppola

 

 

Gli Ottant’anni delle leggi razziali fasciste

Era il luglio del 1938 quando venne pubblicato il Manifesto della razza, supportato dalle firme di diversi scienziati, mentre nel settembre dello stesso anno furono emanati i primi provvedimenti per l’espulsione degli stranieri di origine israelita residenti in Italia e l’esclusione da tutte le scuole e le università pubbliche degli studenti e dei docenti ebrei.

Il 18 settembre, a Trieste, Benito Mussolini tenne un lungo discorso antisemita dai toni particolarmente violenti; fu l’anticamera ai provvedimenti di novembre, i decreti a difesa della razza, integrati più tardi, nell’estate del 1939. Furono vietati i matrimoni tra ebrei e “ariani”, fu epurato il pubblico impiego, nonché il settore bancario ed assicurativo; gli ebrei furono anche esclusi dal servizio militare, dalla professione di notaio e giornalista. Fu vietato loro di essere proprietari di beni immobili al di sopra di un certo valore e di prendere a servizio persone domestico non ebraico.

Per quanto si ispirassero all’esempio delle norme antisemite del 1935 della Germania di Hitler (le così dette leggi di Norimberga), le misure razziali italiane furono prese da Mussolini in piena autonomia, senza che vi fosse pressione alcuna da parte del Führer sul suo alleato.

Il clima in cui vennero accolte dalla società civile italiana e, soprattutto, dalle altre forze politiche, per quanto ridotte alla sostanziale immobilità dal regime, fu alquanto singolare. Nessuno si chiese perché proprio gli ebrei fossero divenuti oggetto di una persecuzione che non aveva precedenti nella storia dell’Italia unita. Per le forze di sinistra del nostro Paese, accanto alle difficoltà del marxismo di immaginare altra forma di violenza al di fuori di quella di classe, c’era un altro fattore da tenere in considerazione: per la sinistra antifascista le masse proletarie non erano antisemite e tanto meno fasciste, piuttosto appartenevano alla visone del mito del “bravo italiano” per cui ad essere razzisti erano i fascisti ma non gli italiani. Una visone miope, che la portò a sottovalutare la pericolosità e la modernità della politica totalitaria, efficace e coerente nella sua drasticità.

Tra le forze di sinistra, solo il movimento fondato da Carlo Rosselli, Giustizia e Libertà, e il Partito Socialista Riformista di Pietro Nenni, dedicarono attenzione costante all’antisemitismo che prendeva piede in Italia.

Nessuno credeva che l’Italia fosse un Paese razzista e antisemita (non aveva alcun passato antisemita paragonabile a quello di altre nazioni europee), eppure l’epurazione attecchì; né si credette che il fascismo potesse essere un esperimento moderno di totalitarismo, ben organizzato, eppure, quella sistematica ed ordinata persecuzione razziale rappresentò un aspetto moderno della rivoluzione antropologica che il regime cercava di attuare: l’italiano nuovo, votato al primato a tutti i costi.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale e per i successivi 15 anni, sulle persecuzioni antisemite italiane non si riuscì a produrre un giudizio storiografico che non fosse confuso, piuttosto si  optò per l’interpretazione, ampiamente sposata per tutto il dopoguerra, secondo cui il regime non aveva prodotto alcuna sua propria specifica cultura, pertanto le leggi razziali furono classificate come una delle espressioni della barbarie fascista informe e priva di intelletto.

La storia contemporanea continua a smentire questa visione.

Rossella Marchese

A mano disarmata. L’Italia che resiste ogni giorno

“Certo la scelta di stare dalla parte giusta in questo Paese è faticosa ed essere fedeli ai propri principi spesso presenta costi salatissimi”. 

Una considerazione che sembra interrompere un turbinio di eventi tumultuosi che si susseguono con ritmi spasmodici, spesso angoscianti, rivela come in una tregua armata, una sorta di respiro lucido più regolare, un risveglio amaro dalle attese migliori che spiana una strada da continuare. Con estrema difficoltà ma con la consapevolezza che l’impegno assunto, le prove dolorose affrontate, le sofferenze subite, non siano state un sacrificio vano o, peggio, la ricerca di una gratificazione bulimica,sfociata in una megalomane corsa verso carriere e visibilità mediatiche. Il caso tutto italiano di mala vita a Ostia, emerso nelle inchieste giornalistiche di Federica Angeli cronista di nera per “La Repubblica”, pone letture e prospettive diverse per la stessa autrice, rispetto al fenomeno criminale vissuto e narrato, storicamente uguale e puntuale in troppi territori del nostro Paese.

Nel libro “A mano disarmata”, in libreria dallo scorso maggio (edizioni Baldini e Castoldi, già vincitore per l’edizione 2018 del Premio letterario giornalistico Piersanti Mattarella), la Angeli descrive, con una cronaca ampia e intensa oltre i normali canoni giornalistici, gli ultimi cinque anni della sua vita trascorsi sotto la tutela di una scorta adeguata ad un alto livello di potenziale rischio con l’ausilio di una vettura blindata dell’arma dei carabinieri imposta per ogni tipo di spostamento all’esterno della sua abitazione.

Il dispositivo di sicurezza è l’atto dovuto rispetto all’unica scelta di vita, adottata dalla giornalista nel quartiere di Ostia dove vive con il marito e i suoi tre bambini. Una scelta non solo di affrontare a viso aperto i capi clan della mala (riconosciuta dai giudici come“mafia” grazie anche all’impegno civile della protagonista), quanto di denunciarli in un lungo elenco di occasioni, presso gli organi giudiziari di tutto il distretto della capitale e di combatterli uno ad uno, armata solo di penna e determinazione nei valori civili di riferimento.

L’episodio clou, decisivo a porre sotto tutela la giornalista, risale ad una notte violenta, quella del sedici luglio 2013 sulla via di Ostia distante pochi passi dall’abitazione di Federica. Alcuni spari svegliano l’intero vicinato.È appena terminato il raid di Carmine Spada davanti ad una sala scommesse gestita da esponenti del principale clan rivale, quello dei Triassi. All’ordine truce in perentorio romanesco, impartito dallo sparatore a tutti gli abitanti svegliatisi dal sonno e catapultatisi alle finestre, di rientrare e serrare le imposte, l’unica disobbediente, è la Angeli, la quale, dopo un diverbio con il marito che la invita a desistere, scende in strada a raccogliere ulteriori informazioni sulla dinamica dell’evento a pochi giorni dall’uscita di una sua inchiesta esplosiva pubblicata sulla versione on line de La Repubblica.

Il seguito delle oltre trecentosettanta pagine che compongono il testo proiettano immagini vive con riferimenti immediati per il lettore rispetto ad una cronaca nera recente, immediata nella memoria visiva dei telespettatori dei telegiornali nazionali con la ricostruzione dell’episodio violento subito dall’inviato Rai della trasmissione Nemo Danieli Piervincenzi colpito al setto nasale (fratturato) da una testata di Roberto Spada.

La lettura del saggio non è un semplice quanto doloroso diario della cronaca giudiziaria legata alla nota inchiesta cosiddetta “Mafia Capitale”. L’esposizione civile oltre quella professionale della scrittrice richiama inevitabilmente altri esponenti, non solo giornalisti o intellettuali, divenuti famosi per aver rifiutato l’assoggettamento culturale all’illegalità e averla combattuta sino a versarne il sangue e la vita.

Nel libro sono ricordate alcune di queste figure: da Giancarlo Siani ai giudici Falcone e Borsellino, oltre riferimenti a colloqui e messaggi scambiati con alcuni fra i massimi rappresentanti delle forze dell’ordine, della magistratura e di politici di preminente caratura nazionale.La cifra inedita di questo libro insiste nel coinvolgere la sfera privata e familiare, completamente svelata e condivisa con uno struggente senso materno negli aspetti più intimi della realtà quotidiana.

Una operazione certamente non facile che se da un lato richiama espedienti adottati da sceneggiatori di alcune splendide pellicole cinematografiche italiane (La Vita è bella” di Benigni) dall’altro pone riflessioni importanti in un contesto reale dove la garanzia di assicurare una crescita adeguata e serena ai propri figli nella prima infanzia è prioritaria.

Proprio per la natura di un lavoro in evoluzione, dove il “lieto fine” non è previsto o comunque dipende (in divenire) da un auspicato processo di cambiamento culturale non limitato ai lettori di questo libro, la sfida sale in un livello più alto per l’autrice, consapevole dell’esponenziale aumento di quei “costi salatissimi” citati in apertura.

L’annuncio in seconda di copertina che i contenuti di questo libro saranno a breve trasposti in un lungometraggio diretto dal regista Claudio Bonivento (le riprese inizieranno in autunno e Federica Angeli sarà interpretata da Claudia Gerini) assurge la giornalista ad una funzione, se possibile, più importante. Un ruolo che comporterà comprensibili e meritate soddisfazioni con l’auspicio (la stessa giornalista ne è consapevole) di superare il quasi inevitabile destino iconografico già riservato ad alcuni colleghi. Roberto Saviano è un riferimento immediato (la stessa Angeli ne rivela la vicinanza in un frangente molto teso della vicenda), ma il libro apre orizzonti di confronto che superano il dibattito sulla già importante visione dell’informazione italiana (ampiamente coinvolta anche grazie ai referenti istituzionali di settore come Beppe Giulietti e Paolo Butturini) per offrire visioni determinanti a costruire una società civile, tutt’oggi non compiuta.

L’impegno di resistenza civica racchiuso in queste pagine vale ogni tentativo di svilupparne diffusione e nuove forme di proposta d’impegno sociale. Dalla scuola alla famiglia sino ai media, in tutti i linguaggi possibili dell’arte: l’Italia può cambiare oltre la retorica e la propaganda.

Luigi Coppola

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