Rocksofia. Filosofia dell’hard rock nel passaggio di millennio

Il saggio di Alessandro Alfieri  prende in esame le due differenti modalità di esperienza elettronica accolte dai Radiohead e dall’industrial rock dei Nine Inch Nails, per poi addentrarsi nella riattualizzazione di due esemplari sostanziali della storia del rock: nel Nu Metal la propensione innovativa e la rimonta dell’urto ribellistico scagionano la veemenza dei Rage Against the Machine, mentre lo spazio asfissiante e buio dei Tool non è che desiderio di disintegrazione totale; nel Neo Punk contrariamente, l’esperienza di cambiamento vissuta dai Green Day nel passaggio dai 90es agli Anni Zero si oppone al furore sfacciato e quasi spensierato del punk-hardcore dei NOFX.

 

Ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?

La politica, anche se in termini dialettici, ha un ruolo significativo all’interno della mia argomentazione, perché nell’hard rock del passaggio di millennio spesso l’intransigenza non esprime alcuna intenzionalità politica o ideologica, come nella musica dei Nirvana. Gli anni Ottanta, dopo le intense passioni politiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno rappresentato in ambito sociale la piena realizzazione dell’utopia consumistico-edonistica: la violenza di ispirazione rivoluzionaria si è tradotta nell’eccesso della stravaganza, nell’abbigliamento quanto nel look, e all’impegno politico si sostituì una stagione basata sul principio della stilizzazione e della teatralità. I Rage Against the Machine invece recuperano la tradizione funk rock, attingono agli anni Sessanta per l’attivismo politico e ai Settanta per l’indole violenta e irruenta della loro musica, per ristabilire la dimensione politica come predominante nell’immaginario hard rock.

Nei Rage against the Machine la politica si presenta come tentativo di ristabilire un principio comunitario. L’impulso politico-vitalistico però è in qualche maniera inconciliato e contraddittorio: la violenza – dei testi e della musica – è impregnata dall’ideologia socialista rivoluzionaria, e tuttavia rispetto agli anni di Woodstock è quella stessa violenza che attesta come il vitalismo politico oggi sia condannato al fallimento, perché incapace di istituire un nuovo principio di comunità.

Anche i Green Day si sono prestati al tentativo di riscatto politico convertendo la loro proposta verso le esigenze della nuova generazione (sia da un punto di vista scenografico che di scrittura musicale), e anche le intenzioni dei NOFX negli ultimi anni sono state queste, ma ancora una volta la spirale dialettica porta il tentativo di attivismo in un ulteriore capovolgimento, dove mercato e impegno politico fanno paradossalmente tutt’uno.

Lei scrive che la nascita del rock costituisce “il paradosso del rock, alla luce del fatto che la sua nascita e la sua esistenza sono iscritte all’interno della cultura di massa e dell’industria culturale». Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?

Quel paradosso si ripropone e si reitera nel corso dei decenni, ed oggi è quanto mai pregnante: nella fase globalizzata del consumo, l’impulso ribellistico connaturato al genere rock si accompagna sempre alla stimolazione commerciale. Niente funziona di più sul mercato che l’avversione al mercato stesso: pensi alle t-shirt dei Ramones, dei Nirvana e dei Sex Pistols in vendita sugli scaffali di store come H&M e Zara.

Lei evidenzia il resistere d’una fruizione della musica rock nonché dei concerti, principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che attualmente si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?

La nostalgia è decisiva, in quanto sentimento ancestrale che il mercato sfrutta sagacemente. Questo fenomeno riguarda per esempio il trionfo dei Pearl Jam e dei Radiohead in quanto band longeve che hanno attraversato i decenni e l’abisso dell’autodistruzione per approdare all’oggi in maniere diverse; soprattutto per i primi, l’uscita del “nuovo disco” e il conseguente lancio del tour sono eventi che si fondano sull’attrazione nei confronti di un “passato immediato” poiché non si tratta del ritorno di una band di mezzo secolo fa, quanto di una carriera che non si è mai interrotta e che ha rinnovato in corso d’opera il suo potenziale nostalgico. La nostalgia è infatti ricerca di soccorso nella trasfigurazione narrativa della celebrazione del passato mitico e per questo ancora una volta impulso di morte più che di vita. Questa dimensione è stata investita dal sentimento diffuso nei confronti di quella “nostalgia del presente” che caratterizza gli attuali trenta-quarantenni: una visione perciò a metà strada tra nichilismo anedonico e vitalismo.

Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?

Il rock nella sua storia ha messo in evidenza tali interrogativi, e in una sua specifica tendenza è stato espressione di un impulso autodistruttivo (una tendenza che ha origine coi Velvet Underground nel cuore degli anni Sessanta). In molti casi il rock appare come illusione di una presunta liberazione, ma in molti altri non si è trattato di un’illusione ma di un effettivo propulsore vitalista, capace di opporsi allo status quo e alle convenzioni asfissianti. Non è un caso che i Foo Fighters si siano nettamente sganciati dal peso enorme di esprimere il vuoto anedonico, anche perché i tempi sono cambiati rispetto ai Nirvana: infatti, da un lato il mercato è stato talmente potente e astuto da aver assorbito le contemporanee forme di espressione di dolore dell’anima, dall’altro, le condizioni economiche globali oggi sono precipitate un po’ per tutti, e parlare di dolore esistenziale e di incapacità di comunicare in un’epoca in cui il benessere di vent’anni fa si sta progressivamente sbriciolando, non ha più molto senso.

Lei, riprendendo Reynolds, fa riferimento al vivere inserendo la marcia della “retromania”. Pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?

Quello della retromania è un fenomeno culturale ampio, che non riguarda solo o soprattutto il rock; d’altronde, fare riferimento a molti generi vintage significa comunque proiettarsi nella dimensione retromaniaca. Credo che le considerazioni del mio volume, trattate in termini sempre dialettici e mai in tono risolutivo, dimostrino che la musica rock, ieri come oggi, sia ancora pregna di filosofia, perché in fondo meno nel fenomeno la filosofia compare in maniera didascalica, più in esso diventa rilevante la filosofia stessa come “contenuto di verità” da interpretate e scovare.

 

ALESSANDRO ALFIERI insegna Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Belle Arti di Roma e si occupa prevalentemente di cultura di massa; ha insegnato Fotografia e nuove tecnologie visuali presso l’Università di Macerata; è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università “Sapienza” di Roma; è giornalista. Tra i suoi libri Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe (Orthotes, 2015);  Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità alle serie tv (Villaggio Maori, 2017); Dal simulacro alla storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino (Le petite plaisance, 2018); Lady Gaga. La seduzione del mostro (Arcana, 2018); Galassia Netflix. L’estetica, i personaggi e i temi della nuova serialità (Villaggio Maori, 2019).

Giusy Capone