Bafta Awards 2019: premiati “A star is born” e Rami Malek

La 72a edizione dei British Academy Film Awards, premi conferiti dalla British Academy of Film and Television Arts alle migliori produzioni cinematografiche del 2018 si è tenuta alla Royal Albert Hall di Londra. La cerimonia è stata presentata per il terzo anno consecutivo dall’attrice britannica Joanna Lumley. Le candidature sono state annunciate il 9 gennaio 2019. I film della serata sono stati La favorita di Yorgos Lanthimos e Roma di Alfonso Cuarón, che probabilmente si prenderanno anche molti degli Oscar più importanti.

La favorita ha ricevuto sette premi, compresi quelli a Olivia Colman e Rachel Weisz come miglior attrice protagonista e non protagonista. Roma ha ricevuto quattro premi, due dei quali molto importanti: quello per il miglior film e quello per la miglior regia. Rami Malek ha vinto il premio come miglior attore protagonista per essere stato Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody e Mahershala Ali è stato premiato come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in Green Book.

Come ha scritto Alex Marshall sul New York Times, la cerimonia di quest’anno è stata più rilassata e meno seria rispetto all’anno scorso, quando la maggior parte degli invitati indossò abiti neri in solidarietà al movimento #MeToo e a Time’s Up, l’associazione fondata da circa 300 donne del mondo del cinema per combattere discriminazioni e molestie. È stato, ha scritto Marshall, «un evento spensierato, con giusto un paio di battute a tema politico». Nel consegnare il premio per la miglior colonna sonora l’attore e regista Andy Serkis ha detto che «un film senza musica è come il Regno Unito senza l’Europa».

I BAFTA, sono considerati importanti anche in previsione degli Oscar, la cui cerimonia di premiazione sarà il 24 febbraio. Anche agli Oscar ci si aspetta che molti premi finiscano divisi tra Roma e La favorita, entrambi nominati in dieci categorie.

Nicola Massaro

Il bambino che disegnava le parole

Molto più di un libro, il lavoro di ricerca di Francesca Magni, scritto con la mano del cuore, accende attese luminose per tante famiglie relegate al buio silente della sofferenza.

Se la “lettura è un piacere che chiede di essere condiviso”, l’autrice de “Il bambino che disegnava le parole”, in libreria dallo scorso settembre per i tipi di Giunti editore, compie in pieno l’obiettivo racchiuso nella sua stessa citazione. Il naturale amore per la scrittura e la narrativa, fruibile in rete nel suo blog letterario (http://www.lettofranoi.it/) superano con estremo impegno, non scindibile da pulsioni emotive e sentimenti forti, il guado non sempre scontato fra l’essere giornalista e scrittore. Il risultato è un libro che, per usare un eufemismo, potremmo pensarlo come un ibrido.  Ovvero, coerentemente ai contenuti e ai vasi comunicanti (emozioni e nozioni fondono una struttura complessa sempre lineare), il testo rifugge catalogazioni o etichette che coinvolgono quotidianamente il mercato della narrativa italiana.

Un romanzo storico? Contemporaneo o di formazione che evolva in un saggio denso di riferimenti scientifici, perciò con una valenza ampia, questo lo valuterà il lettore che, riteniamo, non potrà fare a meno di provare soddisfazione e un intimo desiderio di ringraziamento nei confronti dell’Autrice. Coraggiosa, non solo per avere reso pubblica la vicenda privata del figlio alle prese con la scoperta della dislessia all’età di dodici anni, quanto nell’affrontarne temi e interlocutori di diversa e variegata portata.

“Inoltre le neuroscienze sostengono che una scuola prestazionale finalizzata alle continue verifiche, in cui si studia stimolando solo la memoria a breve termine per il superamento dei singoli test, produce in tutti gli studenti, non solo nei dislessici, un apprendimento labile e non persistente.” 

L’enunciato stralciato dalla seconda appendice inclusa nel testo, che potremmo pensare come l’approfondimento divulgativo scientifico, ripropone nell’istituzione scolastica pubblica un ruolo essenziale.

Il racconto impetuoso parte con l’improvvisa renitenza alla scuola di Teo, il dodicenne, bello e bravissimo nel rendimento didattico sino al compimento delle scuole primarie. Di fronte alla crescente regressione nei voti scolastici, ai grossolani errori ortografici, a una serie di comportamenti non previsti con allarmanti crisi di panico, il ricorso agli specialisti è inevitabile, la diagnosi risulta evidente: Teo è dislessico.

La conclusione della terapeuta avvia un percorso inedito e sconosciuto per i genitori dello studente, e per la sorella più piccola, Ludovica, che somatizzerà con altri sintomi e criticità il disagio che permea l’intera famiglia. Con un linguaggio fluente, favorito dall’originale uso della seconda persona nella voce narrante e dall’altrettanto inedito ricorso a un carattere di stampa, mamma Francesca facilita la lettura, depurandone gli elementi ansiogeni. Il ritmo è necessariamente spasmodico rispetto alla condivisione con il lettore dello stato d’animo realmente vissuto. Alcuni episodi chiave non risparmiano alcuna reticenza nelle prove cui è sottoposta l’intera famiglia. Magni sdogana con un’ammirevole e responsabile volontà alcuni stereotipi radicati in una società manichea, sempre più scollegata con le giovani generazioni. Ne segnaliamo quelli più evidenti.

 “La diversità come ricchezza e opportunità”:  uno slogan sbandierato con una smodata disinvoltura da più parti sociali, è opportunamente smontato nell’evolversi del testo che, al contrario, rivela una fatica estrema nel presentare il soggetto riconosciuto dislessico come titolare di una variante neurologica. Questa elabora l’apprendimento traducendone lettura e relativo linguaggio, secondo un “assemblatore” diverso rispetto alla maggioranza dei più diffusi e comuni modelli cerebrali. Un sistema operativo (ribadendo la metafora di un calcolatore) che richieda più tabelle visuali (gli strumenti compensativi approvati nella recente riforma legislativa DSA del 2010) con dedicati piani didattici riservati agli scolari riconosciuti con tali peculiarità. Strumenti atti a partecipare il dislessico, disgrafico, discalculico, appartenenti tutti a una varietà del patrimonio genetico interessato che coinvolge una percentuale che oscilla fra il tre e il venti per cento della popolazione italiana, con estensioni importanti in altri ceppi linguistici europei come quello anglosassone. Opportunità che consentano la libera espressione del proprio codice macro, colorato, in luogo dei tradizionali programmi didattici ministeriali.

Il sistema di valutazione nell’apprendimento scolastico è un altro tema dirimente rispetto alla presenza in classe di soggetti DSA: sia nel racconto personale sia nella parte di approfondimento l’autrice dimostra come i sostegni normativi riconosciuti per una compensazione didattica necessaria per questi studenti, siano di fatto utili e maggiormente efficaci per l’intera popolazione studentesca. Un approdo concettuale che sconfessa, quando non rivoluziona un assetto culturalmente predominante, repellente a qualsiasi proposta innovativa.

Non esiste preparazione o istruzione adeguata rispetto a conoscenze ignorate dai genitori che coinvolgano i propri figli. Il senso di colpa palesato con amorevole pudore nella ritardata scoperta della dislessia di Teo, rende più vero e irrinunciabile l’afflato di solidarietà che contamina genitori, amici, insegnanti accomunati da esperienze analoghe per questo impegnatisi con maggiori sensibilità e iniziative al di fuori dei normali perimetri professionali e umani. Lo stesso concetto di normalità è seriamente posto in un’aperta discussione.  Sullo sfondo, non proprio tenue, il ruolo centrale della famiglia contemporanea, disadorna di ostentati modelli, quanto vulnerabile e fragile rispetto a un evento che ne possa minare la normale evoluzione.  Il disimpegno paterno nell’accettare un segnale di debolezza che possa segnare la stabilità psicofisica del figlio è una parte altrettanto comune quanto importante nell’economia del dolore usurante.

La Magni ne tratta con rigore e rispetto concedendosi in un altruismo a dir poco speciale, in un delicato ed emozionante equilibrio fra la sfera professionale e il suo primario ruolo materno.

Se il ricorrente dibattito sul“servizio pubblico televisivo” potesse trasferirsi ai libri, non esiteremmo proporre  l’adozione di questo testo come strumento utile per il Miur e per ogni famiglia italiana. Leggiamolo con cura e affetto.

Luigi Coppola

 

 

Il bilancio dell’Unione europea condiziona il futuro

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Sono in atto le trattative su bilancio europeo e stabilizzazione dell’Eurozona. Nel primo caso il compromesso sembra possibile da raggiungere, ma la situazione è più complessa e pare difficile un accordo riguardo al secondo caso.
Esistono due tavoli attualmente in Europa che stanno lavorando alacremente e il primo affronta le questioni e le prospettive finanziarie per il periodo 2021-2027; il secondo riguarda le politiche per la stabilizzazione dell’Eurozona.
Il primo tavolo sta elaborando i principali comparti di spesa per gli anni successivi e questa volta si trova ad affrontare questioni importanti, alcune diverse novità, come la Brexit, in quanto la fuoriuscita dall’Unione della seconda economia europea produce una riduzione del bilancio europeo di quasi il 10 per cento del totale, cioè di circa 12-13 miliardi di euro all’anno in meno, che devono essere compensati con altre risorse. Inoltre è diffusa la percezione che alcuni Paesi e cittadini europei (vedi i sondaggi di Eurobarometro) non trovano soddisfacente continuare a concentrare la spesa sulle tradizionali azioni di politica realizzate sino ad ora, cioè agricoltura e politiche di coesione (per oltre il 75 per cento del bilancio), perché rappresentano un passato e non più il futuro, che presenta nuove necessità di impegno finanziario sui cosiddetti “beni pubblici” europei, cioè difesa, sicurezza, protezione delle frontiere, investimenti ambientali e agenda digitale. In realtà, qualcosa l’Unione è già riuscita a realizzare in favore di questi ambiti, nonostante le rigidità del bilancio europeo, si pensi alla Guardia costiera europea e al Fondo europeo per la difesa, ma risulta urgente un investimento maggiore nel futuro su queste politiche. La Commissione presenterà proposte concrete a partire da maggio 2018. Inoltre, sono in atto molti lavori preparatori di vari Paesi, su possibili proposte alternative al passato, che ad esempio prevedono un ampio spazio a un meccanismo di finanziamento più trasparente e più concentrato sulle “risorse proprie” dell’Unione. E’ dunque previsto un bilancio un po’ più ampio di quello attuale (un 1 per cento più qualcosa del Pil dei Paesi rimanenti), con una riduzione del ruolo delle politiche tradizionali a vantaggio dei “beni pubblici” europei e per l’Italia, in particolare, si auspica che si riesca ad ottenere l’impegno di voler superare il Trattato di Dublino, con un aumento del finanziamento europeo sulle politiche di controllo delle frontiere.
Il secondo tavolo poi, riguarda le politiche per la stabilizzazione dell’Eurozona e su questo la Francia e l’Italia si sono molto spese sino ad ora per giungere a realizzare un bilancio per l’euro o almeno una capacità fiscale condivisa per l’Eurozona, con un ministro delle finanze europeo e su questo a giugno è previsto un Consiglio europeo dedicato a voler definire a riguardo proposte operative, o perlomeno una road map precisa. È molto probabile che l’agenda finale del Consiglio europeo di giugno venga ridimensionata, poiché nel 2019 ci saranno le elezioni europee, per cui ogni possibilità di progresso ulteriore sarà rinviata al 2020. Ma non va ignorato il rischio che questo può comportare, perché senza progressi seri sulle politiche di stabilizzazione dell’area, con una prossima crisi finanziaria si può anche mettere in pericolo l’Eurozona stessa. La situazione del nostro Paese è migliorata rispetto al 2011, riducendo i rischi, ma comportamenti finanziari irresponsabili nel futuro potrebbero di nuovo pregiudicarla.
Danilo Turco

Il terrore sulla Rambla di Barcellona

Finita la dolorosa identificazione delle vittime dell’attentato di Barcellona dello scorso 17 agosto,  costato la vita anche a 3 italiani, ricominciano le polemiche sulle indagini e sulla sicurezza. Madrid e le istituzioni catalane sono in disaccordo sullo smantellamento o meno della cellula jihadista. Ucciso il ricercato Younes Abouyaaqoub di 22 anni e di origine marocchina che il fuggitivo che faceva parte del commando che giovedì 17 agosto si è reso protagonista di due attacchi, uno a Barcellona, con 13 morti (oltre 120 i feriti, 15 in condizioni critiche) e l’altro sul lungomare di Cambrils dove c’è stata una vittima. Otto, invece, sono i terroristi morti e 4 si trovano in stato di arresto.

Se da Madrid il ministro dell’Interno, Ignacio Zoido, ha affermato il totale smantellamento del nucleo terroristico, in considerazione degli arrestati e degli uccisi dalla polizia, i Mossos d’Esquadra, le forze dell’ordine catalane, nonché il Ministro dell’Interno catalano, Joaquim Forn, hanno smentito il governo centrale. La diversità di vedute appare quantomeno inquietante e tende a rafforzare i dubbi dell’opinione pubblica riguardo l’effettivo coordinamento delle forze di polizia nelle indagini e lo scambio di informazioni prima e dopo le stragi terroristiche che stanno insanguinando l’Europa.

Così, nel frattempo, il giovane Abouqaaquob, esecutore materiale dell’attentato sulla Rambla, quello che si è lanciato con un furgone bianco  a velocità folle sulla gente indifesa, fuggitivo è stato rintracciato ed ucciso; mentre il covo degli jihadisti ad Alcanar, saltato in aria durante la preparazione di ordigni esplosivi, ha rivelato la programmazione meticolosa di attentati di portata ancora più grande e distruttiva. Secondo il capo dei Mossos, l’esplosione imprevista della villetta avrebbe stravolto i piani degli attentatori che avrebbero così optato per l’attacco con il furgone lanciato sulla Rambla. Ma poteva essere la Sagrada Familia l’obiettivo originario.

Durante le operazioni di bonifica attorno alla villetta di Alcanar, mercoledì notte, si è verificata un’altra deflagrazione che ha ferito 6 agenti, così sarebbero stati localizzati altri due depositi di esplosivo nel retro della casa. Tanto da rendere necessarie diverse esplosioni controllate e l’evacuazione degli abitanti di alcuni palazzi limitrofi. Eppure, anche di fronte a tutto ciò gli assassini di Barcellona non si sono fermati, portando avanti i loro propositi di morte.

A lasciare ancor più perplessi, anche  la dichiarazione del rabbino capo di Barcellona che ha invitato la sua comunità, da lui definita condannata, a pensare di comprare proprietà in Israele per lasciare la Catalogna, un posto oramai “perso”, dal quale è meglio andarsene prima che dopo.

Rossella Marchese

Costruire in Italia un museo che racconti la storia dell’Europa

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A Bruxelles lo hanno pensato già nel 2007 e ad oggi il progetto deve essere solo eseguito: un nuovo hub culturale costruito nella ex clinica di un nobile dentista morto nel 1935, sarà il Museo d’Europa.

Il museo dovrebbe esporre su ogni piano oggetti simbolo prestati o donati dai singoli Paesi;  tutto a Bruxelles, nella capitale d’Europa, il luogo in cui le folle dovrebbero precipitarsi ad imparare com’è e come sarà fatta l’Europa.

Tuttavia sono in molti a pensare che un museo d’Europa dovrebbe essere costruito in ogni Stato membro; in Italia, ad esempio, per molti cittadini sarebbe indispensabile una sede della Casa d’Europa in ogni paese, da rendere tappa obbligata per le scolaresche in gita. E così potrebbe essere anche in Francia, Spagna, Portogallo o Germania: la presenza di un luogo fisico  in cui tutti i cittadini, specialmente quelli in corso di formazione, possano vedere materialmente e tutta insieme la complessa composizione del progetto Europa Unita, con tutti i suoi popoli, le sue identità, i suoi oggetti e i suoi paesaggi.

E siccome da Roma non si è ancora mosso nessuno, lo scrittore e critico letterario napoletano Michele Rak ha colto, per primo, la palla al balzo ed ha proposto Napoli come sede italiana della casa della storia europea. La posizione, nel cuore del Mediterraneo, e la stratificazione culturale così visibile in città, potrebbero fare di Napoli un luogo perfetto per mostrare la convivenza tra le diversità; sedi storiche e suggestive per esprimere tutto questo non mancano: tra tante, Palazzo Fuga (una volta maestoso Real Albergo dei Poveri), che si affaccia su Piazza Carlo III, l’illuminatissimo e amatissimo sovrano di Napoli e Spagna, e potrebbe essere un simbolo potente. I soldi europei, troppo spesso poco e mal spesi dal nostro Paese, potrebbero fare il resto.

Il progetto europeo della Casa d’Europa è pensato in 24 lingue, affinché tutti possano capire e riconoscersi in un’identità comunitaria, ma gli storici di Bruxelles che ci stanno lavorando su hanno pensato ad un’immagine dell’Europa a partire dall’anno Mille. Rimarrebbero fuori dalla ricostruzione storica dell’identità europea, dunque, gli Imperi di Roma e di Bisanzio, Carlomagno e i suoi paladini, gli scrittori sacri e profani che crearono con le loro penne d’oca un ponte tra la nuova Europa e l’Antico Mediterraneo, ricopiando e conservando testi che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre; tutti esempi di come l’Europa abbia mutato pelle e fisionomia nel corso dei secoli e, pertanto, necessari.

Rossella Marchese

Frankenstein, il mostro ginevrino ispirazione per la scienza

Frankenstein è ginevrino: il personaggio del libro di Mary Shelley nacque 201 anni fa sui bordi del Lemano, durante una sfida letteraria tra gli ospiti di Lord Byron, a villa Diodati a Cologny. Un aspetto messo in evidenza nelle celebrazioni in corso per il bicentenario del personaggio. Ma al di là delle circostanze legate al soggiorno ginevrino della scrittrice, il personaggio del dottor Victor Frankenstein, padre della creatura, è presentato nel romanzo come uno scienziato di Ginevra, figlio di un sindaco, ma è passato alla storia come il Prometeo moderno: il creatore di un essere umanoide che prese il suo stesso nome.

Ebbene, da Ginevra a Bonn il salto non è così eccessivo, ma fino a Mosca c’è ben altra distanza da tenere in considerazione, eppure, queste tre città sono legate da un fil rouge che le unisce proprio nel nome di Frankenstein.

È dell’ultim’ora la notizia che un gruppo di biologi dell’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca (Mipt) e dell’Università di Bonn, hanno ricreato in laboratorio il “cuore di Frankenstein”. Come spiegano nell’articolo “Synchronization of excitable cardiac cultures of different origin” pubblicato questo mese sulla rivista Biomaterials Science, frammenti di miocardio di diversa origine sono stati collegati tra di loro e fatti battere all’unisono, esattamente come fece il dottor Victor sulla sua creatura, creando dei patch cardiaci universali, il cui impianto nel futuro potrebbe diventare un’alternativa al trapianto di cuore per chi ha cardiomiopatie.  Ad oggi, come ha affermato Konstantin Agladze, uno degli autori dello studio e professore presso il Mipt, non è possibile sostituire parti di cuore danneggiato, ma soltanto trapiantarne uno in toto. Grazie alla scoperta di Agladze e dei suoi colleghi, in futuro e in teoria, sarà invece possibile creare una sorta di “cuore di Frankenstein”, com’è stato battezzato, usando frammenti di tessuto cardiaco di due diverse specie. Gli scienziati russi e i loro colleghi tedeschi hanno impiantato cellule di ratti e topi, sia appena nati che adulti, e ne hanno seguito la crescita e l’interazione con l’aiuto di un microscopio a fluorescenza. Queste colture di cellule erano in grado di comunicare tra di loro, generare un segnale elettrico e trasmetterlo alle fibre muscolari adiacenti, anche se appartenevano a diverse specie di roditori: ratto e topo.

Si può creare, dunque, un unico tessuto cardiaco eccitabile, anche con cellule diverse e a diversi stadi di sviluppo, appartenenti a specie animali differenti sebbene molto simili: ratto e topo e, di conseguenza, scimmia ed essere umano. Al momento però, la sperimentazione sull’uomo è ancora lontana, perciò il primo cuore di Frankenstein sarà quello di un roditore.

Rossella Marchese

Stefano Rodotà: “la mia Napoli delle idee, nell’ingegno e nella vitalità la sua forza”

Quando, nel 2014, Stefano Rodotà partecipò alla “Repubblica delle Idee”, che si teneva a Napoli, con un intervento dal titolo “il tempo della democrazia ibrida”, egli era già l’encomiabile giurista, il grande accademico e il brillante politico conosciuto da tutti, nonché da tutti ribattezzato “il Garante”; tuttavia non tutti conoscevano l’intimo rapporto che lo legava a Napoli ed alla intellighenzia partenopea. Intervistato, alla domanda su quale delle iniziative di quella manifestazione avrebbe posto la sua attenzione, rispose: “vengo spessissimo a Napoli e una storia straordinaria, tra le altre, trovo che sia quella di Gerardo Marotta e il problema della biblioteca  deve trovare una soluzione. Napoli è piena di eccellenze. Se ne dovrebbe parlare di più fuori da Napoli: non possiamo chiuderla nelle difficoltà amministrative, nei problemi noti, perché c’è anche quest’altra. Esistono iniziative di punta nei campi che io frequento, del diritto e delle tecnologie: direi una vera Napoli delle Idee. A parte che è bellissima”. Legato a doppio filo con l’Avvocato Marotta, da stima e comunanza di vedute, Rodotà fu, tra le altre cose, anche parte viva dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,  come membro del consiglio direttivo e non solo, spesso e volentieri anche come relatore; ultimo contributo lo scorso febbraio, con un suo intervento sui beni comuni e l’inaspettata rinascita degli usi collettivi.

Stefano Rodotà fu sempre sensibilissimo alle questioni sui diritti civili, intesi come essenziale  riconoscimento di libertà in democrazia, e fiero promotore della giustizia sociale, ma non solo, le sue serie battaglie libertarie hanno riguardato i temi della bioetica istituzionale e delle biotecnologie, nonché internet e la comunicazione telematica, con un’unica idea di fondo: la centralità del diritto di autodeterminazione e la sostanziale eguaglianza di accesso alle informazioni per tutti i soggetti.

Il diritto di avere diritti, titolo di un suo rinomato saggio, è la chiara summa del suo pensiero e della sua azione.

Con questo campione del pensiero laico se ne va un altro pezzo di quella “vecchia generazione” che tanto ha avuto a cuore il sentire delle nuove generazioni.

Rossella Marchese

Umanoide non umano, nel mondo variegato dei robot

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I robot possono essere considerati una specie ancora in evoluzione; si tratta di un mondo variegato: ci sono robot da intrattenimento, robot che si sostituiscono agli esseri umani per facilitarne alcune attività, finanche a salvare vite. Alcuni sono ormai indispensabili e per altri le sembianze sempre più umane inducono allo sbigottimento ed alla meraviglia.

Progettarli, costruirli e venderli implica investimenti che devono rispondere alle leggi di mercato ed a criteri di utilità sociale, ma non sempre è così. Dal 1970 si producono robot, anche in Italia, per costruire oggetti di largo consumo, robot speciali sono volati sulla Luna e su Marte ed altri sono stati inventati per scopi medici, diventando essenziali in molte operazioni chirurgiche. La IFR (International Federation of Robotics) informa che nel 2016 la robotica industriale è cresciuta, come avviene ormai da circa 20 anni, con percentuale a due cifre, ed a questa crescita l’Italia contribuisce con un prestigioso ottavo posto.

Capitolo a parte è la robotica con forme umanoidi che, a differenza di quella di “servizio”, ha un mercato pressoché inesistente, per i problemi legali, di assicurazione e di sicurezza che ancora non hanno trovato giustificazioni per una soluzione razionale e in effetti, la sicurezza e l’affidabilità sono il dogma essenziale in questo campo; quando negli anni Ottanta, al Politecnico di Milano, venne costruito il robot Gilberto, che già parlava, ascoltava, vedeva e si adattava ad ogni visitatore parlando in diverse lingue, ogni elemento di quel progetto era sotto controllo, per essere totalmente affidabile.

Chi è del campo sa che la robotica umanoide è piena di grandi promesse ed annunci, come quello lanciato dal colosso della telefonia TIM, che ha ingaggiato robot animati per i suoi prossimi spot, ma anche di silenziose sparizioni, un esempio su tutti, il progetto del robot cagnolino della Sony, programmato per conquistare l’affetto di milioni di padroni umani, ma che ha chiuso nel silenzio. In questo senso è difficile giudicare un campo che non interroga il mercato, ma promette miracoli di cui ancora non si comprende bene l’utilità e, sul nostro fronte, gli investimenti di decine di milioni di euro promessi dall’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) sui robot umanoidi  non fanno eccezione nel destare perplessità.

Tuttavia la robotica italiana cresce altrove ed ha esportato ed esporta in tutto il mondo.

Punti di eccellenza nello sviluppo sono le Università, come quella di Parma che ha vinto il progetto DARPA (dell’Agenzia di Difesa degli Stati Uniti) per un percorso con automezzo senza guidatore, ed ha bissato il successo con il recentissimo viaggio su strada dall’Italia a Pechino con un camion autocondotto.

La robotica industriale italiana, dunque, è quella che va guardata con rispetto. Le industrie nostrane sono le prime al mondo nell’integrazione dei robot nelle fabbriche, distinguendosi per le caratteristiche di qualità, sicurezza ed affidabilità e l’appello che si leva dagli imprenditori del settore è quello di mettere a bando, aperto a tutti, ogni fondo pubblico destinato alla ricerca ed all’applicazione della robotica, di modo che possa emergere l’idea migliore e la più sensata.

Rossella Marchese

XIX edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli

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Il 13 e 14 maggio in occasione della XIX edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli, in Italia saranno castelli solitamente preclusi alla visita. Un calendario ricco di tavole rotonde, mostre e dibattiti per la valorizzazione dell’immenso patrimonio castellano del nostro paese è consultabile, regione per regione sul sito www.istitutoitalianocastelli,it.
“Le iniziative organizzate in Campania – evidenzia il presidente arch. Luigi Maglio – si articoleranno in tutte e cinque le provincie. A Napoli, a Castel S. Elmo, sabato 13, in collaborazione con il Polo Museale Campano”, sarà organizzato un convegno sul tema: Castel Sant’ Elmo tra storia e nuove strategie di valorizzazione, che vedrà la partecipazione, tra gli altri, del direttore del Polo Anna Imponente, degli arch. Fabio Pignatelli della Leonessa e Luigi Maglio, rispettivamente presidenti nazionale e regionale dell’istituto Italiano dei Castelli, della direttrice Anna Maria Romano, del direttore generale politiche culturali della Regione Campania Rosanna Romano, del prof. Leonardo Di Mauro e di studiosi delle università napoletane.
La manifestazione che si terrà a Castel S. Elmo sarà arricchita, sia sabato che domenica, da numerose visite guidate condotte dagli esperti dell’Istituto che, attraverso un percorso esclusivo, sveleranno ai partecipanti gli aspetti inediti di questo straordinario gioiello dell’architettura militare del XVI secolo, unico a scala mondiale.
Sarà così possibile scoprire tanti gioielli di architettura che altrimenti non sarebbero visitabili al grande pubblico.
Per info e prenotazioni: castellicampania@virgilio,it.

Salvatore Adinolfi

Le Acropoli dei Giovani ricordano Gerardo Marotta

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L’ultima creatura di Gerardo Marotta, le Acropoli dei Giovani, hanno concluso il 29 aprile la prima parte dell’articolato calendario di iniziative che vedono coinvolte molte regioni, realizzate in ricordo dell’avvocato, scomparso a gennaio, e promosse per ricordare che avrebbe compiuto 90 anni.
Sabato 8 aprile 2017 nell’aula magna dell’I.S.I.S. “EpicarmoCorbino” di Contursi Terme in provincia di Salerno, si è svolto il primo di tre appuntamenti inseriti nel ciclo di seminari intitolato “La Filosofia in soccorso dei Governi” e dedicato a grandi autori della filosofia moderna che hanno segnato il percorso intellettuale dell’Avvocato Gerardo Marotta.
L’iniziativa nata “come omaggio alla straordinaria personalità del presidente e fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”, è stata promossa dall’Acropoli dei Giovani Primo Presidio Permanente Palomonte, nato nel 2014 dalla collaborazione fra l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli e il Comune di Palomonte e che si avvale del sostegno del gruppo spontaneo di cittadini “Amici della Biblioteca Palomonte”.
Il coordinamento scientifico della rassegna è stato curato dai docenti del Liceo Classico “Epicarmo Corbino” di Contursi Terme, che si è contraddistinto per il costante sostegno a tutte le iniziative promosse dall’Acropoli dei Giovani. Tema del primo incontro “La filosofia civile e la tradizione meridionalistica: Vico e il Settecento Napoletano”, che ha analizzato le opere principali e le definizioni di storia, cultura, società, politica dell’intellettuale.
Il secondo appuntamento, dal titolo “Benedetto Croce Giustino Fortunato: cultura liberale e meridionalismo”, si è tenuto il 22 aprile presso l’aula consiliare del Comune di Palomonte. Il prof. Vincenzo Martorano del Liceo di Contursi Terme ha analizzato due figure emblematiche del pensiero filosofico italiano. Ultimo seminario in programma, “Gli hegeliani di Napoli e lo Stato unitario”, il 29 aprile, presso Liceo Scientifico “Assteas” di Buccino, grazie alla collaborazione del dirigente scolastico Gianpiero Garone e della prof.ssa Vincenzina Di Leo, docente di Storia e Filosofia. A tenere la relazione su “Gli Hegeliani di Napoli” il prof. Arturo Martorelli dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Ad ogni appuntamento è stato proiettato il docu-film “La Seconda Natura” del regista Marcello Sannino, ideato e dedicato a Gerardo Marotta. La rassegna ha visto anche la proiezione del cortometraggio “E lessero felici e contenti”, realizzato da La Balena, un ulteriore omaggio al grande Gerardo Marotta e alla sua immensa biblioteca.
Gli incontri sono stati moderati dalla giornalista e conduttrice radiofonica – Radio Mpa Valentina Risi. Presenti per l’Acropoli dei Giovani la dott.ssa Bianca Desideri, responsabile scientifico nazionale del progetto e il prof. Gerardo Grossi responsabile scientifico del Primo Presidio Permanente Palomonte dell’Acropoli dei Giovani.
Salvatore Adinolfi

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