Incontro con  Katya Maugeri: La memoria delle pietre

 La memoria delle pietre segna il passaggio dai suoi precedenti libri d’inchiesta alla forma del romanzo. Eppure, anche qui tutto prende avvio da un’indagine: un manoscritto riemerso, tracce da seguire, una verità da ricomporre. Quanto del metodo della giornalista e della sociologa è rimasto nella scrittura della romanziera? E che cosa, invece, soltanto la finzione Le ha consentito di raccontare?

Credo che il mio modo di osservare il mondo sia rimasto lo stesso. Ha momentaneamente cambiato la forma, ma non certamente lo sguardo. La sociologia mi ha insegnato ad ascoltare prima di interpretare, a cercare ciò che si nasconde dietro ciò che appare, a non fermarmi alla superficie delle storie. Anche nel romanzo ho interrogato silenzi, cercato connessioni e seguito dei segnali. La differenza è che la finzione mi ha permesso di entrare in luoghi nei quali l’indagine, da sola, non avrebbe potuto condurmi. Mi ha consentito di dare voce a ciò che spesso rimane nell’ombra, mi ha permesso di abitare il tempo, mi ha dato il coraggio di attraversare abissi interiori e penombre dentro le quali non avevo mai osato camminare: la memoria, le paure e le contraddizioni dei miei personaggi, anch’essi complessi e complicati ma con molti dettagli da raccontare. Soprattutto mi ha permesso di non dover spiegare tutto. Nel romanzo alcune verità possono essere percepite ancor prima di essere state spiegate, e lasciate sospese in un non-tempo che non obbliga alcuna spiegazione. Il manoscritto stesso nasce da questa esigenza: non è semplicemente un documento da interpretare, ma una mappa ricca di segnali che chiede di essere letta e interpretata. Emma infatti, scrive perché ciò che è accaduto non rimanga prigioniero della sua sola vita.

Il titolo affida la memoria a qualcosa di apparentemente immobile e muto: le pietre. Nel romanzo, però, sono proprio i luoghi, gli oggetti e le cose a conservare ciò che gli esseri umani rischiano di dimenticare. Che idea di memoria c’è dietro questa scelta? Le cose possono, in qualche modo, diventare testimoni più fedeli delle persone?

Sì, credo che le cose possano diventare testimoni molto fedeli, proprio perché non hanno bisogno di raccontare. Un oggetto conserva i segni di chi lo ha posseduto, di chi lo ha toccato, di ciò che ha attraversato. Una pietra, apparentemente immobile, può custodire una quantità di tempo che nessuna persona potrebbe contenere. Nel romanzo Enea arriva a comprendere che “alcuni luoghi ricordano meglio delle persone”. Verdiana, attraverso il restauro, impara invece a riconoscere ciò che sopravvive all’usura. La memoria, pertanto, non vive soltanto nella mente. Vive nella materia, negli spazi, negli oggetti, nei gesti che continuiamo a ripetere senza sapere sempre da dove provengano.

Al centro della vicenda c’è un manoscritto composto da fogli dispersi, attraverso il quale torna a parlare Emma, partita negli anni Cinquanta per Parigi. La scrittura diventa così una forma di resistenza alla cancellazione. Per Emma scrivere significa soprattutto ricordare, testimoniare, salvarsi oppure affidare a qualcun altro ciò che lei stessa non riesce più a custodire?

Emma non scrive per essere salvata e nemmeno per costruire una memoria personale. Scrive perché sa bene che raccontare è un grande atto di coraggio e affida al tempo e alla pazienza il suo corso. Ecco perché quei fogli sono dispersi e perché non devono essere ricomposti troppo velocemente. La loro apparente discontinuità rappresenta una mappa: Emma lascia tracce per qualcuno che verrà dopo di lei, qualcuno capace di riconoscere ciò che lei ha soltanto potuto intuire. In questo senso la scrittura diventa resistenza, ma anche un atto di fiducia. Fiducia nel tempo, nella possibilità che qualcuno sappia leggere e abbia il coraggio di credere in ciò che non è (sempre) visibile.

Nel romanzo il silenzio sembra possedere una natura ambivalente: può custodire, proteggere, ma può anche isolare, coprire la violenza e trasformarsi in una forma di prigionia. Dove passa, secondo Lei, il confine tra il silenzio che preserva e quello che diventa complice del dolore?

Il silenzio protegge quando nasce dalla scelta e diventa pericoloso quando viene imposto dalla paura. Credo che il confine passi proprio da lì: dalla possibilità di scegliere se parlare oppure tacere. Nel romanzo ci sono silenzi che delineano cura, rispetto e attesa. E ce ne sono altri che diventano una forma di complicità tossica, perché permettono alla violenza di continuare a esistere indisturbata. Una delle protagoniste attraversa esattamente questo confine. Per anni ha cercato di dare un nome diverso a ciò che aveva vissuto, fino a quando il manoscritto le permette di riconoscere una struttura e non soltanto un ricordo. Quando decide di parlare, comprende che raccontare non cancella il dolore, ma restituisce la responsabilità a chi l’ha tolta. Per me il silenzio può essere una casa oppure una prigione e diventa complice quando impedisce alla verità di trovare una voce.

Enea Laurent è uno studioso delle “memorie condivise”, mentre Verdiana restaura oggetti antichi e sa riconoscere ciò che sopravvive all’usura. Sono due personaggi che, in modi diversi, esercitano un’arte della cura e della ricostruzione. È anche attraverso di loro che il romanzo suggerisce che ricordare non significhi semplicemente recuperare il passato, ma assumersi la responsabilità di ciò che quel passato consegna al presente?

Assolutamente sì. Enea e Verdiana hanno due modalità differenti di avvicinarsi alla memoria, ma entrambe nascono dalla cura dei dettagli, da ciò che molti altri non riescono a percepire. Enea cerca strutture, ricorrenze, connessioni. Le sue “memorie condivise” non sono semplicemente ricordi che passano da una generazione all’altra: sono schemi, modi di stare nel mondo, dinamiche che continuano finché qualcuno non riesce a riconoscerle e a interromperle. Verdiana, invece, lavora sulla materia. Sa che ciò che è danneggiato non deve essere cancellato per tornare a vivere, ma deve essere ascoltato, sostenuto, accompagnato. È significativo che a un certo punto lei dica che “le cose rotte non mentono e non fingono di essere integre”. Attraverso loro ho voluto raccontare proprio questo: ricordare non è un esercizio nostalgico, ma una responsabilità. Ciò che ereditiamo dal passato ci riguarda nel momento in cui scegliamo cosa farne.

Parigi e il borgo siciliano sembrano appartenere a due geografie quasi opposte: la grande città e il luogo raccolto, la partenza e il ritorno, l’anonimato e una comunità nella quale le storie continuano a sedimentarsi. Quanto sono importanti questi due spazi nella costruzione del romanzo? Sono soltanto scenari oppure diventano essi stessi personaggi della vicenda?

Parigi e il Borgo non sono semplicemente luoghi nei quali la storia accade, ma sono due presenze narrative, due modi diversi di custodire la memoria. Due cuori che battono realmente, hanno una loro personalità e posseggono un’anima. Per questo li considero quasi dei personaggi. Entrambi osservano, interrogano, custodiscono e dialogano con i protagonisti e col lettore. Con me hanno dialogato moltissimo e mi piace immaginare che possano farlo con ognuno di voi. E soprattutto entrambi hanno una memoria che precede quella dei protagonisti, a loro insaputa!

Fra i temi più delicati del libro emergono la solitudine e la violenza di genere. Lei li affronta senza trasformare il dolore in spettacolo e senza ridurre i personaggi alla condizione di vittime. È stata una scelta consapevole? Che responsabilità sente uno scrittore quando decide di dare forma narrativa a esperienze nelle quali vulnerabilità, paura e violenza entrano così profondamente nella vita delle persone?

È stata una scelta profondamente consapevole. Quando si racconta la violenza bisogna avere rispetto e pudore del dolore e, soprattutto, bisogna evitare che quel dolore diventi uno spettacolo. Non mi interessava raccontare una vittima. Mi interessava raccontare una persona. Una persona che ha paura, che resiste, che si interroga, che si attribuisce colpe che non le appartengono e che, lentamente, trova la possibilità di riconoscere ciò che le è accaduto. La violenza, nel romanzo, non è soltanto quella evidente. È anche quella che entra lentamente nella mente, che modifica la percezione di sé, che trasforma un rifiuto in un presunto equivoco e porta chi la subisce a dubitare della propria stessa esperienza.

Nel romanzo il passato continua ad affacciarsi sul presente, ma non sembra mai lasciarsi ricostruire completamente. Rimane sempre qualcosa di irriducibile, una parte che sfugge. È forse questo uno dei significati più profondi della “memoria delle pietre”: accettare che ricordare non significhi possedere interamente ciò che è stato?

Sì, penso che la memoria non coincida mai con il possesso del passato perché ricordare non significa ricostruire ogni dettaglio, né avere finalmente una versione definitiva di ciò che è stato. Esistono cose che rimangono incompiute e proprio per questo continuano a vivere. La memoria è fatta anche di lacune, di frammenti, di intuizioni, di sensazioni che arrivano prima delle parole. Per questo i fogli di Emma non sono ordinati: il tempo, nella nostra esperienza interiore, non procede mai davvero in linea retta.

Lei viene da una lunga esperienza di giornalismo sociale, nella quale ha incontrato vite segnate dal carcere, dall’emarginazione e dallo stigma. Anche in questo romanzo sembra interessarla ciò che esiste dietro le definizioni, dietro ciò che appare immediatamente visibile. Possiamo dire che La memoria delle pietre, pur attraverso la finzione, continui la sua ricerca sull’essere umano prima del giudizio e oltre l’etichetta?

Sì, e credo che sia uno degli elementi che più profondamente mi appartengono anche nella scrittura di questo romanzo. Le etichette mi hanno sempre interessato poco, perché spesso sono il modo più rapido che abbiamo per smettere di guardare davvero una persona. Dire “vittima”, “colpevole”, “fragile”, “forte” può diventare una scorciatoia che ci impedisce di vedere tutto ciò che esiste nel mezzo. Anche Enea, nel romanzo, non ama le definizioni. Gli interessa la continuità, ciò che esiste oltre una cornice e che spesso non può essere immediatamente nominato. La mia ricerca sull’essere umano, quindi, continua, ma attraverso uno strumento diverso. La “finzione”, se così possiamo chiamarla, mi ha dato la possibilità di avvicinarmi ancora di più alle contraddizioni, alle zone d’ombra, alle parti che spesso non trovano spazio quando raccontiamo una storia soltanto attraverso i fatti. Prima del giudizio c’è sempre una persona. E credo che sia necessario ricordarlo.

Alla fine di questo percorso resta una domanda che sembra attraversare l’intero libro: che cosa significa davvero “lasciare andare”? È dimenticare, perdonare, interrompere una catena di dolore oppure imparare finalmente a convivere con ciò che non può più essere cambiato?

Per me lasciare andare non significa abbandonare o dimenticare. E non significa necessariamente perdonare. Non lo so, in realtà, se i protagonisti del mio romanzo abbiano realmente perdonato. Lasciare andare significa smettere di permettere a ciò che è accaduto di continuare a decidere chi siamo, a volte significa interrompere una catena, altre volte significa accettare che una parte della nostra storia non potrà essere modificata e che, nonostante questo, possiamo scegliere cosa farne. Emma, Enea, Verdiana scelgono, con gesti diversi di interrompere qualcosa. Uno dei significati più autentici del concetto del lasciare andare è affidato proprio a dei simboli che racconteranno quanto sia improbabile cancellare il passato, ma è fondamentale impedirgli di trasformarsi nel nostro destino. Alla fine non si tratta di dimenticare ciò che siamo stati, ma si tratta di poterlo guardare senza esserne più prigionieri.

 

Katya Maugeri: Giornalista e sociologa  è autrice di due libri inchiesta legati alla realtà carceraria:
Liberaci dai nostri mali (Villaggio Maori Edizioni), un focus approfondito sulle carceri italiane, vincitore del premio Etnabook nel 2019, che prossimamente sarà una rappresentazione teatrale.
Tutte le cose che ho perso. Storie di donne dietro le sbarre (Villaggio Maori Edizioni), un’inchiesta al carcere di Rebibbia in cui il silenzio assordante delle detenute diventano racconti in prima persona.
E’ co-autrice insieme al presidente di Co.N.O.S.C.I. Sandro Libianchi, dirigente medico presso il carcere di Rebibbia, di un approfondimento tematico sull’uso delle droghe in carcere.
Interessata da sempre alla scrittura autobiografica, al Centro di Solidarietà Il Delfino di Cosenza cura il laboratorio di lettura e scrittura autobiografica nella comunità di recupero per tossicodipendenti e partecipa con alcune ONLUS a diversi progetti speciali di solidarietà sociale.

Giuseppina Capone

Napoli ricorda la sua liberazione: al Museo di Napoli la quarta edizione della mostra sulle Quattro Giornate

Ospitato a titolo gratuito dalla Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS, il museo si conferma presidio di memoria e cultura. L’evento ha visto l’intervento del consigliere comunale Luigi Carbone, i saluti istituzionali della Fondazione e la presentazione dettagliata dei contenuti storici.

La memoria storica della città si è rinnovata in un clima di intensa partecipazione presso il Museo di Napoli – Collezione Bonelli, dove è stata inaugurata sabato 26 settembre 2026 la quarta edizione della mostra documentaria “Le Quattro Giornate di Napoli – La città che si liberò dal nazifascismo”. Ideata da Gaetano Bonelli, l’esposizione trova la sua casa stabile grazie alla generosa accoglienza a titolo gratuito della Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS, che sostiene l’intero polo museale e le iniziative in esso realizzate.

La cerimonia inaugurale ha preso il via con l’introduzione articolata all’iniziativa del direttore del Museo Gaetano Bonelli, i saluti istituzionali di Bianca Desideri, direttore del Centro Studi e Ricerche “Mario Borrelli” della Fondazione, la quale ha sottolineato il senso profondo della mostra e dell’evento, sottolineando come la conservazione della memoria debba farsi strumento attivo per le giovani generazioni. A seguire, l’intervento del consigliere Luigi Carbone, presidente della Commissione Cultura del Comune di Napoli, il quale ha ribadito con l’attenzione e il sostegno costante dell’amministrazione comunale verso le iniziative di valorizzazione storica promosse dal Museo di Napoli e dedicate alle Quattro Giornate.

Il percorso espositivo unisce passato e presente accogliendo opere d’arte contemporanea, come l’esemplare numero uno dell’opera “Le Quattro Giornate di Napoli” donato dall’artista Pamela B. Accanto alle creazioni artistiche, i visitatori possono ammirare i reperti collezionati da Luigi Casaretta e le memorie inedite messe a disposizione da Massimo Carlucci, legate alla figura del nonno partigiano Francesco.

Per ntrare nel vivo della narrazione la parola è passata agli ospiti e agli studiosi: lo storico della Resistenza Gaetano Barbarulo e Domenico Formato, indimenticabile interprete del piccolo Gennarino Capuozzo nel film di Nanni Loy (1962). La cerimonia si è conclusa con la proiezione della storica e struggente scena della fucilazione del marinaio Andrea Mansi, tratta dal film “‘O sole mio” (1946).

 

FMPI: «LA SICUREZZA URBANA SI DIFENDE CON IL LAVORO E IL RILANCIO DEI QUARTIERI. LE IMPRESE SONO IL PRIMO PRESIDIO DEL TERRITORIO»

La Presidente di FMPI (Federazione Medie e Piccole Imprese) Antonina Terranova è intervenuta oggi a Torino al convegno “Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori”. Servono politiche integrate e incentivi strutturali per chi investe nelle aree fragili, valorizzando la nostra identità nel rispetto di una società multiculturale.

“La sicurezza urbana non può essere considerata esclusivamente una questione di ordine pubblico o di polizia. Una saracinesca alzata è, prima di tutto, un fondamentale presidio del territorio, un argine contro il degrado e il primo vero motore della vivibilità urbana”. Con queste parole la Presidente FMPI, Antonina Terranova, è intervenuta oggi a Torino al convegno “Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori”, al centro del dibattito nazionale sulla sicurezza e sulla qualità della vita nelle città italiane. La Federazione datoriale apartitica ha voluto chiarire fin da subito lo spirito dell’intervento: un approccio costruttivo, lontano dalle polemiche di parte, ma fermo nell’affrontare i problemi reali che toccano quotidianamente il tessuto economico e sociale del Paese, dal Nord al Sud.

Quando in un quartiere cresce la percezione di insicurezza — tra microcriminalità, episodi di violenza e atti vandalici — si innesca un pericoloso circolo vizioso che colpisce direttamente la vita dei cittadini e delle attività economiche. “Quando le persone hanno paura di uscire la sera e i commercianti devono fare i conti con furti e danneggiamenti continui, non siamo di fronte a un semplice problema di ordine pubblico, ma a una vera emergenza economica e sociale”, ha sottolineato la Presidente Antonina Terranova, aggiungendo che dietro a quelle saracinesche ci sono microimprese, artigiani e commercianti che hanno investito anni di sacrifici. “Quando un’attività chiude, non perdiamo soltanto un’impresa: perdiamo un pezzo della nostra comunità, dei nostri servizi e della nostra identità di quartiere”.

Nel corso del suo intervento, la Presidente ha posto l’accento sulla necessità di ritrovare una forte coesione sociale, che passi anche attraverso la valorizzazione della nostra identità e delle nostre tradizioni civiche, intese come pilastri di una convivenza ordinata. “Dobbiamo avere il coraggio di riappropriarci della nostra identità, della cultura del decoro e del rispetto delle regole, che sono le fondamenta della nostra comunità”, ha dichiarato Antonina Terranova. “Questo non significa chiusura, ma la capacità di integrarsi e di vivere insieme nel pieno rispetto di una società moderna e multiculturale, senza subire passivamente il degrado, l’illegalità o modelli di vita che calpestano il vivere civile”.

Per invertire la rotta, la FMPI chiede di superare la logica dei bonus occasionali, introducendo misure strutturali capaci di sostenere chi sceglie di fare impresa nelle zone più difficili. “Chiediamo strumenti concreti e di lungo periodo per chi apre, rimane o assume nelle aree urbane in difficoltà: incentivi stabili alle assunzioni, sgravi per il recupero dei locali commerciali e un sostegno reale alla sicurezza delle attività”, ha spiegato la Presidente Terranova, ricordando che il vero investimento a lungo termine resta quello sui giovani. La sicurezza non si fa solo con la repressione a reato compiuto, ma prevenendo il disagio e offrendo alle giovani generazioni alternative concrete alla marginalità attraverso formazione, sport e opportunità di lavoro dignitose, così da sottrarre braccia alla criminalità.

“La sfida per il futuro non è avere semplicemente città più controllate, ma quartieri più vivi e sicuri, dove valga la pena investire e far crescere una famiglia”, ha concluso Antonina Terranova. “Per farlo, serve una nuova e solida alleanza tra istituzioni, scuole, associazioni e imprese, perché la sicurezza non è responsabilità di uno soltanto, ma una responsabilità collettiva. Come FMPI siamo pronti a fare la nostra parte fino in fondo per restituire futuro e vitalità alle nostre città”.

La Fotografia in Italia con FOTOIT

Il numero di luglio/agosto 2026 di FOTOIT si presenta come sempre di particolare interesse per il mondo della fotografia FIAF. La rivista presenta al pubblico di appassionati, fotografi professionisti e amatoriali un ricco panorama di mostre, incontri, pubblicazioni, personaggi, autori.

Per il mondo FIAF ampio spazio al resoconto del 78° Congresso Nazionale tenutosi a maggio a Garda con il titolo significativo “Io c’ero” e Wiki Loves Monuments 2025.

Foto iconica quella presentata in “Storie di una fotografia” con l’immagine di Sergio Magni del 1971 che ritrae “Il Pirellone”, il grattacielo della Pirelli.

Autore di questo numero Giacomo Infantino con “il paesaggio come stato mentale, tra fotografia e immaginario cinematografico”.

“Visti per Voi” presenta l’autrice e la mostra con la mostra “Francesca Woodman. Lately I find a sliver of mirror is simply to slice an eyelid” e la retrospettiva “Bernd & Hilla Becher. History of a Method” presentata dalla Fondazione MAST a Bologna aperta fino al 27 settembre.

Ampio spazio al Festival della fotografia italiana 2026 (Bibbiena, Pioppi, Portovecchio Stia) dal 12 giugno al 6 settembre che presenta scatti della manifestazione e di opere fotografiche.

“Portfolio Italia 2025” da voce a Andrea Bettancini “Il rumore di fondo” opera seconda classificata al 34° Premio Portfolio Colonna di Savignano sul Rubicone (FC) e Camilla Pedretti con “A thousand times the fate of a charge” opera prima classificata.

La mostra “Lanterne magiche” ospitata presso il Museo Bilotti di Roma fino al 6 settembre è il protagonista dell’intervista che presenta la collezione raccolta da Valerio De Paolis.

Per “Diamoci del Noi” è Michele Macinai, direttore della FIAP World Cup for Clubs”  il protagonista dell’intervista sulla sua attività di fotografo.

“Singolarmente fotografia” mette in luce alcuni degli autori vincitori o premiati de “La foto dell’anno” FIAF.

Antonio Desideri

 

FMPI, PRESIDENTE TERRANOVA: “IL TALENTO FEMMINILE È IL VERO ACCELERATORE DI PIL PER LE PMI, URGENTE SBLOCCARE LE LEVE DELLA CONCILIAZIONE”

La Presidente Nazionale di FMPI Antonina Terranova analizza le prospettive di rilancio del tessuto produttivo: “La parità non è una questione assistenziale o di quote, ma una priorità macroeconomica per il Paese. Le micro e piccole imprese siano l’avanguardia del cambiamento”.

L’occupazione e l’imprenditoria femminile non rappresentano un capitolo da confinare nella responsabilità sociale d’impresa, ma la più importante risorsa economica parzialmente inespressa del Paese. È questo il focus del forte richiamo di Antonina Terranova, Presidente Nazionale di FMPI (Federazione Medie e Piccole Imprese), che solleva una questione cruciale per il futuro del sistema produttivo italiano: la necessità di un cambio di passo strutturale nella valorizzazione del talento femminile all’interno delle PMI.

“Oggi ci muoviamo in un mercato globale complesso, che richiede risposte rapide, una profonda flessibilità e una costante capacità di innovare per superare le crisi”, spiega Antonina Terranova. “In questo scenario, le competenze trasversali, la resilienza e la visione strategica delle donne non sono elementi accessori, ma fattori determinanti per la tenuta e la crescita delle aziende. Eppure, continuiamo a registrare divari di genere profondi e una carenza cronica di servizi di welfare di prossimità che, di fatto, frenano questo enorme potenziale e rallentano il Paese”.

“Il merito non ha genere e il mercato non può più permettersi il lusso di ignorarlo”, prosegue con fermezza la Presidente di FMPI. “Sostenere le donne che fanno impresa o che ricoprono ruoli chiave nei reparti produttivi o che lavorano in qualsiasi mansione non significa fare concessioni o adempiere a un obbligo morale, ma investire concretamente sulla componente più dinamica dell’economia reale. Per le micro e piccole imprese, che costituiscono la spina dorsale del nostro Paese, il talento femminile e il lavoro delle donne rappresentano un acceleratore immediato di produttività e competitività”.

La Presidente Terranova sposta poi l’analisi su un altro tema collegato quello delle barriere strutturali che le professioniste incontrano quotidianamente: “Non basta invocare il cambiamento culturale se non si rimuovono i blocchi di partenza. Le donne portano nei board e nei processi produttivi una capacità di gestione della complessità unica, ma per liberare questa forza servono risposte contrattuali flessibili, un accesso al credito facilitato e meno burocrazia per chi decide di fare impresa al femminile. Il futuro del Made in Italy passa inevitabilmente da qui”.

Secondo la presidente della Federazione, la vera sfida per il sistema-Paese si gioca sul terreno dell’organizzazione interna e del welfare aziendale: “Il dibattito sulla denatalità e sulla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro non si risolve con i bonus temporanei o con interventi spot. Serve una visione d’insieme. Le PMI hanno per loro natura una struttura snella che permette di sperimentare modelli organizzativi avanzati e misure di conciliazione vita-lavoro sostenibili prima e meglio delle grandi multinazionali. Quando un’azienda crea le condizioni affinché una donna non debba essere costretta a scegliere tra carriera e famiglia, quell’azienda diventa automaticamente più forte e più attrattiva per i nuovi talenti”.

“Abbattere il gender gap – conclude la Presidente FMPI Antonina Terranova – significa iniettare nuova linfa nel nostro Prodotto Interno Lordo. FMPI è in prima linea per fornire agli imprenditori gli strumenti normativi, contrattuali e operativi necessari a trasformare i principi di equità in valore economico concreto. Il mercato del domani si costruisce solo se merito e inclusione diventano pilastri industriali e non semplici slogan”.

CARO CARBURANTI: FMPI, TERRANOVA: “RINCARI INSOSTENIBILI PER LE PMI, EFFETTO DOMINO SUL TURISMO. INSUFFICIENTI LE MISURE VARATE. SONO NECESSARI INTERVENTI RAPIDI E STRUTTURALI”

La Presidente Nazionale della Federazione delle Medie e Piccole Imprese Antonina Terranova analizza l’impatto dei costi energetici nel cuore della stagione estiva: “Il turismo non è un settore isolato: se aumentano i trasporti e i servizi di filiera, le imprese ricettive e i tour operator rischiano di lavorare senza margini. Servono interventi strutturali per le piccole imprese”.

Antonina Terranova, Presidente Nazionale di FMPI (Federazione Medie e Piccole Imprese), dichiara: “L’impennata costante dei prezzi dei carburanti sta imponendo quasi una sorta di tassa invisibile ma devastante sul tessuto delle micro, piccole e medie imprese italiane, colpendo al cuore la logistica e il comparto manifatturiero e minando direttamente la tenuta del settore turistico proprio nel momento clou della stagione estiva. Pur guardando con attenzione allo sforzo del Governo di varare norme seppur temporanee e parziali per calmierare gli aumenti, chiediamo provvedimenti immediati e tarati sulle necessità dell’economia reale”.

“Dobbiamo renderci conto che la spirale dei rincari alla pompa si traduce in un immediato aumento dei costi vivi per tutte le aziende che dipendono dalla movimentazione delle merci e dei passeggeri”, dichiara Antonina Terranova. “Questo innesca inevitabilmente una reazione a catena che va a colpire i consumatori finali e i flussi turistici nei mesi più caldi dell’anno. La crescita dei costi del carburante non è affatto una variabile isolata, ma un fattore che drena liquidità direttamente dalle casse delle nostre PMI”.

“Parliamo di micro, piccole e medie realtà che operano capillarmente nei settori nevralgici dell’industria, del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura e dell’accoglienza su tutto il territorio nazionale”, prosegue la Presidente di FMPI. “Queste imprese costituiscono la spina dorsale del sistema produttivo, guidando lo sviluppo economico e l’innovazione dal basso, ma hanno dinamiche e margini di resistenza inevitabilmente ridotti rispetto ai grandi gruppi industriali. Per chi gestisce una flotta di trasporti, una rete di distribuzione o un’attività manifatturiera, ogni centesimo in più al litro si trasforma in un pesante aggravio che mette a rischio i bilanci aziendali e i livelli occupazionali. Non possiamo assistere passivamente a questa emorragia finanziaria”.

La Presidente si sofferma in modo specifico sull’impatto subito dall’industria dell’accoglienza e dai comparti collegati in questi mesi e in quelli a seguire: “Il turismo italiano vive di accessibilità e di una filiera logistica complessa. Dai trasporti passeggeri su gomma ai servizi di approvvigionamento per il settore alberghiero e della ristorazione, il caro gasolio sta gonfiando i costi operativi a dismisura. Il rischio reale è un effetto domino: gli operatori, per non lavorare in perdita, rischiano di essere costretti a rivedere al rialzo le tariffe dei pacchetti e dei servizi ricettivi. Questo rischia di renderci meno competitivi rispetto alle destinazioni estere concorrenti, proprio in un momento in cui dovremmo consolidare l’attrattività internazionale del nostro Paese”.

In merito ai provvedimenti già adottati dal Consiglio dei Ministri per far fronte al caro carburanti — interventi mirati esclusivamente al gasolio e limitati nel tempo fino al prossimo 24 agosto —, la presidenza della Federazione assume una posizione di cautela critica.

“Abbiamo preso atto dei provvedimenti del Governo, ma non possiamo esimerci dall’esprimere forte delusione per la loro limitatezza”, sottolinea Terranova. “Concentrare l’intervento unicamente sul diesel e circoscriverlo temporaneamente prima fino al 6 agosto e successivamente fino al 24 agosto significa offrire una risposta del tutto inadeguata e a termine a un’emergenza strutturale che sta strangolando la logistica, le PMI e la filiera turistica nel pieno dell’estate. Una misura così restrittiva continua a rischiare di escludere troppi settori produttivi e svanire, come è avvenuto, nel giro di pochissimi giorni, senza dare alcuna certezza agli operatori”.

“FMPI – conclude la Presidente Terranova – ribadisce con forza che servono interventi di ampio respiro e strutturali. Chiediamo all’esecutivo di estendere le tutele, di includere strumenti flessibili come il credito d’imposta per l’acquisto di carburante e di stabilizzare le misure ben oltre l’emergenza immediata. Intervenire con provvedimenti parziali e a scadenze ravvicinate non basta a salvaguardare la continuità aziendale delle nostre imprese”, conclude la Presidente Nazionale.

ANTONINA TERRANOVA, PRESIDENTE FMPI: L’ARCHIVIO MINISTERO LAVORO-CNEL E LA SFIDA DELL’INCLUSIONE TOTALE DEI CONTRATTI

L’intesa istituzionale sottoscritta tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), in attuazione dell’articolo 9, comma 2, del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito dalla legge n. 112 del 2026 (noto come decreto Primo Maggio), introduce l’archivio amministrativo dei contratti collettivi aziendali e territoriali presso il CNEL, integrandosi nell’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro gestito ai sensi dell’articolo 17 della legge n. 936 del 1986, nel quarantennale della cosiddetta legge Mattarella.

Al centro di questo nuovo quadro normativo viene valorizzato il Trattamento Economico Complessivo (TEC) — inteso come parametro di riferimento per la misurazione del trattamento economico complessivo delle lavoratrici e dei lavoratori ai fini del riconoscimento dei benefici normativi e previdenziali — configurandosi come lo strumento fondamentale di trasparenza salariale e di tutela nel mercato del lavoro.

I contratti e gli accordi depositati saranno consultabili in modo trasparente e strutturato attraverso apposite applicazioni web dedicate e strumenti di interoperabilità telematica.

Fin dalle prime battute, la Presidente della FMPI (Federazione Medie e Piccole Imprese), Antonina Terranova, rimarca con fermezza la posizione dell’Associazione: “Accogliamo con favore la spinta verso la trasparenza salariale e la tracciabilità del TEC promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal CNEL. Ciononostante, ribadiamo con assoluta fermezza che le piattaforme digitali e gli strumenti di archiviazione gestiti tramite le software house devono rigorosamente rispettare, accogliere e inserire tutti i contratti e gli accordi collettivi aziendali e territoriali stipulati, senza alcuna esclusione né eccezione. Non possiamo tollerare barriere digitali o filtri selettivi che penalizzino la contrattazione decentrata e reale delle imprese e dei professionisti”.

Il successo di questa infrastruttura di dati, basata sullo scambio di informazioni in interoperabilità tramite la Piattaforma Digitale Nazionale Dati nel pieno rispetto della sicurezza informatica, dipenderà interamente dalla capacità degli operatori informatici di garantire un’inclusione reale, totale e senza riserve.

Sul punto, la Presidente Terranova sottolinea: “Il sistema delle software house, incaricato di adeguare i gestionali paghe e i flussi di trasmissione, si trova di fronte a una responsabilità storica. L’adeguamento tecnologico non deve trasformarsi in un collo di bottiglia burocratico o in un meccanismo di preselezione selettiva. È fondamentale che le piattaforme siano programmate per recepire e registrare tutti i contratti depositati senza alcuna esclusione, includendo pienamente ogni accordo aziendale e territoriale siglato dalle diverse realtà datoriali e sindacali sul territorio, al di là di rigidi schemi che potrebbero risultare monopolistici o di interpretazioni che potrebbero essere restrittive”.

 

 

 

 

Entrando nel merito degli strumenti digitali, della consultazione tramite applicazione web e del valore economico dell’intesa, la Presidente Terranova aggiunge: “La digitalizzazione, la consultabilità via web e l’interoperabilità non devono diventare un meccanismo di esclusione o un’arma a doppio taglio per il tessuto produttivo diffuso. I gestori delle piattaforme pubbliche e private hanno il dovere di garantire la massima inclusività tecnica: ogni singolo contratto aziendale o territoriale firmato da parti sociali legittime deve trovare cittadinanza, visibilità e accessibilità nell’archivio, senza alcuna esclusione”.

Sottolineando l’importanza cruciale della salvaguardia dei salari e della retribuzione globale, Antonina Terranova evidenzia ulteriormente: “Qualificare il lavoro sul piano salariale significa valorizzare la trasparenza come primo e vero strumento di tutela del salario. La chiara indicazione del TEC all’interno di ogni contratto archiviato deve servire a qualificare e tutelare l’effettivo trattamento economico, evitando che si creino asimmetrie o distorsioni a danno della contrattazione di prossimità”.

In chiusura, la Presidente Terranova ribadisce l’impegno strategico della Federazione: “Come FMPI continueremo a vigilare e a dialogare con tutte le istituzioni affinché il nuovo archivio e i flussi telematici siano sinonimo di reale progresso. La tutela della libertà negoziale e la valorizzazione del lavoro autentico restano la nostra bussola: innovare sì, ma per includere e valorizzare l’intero sistema economico nazionale, senza escludere nessun contratto e senza lasciare indietro nessuno”.

Sicurezza Integrata: a Nola un confronto multidisciplinare per invertire la rotta sugli infortuni

Si è svolto lo scorso venerdì 5 giugno presso “La Polveriera Concept Space” di Nola il convegno dal titolo “Sicurezza Integrata: Il Valore della Prevenzione tra Tecnica, Salute, Diritto e Bilancio”. L’evento, promosso dalla Commissione coordinata dall’Ing. Giuseppe Angri del Lions Club Nola Host “Giordano Bruno”, ha rappresentato un momento di confronto interessante, configurandosi non solo come un consesso di aggiornamento tecnico, ma come un vero e proprio “incubatore” di riflessioni concrete sul tema della sicurezza sul lavoro.

L’evento ha goduto del patrocinio di numerosi ordini professionali e associazioni, mettendo attorno allo stesso tavolo avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, medici, ingegneri, imprenditori e rappresentanti degli organi ispettivi. Ha spaziato su temi cruciali: dalla sostenibilità e il modello organizzativo 231, fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale applicata alla protezione dei lavoratori, passando per la sicurezza delle macchine e le dinamiche degli infortuni in itinere.

Hanno partecipato la Dott.ssa Giovanna Sepe, Presidente Lions Club Nola Host “Giordano Bruno”, il Dott. Giuseppe Destro (Assodimi Assonolo), l’Ing. Rosario Bruzzano (Presidente Associazione Ingegneri del Nolano), l’Ing. Mariangela Crisci (Ordine Ingegneri Napoli), il Dott. Pasquale Forni (Ordine Commercialisti Nola) e il Dott. Francesco Duraccio (Presidente Ordine Consulenti del Lavoro di Napoli).

La valenza dell’incontro, moderato dall’Ing. Giuseppe Angri (responsabile delle attività sui luoghi di lavoro di FMPI Nola), è stato testimoniato dalla folta partecipazione di pubblico, segno di una crescente consapevolezza collettiva. Come emerso dai contributi dei relatori – tra i quali l’Avv. Olga Velotti, il Dott. Antonio Russo, il Prof. Francesco Napolitano, l’Ing. Francesco Gargiulo, l’Ing. Ada Minieri e l’Arch. Valeria Santurelli – l’obiettivo primario dell’incontro è stato pienamente raggiunto: favorire una percezione del rischio più accurata e promuovere una visione condivisa.

Nel suo intervento di saluto il Dott. Andrea Castaldo, Presidente FMPI Nola e Vicepresidente Nazionale FMPI, ha ribadito l’importanza strategica della formazione continua e di una cultura della sicurezza diffusa come pilastri fondamentali per il tessuto produttivo. In questa cornice, ha dato notizia di un passaggio di grande rilievo per il settore: la firma, da parte di FMPI, del nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) dedicato specificamente al comparto della sicurezza.

In un momento storico in cui il trend degli infortuni sul lavoro appare drammatico, iniziative di questo spessore offrono un contributo necessario e concreto per riflettere sulle dinamiche di controllo, ispezione e prevenzione, con la finalità ultima di tutelare la vita e la salute di ogni lavoratore.

Orsola Grimaldi

“Noi siamo… Pinocchio”. La scena è di tutti: “I Fuori Ritmo” trasformano il teatro in un laboratorio di inclusione

Cosa succede quando il burattino più famoso della letteratura smette di essere un simbolo solitario e diventa, invece, il battito condiviso di un gruppo? Succede che la storia si scioglie per lasciare spazio alla vita vera. Mercoledì 10 giugno 2026, ore 17.30, il teatro dell’Istituto “Paolo Colosimo” a Napoli ospiterà “Noi siamo… Pinocchio”, un musical che rompe gli schemi tradizionali per raccontare, attraverso la musica e il teatro, l’autenticità di chi vive nello spettro autistico.

La forza di questo spettacolo risiede tutta nella sua genesi: a calcare il palcoscenico sarà il gruppo teatrale “I Fuori Ritmo”, composto da persone con spettro autistico. Sotto la cura sensibile e attenta dell’Associazione Voce di… Vento APS, il teatro si libera della sua funzione di semplice intrattenimento per farsi strumento di emancipazione. Qui, la celebre storia di Collodi non è solo un copione da recitare, ma una tela su cui ogni attore proietta la propria esperienza, il proprio modo unico di percepire il mondo e, soprattutto, la propria capacità di essere parte integrante della comunità.

Per i protagonisti de “I Fuori Ritmo”, la scena del “Colosimo” rappresenta un territorio di conquista e visibilità. Non c’è margine, non c’è esclusione: c’è solo una narrazione collettiva che sfida i pregiudizi. L’iniziativa mira infatti a trasformare questa serata di musica ed emozioni in un sostegno concreto per le attività dedicate alle persone autistiche e con disabilità intellettive, grazie al ricavato delle donazioni raccolte durante l’evento.

A fare da collante in questo ponte tra palco e platea saranno figure di grande sensibilità artistica: la serata sarà condotta da Ida Piccolo, con la partecipazione straordinaria di Michele Selillo, Pino e Antonio Iovino. Insieme, dimostreranno che l’arte è, prima di tutto, un linguaggio universale capace di azzerare le distanze e valorizzare, in ogni sua forma, la bellezza della differenza.

Partecipare non significa solo assistere a un musical, ma contribuire a costruire, tassello dopo tassello, una società più sensibile, in cui la diversità smetta di essere un concetto astratto e diventi, finalmente, una ricchezza condivisa.

Bianca Desideri

 

L’Albero delle Donne ha fatto tappa alla Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS

L’Albero delle Donne ha fatto tappa alla Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS.

Comunità unita contro la violenza: tutte e tutti uniti per un momento di condivisione e riflessione, progetto realizzato dalla Municipalità 2 del Comune di Napoli.

Venerdì 5 Giugno 2026 alle ore 10:30 presso la Fondazione Casa dello Scugnizzo ETS in Piazzetta San Gennaro a Materdei n. 3, Napoli, ha fatto tappa “L’Albero delle Donne. Comunità unita contro la violenza” accolto da una nutrita rappresentanza dello “Spazio Donne a confronto” della Fondazione coordinato dall’assistente sociale dott.ssa Matilde Colombrino e dall’Associazione Culturale Napoli è.

Erano presenti all’evento oltre a Matilde Colombrino e Bianca Desideri per la Fondazione, il vice presidente della Municipalità 2 Giuseppe Brandolini, la presidente e il vice presidente della Commissione Politiche sociali Immacolata Raiano e Enrico Platone, il presidente della Commissione Lavori pubblici Francesco Polio.

Il Progetto “L’Albero delle Donne” è un simbolo potente della nostra lotta comune contro la violenza. Un’iniziativa che cresce e si nutre del coinvolgimento di tutte e tutti. “Siamo stati orgogliosi – sottolinea la dott.ssa Bianca Desideri, direttore del Centro Studi e Ricerche Mario Borrelli e Vice presidente dell’Associazione Culturale Napoli è – di ospitare questa tappa speciale presso la nostra Fondazione, un progetto che ha già coinvolto e sensibilizzato gli studenti delle scuole del territorio della Municipalità 2 e che ora prosegue il suo percorso tra le Associazioni, gli Enti e le Fondazioni che come le nostre hanno aderito”.

Fai crescere con le tue azioni e con la sensibilizzazione l’albero contro la violenza!

 

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